ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 


Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato mercoledì 15 novembre 2017
ultima lettura sabato 2 novembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

TOPI ALL' AREOPORTO

di RinoTagliafili. Letto 247 volte. Dallo scaffale Pulp

Ogni qualvolta entro in un aeroporto, prima di un volo aereo, mi sento come a casa. Mi chiamo Mauro, ho quarantotto anni e faccio l'agente di commercio. Per lavoro devo spostarmi spesso e un volo aereo per me è una piacevole consuetudine. Ado...

Ogni qualvolta entro in un aeroporto, prima di un volo aereo, mi sento come a casa.

Mi chiamo Mauro, ho quarantotto anni e faccio l'agente di commercio.

Per lavoro devo spostarmi spesso e un volo aereo per me è una piacevole consuetudine. Adoro gli aeroporti. Con quel clima di confusione e organizzazione. Caos e ordine.

Noi siamo dei topi. Veniamo incanalati in metropolitane, strade trafficate da altri topi come noi che passano la loro vita a spostarsi in massa da un posto all'altro senza realmente fare nulla. Casa - lavoro. Lavoro - casa. Topi che passano la loro vita chiusi in stanze a lavorare otto, dieci, dodici ore al giorno, sottopagati. Topi che si credono liberi in enormi gabbie chiamate città, bombardati di pubblicità, offerte, sconti e promozioni. Topi davanti al loro computer, telecomandati dal loro telefono. Senza pensieri, o tutti con gli stessi. Che equivale a non averli. Pensieri riciclati, di seconda mano. Senza novità. Senza vita.

Ma in aeroporto è diverso. Qui ogni topo si trasforma. Qui si è realmente se stessi. Senza paraocchi metropolitani.

Ogni volta che varco le porte con la mia valigetta e il mio bagaglio a mano mi avvio al solito baretto in fondo alle navate. Ordino un bicchiere d'acqua e una pasta senza niente. Mi piace stare leggero prima delle turbolenze del volo. Mi siedo e inizio a godermi lo spettacolo che mi si presenza dinnanzi. E' come una televisione. Una grande diretta live sulla vita reale che mi circonda. Con canali per tutti i gusti ed età.

Il via vai delle persone, perennemente in ritardo, nella speranza di non perdere l'aereo. La preoccupazione dei loro visi sudati e paonazzi. Imbacuccati nei loro giubbotti. Accaldati. Ma disposti a soffrire pur di non sovraccaricare di peso il loro bagaglio e spendere una sciocchezza di più. Spingono, imprecano, pregano. Sono uno spasso.

Uomini delle pulizie. Mi chiedo sempre, soffermandomi ad osservarli dietro il mio bicchiere, se a casa puliscono loro o lasciano questo compito alle loro mogli, e se puliscono loro, lo fanno con quella meticolosa attenzione. Me li immagino nel loro salotto, a guardare la tele o leggersi un giornale e alzare i piedi al passaggio dell'aspirapolvere, egregiamente manovrato dalla moglie. Fieri di essere gli uomini di casa e riservare le fatiche domestiche alla donna. Mentre qui abbassano la testa in segno di saluto al passaggio di chiunque. Con moccio e carrello appresso.

I solitari, coloro che stanno in disparte a leggersi qualche mattone straniero o ascoltano musica. In anticipo di ore, fanno la loro figura vestiti di tutto punto e godendosi le occhiate di dei passanti.

Persone che si ritrovano, genitori con figli, fidanzato con fidanzata, parenti, amici con amici. Abbracci, baci. Pianti di gioia.

Persone che si lasciano, genitori con figli, fidanzato con fidanzata, parenti, amici con amici. Abbracci, baci. Pianti di tristezza.

In aeroporto tutto è costituito da attimi, momenti. Prima di un viaggio si hanno sensazioni contrastanti: paura, gioia, tristezza, emozione. Tutto è più vivido, chiaro. Lo puoi sentire, lo puoi assaporare. Le emozioni sono più genuine. Non come alla tele.

La vita dell'aeroporto mi piace paragonarla ad una vita vera, vissuta fuori ma più compatta qui. Più vera, più intensa. Una vita fatta di momenti, come un fotografo che rimane ore immobile per uno scatto. O un tuffatore che si allena una vita per un singolo tuffo.

Qui ogni momento è prezioso come se fosse l'ultimo. Ecco cosa ci vedo in un aeroporto. Un ospedale per terminali che si aggrappano a qualsiasi gesto, movimento, sguardo. Perchè potrebbe essere l'ultimo. Magari l'aereo cade. Magari la tua ragazza ti lascerà. Magari il tuo amico si rifarà una vita ovunque lui vada e non tornerà più.

In aeroporto vengono a contatto persone di ogni nazionalità e pensiero. Qui non vè razzismo, è tollerata la diversità. Qui costa tutto il doppio ma la gente è ben felice di spendere tre euro per una bottiglietta d'acqua o otto per un panino. Chi parte per le vacanze se ne frega di tutto. 'Tanto sono in vacanza', allora buttiamo via i soldi. Dopotutto passa undici mesi e due settimane mangiando fagioli in scatola con l'auto a gpl. Potrà per una volta spendere i suoi soldi per acquistare cose che non gli serviranno solo per renderlo felice in quell'esatto momento? Cazzo si!

Sto finendo la pasta e osservo l'orario nel mio Rolex. Tra mezz'ora ho il volo.

Osservo compiaciuto due hostess che sculettano discutendo amichevolmente tra loro con i loro trolley neri. Hanno l'uniforme corta di una qualche compagnia. Sembrano nordeuropee, di uno di quei paesi dove sono tutti belli, alti e biondi.

Devo andare all'imbarco altrimenti altri topi saranno già in fila per riuscire ad entrare dentro l'aereo per primi, incuranti dell'attesa degli altri topi. L'aereo non parte senza che tutti siano salti. Ma a loro non importa. Quei topi si mettono in fila un ora prima della partenza del volo. Vogliono fregarli tutti gli altri topi. Loro, che sono più furbi. Dentro quegli aerei stipati come topi in una scatola. Pronti per passare da una gabbia all'altra.

Mi fa male lo stomaco. Forse non avrei dovuto mangiare quella pasta. Non fa bene ai miei bambini.

Ventotto questa volta.

Ventotto ovuli di cocaina che devo scaricare prima del mio appuntamento in Francia.

Viaggio tanto. Sono un uomo di successo. Ed oltre al mio sostanzioso stipendio mi becco duemila testoni a viaggio. E' tanto. Ma sono nel giro da tanto. Sono uno fidato.

Oltre ai soldi oramai mi piace la sensazione di averli dentro. Sono i miei bambini. L'adrenalina che ti sale sapendo che potresti morire da un momento all'altro. Ne basta uno che accidentalmente si apra e buon viaggio. In tutti i sensi. Overdose. Morte. Per questo tengo sempre una dieta ferrea. No caffè, no cibi che irritino o stimolino la secrezione gastrica. Ormai sono un esperto.

I miei bambini mi aiutano a tenermi in forma. Mi aiutano a vivere una vita come all'aeroporto anche fuori. Una vita in cui ogni momento è importante perchè potrebbe essere l'ultimo. In cui ogni pasto ha più gusto, ogni notte è più riposante, ogni tramonto uno spettacolo ed ogni alba un nuovo respiro.

Questo i topi non lo capiscono. Loro guardano solo i soldi e come spenderli. Loro non sanno cosa vuol dire avere venti, trenta bambini nella pancia. Venti, trenta bombe ad orologeria pronte ad esplodere. I topi hanno solo bisogno di una scusa per cambiare vita. Un pretesto, possibilmente una minaccia o una tragedia che li costringa a cambiare. A voltarsi per una volta a sinistra e non sempre, solamente a destra. Così quando il grillo parlante gli chiederà 'che stai facendo?' loro potranno giustificarsi 'non potevo fare altrimenti'. Ma i topi se li mangiano i grilli. Soprattutto quelli parlanti. E allora non ha senso nemmeno spiegare come stanno le cose. Che tutti dovremmo avere un bambino che, come un grillo parlante, ci ricordi quanto è bella la vita, quanto è fragile, quanto tutto è un unico, lungo momento.

Ma i topi questo non lo capiscono.

Sono Mauro, ho quarantotto anni e non sono un topo.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: