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lavoro pubblicato lunedì 20 novembre 2017
ultima lettura sabato 2 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'ultima lotta nell'arena

di Daryl94. Letto 326 volte. Dallo scaffale Storia

I sei anni più lunghi della mia vita. Non credevo di poter arrivare a questo punto. Solo all'inizio tutto mi pareva così impossibile da...

I sei anni più lunghi della mia vita. Non credevo di poter arrivare a questo punto.
Solo all'inizio tutto mi pareva così impossibile da raggiungere, quando ancora avevo delle catene ai polsi e alle caviglie.
Un semplice uomo della Macedonia, finito nel posto sbagliato al momento sbagliato, finito in disgrazia, reso schiavo sotto i commercianti dell'est, e poi gladiatore, grazie alle mie doti di guerriero.
Da quel momento è iniziata la mia seconda vita, in giro per tutto l'Impero Romano ad intrattenere il pubblico sugli spalti nelle grandi arene.
Quante vite ho tolto sporcando la sabbia del loro sangue, quanti sorrisi e grida di euforia ho strappato quando affondavo la mia spada nella carne.
Via via che gli anni passavano divenni bravo in tutto ciò, da semplice lotta per la sopravvivenza a lotta per la supremazia.
Numerose le mie ferite, le mie cicatrici, a ricordarmi ogni giorno fin dove sono arrivato.
So che il mio nome è sinonimo di leggenda, di eroe, fra le moltitudini di città: Lide, lo spartano; oppure, il Campione di Alessandro il Grande. Tanti titoli fantasiosi che ispirano i giovani ad immaginare campi di battaglia per gladiatori.
Persino storie circolano intorno a me. C'è chi dice che sono l'unico sopravvissuto dei trecento soldati di Re Leonida; si racconta che lo stesso Marte, dio della guerra, ha volto lo sguardo su di me quando ho messo piede nella mia prima arena. Semidio. Benedetto da Ercole...
Alla fine sono solo un semplice uomo abile nell'arte della lotta, anche se nella storia di Ares ci credo un po. E' bello poter immaginare che gli Dei veglino su di te. Alcuni pregano tutta la vita Zeus o qualche altro dio, non ricevendo niente. Altri invece sono più fortunati di ricevere qualche cosa che li fa andare avanti: un bambino, una giornata di pioggia per il raccolto, dell'oro.
Io prego Ares ogni qualvolta che mi tocca mettere piede in un anfiteatro, e non dimentico mai Atena e Persefone.
Tutto ciò che ho fatto mi ha condotto a questo giorno, la mia dodicesima fatica, verrò ripagato con la gloria o con la morte.
Apro gli occhi piombando nella mia modesta stanza della caserma, ora sono calmo, temprato, determinato.
Mi avvicino alla solita bacinella di acqua fredda, unisco le mani a coppa immergendole, e mi bagno il viso per rinfrescarmi.
Qualcuno bussa alla porta di legno, una voce risuona dall'altra parte: -Preparati Lide, tra poco tocca a te.-
-Va bene- rispondo meccanicamente.
Apro il baule vicino al mio giaciglio tirando fuori la mia attrezzatura da gladiatore. Il mio precedente lavoro di fabbro mi ha permesso -assieme ai soldi guadagnati- di costruirmi una mia armatura apposita, che il mio stesso padrone ha approvato con grande curiosità.
Indosso i sandali per prima cosa, dopo aggiungo delle calze di cuoio alle gambe per poi coprirle con degli schinieri squadrati. Prendo il sospensorio assicurandomelo con il cinturone di cuoio. Lascio il petto scoperto, solo agganciandomi l'imbragatura per i bracciali e le spalle che aggiungo dopo. Gli spallacci sono ricurvi come delle gocce d'acqua, con punte ricurve in cima, o spuntoni, utili per deviare un gladio, assieme ad essi mi copro le braccia con fasce di cuoio e infine gli avambracci, con bracciali di ferro.
Manca l'elmo, che metto dopo essermi legato i capelli in una coda. Esso è simile a quelli dei legionari romani, ma più appariscente, con due pennacchi rossi.
Respiro sentendomi più a mio agio con questo equipaggiamento addosso. Raccolgo il gladio chiuso nel fodero di cuoio, me lo assicuro dietro la schiena come faccio sempre.
Ora manca l'ascia e lo scudo, che sono all'anfiteatro ad aspettarmi.
Indosso un mantello strappato a coprirmi. Sono pronto.
Esco nel corridoio della caserma ove alcuni miei compagni mi attendono, mi salutano con cenni del capo e pacche sulle spalle, dandomi buona fortuna.
Alzo lo sguardo per ammirare il Colosseo, immenso, meraviglioso, un'opera titanica. Mi sono spesso chiesto se non sia stato lo stesso Zeus ad edificarlo.
Il giorno tanto atteso.
Seguo due guardie romane che mi conducono sotto dei portici, lontano dalla gente che si accalca per vedermi, omaggiarmi. Gridano il mio nome. Vecchi, giovani, donne, prostitute, bambini.
Mi rimbomba tutto nella testa. Vorrei essere in un altro posto, in quello in cui sogno da sempre di vivere, e se oggi sopravvivo, potrò realizzarlo. Una semplice casa in campagna, lontano da Roma, lontano da questo caos, una dimora dove vivere e morire in pace.
Osservo le strade colme di gente, mercanti, banditori, padroni di schiavi e bestiame esotico. Incuranti di quello che sta per succedere nell'arena, forse a loro non importa, e gli do ragione.
Oltrepasso la gigantesca soglia dell'anfiteatro, divisa con grate dalle altre sezioni. Con la coda dell'occhio scorgo i grassi e pigri senatori romani aggiungersi a salire le gradinate per i loro posti in prima fila accanto all'imperatore. Avranno già posto le scommesse sul vincitore.
Avari bastardi.
Scendo nelle profondità della struttura attraversando corridoi stretti, passaggi e porte di ferro. Mi avvicino al centro del Colosseo, un argano mi porterà nell'arena assieme agli altri gladiatori.
L'armeria è poco più avanti, reprimo l'agitazione che cresce di minuto in minuto. I carcerieri lasciano che alcuni scelgano delle armi apposite, distribuite su banconi e muri.
Io raggiungo l'armaiolo facendomi consegnare le mie armi, pulite e lucidate dopo l'ultima battaglia.
-Fatti onore- mi dice egli serio. Annuisco.
Lo scudo è leggero, mi copre solo il fianco e parte della coscia, l'ascia la tengo per la testa lungo il fianco.
Seguo gli altri contendenti alla libertà, tutti che adoperano stili di lotta differenti: Traci, dall'elmo pesante e scudo enorme; Reziari con tridente e rete; Mirmilloni, agili e forti; e quei due bestioni con le mazze chiodate saranno i più resistenti. Dovremmo essere in trenta credo, ma non sono sicuro che il numero sia esatto.
Ci fermano sulla piattaforma di legno, con cigolii e gemiti inizia a salire con lentezza esasperante. I portelloni si aprono lasciando entrare la luce del cielo.
-Ares, dio della guerra, guida la mia lama alla vittoria; Atena dea guerra e della saggezza, donami il tuo sapere, che io non sbagli un colpo; Persefone, dea della morte, se dovessi morire, che sia un buon trapasso. Zeus, padre di tutti gli dei, veglia su di me per quest'ultima volta.-
Prego a bassa voce, chiuso nei miei pensieri. Il boato assordante mi fa capire che sono arrivato.
Mi guardo attorno ad osservare gli enormi spalti colmi di gente, questo anfiteatro regnerà per millenni ne sono certo. Fermo gli occhi sul padiglione in prima fila, dove nell'ombra di quella grigia giornata, siede su uno scranno, l'imperatore in persona. Affiancato dal prefetto del pretorio e dalla sua sposa. Egli donerà la libertà ad uno solo di noi.
Il pubblico echeggia i nomi dei combattenti preferiti, anche il mio.
Ci spargiamo per l'arena colma di colonne di pietra, qualche masso e una statua raffigurante Ercole. Noto subito che siamo molti di più, le voci sul grande combattimento erano vere dopo tutto. Tutti i più grandi guerrieri sono chiusi in questo spazio ovale, e sotto gli occhi di cinquantamila persone si uccideranno senza il minimo rimorso.
L'imperatore si alza raggiungendo il parapetto, la gente lo acclama chiamandolo "Cesare", egli zittisce tutti con un gesto della mano.
-Che i giochi gladiatori abbiano inizio! La sabbia verrà colorata con il sangue degli sconfitti, gli Dei benediranno il vincitore con il sacro dono della libertà! Fatevi onore!- annunciò con voce tonante. Un boato seguì tale discorso, con il suono di trombe e tamburi.
Ha inizio.
Scaglio subito l'ascia davanti a me conficcandola nel petto scoperto di un trace distratto, egli crolla al suolo di botto. Estraggo l'arma subito per fronteggiare un altro avversario munito di gladio e scudo leggero. L'elmo ha solo due feritoie per gli occhi. Un dannato secutor, agile e dannato come il suo nome.
Lo fronteggio facendo attenzione ai suoi movimenti veloci, cerca più volte di rompermi la difesa senza riuscirci. La spada cozza contro il mio scudo con un tonfo, provo ad attaccarlo ma il colpo va a vuoto. Rimaniamo a debita distanza. Carico con tutto il peso facendo scontrare i due scudi, mi chino evitando la lama, muovo l'ascia con un slancio piantandogliela dietro il ginocchio. Un suo urlo echeggia dall'elmo mentre cade a terra, lo finisco subito. Oramai per me, uccidere, è un gesto d'istinto, meccanico, un'abitudine.
Qualcosa fischia vicino al mio orecchio sinistro, una lancia sbatte con fragore metallico addosso alla colonna che ho di fronte. Mi volto cercando il lanciatore che si era riparato sopra un masso, sta preparando la seconda lancia, un trace gli arriva alle spalle con una scimitarra e gli trancia una gamba di netto. La roccia si lorda di sangue, la folla esulta.
I combattimenti si susseguono, la sabbia si sporca, corpi senza vita crollano a terra per non alzarsi mai più.
Mi sembra di lottare da giorni, i muscoli cominciano a dolermi, la stanchezza si fa sentire come un peso sulle spalle. Il taglio al fianco non finisce di pulsare; se solo mi fossi spostato più indietro quel tridente non mi avrebbe ferito.
Balzo sopra il mio avversario calando lo scudo di taglio sulla gola, rompo l'osso con un forte "crack", barcollo indietro cercando l'ascia, mi era rimasta incastrata nell'incavo di una spalla, fra il pezzo di ferro e la tunica. Maledizione.
Estraggo il gladio appena in tempo per parare la daga lunga dell'ennesimo gladiatore, ormai ho perso il conto di quanti ne ho uccisi. L'entrata nell'Ade deve essere colma di gente.
Ci spingiamo a vicenda in una prova di forza, sfidandoci con lo sguardo perfino, non ho intenzione di cedere.
In quel momento un bestione di due metri ci piomba addosso mulinando il suo mazza frusto chiodato, il mio avversario viene colpito alla nuca scoperta. Schizzi di sangue mi sporcano il petto e l'elmo. Incespico indietro per aumentare la distanza, la palla chiodata mi sfiora un piede.
Sono più agile, eppure non riesco ad avvicinarmi quel tanto per infilzarlo, l'abilità e l'esperienza sono dalla sua. Devo giocare di astuzia, con qualche pizzico di pazzia.
Un spuntone mi disegna un piccolo taglio al braccio destro, devo stare più attento. Mi viene l'idea, una follia, non ci penso neanche su perché agisco subito: aspetto che la mazza arrivi da sinistra, mi blocco alzando lo scudo e preparandomi all'impatto.
Un masso, un masso in caduta, quasi perdo l'equilibrio per tutta quella forza, gli spuntoni bucano lo scudo, uno mi trafigge il braccio facendomi stringere i denti per il forte dolore. Ma il piano ha funzionato, l'arma è incastrata.
Mi lancio avanti con un grido di battaglia, il gladio penetra nell'addome scoperto, verso l'alto, in direzione del cuore. Rimaniamo immobili per qualche secondo, sento un rantolo, dopo vengo attirato a terra da quel grosso peso. L'elsa mi sbatte nel fianco buono almeno. Sento la folla applaudire, gridare il mio nome.
Mugolo liberandomi dello scudo, rotolo via per riprendere fiato. Slaccio la fibbia dell'elmo togliendomelo con fastidio, sono sudato, sputo un grumolo di sangue.
Una fatica immane per alzarmi, barcollo per cercare qualche altro avversario, ma sono tutti a terra, quanto sono rimasto sdraiato? Perché il pubblico tace? Dannazione!
Mi giro solo per ricevere una lancia nella coscia, urlo inciampando in un corpo, rovino nella sabbia. L'ultimo gladiatore mi blocca giù chiudendo le mani attorno alla mia gola, capisco che siamo rimasti solo noi due.
Stringe il più possibile, l'aria viene a mancare, mi dibatto per liberarmi, riesco solo a togliergli l'elmo scoprendo il suo viso rosso di sangue, il labbro spaccato e gli occhi feroci. Mi da una testata, il mondo gira.
Cerco di liberarmi, annaspo in cerca di aria, ho bisogno di ossigeno. La mia vista si sta offuscando, non vedo più i contorni per mio assalitore.
Sto morendo. Si, mi sento morire. E questo ha il sapore di sangue e sabbia.
Allargo le braccia cercando qualsiasi cosa possa aiutarmi, non trovo niente, la paura mi attanaglia, non voglio morire. Trovo qualcosa, un'elsa, un bastone, non so cosa sia. Non mi importa!
Con tutte le forze sollevo l'arma sbattendogliela contro la tempia, vi rimane attaccata. Le mani attorno al mio collo si fanno molli, la figura sopra di me si sbilancia crollando al suolo.
L'aria riempie i miei polmoni di nuovo, tossisco sputando sangue, ho paura di sputare il cuore tra un po. Ho la gola in fiamme, non so per quanto rimango steso a terra. Non odo niente.
Mi tiro su a fatica, tossisco ancora, osservo l'uomo che mi aveva quasi ucciso, una mazza ferrata ancorata sulla sua testa.
Il pubblico è ammutolito, ma mi basta alzare il pugno al cielo perché tutti si alzino in piedi ad esultare, esclamare, entusiasmati da tale combattimento. Pronunciano il mio nome ad alta voce, lodandomi come un dio.
Un cancello si apre davanti a me, decine di guardie pretoriane avanzano formano un rettangolo, dopo di che fa il suo ingresso l'imperatore in persona. Serio in volto.
Deglutisco zoppicando per andargli incontro, non voglio mancare di rispetto per cui non atroci dolori mi metto in ginocchio chinando il capo.
-Grande Cesare, non sono degno di inchinarmi al vostro cospetto- rantolo. Merda, dannata sia la mia gola.
-Un gladiatore che mi dice queste parole è più degno di qualsiasi uomo di tutto l'impero. In tutta la mia vita non ho mai visto un combattimento così...cruento, e audace. E io ti ringrazio per questo, Roma ti ringrazia. Ecco perché sono qui, alza gli occhi gladiatore.-
Obbedisco. L'imperatore mi sorride compiaciuto, il grigiore dei suoi capelli gli dona qualcosa come la saggezza.
Un pretoriano al suo fianco pianta qualcosa davanti a me. -Tu sei degno di questo dono.-
Abbasso gli occhi sulla riproduzione in legno del gladio romano, il "Rudis".
Una lacrima mi sfugge. Perché ci sono riuscito.
Sono libero...



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