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lavoro pubblicato venerdì 24 novembre 2017
ultima lettura venerdì 20 settembre 2019

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Alla moda degli indiani pellirosse

di passerotto22. Letto 730 volte. Dallo scaffale Generico

ALLA MODA DEGLI INDIANI PELLIROSSE   Pare che gli indiani pellirosse d’America si attribuissero il nominativo personale in riferimento ad avvenimenti particolari che li interessavano, si trattasse di gesta guerresche, di particolari abil...

ALLA MODA DEGLI INDIANI PELLIROSSE

Pare che gli indiani pellirosse d’America si attribuissero il nominativo personale in riferimento ad avvenimenti particolari che li interessavano, si trattasse di gesta guerresche, di particolari abilità nella caccia oppure di qualità personali. Sembra, anzi, che, se fossero intervenuti fatti nuovi degni di maggior nota, i nomi venissero cambiati in riferimento e memoria dei nuovi accadimenti.

Io, come tanti che erano ragazzi qualche annetto fa, conoscevo, più che altro, i nomi delle tribù dei Comanches, dei Seminole e degli Apaches più in generale, che evocavano terribili combattimenti contro i soldati visi pallidi, e soprattutto quello dei Sioux che avevano sconfitto il favoloso 7° Cavalleggeri del generale Custer (quello del disastroso combattimento del Little Big Horn), mentre gli appellativi dei singoli guerrieri mi erano per la maggior parte sconosciuti, tranne quelli di qualche capo di maggiore importanza di cui si dirà dopo.

Naturalmente, anche al militare bianco erano stati assegnati i nomi alla moda indiana, tanto che era noto nelle tribù come “Lunghi capelli” (evidentemente doveva trattarsi di un capellone ante litteram) o anche come “Deretano duro”. Quest’ultima espressione, in verità, mi era sembrata, all’epoca, alquanto strana, anche perché facevo fatica ad ammettere che un combattente di quel genere si fosse mai fatto tastare il deretano da qualche indiano. In realtà ci radunavo poco anche con i nominativi di “Cavallo pazzo”, il grande capo che si scontrò con Custer e la sua armata, di “Toro seduto”, “Due lune” e “Coda macchiata”.

Ora, mentre con “Coda macchiata” e “Cavallo pazzo” mi convinsi che si trattava di animali un po’ particolari con cui i due guerrieri dovevano essersi coperti di gloria, per “Due lune” conclusi che doveva essere presumibilmente un tipo un po’ strambo (per l’appunto, lunatico che aveva una volta la luna diritta e una volta quella di traverso), mentre “Toro seduto” mi diede parecchio filo da torcere, perché non avevo mai avuto conoscenza di tori che preferissero star seduti anziché in piedi o sdraiati. A ciò si aggiungeva quella stranezza del deretano del generale Custer, che mi faceva dubitare delle sue qualità virili.

Col passare del tempo e con l’accrescimento delle conoscenze circa l’andamento di tanti rapporti, mi convinsi poi che l’appellativo di “Toro” dovesse essere stato affibbiato al gran capo in relazione alle scarse virtù coniugali di quella vacca della sua signora, mentre l’attributo di “seduto” si riferiva al fatto che, proprio per questo, preferiva non farsi vedere molto in giro ma starsene invece a gambe incrociate nel suo wigwam a pipparsi in pace la sua roba.

La questione del deretano del generale, a dire il vero, mi ha impegnato tanto più a lungo, ma poi ho concluso che, in qualche scaramuccia contro i selvaggi, doveva essere stato catturato e poi seviziato dai pellirosse. In questo modo, anche la follia di “Cavallo pazzo” trovava una sua giustificazione nell’ essere stato poi costretto a combattere contro il proprietario di quel deretano che, con la sua sodezza, doveva averlo conquistato completamente. Boh, chissà, misteri indiani! (in verità, solo negli ultimi tempi ho infine accertato che il nomignolo si riferiva alla sua capacità di star seduto in sella per molte ore senza soffrire di conseguenze al posteriore).

A questo punto, qualcuno si chiederà e mi chiederà da cosa si origini questo discorso sui nomi indiani e dove voglia andare a parare.

Ecco, il tutto è nato dallo strano nomignolo che è stato affibbiato ad un tale Diodato conosciuto tempo fa, nomignolo che mi ha richiamato alla memoria tutta questa bella storia.

La denominazione in questione, proprio di classicheggiante memoria pellirosse, era “Dorme-in-piedi”.

Meno male che pare che sia proprio vero l’ antico detto “Abbi fortuna e dormi”, o almeno che lo fosse per lui.

Infatti, la buona sorte di Diodato, allo stesso modo della sua capacità di astrazione dalla realtà, era addirittura proverbiale.

Si pensi, ad esempio, che era capace di attraversare una strada di grande traffico, alla moda delle grandi comiche, leggendo un libro senza essere neppure sfiorato dagli autoveicoli che passavano veloci. Anzi, qualche volta, stranamente, si era fermato all’improvviso per riflettere su qualcosa che aveva letto, evitando così di essere investito da qualche automezzo che non avrebbe potuto assolutamente evitarlo se avesse proseguito; lui, però, non se ne interessava e tirava diritto per la sua strada, senza rendersi neppure lontanamente conto del pericolo corso.

Naturalmente, il fatto di avere sempre la testa tra le nuvole non lo aiutava affatto nel suo lavoro di bibliotecario, tanto che spesso e volentieri dimenticava di registrare i libri dati in prestito. Tuttavia, non c’erano problemi: con la sua fortuna, tutti quelli che avevano prelevato volumi non annotati li riportavano tranquillamente e puntualmente. C’è da scommettere, in proposito, che un funzionario molto più attento e pignolo di lui non avrebbe potuto assolutamente tenere quella media del cento per cento delle rese che egli otteneva praticamente senza volerlo e senza rendersene conto.

Certo, con quella testa gliene capitavano di tutti i colori.

Una volta, completamente assorbito dai suoi pensieri, ogni tanto sollevava la testa e guardava con intensità il suo collega di lavoro al banco adiacente della biblioteca. Ad un certo punto, questi, colpito da quell’ atteggiamento, gli fece: “Ma che cos’ hai? Sembra che, dopo tanti anni di lavoro, mi veda oggi per la prima volta!” “Ah, ecco perché mi sembrava di averti già conosciuto da qualche parte!”.

Comunque, forse l’avvenimento più strano di cui si rese protagonista si svolse una mattina nell’autobus che lo conduceva quotidianamente al lavoro.

Quella volta, Diodato, subito dopo aver preso posto, si era sprofondato nella lettura di un libro che lo assorbiva completamente, isolandolo dal resto del mondo circostante.

In questo modo, non soltanto aveva saltato la fermata prossima al suo luogo di lavoro, ma era giunto inavvertitamente fino al capolinea dell’automezzo ed era ormai tornato nei pressi della sua fermata abituale. A questo punto, alzando gli occhi dal libro, si era accorto che si trovava sì nel punto in cui doveva scendere, ma anche che l’autobus stava percorrendo la strada nel verso opposto a quello in cui aveva sempre proceduto.

“Ferma, ferma! Avete sbagliato senso di marcia!” prese a gridare, tra lo stupore dei presenti. Sfortunatamente per lui, in quel momento era lì presente il controllore che gli chiese di esibirgli il biglietto. Ovviamente, l’orario era abbondantemente scaduto, per cui Diodato si vide appioppare una salatissima multa di cinquanta euro.

“Beh?” direte voi “Allora dove era andata la fortuna di Dorme-in-piedi stavolta?”

Ascoltate il resto.

Colpito dall’avvenimento, il bibliotecario decise di giocare al lotto l’orario del fatto (9 e 42), il numero dell’autolinea (11) e l’importo della multa (50).

Ebbene, ci credereste?, prese la quaterna.



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