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lavoro pubblicato lunedì 20 novembre 2017
ultima lettura martedì 12 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Per sempre

di Daryl94. Letto 374 volte. Dallo scaffale Fantasia

La pioggia cadeva incessantemente sui tetti danneggiati del castello, poco era sopravvissuto all'assalto, rami rampicanti coprivano le statue dei giardini che ormai non venivano più curati da secoli. Gli affreschi sfumati dal tempo all'interno ...

La pioggia cadeva incessantemente sui tetti danneggiati del castello, poco era sopravvissuto all'assalto, rami rampicanti coprivano le statue dei giardini che ormai non venivano più curati da secoli. Gli affreschi sfumati dal tempo all'interno delle sale abbandonate rammentavano la fierezza d'un passato glorioso, un silenzio sinistro immergeva un posto oramai dimenticato, ma la memoria apparteneva ancora a qualcuno.
Un lampo illuminò una sala principale con colonne logore, crollate, il trono in fondo era semicoperto da panneggi rossi miracolosamente integri, una colonna fungeva da ponte perché spezzata a metà. Una persona sedeva sullo scranno, immobile come una sfinge, imperturbabile e nascosta nell'ombra della sala. Secoli erano passati, eppure nulla lo aveva smosso, che fosse il tempo od una scossa di terremoto improvvisa, niente.
Sua la maledizione di ricordare per sempre, il sangue, il dolore, una stirpe sparita nel nulla per qualcosa che non sarebbe mai dovuto accadere.
Amore. Tutto si riduce a questo. Alla disperazione degli uomini, ritenuti deboli dalla sua razza, eppure, anche loro vi erano caduti. I sentimenti accomunano le persone, i mostri, gli angeli, gli Dei.
Il mondo va avanti, ma lui rimane lì, ad aspettare, a proteggere il solo ricordo rimasto.
E quella sera non era altro che l'ennesima di centinaia passate, con gocce di pioggia a picchiettare sulle migliaia di ossa sparse ovunque, attorno al castello, dentro le mura, nei corridoi con il soffitto sfondato. I lampi rischiaravano i luoghi bui attraverso le finestre rotte, gettando ombre minacciose. Rendendo la fortezza così spaventosa, già per la sua altezza e imponenza, quasi a sfidare il cielo stesso a cadere per schiacciarla. Solo l'ombra di ciò che era, tutto qui.
Lentamente il temporale si assopì, lasciando il silenzio a dominare il luogo, a gettare forse una tenue pace. E dietro la coltre di nuvole si stagliò una Luna meravigliosa che illuminò il maniero, la seconda sarebbe passata qualche giorno dopo nel suo solito viaggio ad inseguire la gemella per l'eternità. Alcuni raccontavano che girano per contendersi il calore e l'amore del Sole.
Un raggio illuminò l'area del trono, ma non fu esso a svegliare Reidan. Aprì gli occhi dalle iridi viola acceso, subito si abituò all'oscurità della sala. Le ossa scricchiolarono ai movimenti delle dita, poi delle braccia, delle gambe. Si alzò con rigidità rimanendo fermo.
Quando il sangue tornò a scorrere veloce nelle vene pote muoversi senza difficoltà, pote spazzare via la polvere dal cappotto nero di pelle, pieno di ornamenti argentati come spallacci finemente realizzati, placche a tribali sui fianchi e maniche coperte di protezioni. Il tempo non parve aver intaccato il metallo, nemmeno quello degli stivali. Nulla in Reidan può essere colpito dal susseguirsi degli anni, secoli.
Si chiese che anno fosse, che stagione fosse, ma alla fine non aveva molta importanza.
Respirò profondamente riempiendo a pieno i polmoni. Una brezza fresca gli solleticò il petto nudo e muscoloso, che magnifica sensazione.
Scese i pochi gradini che rialzano il trono, si fermò osservando la desolazione attorno a se come se fosse la prima volta, riprese a camminare con lenti passi che riecheggiavano solitari nella sala disperdendosi ovunque.
Svoltò a sinistra passando sotto le due navate esterne, raggiunse l'uscio che lo portò alla terrazza posta sulla parete laterale. Da lì si potevano vedere i giardini, il piccolo labirinto, gli alberi cresciuti e racchiusi in piante rampicanti, le mura mangiate dal tempo e dalle intemperie. E più lontano le montagne, maestose vegliano sulla valle. Il tutto illuminato dalla luna piena, dalla sua tonalità unica e fredda, simile alla sorella che probabilmente in quel momento stava passando sopra un'altra terra.
Che spettacolo meraviglioso. Reidan alzò un braccio, finse di raccogliere la luna nel palmo della mano, se potesse prenderla per davvero, l'avrebbe donata a lei.
Abbassò il braccio poggiandolo sul parapetto di pietra, volse lo sguardo a destra verso il portone principale delle mura esterne. Una fiumana di torce si stava dirigendo da quella parte, devono essere migliaia, si sparsero come formiche di fronte alla fortezza.
Reidan rientrò nella sala per procedere nel mezzo, sui resti di un sontuoso tappeto, si fermò vicino ad un altare, l'unico in quel posto.
Ogni attimo...una tortura, ogni sguardo...una supplica per il perdono. Strinse i denti quasi fosse doloroso girare la testa, come se gli costasse la stessa vita in quel movimento. Non scostò i lunghi capelli neri, sperando di nascondersi dietro di essi, volse gli occhi alla statua sopra il blocco di pietra. Raffigurava una ragazza, dal corpo minuto e snello, ogni dettaglio scolpito scrupolosamente, ogni curva, ogni sentimento...
Il viso delicato e bellissimo, sereno, innocente. I capelli coprivano le sue nudità, una semplice veste il resto dei segreti.
Reidan si inginocchiò appoggiando la fronte all'altare, le lacrime scesero, la disperazione si fece strada fin nel cuore ghiacciato. Lei è morta a causa sua, per il suo egoismo, per il suo sbaglio.
Alzò lo sguardo, il ciondolo sempre lì attorno all'esile collo, l'unica cosa rimasta di lei. Reidan glielo donò tanto tempo fa, quando tutto era ancora al suo posto. Un semplice diamante azzurro, grande come una noce, l'unico sulla terra. Lo chiamano Aetia, e alcune leggende dicono valga più di mille regni, più di ogni cosa, altre che sia una lacrima di una dea del cielo, qualcosa di unico al mondo.
Udì le urla di tutti quegli intrusi che esultavano, bestemmiavano contro il castello, si preparavano ad invaderlo.
Chi era giunto lì cercava quella pietra preziosa, perché non ne esistevano altre. L'unica cosa che rimaneva di lei, e non avrebbe permesso a nessuno di portargliela via.
Si alzò dirigendosi alla terrazza principale che dava sulle mura esterne e oltre di esse la grande valle di colline e montagne innevate.
Vide l'esercito giungere nei campi incolti all'interno dei bastioni, ogni secolo ne arrivava uno, comandato da un signore avido, pazzo o semplicemente stupido.
Si appoggiò con i palmi delle mani su una parte intera del parapetto di pietra, chinò la testa quasi con stanchezza. Risoluto raccolse la spada posta davanti ai suoi piedi, ovvero, uno spadone a due mani enorme, lungo il doppio di una normale arma bianca.
La distanza da terra era di circa duecento piedi, non si curò dell'altezza, e non perché non soffrisse di vertigini, fece un passo avanti e si lasciò cadere nel vuoto.
C'era un ariete sotto di lui, pronto ad abbattere il portone marcio della sua dimora, roteò in aria brandendo la spada con entrambe le mani e colpì calandola sull'arma d'assedio tagliandola di netto, atterrò al suolo con la forza di una meteora alzando terra, polvere e scaraventando via i soldati vicini che cozzarono le armature contro il suolo freddo e duro.
Il condottiero dietro una moltitudine di compagni d'armi lo indicò gridando che è il demone, e che Dio brucerà la sua anima all'inferno buio.
Reidan si tirò in piedi roteando lo spadone quasi pesasse come un pezzo di legno, decapitò cinque nemici con un solo fendente. Le teste non toccarono ancora terra che con un scatto inumano attaccò nuovamente abbattendo altri quattro soldati, pote vedere la lama della propria spada attraversare ferro, carne, ossa e uscire dall'altra parte con una scia di sangue a seguirla.
Si creò confusione fra le file degli uomini che spaventati cercavano di allontanarsi da quella carneficina, alcuni coraggiosi o folli affrontavano il demone finendo a terra in una pozza rossa.
La terra si sarebbe abbeverata in abbondanza quella notte. Sino a scoppiare.
Reidan combatte senza mai fermarsi, decimando vite come la falce con il grano. Eppure la sua mente si trovava da un'altra parte. Con lei. In un altro tempo, forse in un'altra vita, che per quanto fosse solo un'illusione, ci credeva nonostante tutto.
Piantò con forza la lama nel terreno e tutt'attorno a lui decine di lame emersero di colpo trafiggendo gli assalitori colti alla sprovvista.
Sentiva i suoni ovattati, non che la cosa gli desse fastidio, meglio che sentire urla di dolore, il vibrante scontrarsi delle spade.
Una pioggia improvvisa di frecce investì Reidan che si riparò il viso scoperto, decine di avversari rovinarono a terra riempiti come puntaspilli, ma lui no. Il cappotto aveva fermato facilmente i dardi, dardi che si scrollò di dosso.
Tornò subito all'attacco devastando chiunque con forza inesauribile, perché non avrebbe permesso che portassero via l'unica cosa rimasta di lei.
Balzò disarcionando un cavaliere dal suo destriero non aspettando neanche che toccasse terra, parò un affondo e reagì con un fendente e indietreggiò sulla difensiva, non aveva comunque alcuna paura di essere accerchiato.
Scavalcò una roccia abbattendo un arciere, con la coda dell'occhio colse una tenue luce, e la vide...proprio là, in mezzo ai soldati, invisibile ai loro occhi o probabilmente un frutto della mente di Reidan. Ma il tempo parve rallentare, i rumori si spensero tranne il suo respiro pesante. L'ammirò nella sua bellezza, in una veste nera che risaltava quei capelli rossi, gli parve di sentirli scivolare fra le dita della mano libera. Lei incrociò il suo sguardo, gli occhi azzurri come quel prezioso diamante. Lei gli sorrise bloccandogli il respiro, e scomparve fra la calca di soldati, non la vide più. Che fosse solo un miraggio? Un'allucinazione? Solo nei sogni riusciva a vederla, anche se per un attimo...
Roteò su se stesso destreggiandosi in una danza mortale, tagliando arti, spezzando vite. Gettò un'occhiata veloce al portone per vedere che fosse ancora integro, nessuno ci pensava più ormai.
Raggiunse il condottiero con quel pennacchio sull'elmo, non fece neanche in tempo ad estrarre la spada che la lama lo trapassò da parte a parte, il cavallo spaventato galoppò via travolgendo alcuni sfortunati.
Reidan raggruppò il proprio potere, il vento gli vorticò pericolosamente attorno, alzò la spada per poi calarla a terra con un grugnito. L'aria la seguì disegnando un arco e abbattendosi con violenza al suolo, aprì una fenditura nell'esercito ormai disorganizzato, centinaia di uomini vennero scaraventati in aria come granelli di sabbia al vento.
Sollevò di nuovo l'arma muovendola in un fendente, e l'elemento della natura riprese ad agitarsi formando quel prolungamento della lama che scagliò indietro altri malcapitati. Le urla diminuivano man mano che ogni soldato si schiantava a terra con fragore metallico. Una vecchia torre di osservazione a sud crollò giù, l'ululato del vento, il fruscio delle foglie che piovvero dal cielo, il caos di una moltitudine di suoni.
Finché non rimase che il silenzio, ad aleggiare su migliaia di corpi sparsi in ogni dove, lentamente la terra gli avrebbe reclamati fino a non lasciare nessuna traccia.
Reidan rimase immobile per molto tempo, appoggiato all'elsa della spada, il respiro affannoso, il sangue a lordare le sue vesti.
La pioggia riprese a cadere, sentendosi bisognosa di lavare via qualcosa, magari parte del dolore.
Si lasciò cullare da quella sensazione, sollevò il capo chiudendo gli occhi, le lacrime si mischiarono alle gocce del cielo.
Dopo un po prese il cammino per la fortezza, il portone si aprì da solo con cigolii e lamenti, Reidan rimase impassibile, forse stanco. Salì i gradini della scalinata a chiocciola, quasi un tempo interminabile a raggiungere la cima. Un uscio aperto sulla destra e si ritrovò nella sala grande, ove ogni cosa era rimasta alterata.
Volse lo sguardo a destra, verso la terrazza anteriore, poi a sinistra, verso il trono. Si avvicinò ad una colonna poggiando la spada, sazia. Camminò sulla navata centrale, si rallegrò nel vedere che il ciondolo fosse ancora al suo posto.
E lei era lì, gli occhi fissi ai piedi della statua, un altro miraggio? Che fosse realmente l'anima di lei?
Come se avesse letto i suoi pensieri ella incrociò il suo sguardo, quando Reidan le passò accanto non fece niente, aspettò che lui si fermasse.
-Tornerai?- le chiese alla fine con voce roca.
Lei si limitò ad abbassare lo sguardo. Che fosse un no, un si o un forse, Reidan non comprese. Ogni creatura sulla terra si reincarna in un nuovo corpo, in una nuova vita, ma lei, lei è speciale e mai avrebbe dimenticato le sue vite, gli sbagli, le sofferenze e le gioie.
Potrebbe essere lì, da qualche parte, in una nuova vita. La propria scelta.
Lei cominciò a camminare, Reidan con mano tremante cercò di fermarla ma le dita passarono attraverso l'esile braccio, non sentì niente, una fitta al petto.
Eppure ella si arrestò, come se avesse avvertito il contatto, si voltò a guardarlo, aspettando...
-Ti amo...e ti aspetterò per sempre...- le disse prima di volgerle le spalle.
Riprese a camminare, risalì i gradini e si sedette di nuovo sul trono.
Lei era sparita...
Reidan fece un profondo respiro, si rilassò chiudendo gli occhi, la pelle si indurì come il marmo, il sonno lo colpì immobilizzando il corpo. Il ghiaccio si formò nelle vene congelando il sangue, congelando il cuore.
Come una statua.
Fra alcuni secoli un altro esercito sarebbe ritornato, qualcuno proverà nuovamente a rubarla, e Reidan si sarebbe risvegliato per fermarlo. La storia si sarebbe ripetuta, come ormai si ripeteva da lungo tempo.
Ma lei è apparsa questa volta, che fosse un'illusione o un segno del destino?
Non aveva importanza alla fine
Lui aspetterà per sempre...



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