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lavoro pubblicato mercoledì 15 novembre 2017
ultima lettura lunedì 18 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

SCOTTA

di RinoTagliafili. Letto 265 volte. Dallo scaffale Pulp

Chi sono? Dove mi trovo? Tutto è confuso. Sono ancora prigioniero nel limbo del sonno, ad un battito d'ali dalla dura materialità. In una sospensione in cui non ci sono delusioni, sofferenze, pensieri. Qui, dove lo spazio e il tempo...

Chi sono?

Dove mi trovo?

Tutto è confuso.

Sono ancora prigioniero nel limbo del sonno, ad un battito d'ali dalla dura materialità. In una sospensione in cui non ci sono delusioni, sofferenze, pensieri. Qui, dove lo spazio e il tempo si armonizzano ed esiste solo questo breve e dolcissimo istante. Un attimo in cui va tutto bene. Un'oasi in cui i tuoi sensi, assetati, si abbeverano e trovano la pace. Una pace fittizia e volubile. Ma dalla quale non vorresti uscire mai.

Stanotte ho sognato ancora lei. Eravamo insieme in un teatro, vuoto. Solo per noi. Eravamo attori e pubblico. Lei indossava un abito floreale al ginocchio e mi sorrideva. Sorrideva di quella fragranza che ha una leggera brezza in una torrida giornata estiva. E quella brezza ti entra nel petto, ti fa girare la testa. Sempre più veloce. Senti che il sonno sta svanendo, la vita ti chiama.

Troppo tardi per il mondo, troppo presto per te.

Un ultimo, vano tentativo di riabbracciare quella sensazione di ricchezza.

La favola è dissolta.

Lei, sorridente, felice, si affievolisce come un fiammifero al vento.

Uno sciabordante scossone mi fa aprire gli occhi.

La luce.

Il rumore dell'acqua.

La morsa dello stomaco.

Buongiorno.

Osservo istupidito la massa d'acqua che mi circonda. Maestosa. Infinita. Gli occhi mi si riempiono di lacrime asciutte. Vorrei piangere ma sarebbero ulteriori gocce nel mare che mi sta intrappolando da troppo tempo. Se di trappola si può parlare. Ho tutto lo spazio che voglio in cui muovermi ma più cerco di spingermi in una direzione, più l'oceano si allarga e mi ritrovo sempre nello stesso punto. Trecentosessanta gradi di blu. In questo gommone arancione. Due metri per cinque.

La mia prigione.

Ore che si sommano, giorni che si accumulano a giorni. Vita che si accorcia. Nella mia passiva sopravvivenza non ricordo da quanto tempo sono in balia di Nettuno. Il mio stomaco reclama un pasto. Ormai conversiamo amabilmente, anzi, lui borbotta molto più di me. L'ultima cosa che ho mangiato è stato un pezzetto di pesce essiccato due giorni fa. Da allora nessuna fortuna con la pesca. Ho un alito talmente denso che potrei masticarlo. Solo la giada notturna mi concede un po' di sollievo dalla sete.

Punto. Punto. Punto. Linea. Linea. Linea. Punto. Punto. Punto.

Il mio messaggio che incessantemente cerco di inviare con la radio scampata alla tempesta. Non più la speranza che raggiunga qualcuno. Solo la testardaggine di una routine che mi impedisce di impazzire.

Il paesaggio è sempre lo stesso. Blu sotto, azzurro sopra. Divisi da una sottile linea lontanissima. A volte mi sembra di essere dentro un'enorme biglia, di stare galleggiando sulla retina di un occhio che mi osserva, ottuso e distaccato.

E' spaventoso. Non voglio pensare a ciò che è sotto di me. Miglia e miglia di acqua. Il buio abissale. E la mia mente viaggia, sospinta da questo vento secco, che mi soffia paure spellando il poco coraggio che mi è rimasto.

E' difficile non immaginare tentacoli, denti, mostri che si aggirano sotto di me.

Tentacoli di paura che mi afferrino e mi trascinano verso bestie mitologiche appostate sotto di me. Fiere create nella mia mente ma letali. Invisibili.

Cariddi.

La tensione mi sfebbra. Cerco di pensare ad altro.

Cerco di pensare alla sola cosa che mi tiene in vita e mi dà la forza di incamerare aria dopo ogni espiro. La cosa che mi fa sentire la fame, la paura, la tristezza. Che mi fa soffrire come non mai ma mi tiene vivo. Mi fa sopravvivere.

Lei.

Una forza primordiale che nulla centra con l'istinto ma, anzi, lo genera. L'istinto di rimanere vivo. Per rivederla. Anche un solo istante, un ultimo sguardo al suo sorriso. Sentire il dolce squittio delle sue risa. Ai suoi occhi nocciola, sani e rigeneranti. Alla sua testa poggiata sul mio petto mentre il suo corpo si accuccia al mio. I suoi piedini che si intrecciano ai miei. Il suo cuore che batte all'unisono al mio. Come un'unica creatura. Una creatura fatta di amore.

Quell'amore che non le ho mai dimostrato fino in fondo e che ho dato sempre per scontato. Quell'amore che ora, egoisticamente, mi manca. Che pompa emozioni dentro me. Che pompa aria dentro me. Che pompa sangue dentro me. Una leggerezza pesante.

Basterebbe anche solo un assaggio di tutto ciò per poter essere sazio.

Ripenso ai momenti che abbiamo passato insieme. Al sapore delle pizze divise a metà. Sempre. Al rumore delle tazzine di caffè sul lavabo dopo una colazione domenicale. Alla morbidezza e al calore del nostro letto. Al camino che ci allieta nelle serate invernali. Al suo profumo che permea nei miei abiti. Al bacio, salato dalle sue lacrime, il giorno della mia partenza. Quel dannato viaggio che ho voluto intraprendere senza considerare lei. Ormai ebbro del suo amore incondizionato e sottovalutato.

Qui tutto questo non conta. Qui, dove tempo e spazio si mescolano perdendo il loro valore.

Che valore ha il tempo quando non possiamo impiegarlo?

Non so nemmeno che giorno sia oggi.

Oggi è il quattordici Febbraio, il giorno dell'amore.

San Valentino è morto decapitato.

E' l'unica cosa che riesco a pensare stringendo in mano una copia di un quotidiano.

Ancora nessun risultato sulle ricerche in mare.

La nave su cui viaggiava affondata, nessun sopravvissuto.

Disperso.

E' stata colpa mia, non avrei dovuto lasciarlo partire. Non dopo la nostra promessa. La promessa di un futuro insieme, come marito e moglie.

Il giornale è stropicciato e bagnato. L'inchiostro macchiato fino a rendersi illeggibile. Ma ormai quelle parole sono fisse nella mia mente e nessuna lacrima potrà mai cancellarle.

Stringo le gambe fino a farmi male. Sono un verme, un lurido verme schifoso fasciato nel suo stretto abito nero.

Nero come le lettere sbiadite che colano sul giornale e permeano nella mia pelle, sciogliendosi nel sangue, arrivando al cuore. Un cuore nero come l’inchiostro.

Nero come il mio futuro.

Sono seduta su un autobus diretto verso casa. La nostra casa. Un luogo ormai a me estraneo. Dove i mobili, le foto, le pareti, tutto mi parla di lui. Ogni cosa in quel luogo mi racconta la nostra storia.

Quando ho saputo della tragedia sono uscita e non sono più rientrata. Ho preferito stare da un amica. Per poter piangere tutto il mio dolore. Piangere insulse lacrime scontate, che non rendono giustizia alla profondità del dolore che provo. Sono solo ingiuste. Ingiuste, perchè simbolo di gioia e tristezza. Specchi senza riflesso delle nostre emozioni più profonde. Il vuoto che provo, la sconfitta, l'abbandono. Nulla di ciò può essere rappresentato da acqua, elettroliti, glucosio e proteine. Fanculo. Mi sto mettendo ad analizzare chimicamente le lacrime in un momento come questo. Ma almeno non sto pensando a lui. Ecco fatto. Ora ci sono dentro di nuovo. Un amaro perdersi in ricordi e tormenti. Benvenuta di nuovo nella sua casa stregata signorina. La mia mente inizia davvero a vacillare. Sarà perchè non dormo da giorni.

Mia madre mi ha trovato dimagrita di oltre otto chili, spenta, una persona diversa. Grazie al cazzo mamma. L'uomo che mi ha chiesto in sposa è morto. Cosa dovrei fare? Tornare a lezione e fare finta di niente? Immergermi in libri e studenti per cercare di scavare una fossa al mio dolore? Tornare ad essere la ragazza insicura di sei anni fa? Beh, sappi, cara mia, che la mia vera vita è iniziata sei anni fa. Quando ho conosciuto lui.

Hai capito bene.

Non sono nata da te trent’otto anni fa, nossignora. Sono sempre stata sola e infelice. Una ragazza abituata ad essere delusa dagli altri. Soprattutto dagli uomini. Una ragazza semplice, che si sarebbe accontentata di poco. Qualche attenzione. Qualche abbraccio. Una carezza di tanto in tanto. Un cazzo di 'Ti voglio bene'. Non ho mai preteso tanto. Credo il minimo sindacale sul contratto della mia vita.

Lo sai, mamma, che per trentadue anni, il giorno del mio compleanno, ogni cazzo di anno, tornavo a casa e tenevo la luce dell'ingresso spenta fino all'ultimo? Speravo, con tutta me stessa in una sorpresa. Una festa magari. Non troppe persone. Ma riunite per me. Per rendermi felice, almeno in quella giornata. Anche solo per un’ora, un minuto. Sentirmi speciale, importante per qualcuno almeno in quel giorno. Una volta all'anno. Siamo esseri umani perdio. Ed invece?

Lo sai, mamma, come ci siamo conosciuti? In facoltà certo. Dove altrimenti.

Prigioniera di quell'istituto da studentessa prima, insegnante poi. Ogni giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno. Con il poco tempo libero dedicato a preparare la lezione successiva. Con lo stipendio da fame che mi costringeva a vivere con te. Con la tua superficialità e velato disprezzo. Una prigione, però, di sicurezze. Un mondo in cui la routine si susseguiva suggellando un muto patto di non aggressione. Io lavoravo e non pensavo a nulla. Tu mi proteggevi dal mondo e mi regalavi quella sicurezza di cui avevo tanto bisogno. Il sacrificio era enorme, l'accordo però non transigeva: nessuna fantasia.

Nessuna pazzia.

Nessun cambiamento.

Nessuna speranza.

Lavora oggi per l'oggi. Il domani sarà lo stesso.

Lui mi ha organizzato la prima festa di compleanno, lui mi ha regalato un sorriso. Lui mi ha salvata dalla mia vita, mi ha salvato da te, mi ha salvata da me stessa. E non potrò mai dimenticarlo.

L’autobus sobbalza, il suo rumore ritmico, cadente mi ipnotizza. Appoggio la testa sullo schienale lurido. Stanca di piangere. Il brusio e le oscillazioni della marcia mi cullano in un massaggio che mi assopisce.

Mi sveglio che è notte. Le stelle sono brillantini su un manto nero che ricopre tutto. Magnifico. Sembrano infinite. Irragionevolmente belle. Loro che hanno visto migliaia di vite accendersi e spegnersi su questa terra. Sono tante, troppe. Si dice che il troppo storpia, no, il troppo piace.

E' tutto immerso nel buio, talmente buio che non so se sono sopra o sotto l'acqua. Credo che sia la stessa sensazione dell'uomo nello spazio. Infinito. Maestoso. Scuro e minaccioso. Ma senza quella leggerezza data dall'assenza di gravità che ti fa nuotare nel nulla. Certo, potrei nuotare anche io nelle fredde acque che mi trasportano, ma la sensazione non sarebbe la stessa. Non so nemmeno se mi sto muovendo.

Una luce.

Da un punto indefinito alla mia destra intravedo una debole luce. Una luce che, come la mia speranza, si ingigantisce portandomi ad urlare di gioia.

Una nave! Una nave sta venendo nella mia direzione! Quale meravigliosa visione! Il mio faro di salvataggio!

Sto venendo a casa Marisa!

Sto venendo da te!

E' come una finestra nella notte.

Una finestra per volar via.

Mi affaccio dal balcone, lo sguardo all'orizzonte.

La mia amica non c'è, sono nel suo appartamento.

Sola.

Tanto per cambiare.

Non penso a niente e penso a tutto.

Sono davvero qui? E' veramente questo che mi aspetta?

Il mio “io” abbraccia due universi paralleli, identici. Incapace di fonderli insieme.

In uno sono con lui, gli stringo la mano ed insieme siamo stesi in un campo di girasoli, a guardare il cielo crespo come carta velina, con aquiloni di nuvolette di zucchero filato.

Insieme.

Morta.

Nell'altro sono seduta in una stazione dei tram, sta piovendo e mi riparo sotto una pensilina. Osservo le auto che passano davanti a me, inzuppandomi.

Sola.

Viva.

Abbasso gli occhi verso lo strapiombo.

Jet lag.

Mi vedo fluttuante, al mio funerale. Quanti pianti per colpa mia, quante lacrime sprecate, quante invocazioni per le mie orecchie lontane.

Per un breve, lunghissimo, istante realizzo davvero tutto.

Un salto.

Uno solo.

Scelte future, progetti, frantumi di un futuro irrealizzabile. I pezzi del mio puzzle sono andati perduti. Non sarò mai più me stessa, inutile cercarli.

Sento il sudore scorrere sulla fronte, bagnarmi il viso. Nausea e vertigine debilitano il mio corpo ma non il mio spirito. Le mani stringono forte il parapetto. Le nocche bianche dallo sforzo. Il vento mi scompiglia i capelli, mi spinge, ansioso di porre fine a questa patetica scenetta.

Un ultimo pensiero, un'ultima frase da lasciare al mondo.

Nessun biglietto per spiegare il mio gesto.

Niente.

Ingoio tutte le ansie e le preoccupazioni e mi chino per spiccare il mio volo.

Lui è qui, davanti a me. Sorridente. Con quelle piccole grinzette attorno agli occhi. Mi tende la mano. Mi invita a seguirlo. Verso il campo di girasoli. Verso la terra che non conosce tramonto. Allungo la mano, sento il contatto con la sua. Fredda, distante.

Un istinto primordiale mi pervade, l'adrenalina mi scarica un patimento orgasmico.

Cado all'indietro, sul freddo pavimento. Mi accuccio vergognosa e scoppio in un pianto selvaggio.

Per alcuni farlo è segno di coraggio, per altri vigliaccheria.

Io non so cosa sia.

Non so nulla.

Afferro le sbarre di ferro del parapetto e lentamente mi tiro in piedi, volgo lo sguardo verso casa. Da qui si vede bene. E vedo.

Fumo! Una colonna di fumo nero si eleva dalla mia palazzina.

Scendo dal taxi che dal porto mi ha portato davanti a casa e la trovo in fiamme.

Grida, sirene, panico. Tutto è confuso. Affollato. Come nella mia testa.

Lei sarà la dentro?

Al telefono non ha risposto.

Non sarà entrata? Non lo so. Cosa devo fare? Una catena umana sta facendo blocco per impedire alle persone di avvicinarsi troppo.

'Jason!'

E' lei. Ha urlato il mio nome. E' dentro l'edificio.

Black out.

Quando torna la luce ed i miei occhi riescono a vedere di nuovo mi accorgo di essere quasi svenuto. Il dispositivo di emergenza mi ha riavviato solo per fare una cosa.

Devo salvarla.

Spintono l'agente che mi stava trattenendo e corro verso l'ingresso principale.

Urla. Avvertimenti. Insulti. Nulla mi interessa. Lei è la dentro e io la tirerò fuori. Non sono tornato per perderla di nuovo.

Entro e una nube nera mi soffoca. Alzo il colletto e mi copro la bocca cercando di respirare il meno possibile e mi fiondo su per le scale. Il calore è irresistibile. L'aria pesante, zavorrata dai gas. Salto i gradini tre a tre. Ho molte rampe di scale da salire prima di arrivare alla mia porta.

Lei è li. Lo sento. Ti sto venendo a prendere piccola. Non ti lascerò mai andare. Staremo insieme. Sempre.

Sempre insieme. Come nella fiabe che mi raccontavano da piccola. E vissero per sempre felici e contenti.

Dall'entrata di servizio sono riuscita a farmi largo ed ho iniziato a salire le scale. Mi arrampico verso casa. Verso lui. Sento che lui è qui. Me lo sento dentro. Come una donna incinta sente i calci del suo bimbo nel ventre.

Non vedo nulla. Gli occhi pieni di lacrime per il fumo. Per la disperazione. Abbranco il corrimano e con uno sforzo immane salgo altri gradini. Sento la pelle che si sta arroventando. Mi sembra di muovermi con la gravità aumentata. Pochissimo ossigeno e quel soffio che riesco ad inspirare è polvere e fuoco.

Ormai ci sono.

Solo altri due piani.

Sto arrivando.

Sono arrivato.

Lei è li. Sulla finestra. Cerca di respirare e mi chiama. Chiama insistentemente il mio nome.

Tra le fiamme e le travi schiantate mi faccio strada. La sua figura diventa sempre più distinta.

Tra i mobili carbonizzati, fotografie evaporate. Ricordi di una vita andati in fumo.

Non mi importa. Ci sarà il tempo per ricostruire tutto. Ci sarà il tempo per rinascere insieme. Con nuove foto ed una nuova casa. I ricordi non possono essere bruciati. Non possono essere cancellati. E’ sulla base di quelli che ricominceremo.

L’afferro per un polso e la tiro a me.

Scotta.

Ha la pelle della schiena ustionata.

L’abbraccio come per poterle infondere un’ondata di freschezza nell’inferno in cui ci stiamo consumando.

E la sento davvero la freschezza. Come un’onda caraibica che ci colpisce e ci travolge.

Sento il mio nome, urlato ancora una volta. Ma come lontano da noi. Soffocato. Quasi tossito.

Solo per un secondo.

Solo per un attimo.

Un attimo.

Un attimo soltanto, ma li vedo.

Abbracciati.

Nella nostra casa in fiamme.

Il mio Jason e quella.

Marisa.

Urlo il suo nome.

Lui sembra alzare lo sguardo su di me…

Poi una enorme trave infuocata li travolge facendolo scomparire dalla mia vista.

Dalla mia vita.



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