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lavoro pubblicato venerdì 17 novembre 2017
ultima lettura lunedì 14 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Confessione

di PriscillaMartina. Letto 515 volte. Dallo scaffale Horror

Dal carcere psichiatrico della contea di Beacon, Eph decide di redimersi raccontando la sua sconvolgente storia. Egli parte scrivendo: "Non siamo noi stessi quando siamo innamorati e quando lo diventiamo ci distruggiamo"...

Dal diario di Ephraim Peretz,

data: 12/12/1984

Cuore timoroso, perché vai nascondendoti? Da cosa o da chi scappi?” sembrò sussurrare il fantasma nella notte, nonché il mio nemico. Ero avvolto nelle braccia dell’oscurità, braccia opprimenti e robuste, le quali mi ostacolavano la fuga. Mi sentivo spiato, giudicato, privato della mia identità: i segreti parvero galleggiare tra i rami scheletrici delle betulle come palle natalizie, lampeggiando di tanto in tanto con fare d’accusa.

Seppi di non poter afferrare quei ripugnanti ricordi, abbellirli o semplicemente censurarli dalla mente.

La vita gira come una ruota, e quando credi di essere uscito da un brutto ricordo ecco che si ripresenta con un ghigno: puoi scacciarlo a occhi chiusi, sperando che ritorni nel subconscio, o riviverlo continuamente.

È una certezza, infatti l’immagine del corpo senza vita di Caroline si è depositato nella mia mente creandomi profonde turbe psichiche: ciò che ho compiuto si può definire amore, tanto vendicativo quanto vincitore?

Entrambi cominciammo la relazione da innamorati ma entrambi ne uscimmo spezzati: lei provvide a lacerarmi il cuore ed io a spaccarle la testa.

Oh, accidenti, ho anticipato la confessione! Quando scrivo ho il difetto di non seguire una linea temporale logica ma butto giù tutti i ricordi così come appaiono nella mente, ingarbugliati e talvolta insensati.

Mi hanno chiesto di tenere aggiornato il diario in modo tale da “canalizzare la mia rabbia omicida” (cito le testuali parole del medico). In realtà sono consapevole che tutto ciò sarà oggetto di attenta analisi psicologica.

Forse sarà un punto a favore per quanto riguarda la mia situazione penale; forse, riportando la parte che più interessa alla polizia e all’avvocato difensore, potrò essere discolpato per infermità mentale o trasferito in un altro posto diverso da questo carcere psichiatrico.

Perciò eccomi qua: oggi mi sento di riportare i fatti accaduti due mesi fa.

Queste pagine saranno la mia dichiarazione o, religiosamente scrivendo, il momento della Penitenza.

Ritorno al punto iniziale:

Chiusi la mente e feci profondi respiri per rilassarmi.

Dovevo concentrarmi sulla fuga o lo sceriffo mi avrebbe catturato. Speravo di attraversare indenne il cuore della foresta di Beacon, un’ottima via di fuga dal paese oltre che un ottimo rifugio per le coppiette eccitate.

Infatti, dopo esser disceso da una conca, mi imbattei in una Chevrolet Bel Air, una delle macchine più gettonate negli anni ‘70. Dal motore spento e dai finestrini appannati dedussi che io e il mio inseguitore non eravamo soli. Schivai la luce dei fari e continuai la mia corsa forsennata.

Da un’accesa speranza di giungere a nord a un orrendo presagio. L’oscurità non solo mi stava perseguitando ma presto mi avrebbe divorato: il terreno, fangoso per le continue piogge, mi inghiottiva i piedi; le ortiche mi graffiavano le gambe; i rami sporgenti mi stringevano i polsi; per non parlare della nebbia, che calando lentamente mi faceva disorientare.

Imprecai, incolpando me stesso per queste fervide fantasie.

Improvvisamente captai dei passi strascicati incombere da est, segno che anche il mio inseguitore si era perso.

Decisi di fare dietrofront percorrendo a ritroso quei sentieri infidi.

Non avendo ulteriori chances di fuga a piedi optai per impossessarmi dell’auto, a costo di uccidere la coppietta.

Perdonatemi, ma mai come allora provavo ripugnanza verso qualunque forma di effusioni: insomma, capitemi, avevo assistito al tradimento da parte della mia ragazza!

La vicenda che ora inserisco, (ricordatevi sempre della mia incapacità nel trascrivere ordinatamente i fatti), è scoppiata due giorni prima della mia colpevolezza e della conseguente fuga dalla legge.

Quel lunedì di Halloween stavo aspettavo nel parcheggio Caroline, la mia fidanzata allora viva e vegeta. La mia Pontiac fiammante sembrava una supermodella, attirata dagli sguardi voraci degli studenti della “NY University”. Tutti eccetto lei, la mia innamoratissima Caroline, impegnata a gareggiare con Tom Carrington su chi riuscisse a staccarsi prima dal lungo bacio. Rimasi come un pesce lesso dentro l’abitacolo, lo sguardo ben oltre la coppietta, figurandomi ciò che sarebbe successo la notte seguente, quando la portai con una scusa nel parco dell’università. Una volta spento il motore, lei propose subito di “darci da fare”. Tre parole e furono la scintilla che fece traboccare il vaso contenente gelosia, astio, rancore, sentimenti contrastanti ma accomunati da furia cieca. Un raptus si impadronì di me, mi fece vedere rosso e mi fece scattare come una molla.

La schiaffeggiai, facendole sbattere la testa contro il finestrino, poi la strangolai con una mano mentre con l’altra cercavo l’arma nei sedili posteriori. Lei annaspava, dolente e confusa, graffiandomi in ogni punto di pelle scoperta.

“Bas…tar…do” biascicava ormai in fin di vita; i suoi occhi registrarono, come ultima cosa, la mazza che crudelmente calai.

Una…due…tre… dieci volte la colpì in testa.

Il resto era un susseguirsi di eventi improvvisati e confusi: abbandonai l’auto (e tutto l’occorrente per smascherarmi, bravo stupido!), corsi verso il mio appartamento poco distante, mi cambiai e puntai verso la foresta, circa 5 chilometri da lì.

Mai avrei pensato di essere scovato così in fretta. Qualche altra coppietta in macchina avrà visto l’orrendo scenario e avrà contattato la polizia.

Non appena giunsi all’entrata della foresta, scorsi una volante di polizia incombere verso di me a sirene spiegate.

Da quel momento ero costantemente inseguito.

Ecco perché l’auto della coppietta sembrava un’ottima veloce fuga per fuggire una volta per tutte dallo Stato.

Scherzo del destino, trovai la Chevrolet abbandonata: evidentemente alla coppietta serviva più spazio.

Volai sul sedile del conducente, chiusi la portiera, afferrai le chiavi, avviai il motore, ingranai la retromarcia e… incontrai gli occhi furenti del detective. Stagliava imponente nel cono di luce dei fari, le gambe divaricate, le mani impugnanti un piccolo letale oggetto.

Partì un proiettile che distrusse il vetro del parabrezza.

L’improvvisa certezza di stare per morire mi attraversò come acqua gelata. Svenni sul colpo.

Mi ridestai all’ospedale di Beacon e dopo un mese venni trasferito nel carcere psichiatrico dove attualmente soggiorno in attesa della sentenza.

Wao, mai avrei pensato che sarei riuscito a interiorizzare meglio l’accaduto una volta riportato per iscritto.

Mi gira la testa, mi sento assalire dalle lacrime… sono toppo pentito delle mie azioni. Sono state il mal antidoto alla disperazione.

Amavo Caroline ma questo folle amore mi si era ritorto contro. Durante la prigionia l’ho vista ovunque, sia nei sogni sia da sveglio. Mi appare come un corpo decomposto, dal volto irriconoscibile; talvolta mi punta il dito, talvolta singhiozza o mi urla contro.

È questa la mia penitenza, e poiché il passato non può essere cancellato ci dovrò convivere per sempre.

Sento la voce ferma dell’avvocato provenire dal corridoio: “È ora, Eph”.

Ok, devo entrare nello show.

Scrivo un mio ultimo commento, sperando sia producente per il lettore: mai agire d’impulso, se questo vi porterà solo che pentimento; mai agire per vendetta, se questa vi spezzerà ulteriormente il cuore; mai amare una persona se non volete odiare una parte di essa.

Fine



Commenti

pubblicato il sabato 2 dicembre 2017
abisciott1, ha scritto: Bel racconto. E' lungo il modo giusto e come hai proposta la storia di omicidio mi piace. Per niente banale. Ciao, Priscilla Martina

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