ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato domenica 26 novembre 2017
ultima lettura sabato 23 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il non plus ultra del campeggio

di passerotto22. Letto 422 volte. Dallo scaffale Viaggi

IL NON PLUS ULTRA DEL CAMPEGGIO     La prima volta con la tenda ancora oggi mi viene in mente come un’ esperienza che ho vissuta in mezzo a tanti inconvenienti ed anche con non poca apprensione, anche se poi lo scolorimento delle s...

IL NON PLUS ULTRA DEL CAMPEGGIO

La prima volta con la tenda ancora oggi mi viene in mente come un’ esperienza che ho vissuta in mezzo a tanti inconvenienti ed anche con non poca apprensione, anche se poi lo scolorimento delle sensazioni sotto la luce impietosa del tempo ed altre ben più dure circostanze della vita hanno trasformato quella storia in un simpatico ricordo come lo sono le cose dei begli anni passati, soprattutto del periodo di quella gioventù che vado cercando inutilmente in tutti i cassetti, i nascondigli ed i ripostigli del mio appartamento, ma che, incredibilmente, non mi riesce più di ritrovare.

Tutto cominciò quando un amico, possessore di una classica tenda canadese a due posti, mi invitò ad intraprendere quella che per me, mollaccione abitante metropolitano il cui maggior disagio fino a quel momento era stato il salire le scale di casa a piedi con accompagnamento lamentoso per indisponibilità dell’ascensore, si presentava più o meno come un’ avventura nell’impervia giungla abitata dai tagliatori di teste.

La meta della nostra impresa (non so chiamarla diversamente) era l’altopiano silano di Silvana Mansio, una frazione del comune di Serra Pedace in provincia di Cosenza, da cui si potevano raggiungere senza grosse difficoltà gli invasi artificiali che formano i laghi di Arvo e di Cecita.

Qui avremmo potuto accamparci in una delle grandi pinete del posto, ai cui confini sorgevano agglomerati di tipiche graziose villette in legno per il turismo di èlite di privilegiati che potevano permettersi di andarsi a godere quei paesaggi ancora vergini ed incontaminati.

Dalla descrizione era una cosa che entusiasmava; aggiungendo a ciò la voglia di avventura e la sete di conoscenza dei venti anni, in un paio di giorni fummo pronti per la partenza.

Il viaggio in treno fino alla stazione di Paola fu velocissimo e senza problemi.

Qui giunti, però, le nostre sventure cominciarono con il treno che ci portò da Paola a Cosenza. Ricordo che era, come appresi in loco, una tratta a binario unico con ausilio di cremagliera in alcune zone del tracciato: mi venne in mente mio nonno che raccontava che, ai suoi tempi, quando si doveva intraprendere un viaggio abbastanza lungo e periglioso, da come erano i collegamenti a quei tempi, più di uno faceva testamento perché non sapeva né se, né come, né quando sarebbe tornato.

Ebbene, quella fu una delle occasioni in cui potetti rallegrarmi di essere solo uno squattrinato studentello, senza avere necessità di disporre lasciti per gli eredi, perché ero quasi sicuro che sarei giunto alla mia estinzione fisica prima che terminasse quel viaggio.

Come mi sbagliavo! Chi non sa cosa possa essere una sofferenza di viaggio, credo infinitamente peggiore di quella che avrebbe potuto comportare, che so, una diligenza del far-west, allora non ha mai viaggiato su quella tratta che collegava Cosenza a Camigliatello Silano. Innanzitutto, era un viaggio che poteva arrischiarsi ad affrontare soltanto chi godesse di un ottimo stato di salute, controllato e verificato in tutti i particolari, avesse una pazienza da battere Giobbe con notevolissimo scarto ed avesse dimenticato l’orologio da polso a casa, perché avrebbe rischiato di impazzire se avesse tentato di calcolare la velocità di crociera, visto che il tempo per percorrere un centinaio di metri rientrava nell’indefinibile. Io avevo conosciuto, da piccolo, la linea della Ferrovia Circumvesuviana gestita dalle SFSM, che credevo che fosse la più lenta del mondo perché mi avevano detto (e pare che fosse proprio un fatto reale!) che la società di gestione avesse in corso richieste di risarcimento provenienti dai proprietari dei terreni attraversati dalla strada ferrata, perché sembra che i passeggeri avessero il tempo di scendere dal treno, andare a cogliere la frutta e poi risalire in carrozza.

Nella Ferrovia calabro-lucana (o calabro-lumaca, come veniva più giustamente definita) pensai che fosse una fortuna che dovesse inerpicarsi, sempre con la solita cremagliera, oltre i 1000 metri, dove la piantagione della vite non dà buoni risultati: altrimenti, lì ci sarebbe stato il rischio che i passeggeri scendessero a cogliere l’uva, a schiacciarla, a metterla nei tini, stessero ad attendere la fermentazione e la vinificazione per brindare alla salute dei proprietari dei campi, prima che il trenino compisse il suo laboriosissimo tragitto sulla Sila.

Con il tempo, ho appreso successivamente che ci sono altri colleghi del nostro mezzo di trasporto (come per esempio quelli delle Ande sudamericane) che sono temibili concorrenti di quelli calabresi in quanto a lentezza. Però, sono convinto che quello su cui salii io, forse perché si sentiva particolarmente in forma quel giorno, avrebbe dato del filo da torcere anche al vincitore del campionato mondiale delle tartarughe zoppe (dove ovviamente veniva premiato l’ultimo arrivato).

Proposi al mio amico di cominciare ad avviarci a piedi per andare a montare la tenda e poi tornare a prendere le valigie quando quella specie di super-jet all’ incontrario fosse arrivato, sperabilmente, alla stazione, ma il mio amico obiettò che non si poteva fare perché pare che in quella zona fosse stato istituito un divieto di sorpasso dei treni da parte dei passeggeri. Infatti, sembra che i macchinisti, se fossero rimasti soli, avevano timore di essere rapinati dai banditi che sarebbero potuti salire sulla motrice e poi discenderne in tutta comodità.

Quasi incredibilmente, alla fine, riuscimmo a mettere piede a terra e, con l’ausilio di qualche anima buona che ci diede un passaggio in auto, giungemmo, contro ogni previsione, a raggiungere la meta dei nostri sogni.

Il paesaggio era veramente meraviglioso e ben presto ci fu possibile trovare un luogo idoneo per piazzare la nostra tenda in una pineta al confinare di questa con un gruppo di graziose casette. Il montaggio della nostra casa provvisoria ci diede immediatamente del filo da torcere, perché mentre il mio amico Gino fissava i picchetti io avrei dovuto mantenere in piedi uno dei paletti interni. Però, la prima volta, non essendo pronto alla tensione che egli stava imprimendo al primo picchetto, me ne andai appresso a lui con tutta la tenda che faticosamente eravamo riusciti a spiegare secondo la debita conformazione. Quando poi tirai su il paletto, se ne venne invece via il picchetto che Gino non aveva finito di fissare a causa dell’incidente precedente. Seguì poi la storia dei ganci da legare alle palerie…insomma, per non far soffrire il lettore insieme a noi, diciamo che riuscimmo a sudare ad una quota di circa 1500 metri avendo addosso solo i vestiti leggeri con cui eravamo partiti da casa, ma alla fine la spuntammo: la tenda era stata montata, anche se a costo di sanguinosi sacrifici.

A questo punto, sorse però l’altro problema della eccessiva durezza della zona di appoggio del corpo: infatti, io avevo commesso il grosso errore di fidarmi, a causa della mia inesperienza, di quanto asseriva il mio amico a proposito della morbidezza del letto che sarebbe stato costituito dagli aghi di pino sotto quella specie di tappetino di plastica rivestito con un piccolo strato di gommapiuma (o, perlomeno, a me quello sembrava) su cui avremmo dovuto poggiarci a dormire. In realtà, sembra che gli aghi di pino non fossero stati informati di questo loro dovere, per cui mi risultavano duretti e pungenti; perciò, stimammo opportuno rivolgerci agli abitanti dei villini lì nei pressi per farci dare qualcosa che servisse ad attutire un po’ l’ ispidezza del contatto. Fummo fortunati, perché ci regalarono del fieno che avevano in eccesso (“Tanto, dovevamo darlo lo stesso agli animali”, ci dissero con una apprezzabile finezza di espressione) e con quello potemmo rimediare un giaciglio più adatto alla bisogna.

Però, l’informazione più preziosa che ricevemmo fu un’altra. Dopo aver guardato i nostri abiti leggeri ed il luogo dove avevamo piantato la tenda, ci chiesero come fossimo attrezzati in quanto a vestiti e coperte e se avessimo almeno i sacchi a pelo. Al nostro diniego perché, tanto, si era agli inizi di agosto, ci guardarono con una certa commiserazione che faceva male al cuore e dissero, mi ricordo ancora, testualmente:

“Ma qui, se comincia a far freddo, vi farà scappare in piena notte, con tenda, baracca e burattini”.

Letteralmente choccati da questa affermazione, ci ripromettemmo di scendere a quote inferiori il giorno appresso e di andare anche in città per provvederci meglio di materiale anti-freddo.

Intanto, però, c’era da affrontare la nottata incombente.

Il materiale di cui era fatta la tenda sembrava abbastanza antitraspirante ed in condizioni di ripararci a sufficienza, ma chi poteva dirlo?

Verso le nove di sera ci ritirammo sotto la tenda (espressione che sembra mutuata pari pari dall’episodio dell’ Iliade in cui Achille si apparta sdegnato perché gli avevano fregato la schiava) indossando uno sull’altro due paia di pantaloni e due maglioni di lana che erano le massime protezioni di cui potevamo disporre contro il freddo, ci distendemmo vicinissimi l’uno all’altro per non far disperdere il calore dei nostri corpi e ci coprimmo con quattro strati di coperte di lana (quattro plaid scozzesi, che avevamo portati due a testa). Spegnemmo la lampada a gas e ci predisponemmo alla tremenda nottata.

A dire il vero, però, tutto questo freddo io non lo sentivo, anzi avvertivo che la temperatura sotto le coperte era abbastanza elevata, tanto che stavo cominciando a sudare, ma pensai che questo fatto dovesse attribuirsi allo stato di agitazione interna creatomi dentro dalla suggestione dei banditi calabresi che avrebbero potuto facilmente assalirci, completamente isolati ed indifesi come eravamo, oppure dei tristemente famosi lupi della Sila. Cercavo di capire, nel buio, se il mio amico dormisse o se avesse gli stessi miei problemi: il ritmo del respiro sembrava calmo e regolare, quando improvvisamente ebbe un sobbalzo e si sollevò a sedere gridando: “Chi è?” “Chi è chi, dove?” gli feci eco immediatamente io.

“Ssssh, ascolta!”.

Mi posi con attenzione a cercare di capire a cosa si stesse riferendo Gino ed udii anche io: aveva ragione! Si sentivano distintamente dei rumori, come di passi che stessero girando tutt’intorno alla tenda.

Accesi la lampada a gas e ci consultammo sul da farsi: certo, non potevamo starcene lì dentro in attesa che ci assalissero! Fortunatamente, avevo portato un grosso coltello da cucina che costituiva un’arma vera e propria. Tirammo a sorte e toccò al mio amico di uscire fuori.. Egli impugnò con decisione il coltello e si lanciò fuori gridando: “Chi è, chi c’è? ?!!!””, mentre io mi ero appostato all’ingresso della tenda, pronto a saltare addosso alle spalle di qualche malintenzionato.

Ma….niente! Fuori, tra i pini, si scorgeva una meravigliosa e serena volta stellata, mentre la temperatura era leggermente fresca, ma assolutamente piacevole.

A questo punto, comprendemmo anche cosa fossero i “passi” che avevamo sentito: in realtà, si trattava del rumore degli aghi di pino che cadevano al suolo a dare quella strana sensazione al di sotto della tenda!

Però, lo svolgimento della serata aveva avuto un’ altra spiacevole conseguenza: avvertivo che mi si era mosso qualcosa a livello intestinale ed avevo un urgente bisogno di lasciarmi andare ad una certa forma espressiva.

Come mi appostai per quella esigenza, immediatamente mi trovai addosso una intera tribù di formiche e ragni che avevo probabilmente disturbato.

Dovetti allontanarmi in fretta e furia, mentre avvertivo l’urgenza di avere a disposizione l’acqua corrente del mio W.C. di casa. Ci avviammo a piedi nella notte in cerca di acqua, anche perché ormai il sonno se ne era andato.

Mentre camminavamo al limite di un campo, avvertimmo però all’improvviso un abbaiare furioso di cani che si avvicinava; prendemmo, perciò, una corsa che ci portò a tornare alla tenda in un tempo-record che era circa un quarto di quello impiegato ad allontanarci,

Rimproverandoci reciprocamente la nostra sbadataggine (che, nell’occasione, era sinonimo di tremarella inconfessabile) riuscimmo, alla fine, a giungere ancora vivi allo spuntar del sole, ma con un febbrone da cavallo dopo una nottata come quella.

Appena la quantità di luce ce lo permise, smontammo la tenda come da giuste previsioni degli indigeni, ci caricammo gli zaini a tracolla e ci ponemmo a fare l’autostop sulla strada principale.

La prima auto a passare fu quella di un prete di mezza età, ma costui, da vero benefattore, pensando misericordiosamente che rientrava a tutto vantaggio delle loro anime che gli esseri umani facessero un po’ di espiazione perché chi è senza peccato avrebbe dovuto scagliare la prima pietra (solo che in quella circostanza non ne avevamo, incresciosamente, a portata di mano), ci lasciò sotto il sole di agosto che scottava: però, ad onor del vero, devo dire che ebbe la buona educazione di abbassare leggermente la testa in segno di saluto.

Dopo quattro o cinque tentativi falliti, ci fu finalmente un angelo sotto le spoglie di un camionista che si degnò di prendere a bordo due derelitti escursionisti falliti.

Purtroppo, però, era un angelo tifoso di calcio: come seppe il nome della nostra città, che era nemica acerrima della squadra della sua, ci ingiunse immediatamente di scendere dal suo automezzo, anzi ci disse di doverlo anche ringraziare perché egli era un tipo pacifico!



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: