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lavoro pubblicato martedì 14 novembre 2017
ultima lettura sabato 18 novembre 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L’eccezionale Rajinder

di Riccahal. Letto 61 volte. Dallo scaffale Amicizia

Era il grest. L’oratorio tutto in polvere e cemento affollato di bambini. Tra questi ne svettava uno, da loro completamente diverso. Il suo nome di tigre lo vestiva come un abito su misura: Rajinder era imponente, forte, feroce, benevolo.

Era il grest. L’oratorio tutto in polvere e cemento affollato di bambini. Tra questi ne svettava uno, da loro completamente diverso.

Il suo nome di tigre lo vestiva come un abito su misura: Rajinder era imponente, forte, feroce, benevolo. Come una sacra creatura, Rajinder, a tutti noi superiore, era da tutti noi così diverso.

Soli, lui ed i suoi occhi gialli, camminavano bassi guardando il grigio sotto di loro; nei pantaloni troppo larghi riposavano mani forti, e dietro un culo forse troppo flaccido ne riempiva una buona parte. Rajinder calciava i sassolini sul cemento verde sbiadito del campo da basket, camminando dritto con il sole del pomeriggio alle spalle e, arrivato alla fine del campo, si voltava senza alzare lo sguardo e ricominciava con il sole sul petto, come in una preghiera. Così Rajinder passava la sua solitaria ed incredibile giornata.

Gli altri ragazzetti giocavano a pallone, andavano in bicicletta, si mangiavano le caccole, gridavano nel piazzale e di Rajinder sembravan non curarsene: da lui stavan lontano come dal calice ingioiellato della sagrestia, come da un cane feroce che abbaia dietro un cancello, come dalle verdure bollite della domenica sera, come dalla presenza nascosta nella lavanderia, come dal ninnolo riposto sulla mensola più alta: Rajinder irraggiungibile, orrorifico, disgustoso, famelico e sacro. Se avesse avuto una lunga coda bianca ed enormi pinne da pesce, certo un infernale capitano con la sua ciurma di diavoli l’avrebbe cacciato per tutti i sette mari; se avesse avuto dieci colli e dieci teste, un’eroe antico l’avrebbe, spada e scudo, affrontato nella sabbia; se avesse avuto squame verdi e lunghissimi denti, i grandi faraoni ne avrebbero voluto l’effige scolpita sulle loro tombe, ma Rajinder, due gambe, due braccia, pelle di bronzo e occhi gialli aveva aspetto umano e, in quel piccolo oratorio del centro, non c’era prete così coraggioso da metterlo in croce.

Non che mi fossi mai posto il desiderio o la necessità d’offrir lui alcuna libagione, ma mi chiedevo cosa uno come Rajinder potesse preferire ai pasti. Immaginavo, e forse immagino tutt’ora, di rispondermi con cibi diversi e speziati, non tanto a causa della natura esotica di Rajinder, quanto piuttosto a causa della sua certa ferocia nell’assaporare ciò che atri mai avrebbero assaporato…Per conto mio, mangiavo prevalentemente caramelle colorate dal sacchetto in carta bianca che la vecchia, dietro al bancone in marmo del bar, mi porgeva maleducatamente dopo esser stata pagata. Esattamente quanto i miei compagni all’oratorio facevano ogni giorno. Non certo -o forse solo in parte -per la mancanza di denaro, Rajinder di caramelle mai ne mangiò, davanti ai miei occhi.



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