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lavoro pubblicato giovedì 30 novembre 2017
ultima lettura giovedì 21 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Lo strano caso dell'uomo senza naso - prima puntata

di nickvandick. Letto 286 volte. Dallo scaffale Pulp

Lo strano caso dell’uomo senza naso       “È andata così le dico,” insistette il tizio, un bianco, smilzo e con gli incisivi superiori completamente marci, i capelli lunghi e stopposi di un biondo slav...

Lo strano caso dell’uomo senza naso

“È andata così le dico,” insistette il tizio, un bianco, smilzo e con gli incisivi superiori completamente marci, i capelli lunghi e stopposi di un biondo slavato, quasi albini, uno che somigliava a Johnny Winter in uno dei suoi momenti peggiori. Quando era ancora in vita s’intende, insomma prima che tirasse le cuoia il luglio scorso in Svizzera, che poi che bisogno avesse di andare a morire proprio in quel cazzo di paese mi sarebbe piaciuto saperlo. Nella mia discoteca ho tutta la discografia al completo di quello stupendo, unico, inimitabile chitarrista ma se dovessi portare con me un suo album, dico uno solo prima di partire per sempre per un’isola deserta e lasciarmi alle spalle questa città fottuta, sì, avete capito, la Grande Mela, New York dello stato di New York, beh, io non avrei dubbio alcuno e sceglierei senza esitare un solo istante Stll Alive and Well. Il mio preferito, ma questo si era capito subito dall’entusiasmo che ci ho messo nel descriverlo. E sapete ancora qual è il brano che produce indicibili sensazioni all’interno del mio apparato uditivo, anche se la scelta è veramente difficile, voglio dire, è già una roba da matti riuscire a sceglierne uno fra tutti, ma se mi trovassi costretto perché da questo dovesse dipendere la mia vita, facendo il caso per esempio che un bastardo di spacciatore mi puntasse una Magnum 745 alla nuca e dicesse: “Devi scegliere un pezzo di Still Alive and Well amico, uno solo se ci tieni alla tua pellaccia,” allora devo dire, non senza una certa reticenza che opterei per Can’t You Feel It? che poi è il secondo pezzo della prima facciata. Niente di particolarmente strepitoso si dirà, riff scontato e solito giro di accordi rivisitati per la miliardesima volta. A me però piace e allo spacciatore proporrei quel titolo con la speranza poi che condividesse la mia scelta e lasciasse la mia pellaccia ben attaccata al mio corpo. Ma adesso mi presento, io sono Frank Minnetti, detective di prima classe del tredicesimo distretto di South Manhattan, lo stesso del famoso tenente Kojak, quello che se andava in giro sempre con un lecca-lecca ficcato in bocca. La famosa serie televisiva, proprio quella, soltanto che questa è la realtà vera. Quando ti sparano addosso ti ammazzano e se ti ammazzano ti ficcano sottoterra e fine della storia, non ci sono altre puntate. Comunque questa mattina, e siamo ormai ai primi di ottobre, fuori faceva ancora un caldo boia e qui in ufficio avevano già staccato l’aria condizionata perché a ottobre non è previsto che faccia un caldo boia, così il mio malumore, già alle stelle quando sono uscito di casa a causa di una sfuriata della mia dolce consorte, sarebbe a dire la mia compagna attuale Johanna Weiss, avvocato rampante con uffici dello studio nella Quinta e pedigree di tutto rispetto, non la mia vera moglie Wallace, di nome e non di cognome, dalla quale sono ormai separato da quasi due anni e con la quale sto dibattendo una causa di divorzio che sta riducendo le mie poche risorse finanziarie in fumo, Johanna dicevo si è messa a urlare alle prime luci dell’alba che non poteva più vivere in quel letamaio che era il mio appartamento nella Bowery perché il suo ormai raggiunto stato sociale pretendeva qualcosa di meglio di sessanta metri quadri in uno stabile vecchio e rumoroso quale era quello in cui abitavo. Se ne è andata sbattendo la porta, forse non ritorna e forse farei bene a inquadrarla come ex già da adesso, ma questa è la fase che mi preoccupa meno. Ho capito che non siamo fatti l’uno per l’altra, semplicemente per il fatto che non si può convivere con un avvocato punto e basta. E poi io e lei abbiamo anche quindici anni di differenza, un’eternità se si considerano i gusti di ognuno in fatto di musica, cibo, locali da frequentare, amici, eccetera. Meglio così, io comincio ad essere vecchio e nostalgico e lei giovane e spumeggiante, è stato bello finché è durato, quattro settimane nel totale, però il malumore mi è rimasto. Adesso erano circa le undici antimeridiane e dicevo di questo tizio, sosia di Johnny Winter, che di nome faceva Anthony Roundtree e arriva al centralino di sotto dicendo di aver visto nell’androne del palazzo dove abita sua sorella in Mercer Street un uomo che si teneva il mento per raccogliere il sangue che gli colava dalla ferita che aveva nel punto in cui si sarebbe dovuto trovare il naso.

“Cosa mi vuole dire con questo, signor Roundtree, che a quest’uomo che lei non aveva mai visto prima, a quanto afferma, qualcuno aveva appena tagliato il naso?” dissi in un tono di voce chiaramente insofferente. Non avevo voglia di imbarcarmi in qualche supposto crimine per la denuncia di uno che somigliava malamente al mio chitarrista di blues preferito e non capivo nemmeno perché l’avessero spedito da me. Forse ero il solo disponibile o forse qualche buontempone voleva giocarmi uno scherzo.

Quello un poco si inalberò, aveva capito subito che non lo stavo degnando dell’attenzione che la notizia di cui era latore meritava secondo lui.

“Non tagliato agente, ma strappato.”

“In che senso strappato?”

“Strappato, come se qualcuno glielo avesse afferrato con le tenaglie e tirato via di forza. Sanguinava come un maiale sgozzato e nella mano destra stringeva una grossa pistola.”

Tesi le orecchie, il tizio forse era incappato in qualcosa di brutto senza rendersene conto, perché una cosa era incrociare un uomo che si tiene il naso o quello che ne rimane con una mano per impedirgli di sanguinare e un’altra è che nella mano che dovrebbe risultare libera ci si trovi invece un’arma pronta ad ammazzare la gente.

“Aspetti un momento,” dissi mettendomi dritto sulla sedia e appoggiando i gomiti sul ripiano della scrivania. “Ha detto una pistola?”

L’altro annuì con soddisfazione evidente per aver finalmente risvegliato il mio interesse e ridacchiò mostrando la fogna ambulante dei suoi denti ridotti a moncherini dalla carie. Si grattò quasi con violenza il viso e sgranò ripetutamente gli occhi, le pupille erano dilatate e probabilmente l’effetto della dose mattutina cominciava a svanire.

“Una grossa pistola con uno di quei tubi che si avvitano alla canna per smorzare il rumore dello sparo.”

“Un silenziatore.”

“Proprio quello. L’ho visto in un film dove Tom Cruise impersonava la parte di un killer che…”

Agitai entrambe le mani per bloccare sul nascere il racconto di qualcosa in cui Cruise fosse protagonista semplicemente per il fatto che era un attore che mi stava sull’anima. Non negavo che fosse bravo, niente da dire sulla sua recitazione anche se quel suo sorriso meritava a volte di essere preso a calci sui denti, ma era proprio la sua faccia a urtarmi. Non lo sopportavo, questione di pancia, come quando incontri qualcuno che subito ti resta antipatico senza che ti abbia mai fatto niente di male.

“Va bene, va bene, ho capito, aveva in mano una pistola con il silenziatore. E poi cosa ha fatto?”

“Chi?”

“Lei. Come ha reagito quando si è accorto che quello non solo aveva il naso strappato ma era anche armato?”

“Ah, sì. Dunque, io entro nel portone del palazzo dove abita mia sorella…”

“A che piano sta?”

“Come dice?”

“Sua sorella, a che piano sta.”

Anthony Roundtree si sfregò a lungo la punta del naso, poi disse: “Al quinto.”

Avevo cominciato ad annotare sul mio taccuino, non volesse mai il cielo che la storia contenesse un fondamento di una qualche rilevanza e che prendere sottogamba le dichiarazioni del tizio fosse causa poi di una ramanzina da parte del tenente Dennison, il mio capo insomma con il quale ultimamente non legavamo troppo anche se le motivazioni trascendevano l’ambito professionale. Non vorrei farla lunga, ma quel bastardo, figlio di puttana, rotto in culo di Dennison è stato la principale ragione del fallimento del mio matrimonio, il che vuole significare che il signorino se la faceva con Wallace mentre io mi sbattevo da una parte all’altra della città per correre dietro a tutte le puttanate che continuamente saltavano fuori. Insomma, ero sempre quello che doveva stare a rincorrere le rapine, gli omicidi e i crimini vari che rallegrano la quotidianità della nostra amata metropoli solamente per essere tenuto lontano da mia moglie di modo che i due fedifraghi potessero sollazzarsi allegramente alle mie spalle. E pensare che ero stato proprio io a creare l’occasione per dare inizio alla tresca invitando Dennison a cena per una festa del Ringraziamento, impietosito dal fatto che l’impostore si era lamentato della sua condizione di uomo single, abbandonato da tutto e da tutti.

“Continui pure,” dissi continuando a scrivere. Roundtree si era gasato e non si fece pregare.

“Dicevo che entro nell’androne del palazzo…”

Lo interruppi di nuovo.

“Il portone era chiuso o aperto?”

“Il portone ha la serratura scassata e rimane sempre aperto, giorno e notte.”

“Poco prudente di questi tempi.”

“Non lo dica a me, non è la prima volta che ci trovo dentro qualche vagabondo con i suoi stracci in cerca di un posto dove passare la notte.”

“Ma l’uomo con il naso staccato non era un vagabondo.”

Roundtree si agitò sulla sedia.

“Per niente. Sembrava uno di quei tipi che si vedono al cinema, un mafioso, con la giacca di pelle nera e i pantaloni con la piega.”

“Un mafioso, eh?”

“Proprio così, un mafioso.”

“Non è che ci sta ricamando sopra, signor Roundtree.”

Lui scosse la testa.

“Sembrava un mafioso le dico, ed era grosso come un armadio. Un bestione.”

Lo guardai negli occhi alla ricerca di un sintomo che convalidasse la mia ipotesi, io i contaballe li fiuto lontano un chilometro, ma quel mentecatto non sembrava in grado di inventarsi una storia senza capo né coda giusto per venire a rompere le balle in un distretto di polizia. Per quanto possiate storcere il naso vi posso assicurare che esiste un mucchio di gente che si presenta qui a raccontare di aver vissuto gli episodi più incredibili spinti da chissà quale molla, esibizionismo, follia o fanatismo. Vai a sapere. Una donna alcuni giorni fa voleva denunciare di essere stata rapita dagli alieni mentre aspettava che la lavatrice terminasse di fare la centrifuga. Gli ometti verdi, a sentire lei, l’avrebbero trasportata con un raggio sulla loro astronave e sottoposta ad esperimenti di vario genere. Ho cominciato a dubitare della sua versione quando insisteva nel dire che il comandante del commando alieno era Elvis Presley finalmente riuscito a ritornare fra la sua gente. Un altro era venuto a lamentarsi del fatto che sua moglie era fuggita con il postino, ma quando siamo andati ad interrogarlo quello ci ha chiesto se avessimo mai visto la signora in questione perché se mai ci fosse capitato di vederla prima di venire a cercarlo avremmo capito da soli perché lui si sarebbe guardato bene dal compiere una simile sciocchezza. Tra parentesi la moglie l’abbiamo trovata nel freezer di casa sua, tutta intera ma ridotta ad un blocco di ghiaccio e brutta come la fame anche dopo essere stata surgelata. Il marito non sapeva spiegarci come mai fosse finita là dentro e si mise a piangere cercando di convincerci che forse vi era caduta accidentalmente mentre pescava le bistecche per la cena, povera, povera lei.

“E a questo punto cosa si aspetta che io faccia?” domandai richiudendo il taccuino su cui avevo preso i miei appunti.

Il falso chitarrista mi scrutò come se vedesse materializzata davanti a lui la contraddizione fatta a persona.

“Ma quello che fanno i poliziotti in casi come questo,” commentò anche un poco indignato.

“E sarebbe?”

“Andare a controllare se il mafioso senza naso si trova ancora nell’androne del palazzo dove abita mia sorella, i bambini potrebbero spaventarsi.”

“Quali bambini?”

“I miei due nipotini.”

Mi lasciai andare sullo schienale, quella storia peggiorava istante dopo istante.

“Ci sono di mezzo anche dei bambini?”

“I figli di mia sorella ci vanno sempre di mezzo perché il loro padre…non so se mi spiego.”

Scattai in piedi.

“Va bene così, signor Roundtree, la storia dei suoi nipoti me la racconterà in un’altra occasione.”

Si alzò anche lui.

“Allora andrà a controllare?”

Annuii.

“Faro un salto dove dice lei e speri che trovi quello che ci dovrebbe essere.”

“Il mafioso.”

“Appunto, il mafioso senza naso. Altrimenti saranno guai seri.”



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