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lavoro pubblicato sabato 2 dicembre 2017
ultima lettura domenica 17 dicembre 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Troppa Cravatta

di leonardopagliazzi. Letto 342 volte. Dallo scaffale Amore

Un racconto che parla di amore con sullo sfondo l'attentato del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. O che forse parla più di quello che di amore. Non lo so. Giudicate voi...

E' stato guardando la linea incredibilmente dritta del mare all'orizzonte che ho pensato di spogliarmi, finalmente, di tutto me stesso ed iniziare la mia nuova vita. Ho deciso, in definitiva, di allungare una mano per graffiare una verità sfuggente e fluida, gas quasi. Pulviscolo a tratti. Quella stessa verità che è già tornata troppe volte ad affacciarsi granitica quando ancora cerco di pensare a lei qui vicino a me e non sotto tre metri di terra, dilaniata in pezzi non più grandi di una mano. Qui muore il mio primo io.

La stavo aspettando, nella sala d'aspetto, in stazione. Quella classica, quella con le panche di legno e il marmo alle pareti, la sala d'aspetto per eccellenza. Quella di seconda classe. Mi ero portato un libro e quell'impercettibile voglia di abbracciarla, quella felicità latente, una leggera brezza ed ho osservato impaziente tra una pagina e l'altra l'andirivieni delle persone, delle vite e ho guardato attraverso l'ansia dei passi le paure, le felicità e gli umori. Ho cercato di capire attraverso i bagagli quanto lontano o per quanto tempo, forse per sempre, le persone se ne stessero andando e ho fantasticato sui motivi: una delusione d'amore, la ricerca di un lavoro, venti giorni di ferie, questo anno dopo l'altro, la voglia di due giorni di riposo o semplicemente l'andare e tornare dei rari pendolari. Poi, finalmente, l'ho vista attraverso i vetri, dall'altra parte dell'atrio. Una sagoma a colori in un mondo in bianco e nero, limpida, nitida, una donna bellissima. E d'improvviso un rumore forte e solo rosso e poi nero e polvere, e silenzio. Dopo quel giorno sono rimasto sordo da un orecchio. E dal cuore.

Due giorni dopo sono stato convocato dalla Polizia, mi hanno fatto accomodare in un luogo senza tempo, poltrone in skai, perlinato di plastica marrone alle pareti, qualche personaggio più strano degli altri in giro e una sensazione di rabbia e paura, pesantezza e impotenza nelle facce intorno, quasi tutte con gli stessi segni in faccia e nell'anima. Ho atteso con ansia e con la pelle d'oca, ormai non sono più capace di stare fermo, ad aspettare.

<"Si è trattato di un attentato"

"mm...mm"

"Non sappiamo ancora la matrice, probabilmente anarchica"

"Probabilmente...."

"Ma lei era in stazione quel giorno?"

"Si, ero lì"

"Se le viene in mente qualcosa che ci possa aiutare mi raccomando, non si faccia problemi, venga a dirci tutto"

"Pensavo che doveste essere voi a dire qualcosa a me... Arrivederci"

Questo è stato l'irreale colloquio con un funzionario di polizia, uno di quelli con troppa cravatta, di quelli che la portano anche quando non ce l'hanno annodata al collo. Uno di quelli che non sono abbastanza signori per portare così tanta cravatta. In definitiva persone le cui parole o non hanno senso o sono false, persone che coprono verità che presumibilmente non conoscono, ma che coprirebbero anche se conoscessero tutto per fila e per segno. Quei tipi che in televisione, nei programmi d'inchiesta, si celano sempre dietro alle maschere del non sapevo, ho solo eseguito gli ordini. Uno di quelli che per la divisa e l'onore ucciderebbe la madre. Don Lorenzo Milani diceva già molti anni fa che l'obbedienza non è più una virtù.

E comunque è stato un attentato.

Sinceramente, quando mi sono reso conto che la stazione era praticamente rasa al suolo c'ero arrivato anche da solo che tutto quello non era successo per un banale corto circuito. La polvere me la sento ancora adesso, a mesi di distanza in gola, che mi spezza il respiro. Tutto sembrava spettrale, i muri strappati e quell'orologio fermo. La matrice dell'attentato è di destra, hanno poi detto, come se questo mi dovesse in qualche modo rasserenare o mi potesse aiutare a capire. E se fosse stata di sinistra, la matrice, cosa sarebbe cambiato? Vengo da una famiglia piccolo borghese e non mi sono mai occupato di politica da militante, qualche discussione a scuola, da ragazzo, qualche presa di posizione a favore o contro guardando il telegiornale o ascoltando il giornale radio. Niente di che, non mi interessa, fanno sempre quello che vogliono chiedendo di avallare il loro potentato una volta ogni cinque anni col voto, niente di più. Noi non siamo degli elettori, siamo degli avallatori. Forse è per questo che non comprendo, non afferro il perchè uno decida un giorno, così, di mettere una bomba che ucciderà a caso, innocenti tra innocenti, madri e figli, mariti e mogli, nemici, affaristi, incensurati, ladri e balordi. Hostess, studenti e insegnanti. Prostitute. Persone, in definitiva. Umanità complesse e migliaia di anni di civiltà umana. In tutto questo fa veramente differenza qual è la matrice?

I suoi genitori hanno chiesto a me di andare a vedere la salma. L'ho riconosciuta da un anello che le avevo regalato, d'altra parte ero sicuro che lei fosse li, l'avevo vista. Col senno di poi avrei voluto non essere arrivato in tempo in stazione, tardare per un ingorgo in auto, cadere dalle scale e farmi trasportare in ambulanza al più vicino pronto soccorso, fermarmi a prendere un caffè appena troppo lungo, accostarmi ad ammirare un'altra donna e perdermi tra le curve dei suoi capelli, via da noi. Avrei voluto non essere lì, non vederla attraverso i vetri dell'atrio nella sua sagoma così limpida, nitida, bellissima per poi poter nascondere la speranza di averla ancora qui dietro alla parola "dispersa". Anche se non per sempre almeno per un po'. "Dispersa", almeno per il tempo necessario a riuscire a svegliarmi senza voltarmi pensando di vedermela di fianco, ancora immersa tra le braccia fragili degli ultimi minuti di un sonno destinato a perdersi in granelli come quelli che al mattino attraversano la luce tagliente del sole tra le persiane.

Adesso sto cullando il mio dolore qui, in questa casa di 40 mq di fronte al mare. Ci venivo fin da quando ero piccolo. Solido baluardo della mia famiglia piccolo borghese. Per fortuna siamo fuori stagione e non ci sono troppe persone a cui dover riferire perchè sei da solo, e Roberta quest'anno non è venuta, ma non è che vi siete lasciati, le donne tutte uguali, ma cos'è sei diventato sordo e tutto l'abbecedario di stupidaggini e incomprensioni da vicinato becero. Il sole è ancora caldo, ogni tanto. Ho pure provato ad immergermi un po' nell'acqua fredda e mi piace stare lì a intorpidirmi. In pochi giorni sono arrivato a immergermi fino all'inguine. Resto un po' li fermo, immobile, ad aspettare che la mente si distenda in preda a leggera mancanza di ossigeno, indispensabile ad altre parti del corpo. Alla sera fumo marjuana, mi fa stare meglio e mi spolvera via quel poco di depressione che ogni tanto si annida, negli angoli bui della mente. Vivo qui da due mesi ormai, ho lasciato detto al lavoro che sto facendo convalescenza. Non so se questo accucciarsi nell'anima si possa chiamare così, di sicuro so che sto cercando di aiutarmi più di quanto non abbia mai fatto altrimenti prima, ieri, nell'altra vita. Quella prima di questa, quella che è finita, attraversata da caramelle e da ginocchia sanguinanti e biciclette, magliette sudate appiccicate alla pelle e mare, ombrelloni e ragazzine, studio, libri e maestri e genitori. Tra schiaffi e botte e fionde e calci a palloni. Tra primi amori, primi baci e primi passi, tra passeggiate e ritorni e incontri più o meno fortuiti e una pineta dove distendersi e dormire, subito dopo il pranzo della domenica. Una vita soprattutto attraversata da lei e dalle sue mani, dalle sue voglie, dalle sue fobie e paure. Dalle sue stringhe e dai suoi stivali. Dalle sue collane e ciondoli e occhiali colorati. Dai suoi capelli, quelli corti e quelli lunghi e dai suoi vestiti, soprattutto quelli a fiori. Una vita attraversata da lei, in tutta la sua bellezza e la semplicità. Una vita, la mia prima, finita il due agosto 1980, alla stazione di Bologna.

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