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lavoro pubblicato venerdì 1 dicembre 2017
ultima lettura lunedì 19 agosto 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il tailleur

di liubos. Letto 345 volte. Dallo scaffale Generico

Erano anni che sostava su quel marciapiede. Sempre quello, sempre lo stesso angolo. Lì era cresciuta e poi invecchiata. Una sola cosa: con il tempo era riuscita ad affrancarsi dal suo protettore, quella la sua unica vittoria. La città le era at


IL TAILLEUR

Erano anni che sostava su quel marciapiede. Sempre quello, sempre lo stesso angolo. Lì era cresciuta e poi invecchiata.

Una sola cosa: con il tempo era riuscita ad affrancarsi dal suo protettore, quella la sua unica vittoria.

La città le era attecchita intorno senza che lei se ne avvedesse. E il tempo era scivolato via.

Ora era stanca, molto, ma non demordeva. Sempre con le scarpe lucide, il piccolo tailleur che incuteva rispetto. E i capelli ordinati e raccolti, soprattutto ora che le rughe le devastavano il viso spigoloso. E niente rossetto, mai, nemmeno in gioventù: voleva essere pulita almeno “fuori”, così pensava.

Si definiva “mondana”, non prostituta o peripatetica, o peggio ancora, puttana.

“Questione di stile”, aggiungeva.

E aveva ragione. La si notava subito, adesso come allora. Gli uomini si incuriosivano di lei. E questo era il suo vanto.

Ora il paesaggio di cosce e seni era diventato assordante, e lei era sempre lì, con il suo rigore d’altri tempi, la borsetta nera stretta nella mano nuda, mai portato gioielli, e quel indecifrabile senso di non appartenenza e di solitudine estrema.

Poche macchine per lei, ora che il tempo era passato, ma non si scorava, fiduciosa com’era della propria dignità che la rendeva così splendidamente diversa.

Ma una macchina si fermò una sera, una grande macchina lussuosa, proprio davanti a lei.

Un cenno gentile dall’interno… e lei salì, un po’ timidamente, forse.

“Quanto vuole per venire a casa mia?” chiese l’uomo con voce pacata.

“Per quanto tempo?”, rispose adeguandosi al timbro di lui.

“Tutta la notte. Cinquecento le vanno bene?”

“Cinquecento?” e spalancò gli occhi…

“D’accordo, facciamo mille, mille euro, ma abito lontano, fuori città. Ha qualcosa in contrario?”

Lei disse di no con la testa… non aveva più saliva.

“Mi sorrida allora!” fece lui con garbo.

Lei stese le labbra, le tremava un poco il mento, girando il viso pallido verso di lui.

Poi ci fu silenzio.

La macchina scivolava silenziosa. La campagna lombarda, dietro ai finestrini, strisciava veloce fra prati scuri e radi pioppeti.

Lei sedeva composta, i piedi uniti, le mani con le nocche bianche a stringere la borsetta appoggiata sul grembo.

“Vuole fumare?” disse lui cortese.

Un piccolo cenno del capo per dire no.

“Siamo quasi arrivati”.

Ora la macchina aveva varcato un grande cancello, un lungo viale e lontane, le luci della villa…

Con gentilezza le aprì lo sportello e lei scese con un lieve inchino della testa.

Le fece strada, un grande atrio luminoso e una scala ricoperta di un rosso tessuto pregiato, che lei salì con simulato agio.

E poi la sontuosa camera da letto… tende bianche che vibravano, discrete lampade quasi complici…

“Le spiacerebbe spogliarsi?” le chiese amabile.

“Va bene” disse lei in un soffio.

La giacca sulla spalliera di una sedia, la gonna ben stesa…

“Completamente, per favore” disse lui.

Un altro cenno d’assenso, silenzioso.

I piccoli pezzi intimi che cadono uno ad uno… ogni pezzo una difesa che precipita. Mai si era sentita così a disagio, così nuda.

“Ecco, bene… Si sciolga i capelli ora… e si stenda sul letto, la prego!”

Come una vecchia bambola meccanica caricata a molla, lei obbedì e si stese. Sentiva freddo, ma non sapeva se per imbarazzo o per il contatto di quelle lenzuola di seta, così lontane ed estranee dal suo quotidiano.

“Così?”..

“Perfetto!”

Si mise a guardarla fissamente, allontanandosi di qualche passo… e lei si sentì come annegare, non capiva quel rituale, e perché era lì, perché proprio lei.

Poi lui si diresse verso la porta…

“La prego, mi scusi… torno subito!”

Rimase sola in quel gran silenzio, solamente il ticchettio dorato di un orologio antico, sul cassettone impero.

Si guardò attorno… le alte finestre velate, il rivestimento arabescato alle pareti, un basso canapè in un angolo e l’ampio specchio dalla cornice dorata alla parete, posto davanti al letto.

Lì i suoi occhi si fermarono… la miseria della magrezza del corpo sciupato, le gambe cave, i capelli grigi alla radice, tutto era nitido e ben visibile.

Le prese un tremito incontrollabile, una voglia dissennata di nascondersi, di coprire le sue brutture, quelle disarmonie così evidenti, ma già lui rientrava…

Per mano teneva una bambina vestita di bianco. Venivano avanti piano, verso il grande letto…

Lei si coprì gli occhi con la mano. Una vergogna profonda davanti a quella bambina che la guardava curiosa. Farsi vedere così da lei le era insopportabile…

E la voce dell’uomo, dolcissima, piena di tenerezza:

“Vedi, tesoro mio?.. Se continuerai a non voler mangiare, diventerai come questa signora. La vedi? Guardala bene, cara…”

Se ne andarono.

Lei rimase lì, attonita… incapace di un gesto.

Sul comodino, sotto alla luce della lampada, due banconote da 500 euro.

Si alzò con fatica dal letto di seta. Con grande stanchezza raccolse i suoi indumenti…

Si rivestì piano, con cura… poi raccolse i capelli.

Si guardò allo specchio… Il piccolo tailleur aveva perso tutta quanta la sua dignità.

Non raccolse il denaro.

Poco dopo lo chauffeur l’avrebbe riaccompagnata a Milano.

Ho preso spunto da una vecchissima barzelletta cattiva che “girava” a Milano ai miei tempi…

Non vogliatemene.



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