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lavoro pubblicato mercoledì 22 novembre 2017
ultima lettura sabato 16 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

D-DAY

di Daryl94. Letto 324 volte. Dallo scaffale Storia

“Alla mia amata Erica” “Oramai non posso più tornare indietro, tra pochi minuti ci sbarcano, ho solo il tempo per scrivere q...

Alla mia amata Erica”
“Oramai non posso più tornare indietro, tra pochi minuti ci sbarcano, ho solo il tempo per scrivere queste parole. Ho paura, e in cuor mio so che quando riceverai questa lettera io non ci sarò più.
Ero un ragazzo quando mi sono arruolato, ora sono un uomo, e vorrei fare qualsiasi cosa per renderti fiera di me, che non sia questo, che non sia scriverti quest'ultima lettera.
Voglio solo dirti, ti amo, e mi dispiace, pregherò, sperando che non mi succeda niente, che io sopravviva. Fatti forza, ci rivedremo te lo prometto, in questo mondo o nell'altro. Ti amo con tutto il mio cuore, ti amerò sempre. Io ci sarò..

Kade”


Il suono del fischietto da parte del nostromo mi riportò alla realtà, piegai la lettera inserendola nella busta, mi alzai dal mio angolino assieme a decine dei miei compagni di plotone. Lentamente ci spostammo verso il centro della nave trasporto dove calati in acqua aspettavano i mezzi da sbarco, il Sole doveva ancora alzarsi.
Mi allacciai l'elmetto, e dopo misi a tracolla il fucile per aver libere le mani, appena passai a fianco all'addetto consegnai la lettera nelle sue mani frettolosamente, perché non ero l'unico. Molti stringevano fra le dita pezzi di carta, con parole di tristezza, di addio. Guardai i volti di ragazzi di soli diciotto anni -più giovani di me di solo cinque anni-, pallidi, spaventati, nemmeno l'ombra di un sorriso. Non c'era ritorno dove andavamo.
Dopo una decina di metri ci siamo calati nelle imbarcazioni tramite grosse reti poste ai fianchi della nave, aiutai alcuni compagni a scendere. Ci posizionammo su due file, dovevamo essere una trentina, il capitano era davanti, io mi trovavo al centro del gruppo. Alzaì gli occhi oltre il parapetto, le centinaia di navi sia da trasporto che da guerra, e una moltitudine di mezzi da sbarco. Dalle voci nella mensa si diceva fossimo un milione di soldati, e quelle poche ore di sonno erano state portate via dai suoni dei bombardamenti sulle coste.
Il motore del nostro veicolo si accese riportandomi alla realtà, il cuore iniziò a battermi forte, con velocità costante ci avvicinavamo sempre più alle coste della Normandia, ed effettivamente, nessuno di noi sapeva cosa aspettarsi. La sorpresa aveva funzionato? Il bluff? I tedeschi erano caduti nell'inganno? O ci aspettavano sulla spiaggia?
Chinai il capo lasciandomi cullare dal movimento delle onde, potei pensare ad Erica, mi manca, terribilmente. Imprecai sottovoce ritenendomi una stupido per essermi cacciato in questo guaio, dopotutto ero volontario. Quante promesse ti facevano, quanta pubblicità, arroganza e quante bugie. I ricchi politici se ne stanno comodi sulle loro poltrone, a bere whisky e brindare alla vittoria americana, mentre noi moriamo giorno dopo giorno, nell'anima e nel corpo.
Sputai a terra dal disprezzo, dalla rabbia, strinsi i denti e alzai lo sguardo per ammirare il cielo chiaro e grigio, e le terre dinanzi a noi che prendevano forma.
Alcuni aerei passarono sopra le nostre teste, i cannoni degli incrociatori e corazzate alle nostre spalle spararono salve su salve di proiettili. Quando avranno smesso, vuol dire che toccava ai soldati, a me, ad ogni uomo presente con un fucile in mano.
Volsi lo sguardo alla mia sinistra, il ragazzo che vedevo tremava come un ramo al vento, giovane, una recluta da come era ben messa la divisa, neanche uno strappo, ne un graffio all'elmo. Rammentai in quel momento quanto ero stato fortunato due anni prima, appena sbarcato in Africa, ero come lui, un giovane soldato senza la minima esperienza. Al campo di addestramento ti raccontavano, ti spiegavano com'era la guerra, ogni cosa cruenta, ogni dettaglio. Ripeti a te stesso che puoi farcela, di essere preparato, controllato, e invece, appena metti piede nel vero conflitto armato...non sai cosa fare, assalito dal terrore.
Portai la mano in cima al mio elmetto, tastai la piccola scavatura di pochi millimetri, il proiettile sfortunato di un cecchino tedesco che aveva colpito la parte più spessa del metallo. Se non ci fosse stata il dardo di ferro avrebbe scavato dentro il mio cranio a partire dalla fronte fino a sbucare dall'altra parte per poi rimbalzare contro l'interno del casco. Fortuna, pura fortuna sfacciata.
Il tizio davanti a me vomitò a terra, arricciai il naso per il disgusto, ma ero comprensivo nei suoi confronti, anch'io sentivo che la colazione poteva tornarmi su da un momento all'altro.
Deglutii, decisi di accendermi una sigaretta per calmare i nervi, stessa cosa fece il capitano in cima al gruppo.
Il rombare degli aerei nel cielo ci fece abbassare giù, un caccia americano prese fuoco precipitando giù fino a schiantarsi contro le acque. Poco lontano si vedevano le moltitudini di bunker posti lungo le spiagge, non sarebbe stato facile conquistare una testa di ponte.
-Giù!- urlò il timoniere alle nostre spalle.
Mi chinai al riparo appena in tempo, un caccia tedesco ci prese di mira con le mitragliatrici, i proiettili rimbalzarono contro l'acciaio del trasporto producendo scintille. Il velivolo riprese quota inseguito da due dei nostri, si allontanarono scomparendo fra le nuvole.
-Sessanta secondi e sbarchiamo signori!- ci avvisò il capitano.
Non riuscivo a scorgere niente davanti a noi, il portellone ci ostruiva la vista, man mano che i secondi si prosciugavano le cose diventavano più nitide.
Esplosioni, il baccano ritmico delle postazioni di mitragliatrici, il boato delle batterie anticarro, urla dei soldati e ufficiali che provenivano dagli altri mezzi da sbarco attorno a noi.
Ad una decina di metri alla nostra destra un trasporto saltò in aria, colpito da chissà cosa, vidi un elmetto disegnare un arco perfetto prima di scomparire dalla mia vista. I suoni si fecero più distinti, sovrastavano ogni cosa, perfino il motore dietro di noi.
-Venti secondi! Cercate un riparo, l'obbiettivo è avanzare fino alle palizzate con filo spinato! Se rimanete fermi siete morti!-
Una colonna d'acqua si alzò di fianco a noi, sulla destra, sbandammo per le onde generate, ma con una grande manovra il guidatore ci riportò sulla giusta rotta.
-Dieci secondi!-
Ora l'agitazione e la paura si erano impadronite del mio corpo e dei miei sensi, mentalmente feci il conteggio. L'uomo due file più avanti fece il segno della croce, mentre il compagno dietro baciò le piastrine che portava al collo.
La navetta cozzò contro uno scoglio nel fondale, mi aggrappai al parapetto per non cadere, la spiaggia era lì, qualche metro.
-Abbassate la rampa!- urlò qualcuno.
Appena quel portellone di acciaio venne buttato giù come ponte di sbarco una pioggia di proiettili ci arrivò addosso. I primi dieci vennero crivellati di colpi crollando giù, le urla di dolore, le urla di ordini, il caos. Qualcuno mi spingeva per andare avanti, incespicai nel cadavere di un mio compagno, notai che alcuni scendevano lateralmente e decisi di seguire l'esempio. Dopo essermi issato su mi gettai nell'acqua gelida, alzai il fucile per non bagnarlo, dovetti farmi forza per camminare in avanti, le onde mi arrivavano alla cintola, i proiettili nemici fischiavano attorno a me. Appena messo piede sulla terra ferma Un medico cadde a terra dinanzi a me, zigzagai cercando disperatamente un riparo, dovetti gettarmi a terra, mezzo secondo dopo la terra esplose per un mortaio generando un profondo cratere.
Mi rialzai alla svelta trovando rifugio dietro un carro armato distrutto, avevo il fiatone, strinse il fucile come se fosse la mia unica salvezza. Tutto intorno giacevano decine e decine di cadaveri, pezzi di carne, braccia e gambe. Una carneficina.
Sbirciai oltre il bordo dei cingoli, i bunker si ergevano minacciosi facendo scempio di chiunque osasse avvicinarsi. Il fuoco delle mitragliatrici, luci nel nero delle feritoie, la sabbia si alzava scossa e smossa da ogni genere di colpo. Sparai qualche colpo nel tentativo di fermare il nemico, troppo lontano, trattenni il respiro uscendo allo scoperto, mi coricai dietro i pali di acciaio incrociati, utilizzati dai tedeschi per bloccare lo sbarco quando l'acqua si alzava. Ora offrivano un piccolo riparo a noi americani.
Strinsi i denti, la terra non smetteva di tremare, i miei compagni d'armi morivano come mosche, tranciati dalle raffiche di piombo, alcuni gridavano aiuto, con il sangue che colava a fiumi dalle ferite. Un poveraccio camminava trascinandosi dietro la sua arma con il braccio staccato incastrato fra il caricatore, il viso era catatonico, sotto shock, aveva perso la testa. Chiusi gli occhi quando egli crollò giù nella sabbia.
Tutto questo è una follia.
Qualcosa mi ferì di striscio sulla spalla, guardai avanti verso il punto di ritrovo vicino alle palizzate, lì si stavano ammassando i gruppi superstiti per organizzare l'offensiva.
Un altro cratere si formò alle mie spalle, dovevo decidermi a fare qualcosa, risposi al fuoco dal mio riparo, il mio cuore si bloccò vedendo che una delle postazioni aveva smesso di sparare, di slancio mi misi a correre a più non posso, mancavano più o meno settanta metri. I proiettili fischiavano attorno a me, la polvere e i detriti si sollevavano dandomi fastidio agli occhi, altri caddero giù senza pronunciare alcun suono.
Qualcosa esplose davanti a me, venni sbalzato via rovinando a terra, le orecchie fischiavano, udivo suoni ovattati, tutto ciò che vedevo pareva al rallentatore.
Cinque giovani soldati crollarono nella sabbia riempiti di buchi, tutti contemporaneamente, e allo stesso tempo un esplosione lontana scaraventava via altri malcapitati. Un medico che cercava di fermare l'emorragia ad un ferito che implorava aiuto o magari qualcuno che ponesse fine alle sue sofferenze. Un altro piangeva disteso, le mani premute a tenersi la pancia lacerata. Abbassai gli occhi incontrando lo sguardo spento di un sergente, un foro nella fronte, mi venne un conato. Strinsi i denti, i suoni stavano tornando, mi tolsi il sudore dagli occhi, raccolsi il fucile continuando l'avanzata, incespicando in una miriade di cadaveri o persone morenti.
Finalmente raggiunsi le palizzate, mi sdraiai prono sbirciando dal cumulo di sabbia, il capitano stava dando ordini alla mia destra.
-Dobbiamo aprire un varco immediatamente! Piazzate qui le cariche! Allungate il più possibile dentro questo maledetto cumulo di sabbia! Coprite chi sta piazzando!- gridò per sovrastare i suoni.
Ci misero un paio di minuti interminabili a piazzare l'esplosivo, ci allontanammo il più possibile, il soldato accanto a me morì perché aveva sollevato troppo la testa.
-Accesa! Al riparo! Al riparo!- urlò qualcuno. Abbassai la testa tenendomi l'elmetto.
La carica esplose alzando la sabbia a dieci metri da terra, pezzi di legno e ferro caddero tutt'attorno.
-Capitano! Un tank nemico si sta avvicinando!-
-Merda! Trovate un fottuto artigliere e portatelo qui! Presto!- sbraitò egli.
Se non avessimo distrutto quel carro armato ci avrebbe bloccato il passaggio appena aperto, il suo cannone sparò distruggendo un mezzo da sbarco troppo vicino alla spiaggia.
Imprecai alzandomi per tornare sui miei passi in cerca di un artigliere o almeno di un bazooka.
-Aiutami!!!- supplicò qualcuno. Non osai fermarmi, non potevo maledizione!
Incappai dopo qualche metro con l'artigliere del quinto plotone, lo riconobbi perché avevamo mangiato alla stessa tavola due sere fa, si chiamava Jones mi pare. Mi chinai appoggiando una mano sulla sua spalla. -C'è un tank tedesco che ci sbarra il passaggio! Muoviti! Dobbiamo farlo saltare!- gli gridai. L'altro annuì.
Insieme scattammo verso il varco, gettai via il mio fucile ormai scarico, al volo raccolsi un mitra Thompson fornendo al mio amico un fuoco di copertura contro le postazioni del bunker alla nostra sinistra. Il carro armato era davanti a noi, quando una salva di proiettili ci investì. Dalla mia gamba si propagò un dolore indicibile, poggiai una mano al suolo urlando. Volsi lo sguardo a Jones, lui era stato meno fortunato, dalla gola fuoriusciva un fiume di sangue, mi avvicinai trascinando la gamba, egli gorgogliò qualcosa prima di accasciarsi.
Gli chiusi gli occhi, mi sembrava di avere tutto il tempo del mondo, una fitta sotto il petto mi fece capire che non ce n'era di tempo. Non più.
Udivo le urla del capitano alle mie spalle, i soldati, le armi, i proiettili che colpivano la sabbia, il vento. Non mi ero accorto del vento. Un altro dolore lancinante alla spalla, eppure io non emettei nessun suono. Afferrai il bazooka, mi girai portandomelo sulla spalla con uno sforzo immane, strinsi i denti come se volessi spaccarli.
Mirai al carro armato premendo il grilletto. Il razzo quasi mi spinse indietro, resistetti perché non volevo perdermi lo spettacolo, non ancora.
Centrato il sotto scocca l'esplosione si propagò assieme alle fiamme dentro e fuori il tank, esso saltò in aria con una nube di fumo nera e una miriade di scintille e detriti.
I miei compagni esultarono estasiati, cominciò la corsa verso le radici dei bunker e poi ci sarebbe stata la salita, su dalle trincee e poi la testa di ponte sarebbe stata raggiunta, e la Normandia conquistata.
Le forze mi mancarono, respiravo a fatica, lasciai cadere l'arma, non resistevo più, non ce la faccio. La vista mi si offuscava sempre più, non posso fare niente per fermare tutto questo. Caddi, come tutti, perché sono solo un uomo, come diceva il prete della parrocchia nel paesino dove vivevo: cenere alla cenere, polvere alla polvere.
Mi trovai quasi a ridere mentre le lacrime scendevano rigandomi le guance sporche, ho paura, ma so che anche questa paura si sarebbe trasformata in polvere da disperdersi con il soffio del vento.
-Erica...- chiamai, quasi in un sussurro.
Il mondo si capovolse, dovevo essere caduto, gli occhi mi si chiusero e ci fu solo...tenebre, e quiete...



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