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lavoro pubblicato lunedì 4 dicembre 2017
ultima lettura domenica 17 dicembre 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Della solitudine e degli ansiolitici

di carlodallemule. Letto 329 volte. Dallo scaffale Pensieri

Ora, il paradosso principale, per così dire dell’esistenza umana è che, quando sdraiati sull’amaca della casa di medie dimensioni comprata da un qualche membro della famiglia in una piccola isola del mediterraneo con un mare c.....

Ora, il paradosso principale, per così dire dell’esistenza umana è che, quando sdraiati sull’amaca della casa di medie dimensioni comprata da un qualche membro della famiglia in una piccola isola del mediterraneo con un mare cristallino blu e verde e turchese ma con un paese centrale tipicamente martoriato dai geometri e architetti che hanno lavorato per cosi dire con i piedi dopo il bombardamento della seconda guerra mondiale in seguito allo sbarco repentino degli americani, nella tipica posizione letargica, guardiamo in su affamati di stelle che cadono e la nostra mente inevitabilmente si pone quelle domande decisamente cliché ma talmente implicite nel nostro sistema da essere forse organiche, del tipo cosa ci sia oltre quel mare o quale sia il limite di essere al mondo, noi inevitabilmente comprendiamo quanto insignificanti e soli siamo davvero, irrimediabilmente soli, ebbene più diciamo alla nostra madre che siamo affamati dopo la giornata di lavoro intenso più lei ci fa notare che effettivamente negli ultimi mesi abbiamo perso quella forma che ci caratterizzava a vent’anni, gli anni della pura libertà spirituale. Più siamo affamati e meno mangeremo.

E lo so che pensi. che non ti do fiato per pensare, che scrittura così densa penserai. ma questo è jazz, vecchio mio. Questo è ritmo, questo è il sassofono e quest’altro è la spazzola sul tamburo, è miles Davis, è Bukowski. L’alternativa è togliere fiato a me. Impedirei la naturale respirazione, il bisogno urgente di parlarti, parlare a te che ascolti, che poi non mi ascolti per davvero e io come faccio? con te che non mi ascolti per davvero e il mondo che non mi ascolta per davvero.

Certamente, ho sempre riconosciuto nella vecchiaia, e parlo della vecchiaia sola, forse disperata, quasi romantica, un fascino inestimabile. Però avrai sicuramente presente quelle partite di calcio, solitamente organizzate per beneficenza del tipo telethon o che so io, in cui giocano delle vecchie leggende alla Maradona o Baggio o Riva, che nonostante il talento innato che è ben visibile tutt'oggi anche ad occhio non allenato, negli anni hanno indugiato nelle cene con varie portate di pesce e carne e talvolta crostacei freschissimi e frutti di mare e nelle droghe per cosi dire da ricchi. bene nel guardare una leggenda del calcio con uno stomaco pronunciato che si destreggia in numeri da ventenni, si crea in chi lo guarda un senso di ammirazione carnale che però assomiglia più ad una sensazione nostalgica che ad un vero entusiasmo sportivo, ecco io la cosa che più temo ad oggi è quella nostalgia, quella che si potrebbe definire un’ammirazione nostalgica. E quindi mi sono ucciso vecchio mio, che altro potevo fare.

Un mio giorno è solitamente ripetitivo, vivo di ritualità. La scuola più o meno cattolica dove vado per scelta puramente personale una scelta per cosi dire mirata al cambiamento della ripetitività, è un meraviglioso esempio di vita adolescenziale, con tutto quello che comporta. Mi faccio le canne, solitamente da solo e questo ricade certamente nella ritualità. mi dona momenti di grande lucidità morale e spesso filosofica e di certo un po’ di stordimento e confusione. la confusione è affascinante, cazzo se è affascinante. Che ho un po’ paura, perché è antagonista della lucidità. la paura di non essere lucido, di sapere che i morti, ti ricordano di essere vivo. E poi c’è quando mi stendo sul letto, sulle lenzuola di lino. quando la testa si alleggerisce un poco, entro in quella dimensione onirica dove tutto ha più o meno un senso. Cerco di riposare, ma la testa continua a camminare. sono nel nero del buio, e anche la più matta delle idee acquisisce un suo valore che esiste solo li, che poi me lo scordo o semplicemente ci penso.

I ricordi inestimabili e l’amore e il successo e la compassione e la sensibilità. siamo animali deplorevoli, cosi simili tra di noi che abbiamo bisogno perpetuo di compassione, di umanità. l’impulso che ci obbliga a scrivere di amore, di mancanza, dei Pink Floyd. E dormo e penso, e ci provo a dormire, ma il flusso è troppo grande vecchio mio, sono onde anomale di coscienza, di lucidità. Sono vivide e incredibilmente faticose, ma sono aria. La creazione, il sangue a fiumi, le armi, la bellezza, la bellezza, la bellezza. Sta tutto la, nella bellezza. è tutto cosi giusto, sulle lenzuola di lino, non è tradotto, è organico. Un fulmine dopo l’altro velocissimi, sulle lenzuola di lino.

E quindi provo a scrivere, che poi non ci riesco. Che le parole mi chiudono come catene di ferro durissimo e grigio. Che vorrei dire quello che ho da dire, ma non posso perché suona sconnesso, suona maledettamente inconcludente, o nel peggiore dei casi pretenzioso. Vorrei raccontartelo, delle montagne di casa, delle droghe, di mio padre che mi commuove. Vorrei provarci almeno, a darti quello che il mondo mi ha dato, che la natura mi dice, a descriverti, l’uomo solo che danza al centro della festa ubriaco, ma irrimediabilmente leggero, a parlarti di Bob Dylan, ma poi finiresti per sapere quello che già sai di Bob Dylan. Perché passerebbe da te, dalle tue montagne, dalle tue droghe, da tuo padre. Siamo soli dentro di noi, l’ho capito a diciott’anni e non torni indietro. E quindi sono morto, da quel giorno. Ho finto di vivere, di non vedere i morti, ma è dura vecchio mio, cazzo se è dura, è più dura di quanto potessi immaginare.

Mi sono calato una scatola di Xanax il giorno che mi sono ucciso, se lo vuoi sapere. Mi sarebbe piaciuta una morte più tecnica o quantomeno scenica, ma ero solo anche quel giorno. Giorno strano quello, c’era quella aria specialissima che c’è prima della tempesta. Per davvero, non ti sto parlando di tempeste emozionali o che so io. Stavo sdraiato in un parco e stava letteralmente per piovere. Mi ero fatto una scopata poco prima. Gran scopata quella, di quelle scopate di cui apprezzi il sudore, che un po’ ti senti che questa volta potrebbe davvero essere la volta che ti connetti ad un altra persona. E invece niente. Vacuità, nulla. Due corpi che si intrecciano, come due funi al circo. Un circo importante, intendiamoci. Con il miglior mangiafuoco dell’intera Italia, con delle tigri maestose bellissime arancioni. Ma un circo, con tutto ciò di squallido e grottesco che ne comporta. Poi ha iniziato a piovere. Non voglio morire, non voglio morire.

Avevo quattordici anni, terza media. Una amica mia è morta. Marzo, un mese stranissimo marzo. è il mese dell’indecisione. Un mese freddo ma già pieno di aspettative. Per l’estate dove tutto può succedere, la libertà spirituale quella vera. La spiaggia di sassi, la gioia. Tutto comincia da marzo. Quel marzo lei è morta, investita. Non ha visto il tramonto la sera, quel sole quasi bianco. Non ha pianto. Non ha cantato con noi e non ha visto il fiume scorrere, che poi scorreva ogni giorno, ma quel giorno il fiume era oceano. L’atmosfera forte e densa, ed io vagavo a dare conforto ad essere forte ad essere grande, ma c’era il deserto sopra il mio petto, quel marzo c’era il deserto.

Le pupille, così velate, hanno bruciato per mesi. Non una singola lacrima. è stato il momento di svolta, di Italo Svevo e delle canne. Ho cominciato a farmi le canne per stare sui prati toscani, tra gli idilli tropicali, per stare un pò con lei, un pò più vicino a lei. Che dio era lontanissimo, lontanissimo. L’ho perso dio, tra la morte e le lacrime. Pareva di volare le volte, di stare come tutto sta. Di essere terra, di essere nuvole. Non lo capivo il senso del tutto, non che lo capisca adesso vecchio mio, ma lo capivo ben poco. Rapporto panico con l’esistenza, paura di esistere, di essere parte di questo circo, questa farsa incredibile che è poi il mondo. La sofferenza, quella cruda ti consuma per davvero, diventi lupo vecchio mio, diventi animale.

Ma tanto tutto passa, e le montagne erano così belle. Sono massi giganti di storia infinita. Così sole nel mondo, nell’aria più sottile dove vita è aridissima. Ma vedono noi da sopra le nuvole. La vedi la curvatura della terra, dalle montagne più alte, loro hanno da sempre notato, quanto siamo minuscoli, così indaffarati, così preoccupati. Ed ero anche io nel tepore fanciullesco, che tutto sarà perché tutto potrà essere. Che potevo esistere come meglio credevo, e la vita un dipinto ad olio ed ogni pennellata espressione purissima della leggerezza dell’uomo. Ma ero anche io parte di un battello a vapore, che procede nella via e segue le curve che il fiume gli impone.

Ti sto raccontando, vecchio mio, degli sforzi di un uomo. Giocavo bene a scacchi in quel periodo, muovevo pedine per diletto. Ora il sassofono inizia ad intonare quelle rime dolci, più tipiche del blues che del jazz, la prosa diventa poesia. L’avversario più duro è stato un ragazzo, che danzava sulla scacchiera con leggerezza inedita. Facendosi beffa di noi che prendevamo tutto tanto sul serio. E lui sapeva molto bene che la leggerezza è l’antidoto della sofferenza, e cosi giocava, come forse solo le aquile sanno volare.

Il fiume mi portava, nelle pinete più fitte, dove i fiori del male si colgono a mazzi. Leggevo Montale e ascoltavo Chopin, i notturni se lo vuoi sapere. Le ballate e i preludi, vecchio mio, sono fini a se stessi. Brevissima digressione sulla sensibilità: Esistiamo per vivere gentili. Del piano solo è poesia l’essere solo. Quei pianisti cosi immersi nelle sequenze di note, che se ci fosse un violino diventerebbero muti. L’unica lingua che conoscono è la musica sublime. E sono artisti così veri che ti parlano del loro fiume ma tu ascolti il tuo. A Chopin opera 9 numero 3 ho pianto tutte le lacrime che stavano da sempre nella gabbia toracica, ho pianto anche le sue lacrime, quelle che lui non ha versato, per regalarle a me.

Ora pioveva più o meno forte, le gocce mi lavavano il viso. Stavo li sdraiato quasi immobile con l’animo assopito. Le gocce erano così vere, democratiche per definizione ma stanche. Mi ricordavano Cristo. Dio che si fece uomo perché noi lo potessimo comprendere o quantomeno compatire. Mi erano servite le gocce di acqua del cielo per ricordarmi che esistere era una cosa vera. Mi lavavano il viso fungendo da lacrime artificiali, ma solo io sapevo che se quelle gocce non avessero toccato le mie guance sarebbero state assorbite dalla terra in un attimo fulmineo. Il mio disperato cameo nel circo dell’esistenza umana era quanto più inutile alla scaletta dello stesso. Dimenticheranno anche la più maestosa collezione di animali, il più abile funambolo, il più grande dei giocolieri.

Avevo diciotto anni e l’ho capito in un istante. Che il mondo mi avrebbe divorato vivo. Che la mancanza onnidiffusa di un filo logico mi avrebbe consumato come legno. Ad anticipare il dolore profondo è stata la risultante delle aspettative lucidissime sul poi. E scriverne, vecchio mio mi stringe la gola con mani forzute. Premere pulsanti nerissimi a ripetizione uno dopo l’altro, uno dopo l’altro. Contraendo i fulmini in leggere scosse, onde alte in gocce piccole, per il solo unico scopo di farti ascoltare la mia musica. Ho contratto onde in gocce perché vedessi quanto trasparente è l’acqua.

Ad uccidermi è bastato il mondo. Quella perpetua onnipresente voglia di dimostrare chi è il più forte. Chi è più ricco. Il bisogno di comparazione, le dimostrazioni anti-fasciste e le canzoni nazional-popolari. Gli addii a persone di cui stimiamo gli aspetti migliori e disprezziamo le cose brutte. Il male è piccino dentro di noi ma è grande nel farci credere di essere, tutto sommato, persone credibili. Ora, vecchio mio, ne io ne tu vogliamo trasformare questo pacato racconto in un tormento melodrammatico del perché un giovanotto ha deciso un giorno di saturare il suo sangue di ansiolitici con il preciso intento di diventare polvere. Ma la totale, polarizzante assenza di possibilità di comunicazione potrebbe essere degna dell’ultimo sforzo di un giovane morente.

Possiamo continuare a scrivere, a scrivere, a scrivere. Analizzare e raccontare quel che ci sta intorno, per descrivere noi, il mondo. Che provo a dirti, ma tu non comprendi, l’oceano bianco del bisogno di trasferire il peso sovrumano di innumerevoli fulmini che non hanno mai visto il cielo. Ogni singolo momento è passato a cercare di trasmettere ciò che sta, efficacemente protetto, nel nero delle nostre pupille. E per farlo siamo costretti a compromettere la bellezza infinita e per sempre intima del nostro pensiero, a farlo diventare comprensibile, analizzabile, categorizzabile.

E ora ti ho raccontato me stesso, vecchio mio, per catapultarti nel mondo fluorescente che sta al di la del muro più vicino. I vestiti color caramella, i tessuti pregiati, la sofferenza, il bisogno di sentirsi a casa, il prosciutto crudo, Dostojevski, l’arte bizantina, Roma, la cintura con le tue iniziali sopra.

Gli uomini quando ammassati e plurali, appaiono come tanti piccoli sorci. Poco hanno dell’intelletto che caratterizza qualche razza di topo specifica e rara, si prestano a comportamenti lontani da qualsivoglia razionalità intellettiva. E come sorci si conglomerano e si allontanano, battiti rigidi di un cuore stanco. Nella convinzione profonda di star marciando con grande compostezza verso una metà collettiva sacra, capace di soddisfare la grande fame di un sorcio adulto di medie dimensioni. Che la metà sia plurale è fondamentale alla riuscita del gran prestigio che è la creazione perfetta dell’ambizione collettiva. Quest’ultima fa credere ai minuscoli sorci di essere tigri.

Stava arrivando. Ebbi quel pomeriggio, l’istinto polarizzante di ammassarmi, di essere parte di qualcosa di grande o, in mancanza di alternative, di piccolo. Come chi protesta in nome di ideologie probabilmente condivise man non venerate abbastanza da renderle fulcro fondamentale di un giorno passato a protestare. Capii in poco tempo che la ricerca congenita di una faccia amica era l’unica vera ragione della presenza in me del ripudio della faccia amica. Che muovermi lontano da quei tanti piccoli sorci ammassati mi rendeva un piccolo sorcio solo più solitario, intimo. Ora, vecchio mio un sorcio è sempre un sorcio.

Stava davvero arrivando. Le gocce di pioggia si posavano su di me che ero terra fertile. Tutt’intorno vita ed io stavo diventando vita. Disaccoppiato finalmente dall’istinto predatorio, dalla ricerca del consenso, dalla ricerca della felicità. Stavo la e le ore passavano lente che forse erano minuti. I miei pensieri diventarono amorfi. Mettiamo così tanto peso sulle persone. La morte più grande quando queste non ti capiscono. E sei solo come una cane abbandonato. Solo solo solo. Che gli occhi sono lucidi tanto come sfere d’acqua nell’oceano da sole. Non c’è ritorno, non esiste biglietto. Via come il vento d’inverno troppo freddo per permettere alcuna forma di vita. Come il ghiaccio dell’Antartide che ha visto pochi, e forse tutti sono stati digeriti come mostri. Che dura che è così, solitari carnefici della propria solitudine ma impossibilitati dall’andare avanti. Sarebbe una truffa, un’inganno letterale. Andare avanti mi spezzerebbe il cuore. Le domande, i fraintendimenti, inutili al mondo, inutili a te e a me. La mancanza di apprezzamento. Che ti sembri come un numero di tanti, come nulla in mezzo al cosmo, particella individuale di un sistema fondamentalmente opaco pronto a mangiarti vivo, devo abbandonare questa rotta perché è ricetta di infelicità, di scorni, di nulla più totale. Via come le macchine veloci, come i leopardi che predano, come le gocce sulla faccia, via di corsa vecchio mio.

Domenica, 16 aprile 2017

Tramonto

Tra le montagne materne

Il vento accarezza i miei pensieri

che raccolgono forse il tutto.

Il sentimento caldo mi sfiora

la fronte oramai bruna.

Come esiste ciò che ora

mi circonda, come luna.

Tutt’un tratto come lampo

non fosse ch’io abbia

tra le costole del tempo

scambiato gocce per la sabbia.




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