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lavoro pubblicato martedì 28 novembre 2017
ultima lettura martedì 15 gennaio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Ricordi di Mosca

di ReedsJack. Letto 311 volte. Dallo scaffale Viaggi

Ricordi di Mosca   Arrivai a Mosca nel tardo pomeriggio di  un sabato all’ inizio di Marzo. Nel giro di poche ore dall’ atterraggio provai per due volte il desiderio di tornare indietro. La prima volta fu quando mi trovai in...

Ricordi di Mosca

Arrivai a Mosca nel tardo pomeriggio di un sabato all’ inizio di Marzo.

Nel giro di poche ore dall’ atterraggio provai per due volte il desiderio di tornare indietro.

La prima volta fu quando mi trovai in coda per il controllo passaporti. Una coda lunghissima e disordinata, i più esperti riuscivano a capire come spostarsi, ma non io … ma la mia valigia sarebbe stata da qualche parte al ritiro bagagli … come tornare indietro?!

Passo dopo passo arrivai finalmente al desk ove sedeva una severa poliziotta. Prese bruscamente il mio documento, mi guardò, mi osservò, mi scrutò … mi fece sentire in colpa per un peccato che non conoscevo.

Lesse, sfogliandole, tutte le pagine, scrisse, fece una fotocopia del visto, ottenuto con grandi difficoltà al consolato russo, con forza pose dei timbri e mi restituì il passaporto, visibilmente dispiaciuta di non aver trovato alcuna mancanza.

La mia valigia era già li che girava sul nastro trasportatore in attesa del padrone e mi avviai al secondo severo controllo, la dogana. La mia dichiarazione doganale indicava che avevo con me duemila dollari e vollero contarli tutti due volte, così, tanto per farmi innervosire.

Nella sala arrivi cercai con un po’ di ansia il cartello con il mio nome, lo riconobbi con sollievo, anche se era scritto male.

Il giovane autista, Sasha, che era stato mandato dalla ditta con cui avevo il contratto, parlava un po’ di inglese e gentilmente mi prese la valigia.

Ci avviammo verso Mosca e di nuovo fui assalito dalla voglia di tornare indietro.

Marzo a Mosca è un pessimo mese, brodi di neve e fango allagavano le strade, gli schizzi delle altre macchine sporcavano i vetri della nostra e i vecchi tergicristallo in realtà spalmavano la melma su tutto il parabrezza. Ero partito dall’Italia in una splendida giornata.

Tornare, ma dove? Avevo lasciato una situazione familiare disastrata, mi ero separato un paio di settimane prima della partenza. La vita professionale … anche peggio … l’ azienda per cui lavoravo era sull’ orlo

del fallimento, non c’ era futuro. Il caso mi aveva lanciato il salvagente di questo lavoro a Mosca e non avevo alternative.

L’ autista mi depositò in albergo, con l’ impegno di passare a prendermi il lunedi mattina alle nove.

L’ albergo era nuovissimo, apparteneva ad una società mista russo-austriaca, personale gentilissimo, buona conoscenza dell’ inglese.

Tornato in camera dopo cena accesi il registratore regalatomi dalla mia quasi (molto quasi) amante, peraltro felicemente sposata, insieme a due cassette, una di musica operistica e l’ altra dei QUEEN.

Mentre ascoltavo la musica disteso sul letto, cercando di non pensare a niente, squillò il telefono.

-Hallo! How are you, welcome to Moscow, my name is Lilia… what is your name?

-Hallo! Thank you Lilia (ma chi sei?! hai una voce dolcissima)… my name is … Roberto (non te lo dico come mi chiamo)

-Roberto, maybe you want some company…

(Ah, ecco, una mignotta, che tempismo … ma come fanno a farsi passare le telefonate dal centralino? primo dei tanti misteri russi …)

-No, thank you Lilia, I am tired (ma ha una voce bellissima, non mollarla … hai visto mai!?) but please call me tomorrow morning at ten o’ clock, I will be glad to meet you

Alle nove e quarantacinque già aspettavo con ansia la telefonata, non avevo programmi per la giornata e non avrei osato uscire dall’ albergo da solo … e poi non sapevo dove andare.

Telefonò puntuale alle dieci e promise che mi avrebbe aspettato alla reception alle dieci e trenta … e vai!

Era alta, graziosa e con un viso simpatico, ma non proprio bellissima come ci si immagina che siano tutte le donne russe. Avendo giudicato positiva la mia reazione al suo aspetto, propose di accompagnarmi in una passeggiata turistica, contando, evidentemente, in un finale con una generosa “mancia”.

Ricordo poco di quel che vidi quel giorno, ero piuttosto frastornato, ma imparai due importante parole per coloro che non vanno solo a piedi: perekhod, il passaggio, a volte lunghissimo, tra due linee metro entro la medesima stazione e razvorot, il punto preciso in cui si può fare inversione di marcia sulla strada, un curioso balletto delle auto.

Dopo aver camminato, viaggiato in metro e taxi, ci fermammo in un caffè del centro, vicino alla Piazza Rossa. Prima di partire avevo acquistato al Duty Free un flacone di profumo francese, non ricordo quale, mi ero ripromesso di regalarlo alla prima ragazza che avessi incontrato e così feci. Dal suo viso raggiante pensai che già questa sarebbe stata una ricompensa adeguata per il tempo passato con me.

Ma capii che aveva qualcosa in mente. Mi trascinò in un bellissimo negozio di alimentari, molto fornito (uno dei pochi) e li imparai un’ altra parola, ochered’ , la fila. Fai la fila per arrivare al bancone dove sono esposte le merci, scegli e fai la fila alla cassa (pagai con la carta di credito), dove ti danno tanti scontrini quanti sono gli articoli da acquistare e fai di nuovo la fila per farteli dare.

Con caviale rosso, vodka, pane, burro, panna acida, ortaggi e salame prendemmo un taxi e ci recammo nel suo appartamento, un monolocale un po’ in periferia.

Era l’ ora giusta per uno spuntino, ma a me stava venendo un altro desiderio. Lo stress degli ultimi giorni prima della partenza, l’ eccitazione di fronte a quella che mi sembrava una avventura nel vuoto e la deliziosa voce di Lilia mi stavano provocando dolore ai testicoli, che sembrava volessero esplodere.

Attesi educatamente, e a malincuore, il termine del pranzo, poi l’ abbracciai e la sospinsi un po’ bruscamente verso il letto. In un attimo mi ritrovai con il preservativo infilato e tutto finì in meno di un minuto. Non tutto. Mi alzai per gettare il preservativo usato nella spazzatura, e tornato in camera mi feci una tartina e un sorso di vodka. Notai uno sguardo malizioso. Mi offrì la bocca per un veloce ma efficace minet’ (l’ ho imparata dopo) e questa volta l’ amplesso fu più dolce e lungo, raggiungemmo l’ orgasmo quasi insieme.

Rimasi da lei fino a sera e ci fu tutto il tempo per un terzo amplesso, i testicoli si erano calmati.

Poi mi raccontò di se, non era una professionista, ma aveva preso l’ impegno di pagare gli studi universitari per il fratello minore. Il numero di telefono in albergo? Gli alberghi non avevano il centralino e ogni camera era dotata di un normale numero di telefono urbano, bastava dare qualche rublo alla reception e ne entravi in possesso.

Mi rivestii e lasciai cento dollari sul comò, ben spesi. Lei fece finta di non vedere e mi accompagnò in strada a prendere un taxi, contrattò la cifra e pagò, io non avevo rubli e non bisognava mostrare i dollari.

Lunedi lasciai l’ albergo per trasferirmi in un appartamento e non la rividi più.



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