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lavoro pubblicato domenica 12 novembre 2017
ultima lettura martedì 21 novembre 2017

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Il riflesso nero di uno sbaglio

di david87. Letto 206 volte. Dallo scaffale Pulp

IL RIFLESSO NERO DI UNO SBAGLIO   Ero svenuto ancora. La testa mi faceva tanto male da sembrarmi rotta. E forse una parte del cranio lo era davvero. Le mie mani cercavano istintivamente il punto da cui proveniva il dolore più acuto ma qua...

IL RIFLESSO NERO DI UNO SBAGLIO

Ero svenuto ancora. La testa mi faceva tanto male da sembrarmi rotta. E forse una parte del cranio lo era davvero. Le mie mani cercavano istintivamente il punto da cui proveniva il dolore più acuto ma qualcosa di ferro gelido glielo impedivano. I polsi erano intorpiditi per essere stati appesi a lungo tanto da non essermi accorto subito che ero legato. La mia bocca era impastata come mischiata a della farina e implorava un po’ d’acqua. Lentamente tentavo di ritrovare la lucidità ma l’odore di marcio e fogna, di certo, non mi stava aiutando. Se la morte avesse un odore preciso probabilmente, era quello che stavo respirando. Era troppo buio per vedere qualcosa o per capire dove fossi. Sapevo solo due cose: che ero ferito e che ero prigioniero in un luogo che non mi rendevo conto di dove potesse essere e di come ci fossi arrivato. Non sentivo neanche più i piedi che si erano congelati a contatto con questo strato umido e paludoso di terra che caratterizzava il pavimento; la sensazione era quella che mi fossero stati staccati dalle gambe. Nudo come un verme, con il sangue che mi scivolava dalla bocca e lungo le braccia, cercavo di capire in che stato ero ridotto. Croste di sangue secco tiravano la pelle ad ogni movimento che facevo. Non c’era modo di liberarmi, solo questo era chiaro. Poi, dopo qualche minuto, ero svenuto di nuovo.

Una luce bianca, troppo intensa per i miei occhi imprigionati nell’oscurità, mi aveva risollevato dal sonno. Uno dopo l’altro, sentivo avvicinare verso di me dei passi pesanti e profondi come una marcia inesorabile. Tremavo, di paura o di freddo, ma probabilmente di entrambi. I miei occhi bruciavano come se immersi un barattolo di benzina. Poco alla volta e molto dolorosamente, però, si abituavano alla luce. La sagoma di un uomo si era posta a meno di un metro da me ma per un gioco di ombre, non riuscivo a vedere ne i colori e ne i contorni del suo viso.

-sei sveglio finalmente. Avevo detto

-chi sei? Cosa vuoi da me? Perché sono legato qui? Avevo chiesto con tutta la voce che mi era rimasta.

-Non puoi fare domande e ne riceverai mai delle spiegazioni. Aveva detto l’uomo con una voce senza inflessioni, quasi metallica.

Non avevo di certo la forza di obiettare, penzolavo da due anelli di ferro inchiodati al muro e con i piedi a stento toccavo terra. L’ombra della punta un bastone o di una frusta rigida oscillava perpendicolarmente al mio petto. Quell’uomo era armato e non aveva intenzioni nobili.

-Che vuoi farmi?

-è solo quello che ti meriti.

Mi colpiva sempre con la stessa forza e a un ritmo regolare come il battito cardiaco, su gambe, braccia, busto e purtroppo anche sui testicoli. Non sarei più stato in grado di fare l’amore con nessuna donna in vita mia, per come stava riducendo i miei genitali. Inespressivo, si limitava a contare le bastonate che mi infieriva mentre mi squarciavano la pelle e mi fratturavano le ossa. Diciassette. Quell’uomo aveva una forza immane. Non riuscivo a intuire nemmeno se stavo perdendo i sensi o se stavo per lasciare questo mondo, avrei preferito senza dubbio la seconda ipotesi. Poi, dopo le bastonate, con un leggero sorriso disegnato sul viso, come una piccola ombra si era diretto verso l’uscita.

-Ci vediamo domani-

Un vortice di silenzio mi stava già inghiottendo e la mia coscienza di nuovo abbandonando.

Non mangiavo da qualche giorno. La fame si univa a tutte le altre sofferenze come un enorme peso che intensificandosi, mi stava schiacciando a terra.

Mi svegliavo ogni tanto, con la nausea costante. Avevo anche i conati di vomito per via della puzza di sangue putrefatto, mischiato all’odore di fogna che saliva da terra. Rigurgitavo i succhi gastrici dello stomaco. La sensazione di morte a tratti vicina e tratti troppo lontana da raggiungere, aveva alterato i miei sensi come un sbronza seria. I miei escrementi puzzavano sotto i piedi, oramai vicini alla cancrena. Non avrei mai pensato che sarei arrivato al punto di desiderare con tutto me stesso di morire, bene, mi sbagliavo. Il giorno dopo, almeno credo ne fosse passato uno, quell’uomo era di nuovo tornato a farmi visita.

-Come stai oggi?

-come sto? Avevo sorriso

Un silenzio breve come una pausa musicale in una canzone mi dava il tempo per riprendere a parlare

-Secondo te, figlio di puttana? Gli avevo urlato come un cane che ha la rabbia.

-Secondo me…. Non te la stai cavando male. Ricominciamo da dove ci eravamo interrotti ieri. Aveva detto lui oscillando delle dannate tenaglie in mano.

Lui si era semplicemente messo in ginocchio ed infilava ad una ad una le dita della mani nella morsa di cesoie arrugginite e me le tranciava. Lo stesso era valso per quelle dei piedi, il suono che emette l’osso di un dito mentre viene amputato assomiglia molto al rumore di un legnetto umido spezzato dalle mani di un bambino. Mentre lui completava l’operazione io urlavo quasi mi fossi trasformato completamente in una bestia dopo aver perso ogni sembianza umana, intervallando le grida a perdite di conoscenza leggere, come un contenitore di energia che deve essere ricaricato spesso per funzionare. Il dolore andava oltre una qualsiasi immaginazione. Anche provando a concepire con la mente quanto stessi soffrendo, prima di oggi, non ci sarei mai riuscito. Avrei voluto scoprire chi mi stava torturando in questo modo e per quale ragione, poi sarei potuto anche andare all’altro mondo. Avevo tentato di scrutare il viso ma vedevo solo un ovale allungato, tutto nero. Il giorno prima avrei giurato che fosse stato il dolore a togliermi la lucidità di sapere chi fosse. Doveva essere qualcuno che conoscevo, o quanto meno che rimandasse il pensiero a qualcun altro di mia conoscenza. Forse, era stato veramente un gioco di luci sfavorevole. Invece, stavolta nonostante tutto quel che stavo passando, lo avevo preso di mira con tutta la concentrazione possibile ma la sua faccia non aveva contorni a cui potessi associare una persona. Quella notte, almeno credevo che fosse notte, ero stato davvero sul punto di cedere. Non ero morto dissanguato solo perché il sadico torturatore si era preso a cuore anche la medicazione delle amputazioni, fermando sapientemente l’emorragia. I dolore, nella sua forma pura, mi avevo fatto salire una febbre pazzesca e ormai mi era impossibile definire il confine tra la sofferenza lucida e la pazzia che mi avrebbe potuto raggiungere. Se l’uomo avesse continuato a divertirsi così, non sarei rimasto vivo per più di due giorni, fortunatamente. Durante la manciata disconnesse di ore che avevo dormito, avevo sognato una sorta di ragazza che non mi ricordava niente ma che aveva almeno lenito quello strazio continuo. Tutto in un unico pieno sequenza: prima viso di Lei, davvero bellissima, poi questa sorta di telecamera passava in rassegna ogni angolo del suo corpo nudo. Lei, adagiata su un fianco, riposava respirando lentamente in un dolce sonno. Solo guadandola, un avvolgente calore sollevava la mia coscienza dagl’orrori di quella prigione. Pareva come se si fosse addormentata proprio dopo aver fatto l’amore. Lenzuola rosse di seta pura coprivano tratti della sua pelle delicata. Un corpo fine e longilineo disegnato per far capire ad un uomo dove può arrivare la bellezza di una donna, era quello che stavo ammirando come fossi solo un punto di osservazione. La stanza in cui la ragazza dormiva era cosparsa di rose rosse e bianche. Una marea di rose, a centinaia, l’una incrociata sopra l’altra. Rose ancora armate di spine che se quella splendida creatura fosse dovuta scendere dal letto le sarebbe stato impossibile. La luce giallo tendente all’arancione del tramonto, che passava dalle finestre, illuminava la stanza creando un atmosfera tenue.

-Ludovicaaa…. Ma la mia voce era un eco troppo pronunciato che si perdeva verso l’infinito.

La conoscevo, sapevo il suo nome ma non capivo come.

Risvegliandomi d’improvviso ero ritornato ad essere di nuovo vittima del dolore.

Il giorno successivo, anche se mi ero impegnato a pregare costantemente ogni Dio disposto ad ascoltarmi, l’uomo dal viso nero era ritornato più o meno alla stessa ora. Aveva aperto la porta e le luci del giorno avevano aggredito ancora la mia vista ma stavolta avevano favorito la deliberazione del segreto della sua identità. Aveva una corporatura simile alla mia, vestiva solo di un pantalone e una tunica leggera come quella dei frati.

In mano, oggi, aveva un nuova sorpresa. Quattro catene. Le stava sistemando agl’angoli della stanza con gesti lenti e sistematici. Colpiva i grossi per fissare gli anelli al muro. La paura di quel che aveva in testa quel sadico era la peggiore delle cose che potesse farmi. Una volta finito, si era fermato al centro della stanza e voltava a destra e a sinistra come per calcare delle distanze.

-che- che vuoi farmi? Avevo detto tremando

-lo vedrai.

-ti prego smettila, uccidimi piuttosto.

-No, devi soffrire, altrimenti non c’era bisogno che tu m’implorassi.

L’uomo, poi era uscito dalla stanza e rientrato subito dopo con tra le mani un vassoio che conteneva delle scodelle. Aveva appoggiato a terra il tutto e con delle chiavi arrugginite aveva sbloccato le serrature dei due anelli che mi tenevano legato. Sarei anche fuggito, ma mi erano state mozzate le dita dei piedi, e dopo il primo tentativo di passo in avanti ero crollato a terra, con le basi delle dita che avevano ripreso a sanguinare inzuppando le garze già sporche.

-mangia.

-no, voglio morire.

-morirai comunque, almeno fallo a stomaco pieno….ti conviene mangiare, i morsi della fame non sono un ulteriore tortura?

Non avendo neanche le dita delle mani, non mi restava che immergere la faccia in quella che era una brodaglia di sugo e carne. Mangiando poi mi ero accanito con il cibo scadente di quelle scodelle da quanto ero affamato. Due zuppe di carne e pomodoro e un piatto di riso al formaggio, una cena niente male tutto sommato.

-Senti, puoi dimmi almeno chi sei?

-no, questo non posso, mi dispiace.

-Perché non puoi farlo?

-Non mi è concesso.

La sua voce non tradiva nessuna inflessione emotiva, era impossibile capire cosa stesse pensando.

-Segui gl’ordini di qualcuno immagino…

-certo.

-Ma non mi dirai di chi… avevo detto chinando la testa, non volevo che mi vedesse piangere

-Non posso farlo, ma dovresti saperlo tu stesso perché sei qui.

-Credimi, se lo sapessi non starei a chiedertelo

-Lo so, scusami ma adesso dobbiamo cominciare.

-oggi potrei non resistere e prima di crepare così come un cane… c’è un ultima cosa che vorrei raccontarti magari serve a qualcosa.

-D’accordo, ma dopo comincerò.

-credo di aver sognato, forse solo frutto della febbre o di un delirio. Si trattava di una ragazza che era sdraiata su di un letto. Era in posizione quasi fetale, i capelli le coprivano leggermente il viso e la potevo vedere solo di spalle quindi non saprei dirtelo con certezza, ma ho avuto la profonda sensazione di conoscerla veramente. In più era come se la chiamassi mentre la vedevo li ma la mia voce non credo lei la potesse udire, sembrava più un eco dentro la mia testa. Il mio interlocutore si limitava ad ascoltare senza il minimo movimento, avevo la sensazione di parlare da solo.

- “Ludovica” la chiamavo.

-Era come se la conoscessi da tanto e la volessi avvertire di qualcosa, un pericolo o un cosa simile, ma lei continuava a dormire dolcemente. Ci ho pensato tutto il tempo, cerco di spiegarmi meglio ma c’erano due particolari che mi sono sembrati cosi reali che non riuscivo a distinguere se era un sogno frutto della fantasia o una sorta di….

Un soffice silenzio come un cuscino di un divano mi aveva leggermente spostato dalle parole successive.

-di ricordo… avevo continuato

Erano rose rosse e bianche rovesciate a terra come i bastoncini dello sciangai. Quando mi sono svegliato sentivo il profumo di quelle rose come se fossi stato presente. Ho sentito su ogni angolo della pelle quella suadente sensazione che la seta lascia quando la sfiora, solo osservando le lenzuola che toccavano in alcuni punti quella ragazza. Ero sollevato, direi.

Il torturatore era rimasto perfettamente immobile, lo guardavo aspettando una sua parola che invece non era arrivata.

-Tu… tu sai chi è? Avevo chiesto per incitarlo ad una spiegazione

L’uomo aveva fatto un passo avanti, poi un altro e un altro ancora, fino inginocchiarsi e a portare il suo viso a un centimetro dal mio. Adesso ne vedevo i contorni, il naso, la bocca, il taglio degl’occhi, l’altezza della fronte ma era incredibilmente tutto nero. Il viso di quell’uomo non aveva colore, proprio come fosse un ombra.

-Serena hai detto? Aveva chiesto lui quasi colto da un insolito stupore.

-si, perlomeno era il nome che io pronunciavo in quella stanza ma non so fosse il suo nome. Avevo risposto con la paura che questa rivelazione mi sarebbe costata ancora un sacco di botte.

L’uomo si era alzato lentamente in piedi, lasciandomi in ginocchio come un fedele davanti al suo salvatore.

-Ti sta tornando la memoria.

-memoria? Mi stai dicendo che la conosco?

-si.

-è per colpa sua che sono qui?

-Devi essere tu a capire, a ricordare. Non io. Io eseguo solo degli ordini.

-Ordini di chi? Di lei? Ti hanno pagato per farmi questo? Cosa sei un torturatore, un killer?

Un silenzio eloquente suggeriva che non avrebbe risposto neanche ad una mia singola domanda.

-Ti prego, ascoltami- avevo iniziato pronto ad implorarlo.

-Se tu mi dicessi chi è o chi sono quelli che ti impartiscono l’ordine di farmi questo, potrei ricordare meglio, potrei capire…. Guarda cosa mi hai fatto… mi ha tagliato ogni dito della mano e dei piedi. Avevo detto mentre gli mostravo da davanti al mio pezzo il dorso della mia mano mozzata. Quel che ne restava della mia mano.

-Non posso più camminare, guarda, mi hai tagliato tutte le dita. Continuavo con gl’occhi gonfi di lacrime di chi sa di essere diventato uno storpio e non riesce a rendersi bene conto di come potrà vivere dal quell’istante in cui pronunciavo. le parole in poi.

Stavo chino con la testa e vedevo il calcagno del piede sfigurato, quasi non poterlo più riconoscere dall’originale viste le mozzature.

Una folata di vento e poi ero a terra steso con il naso probabilmente rotto e da cui usciva sangue scuro senza controllo. L’uomo si era chinato su verso di me e con una mossa secca delle mani, me lo aveva raddrizzato. Un urlo secco e acuto come un assolo di un soprano in un opera lirica. Un dolore senza confine. Poi, l’uomo, si era alzato da terra e si era allontanato da me, sempre con quel suo fare lento e inesorabile per ritornare nella posizione di prima. Poi, mi aveva dato un cazzotto di una forza sovraumana.

-Non insultare la mia intelligenza. Ti ho già ripetuto più volte che non ti posso dire ne chi mi manda qui e ne la ragione. Quindi non tentare più di fregarmi con le parole o riceverai torture ulteriori a quelle che devo già infliggerti.

-Ok, ti prego, scusa, non lo farò più…. Avevo detto ma la mia voce rotta dal dolore che dal naso si stava espandendo nella zona intorno.

-Oggi, hai fatto il primo passo.

Ero rimasto in silenzio per il terrore una domanda mi sarebbe potuta costare, che so, una costola spezzata stavolta.

-Mi hanno ordinato che se avessi fatto questo passo oggi non avrei dovuto farti male.

-Non so se ringraziarti o meno.

L’uomo aveva fatto un passo verso di me.

-No, no scherzavo- avevo urlato pensando che mi avrebbe tirato un altro dei sui cazzotti al piombo.

Invece, mi aveva aiutato a tirarmi su da quel letame e mi aveva sollevato di nuovo.

-Aspetta qui.

Dopo due minuti era tornato con una caraffa d’acqua pulita, una coperta di lana e un razione di cibo come quelle che prodotte per l’esercito.

-chiamalo, premio se vuoi. Aveva detto dopo aver poggiato a terra le tre cose.

-grazie, ma tutto questo è per un semplice sogno? Se ne faccio uno migliore stanotte, domani mi regali una macchina?

-ti era rimasta la voglia di scherzare vedo. A me no. Attieniti a quello che ti dico.

-Sissignor signor signore.

L’uomo “senza volto” se ne era andato dalla cella rubando dalla stanza la luce del giorno.

In realtà non riuscivo ad essere tanto a consolarmi di un po’ d’acqua, di quel cibo schifoso e una coperta da stendere a terra. Se non altro potevo cercare di dormire un po’ meglio steso a terra ma il dolore me lo avrebbe ovviamente impedito. Avevo bisogno di tutto. Di farmi una doccia, di lavarmi i denti, levare i miei escrementi e il sangue perso da quella stanza, riavere le mie dita, ma nulla che potessi immaginare per farmi stare meglio sarebbe accaduto. Strano il cervello umano, ti hanno appena reso completamente monco e riesco solo a pensare a una bella doccia. Pensavo ad alta voce sperando si acuisse un pochino il pensiero che se fossi uscito da qui, se ne ce l’avessi fatta, sarebbe valsa la pena o meno, vivere ancora. Non sapevo se avrei avuto il coraggio di suicidarmi a posteriori. Forse, avrei dovuto farlo subito ma non c’erano mezzi per procedere. L’uomo si era guardato bene da portasi via le catene, ma senza dita non sarebbe stato comunque semplice. Alla prima occasione buona avrei provveduto, vivere non aveva più senso per me, ne ero abbastanza consapevole. L’unica cosa che mi premeva, era aspettare di scoprire l’identità del torturatore e della ragazza che erano collegate al motivo per cui ero qui. Non avrei voluto vagare negl’inferi senza sapere cosa fosse successo. Durante la notte, anche per dimenticare il dolore fisico, il puzzo e il freddo avevo ripercorso a memoria quel sogno cercando un’intuizione su quella ragazza. Non avevo ottenuto nessun risultato e a me pareva sempre di più un estranea. Il giorno seguente, il torturatore si era ripresentato con le catene. Sempre con la sua calma olimpica, aveva risistemato le catene agl’angoli della stanza proprio come aveva fatto il giorno prima. Non riuscivo a parlare, e neanche ad avere paura, era come se mi stessi abituando alla infame routine di quei giorni. Mi piaceva pensare che ero solo una questione di tempo e con la morte, avrei finalmente ritrovato la pace.

Mi aveva legato gambe e braccia con le catene che mi sorreggevano in piedi al centro della stanza. Una frusta come quelle dei domatori di leoni, ecco la novità del giorno. La pelle si lacerava e si apriva sotto i colpi di frusta. Li contava. Uno dopo l’altro, ogni lancio con la stessa forza, ma io non urlavo più. Era come fossi diventato emotivamente insensibile al dolore. Dopo un certo numero di colpi, mi si erano appannati gl’occhi dalle lacrime e non sentivo più neanche i suoni. Arrivavano attutiti come se fossero chiusi in una scatola di cartone. Forse avevo perso conoscenza, o forse la mia coscienza si era estraniata dalla realtà ma una luce d’un intensità senza precedenti mi feriva gl’occhi al punto che rimasi cieco ma successivamente vidi tutto quello che accadde.

Sono le 23:45 ho già suonato il campanello molte volte ma non ha ancora risposto nessuno.

-Cristo, ma vuoi deciderti ad aprire! Penso ad alta voce digrignando con forza i denti

Passano alcuni secondi e poi una voce modificata dalle frequenze del citofono finalmente mi risponde.

-che vuoi David, ti vedo dalla finestra. Lo sai che è mezzanotte vero? Ed io domani mattina mi devo alzare alle sette per andare a lavorare. Perché io un lavoro ce l’ho. Quindi, se hai qualcosa da dirmi prova ad usare il telefono ad un ora consona. ciao

-Ascolta, ascolta… ti prego non riagganciare! dammi un secondo….Avevo come se le parole fossero i proiettili di un mitra che si rincorrevano in modo da arrivare al microfono prima che lei lo riagganciasse.

-amore. ti prego voglio solo chiarire la faccenda un volta per tutte, fammi salire.

Segue una pausa.

-David, non chiamarmi amore, mi dà fastidio. E soprattutto non puoi piombarmi sotto casa di notte. Ti è chiaro? Io ho una vita sai? e anche tu dovresti fartene una! E potresti cominciare proprio facendomi ritornare a letto e smettendo di suonare questo dannato citofono.

-cercando di ammortizzare la tensione stavo saltellando sulle punte.

-Ludovica, tu rimandi sempre, a casa non ti trovo mai e alle chiamate non rispondi. Sono convinto che il tuo telefono avrà sicuramente registrato le milleesettecento chiamate che ti ho fatto negl’ultimi giorni.

-Chissà, david, forse se non ti rispondo c’è un motivo. Ma che cazzo vuoi da me?

-senti, Ludovica non hai nessun motivo di trattarmi così… ti chiedo sono di parlare.

Avevo tirato fuori dalla tasca destra del cappotto il blister di pastiglie tavor e ne avevo ingerita un'altra. Mi facevano stare calmo.

-Me ne andrò solo se mi farai chiarire una buona volta la situazione. Ti chiedo solo di parlare un po’ e poi tanto lo so che non ti farai più trovare. Ti conosco troppo bene… Sei una maestra ad evitare le persone.

-Ma cosa vuoi chiarire? Me lo spieghi? Cosa vuoi adesso da me? Dopo quattro anni passati a farti i cazzi tuoi, ora torni con la coda tra le gambe e ti aspetti che io… cosa!? Eh?! Andiamo tutti e due a dormire che è meglio.

-Ludovica, ti giuro che mi metto a dormire sotto casa tua! Non me ne vado finché non mi apri. Non puoi trattarmi così dopo tutto quello che abbiamo passato insieme! Lo sai che ti voglio bene. Ti prometto che si tratta di un quarto d’ora e poi me ne vado

Oltre al citofono sento il suo respiro incerto, sta esitando.

-dai solo il tempo di un caffè e me ne vado.

Ancora quel silenzio affannoso frutto dell’indecisione.

Il citofono si chiude e un suono metallico accompagna l’apertura del portone.

-Finalmente la rivedo- è l’unica cosa a cui sono in grado di pensare mentre salgo le scale. Il mio cuore batte al ritmo di un rullo compressore e quasi preso da un attacco d’autismo, recito di seguito e un infinità di volte le parole che le avrei detto non appena l’avessi rivista.

Le illusioni sono nemiche sincere della verità.

-Ludovica sei davvero bellissima- dico guardandola nei suoi splendidi occhi color nocciola.

-Ho tutta la faccia gonfia, mi sono dovuta anche togliere la maschera anti rughe alle zucchine per venirti ad aprire. Sono impresentabile e assonnata quindi niente lisciatine da ruffiano! forza, entra e chiudi la porta… risponde distruggendo il mio tentativo di romanticismo come un pugno che affondo una costruzione di sabbia.

Il “filtro della speranza” è un pericoloso concetto che riguarda lo stato d’animo sognante di chi si aspetta da una situazione un risultato positivo, che molto spesso non si concretizza, ma è solo frutto della speranza stessa. Il nostro cervello altera il significato dei suoni uditi dalle orecchie per poi trasformarli in quelli che il cervello stesso si aspettava di percepire, infatti io solo avevo sentito:

“Ehi, ciao david, mi fa piacere rivederti, scusa se prima sono stata un po’ stronza, sai sono nel mio periodo del mese…Prego entra pure, fai come se fossi a casa tua, ti voglio bene…

Ludovica trascina i suoi passi di una stanca dolcezza che la era sua sensualità a farmi strada nel suo appartamentino come una iena che precede il suo brano prima di mangiarsi la preda. Indossa uno paio short da pigiama cortissimo, che mette in risalto le sue gambe setose, così belle da far assalire la voglia di passarci i polpastrelli delle dita sopra e di goderne della morbidezza. Una magliettina semi-trasparente che fa intravedere la schiena nuda. C’è da vergognarsi a dirlo, ma ho già un’erezione precipitosa.

Arriviamo in cucina, una stanzina ben arredata con tanti cimeli di viaggi esotici appesi alle pareti, che non può ospitare più di tre persone a meno che non si voglia buttare fuori dalla finestra il frigorifero. La mezzanotte è appena passata.

-Accomodati pure- dice con un tono di cortesia estremamente sforzato.

-grazie. Rispondo cercando di essere gentile

-Vuoi qualcosa da bere?- chiede

-Mah…-

-Di alcolici ho solo vino rosso, o sennò si va sul “montenegro” o credo di avere della vodka.

-la vodka è perfetta.- rispondo facendomi castelli in aria sul motivo per il quale avesse comprato una bottiglia del mio liquore preferito.

Lei si arrampica nello scaffale più alto della credenza mettendosi in punta di piedi per afferrare la bottiglia e il lembo della maglietta semitrasparente si solleva e scopre l’ombelico.

Sono troppo agitato, il cuore insiste a battere nell’intento di fracassarmi la cassa toracica, la prima cosa che mi viene in mente di fare è controllare se nella tasca del jeans ho i miei ansiolitici.

-è calda ma ci metto dentro del ghiaccio se ti serve… basta così?! Chiede lei versandomi tre dita di liquore in un bicchiere.

-Apposto grazie-

-lascio qui la bottiglia, se ne vuoi un altro bicchiere…

-Grazie.

Lei armeggia con delle pentole incastrate l’una dentro l’altra come delle matriosche per scegliere la più adatta. Sono tentato di chiederle cosa stia cercando, e lei, come se avesse intuito il filo dei miei pensieri con un gesto lento, che assomiglia più ad una cerimonia di risposta, afferra una scatola di bustine del tè. Quasi come se le nostre azioni fossero l’una prosecuzione naturale dell’altra in un’intesa telepatica.

-Parla, ti ascolto! Anche se mi sto preparando un tè, ci sento lo stesso. Mi provoca rompendo la logica dei miei pensieri

-…Come sei diventata fredda Ludo! Perché non cerchiamo di rilassarci? Non credi sarebbe meglio per tutti e due?

-Senti…non è colpa mia se sono fredda come dici tu… evidentemente qualcuno che mi ci ha fatto diventare… replica lei con tono di rimprovero.

Mi riparo nel silenzio, continuando ad aspettare la frase giusta per intraprendere il discorso mentre lei versa il tè, ormai pronto, in una tazza.

-Con questo caldo non faresti meglio a bere del tè freddo? Chiedo improvvisando

-Si, in effetti sarebbe stato meglio come lo sarebbe stato poter dormire stanotte!

-ahhh Va bene, trattami da stronzo se ti fa sentire bene, ma sappi che sono qui per ammettere di aver sbagliato con te. Per dirti che sono pentito di quello che ti ho fatto. Non avrei mai dovuto la…

-Lasciarti? Oh si certo, guarda le tue scuse sono l’unica cosa che ho desiderato fin ora, oltre a questo magnifico tè caldo a giugno ovviamente. Ma cosa speri di fare David adesso, me lo spieghi?

-se mi lasci parlare invece di fare la simpatica ci posso provare! Pensi che sia divertente per me tornare a strisciare da te che ti comporti da stronza! Dico alzando la voce

Pochi minuti e stiamo già litigando.

-Ehi, modera i toni in casa mia! Tu pensi di poter venire qui e di intortarmi con i tuoi discorsi vero? Come sei maledettamente egocentrico e strafottente…Hai sempre creduto che con la tua parlantina potessi sempre ottenere tutto quello che vuoi quando lo desideri… non è così?... il problema, David, è che io ti conosco… Non stai parlando con una puttanella, una scema qualunque che ti diverti a rigirare come vuoi! Questo lo capisci, o devo pensare che tu sia più stupido di quel che vuoi far credere con le tue eroiche azioni notturne? Le sue parole erano affilate come i coltelli di chi lavora la carne.

-Senti, hai tutte le ragioni del mondo per essere incazzata con me. Ti ho mollato per inseguire i miei progetti, la mia professione, i cazzi miei va bene? e sono stato un fottuto egoista, anzi no, un bastardo, e tutto quello che vuoi…. Un pezzo di merda, ok? Ma in quel momento non potevo fare altrimenti…. Sai cosa vuol dire inseguire da tutta la vita un sogno? Ti ricordi come sono cresciuto vero!? Ne hai un idea!? Hai presente con quanti sacrifici ho dovuto fare i conti? Tutte le fottute persone che non hanno mai creduto in me proprio quando ero più indifeso. Io non avevo niente! Niente. Non avevo soldi, non avevo fama, e credibilità neanche come persona, neanche come uomo… che ne sai tu della mia adolescenza eh? E dei miei genitori… di quanto è stato difficile crescere sperando solo di avere la libertà di fare ciò che amavo… tu mi conosci bene, siamo stati anni insieme ma quello che ho covato dentro tutti quegli anni nessuno lo può capire, e nemmeno io. A volte riesci a capire meglio quale è stata la tua realtà solo quando ne conosci un'altra. Una parallela alla tua, una migliore. Mi hanno mandato a lavorare a sedici anni, non ho neanche potuto permettermi il desiderio d’iniziare un università, io! Te lo sei dimenticato?

Le mie parole cominciano a far leva dentro la coscienza di Ludovica che solo adesso ha assunto l’espressione di chi sta ascoltando davvero.

-e alla fine pagato per questo! Non solo ho avuto un infanzia di merda….Guardami! guardami ora! Ho perso tutto… tu non sai quanto ho pregato per non finire come mio padre… la pena che mi ha fatto quel uomo era la forza di credere che per me sarebbe stato diverso. È stato come cercare invano di evitare un destino già scritto. Ma uno può pensare, sai ho avuto un padre di merda ma mia madre, invece, le si che è in gamba! No, sbagliato! essere stato accanto mia madre con la sua malattia?… è di questo che vogliamo parlare? i miei tre fratelli più piccoli, secondo te chi era costretto a pulirgli il culo? Io, sempre io. Sempre a chiedere aiuto ad Alessandro che ha sacrificato ancor più di me la sua vita per noi, ed ora che non c’è più io non ho nessuno… non pensi che mi sarebbe piaciuto un giorno restituirgli quello che mi dato, che ci ha dato? È facile sai… per chi non hai mai avuto problemi… non è sensibile… la sensibilità è figlia di una vita difficile… è la mia faceva schifo e pensa che mi ci stavo quasi abituando! Il tono della mia voce si era alzato sistematicamente come in una composizione in crescendo.

-quando poi, mi hanno proposto quel contratto… Mi sono sentito come se avessi riscattato tutto quel tempo in un colpo solo… per chi è cresciuto nella famiglia del mulino bianco, come te o che so io, con i genitori che gli danno la paghetta settimanale è un po’ difficile capire come cazzo sia stato una merda per me. Poi è arrivata quell’occasione… tu hai un idea di cosa possa aver provato? Finalmente qualcuno credeva in ciò che sono e non voleva solo che lavorassi per potare i soldi a casa. Io e i miei fratelli siamo stati un numero… tutta la nostra cazzo di vita… i nostri genitori non ci hanno mai considerato… ma non li biasimo, io, so che anche loro da bambini erano cresciuti così e non sapevano fare di meglio… La mia voce si era improvvisamente rotta come se avessi ingoiato un oggetto appuntito. Il suo modo di ascoltare incitava in me quelle parole che si trascinavano l’una con l’altra, come aggrappare a una fune fossero tirate in cima a una montagna. L’aria diventava più rarefatta ad ogni frase pronunciata.

Poi, un silenzio pesante come un armadio da sollevare si era interposto il mio viso e il suo rimasti fissi l’uno sull’altro.

-La casa discografica mi ha gettato via manco fossi carta da culo, così di punto in bianco, con tre parole. Capisco che il mio secondo disco è stato un flop, obbiettivamente non è buono neanche per giocare a freesby in spiaggia, ma non è stato facile per me perdere il lavoro dei miei sogni da un giorno all’altro. Aggiungo

Poi sul viso di Ludovica era apparso un sorriso che lentamente era trasformato prima, in una risata amara fino a raggiungere poi, una flessione isterica.

-Hai finito di piangerti addosso? Sei un po’ grande per lamentarti dei tuoi genitori… che tristezza mi fai… non ti accorgi neanche che sei talmente egocentrico e vanitoso che pensi di essere l’unica mosca bianca ad aver dovuto affrontare dei problemi…

Instantemente una sensazione di stupore mista a vergogna cresceva nel petto come se dal cuore si espandesse una fonte di calore.

-tu hai presente quante persone ci sono negl’ospedali in questo momento? Tumori, incidenti stradali, gente che tenta il suicidio… per non parlare di chi vive sotto un ponte, di chi mangia quando può… tu hai una vaga idea di come possa essere il mondo?... riesci ancora a vederlo? O il tuo ego lo ha cancellato dalla tua vista!? e questo quello che odio delle persone famose… si sentono al centro del loro piccolo e stupido centro di gravità pieno di capricci e di lagne…, sei lagnoso… il resto non conta più nulla per te, conti solo tu…. Pensare gl’altri non conta più… vale solo pararsi il culo e difendere i tuoi soldi, la tua immagine e il tuo potere e quando lo si perde, quest’uomo che ho di fronte agl’occhi è quello che rimane… La ragione per cui il mondo è diviso in due… il mondo dei ricchi non vede le altre persone, quelle comuni come me, come eri tu, quelle che cercano solo di tirare avanti… e quelle come me spesso non voglio guardare in faccia quelli ricchi, quelli famosi e che credono di aver il potere… proprio come sei diventato tu… e se dei uno due mondi entra in contatto con l’altro, quello che vedi adesso è quello che succede… la violenza nelle parole, la violenza della guerra… tu nel corse del tempo, sei passato da un mondo all’altro, e non vuoi più tornare indietro… ci si abitua agli agi eh? … ma per me, così, non sei un uomo vero…non vali più nulla.

Dopo che le sue sagge parole avevano solo sfiorato il mio viso come un dardo che ferisce un guerriero in battaglia, ma non lo colpisce, e invece di renderlo eterno con la morte di un eroe, lo trasforma in un iracondo animale, alle stesso modo io reagivo dentro di me. Intanto Ludovica, sorseggiava il tè a intermittenza mentre mi studiava per capire se fosse stata veramente in grado di farmi riflettere.

-Sono stato un egoista te l’ho già detto. il Fato, l’Universo, Dio, o qualunque Divinità celeste che esiste o meno, mi hanno fatto pagare a caro prezzo la follia che ho fatto…. averti lasciato, aver lasciato la persona più preziosa che avevo al mondo e lo capisco ancora come se lo riscoprissi ogni volta, proprio quando mi parli così… Per poi cosa, fare il cantante? Quel mondo è fatto di tanta merda quanto oro mostra… solo merda, un infinità di droga, di Manager che pensano solo ai cazzi loro e ai loro soldi….. Se tornassi indie…. Avevo ripreso

-non lo rifaresti immagino… Irrompe lei separando la bocca dal bordo della tazza.

-già, Non lo rifarei. Rispondo ignorando il suo sarcasmo

-E quindi? Chiede mentre soffia per raffreddare il suo tè

-E quindi mi sono reso conto che sei la cosa più importante e più bella che mi sia capitata e che averti perso, invece, è stato lo sbaglio più grande… non mi sento più vivo senza di te.

-Che belle parole, potresti scriverci una canzone… senti se la tua discografica è interessata ad un nuovo lavoro. Te lo suggerisco io il titolo “suppliche patetiche alla propria ex in una afosa notte estiva”. Che ne pensi?

-che la dovresti smettere con questo atteggiamento cinico. Dico e poi butto giù metà bicchiere di vodka di un fiato.

-David, ma cosa cazzo vuoi da me? Ti aspetti che tre frasi messe in croce possano cancellare quello che mi hai fatto passare quando mi hai abbandonata? Avevamo una casa e una vita insieme, dei progetti per il futuro… Ti sei dimenticato cosa mi hai detto la prima volta che ci siamo baciati? Io mi sono innamorata di te perché la promessa che mi avevi fatto era la più importante e la più vera che avessi mai ricevuto o avessi sperato di ricevere…. T’illudi davvero che io possa accoglierti a braccia aperte come se nulla fosse successo? Chiede lei passandosi le mani tra i suoi fluenti capelli neri.

Rimango quasi senza respiro.

-Sono passati quasi cinque anni da quel giorno e ti ripresenti a casa mia nel cuore della notte. Negl’ultimi che mi hai perseguitato tutte quelle telefonate come un maniaco. Io non ti voglio più vedere, è chiaro? Avrei dovuto chiamare la polizia quando me lo aveva detto Roberto!

-Chi cazzo è questo Roberto? Avevo chiesto come se stessi evitando degli schizzi di acqua bollente, in un istinto rapido

-Non sono cazzi tuoi. Ci siamo lasciati qualche annetto fa te lo ricordi? Ed io ci ho messo tanto a dimenticarti… Dio se sono stata male, ho sofferto le pene più infime dell’inferno. Io ti amavo, ma ti amavo davvero. io sapevo chi eri… non avevi nulla e mi innamoravo ogni giorno di più della tua sensibilità, del tuo romanticismo… mi trattava come ogni donna al mondo, se avesse la fortuna di essere trattata come mi hai tratta tu, vivrebbe, conscia, di quanto può essere bello l’amore, e la vita insieme. E tu avevi trovato la risposta alle tue pieghe del passato. Avevi la cosa più preziosa l’hai voluta abbandonare…

Quelle verità facevano riemergere i frammenti di tempo trascorso uniti, felicemente, con la velocità con cui un pallone d’aria torna in superficie dopo essere stato trattenuto sott’acqua.

-ma ora non lo so più chi sei, anzi non so più cosa sei diventato… preferisco a non avere più nulla a che fare con te, almeno questo lo capisci? mi vedo con un'altra persona, ti basti sapere questo.-

I frammenti delle immagini precedenti erano stati risucchiati negl’abissi neri come se una presa indistricabile le avesse trascinate giù per le caviglie.

-e abbiamo intenzioni serie. Ora mi fai il favore di metterti il cuore in pace e sparire da casa mia e dalla mia vita? Te lo sto chiedendo pazientemente e con le maniere buone, non mi far usare quelle cattive. Aveva continuato lei

Il mio problema è che sono sempre stato un tipo orgoglioso che reagisce d’istinto invece che con la testa nei momenti in cui mi ritrovo con le spalle al muro.

-e quali sarebbero quelle brutte eh?! Dico infervorandomi.

-chiamare la polizia ti basta?

-Dimmi chi cazzo è sto fottuto Roberto!

-Non sono cazzi tuoi.

-e invece me lo dici e subito.

Ludovica si alza di scatto e fa un passo indietro.

-David, è meglio che te ne vai, non ho più niente da dirti.

Mi tremano le mani e le gambe dalla rabbia, Ludovica mi sta trattando come una nullità, e non lo posso sopportare …. Non mi lascia modo e tempo di spiegarmi e questo comportamento non riesco proprio a tollerarlo.

-No, io non me ne vado. La minaccio e poi finisco di bere il liquore rimasto nel bicchiere.

-Ed io chiamo la polizia! Dice lei cercando con lo sguardo il telefono

-e sai quanto me ne frega della polizia. Se tu non mi vuoi perdonare a me non rimane nulla da perdere, sai cosa significa questo? Chiedo retoricamente

-Stammi lontano. Vattene!!! Urla come una donna appena trasformata in vampiro.

-Non succederà.

Afferro la bottiglia sul tavolo e mi ci attacco buttando giù diverse sorsate di liquore.

-Smettila di bere e vattene. Insiste lei

Le guardo i seni e i suoi capezzoli, ora puntano dritti verso di me. Ha delle gambe di una forma che richiama la perfezione e mi viene la strana voglia di passarci la lingua per sentirne la superficie liscia.

-Hai i capezzoli duri, amore che c’è? Ti ecciti se faccio lo stronzo? Dico come se le parole sotto l’effetto dell’alcol avessero il potere di cancellarsi da sole.

-Cristo, sei già ubriaco!?

-Amore ti faccio vedere una cosa- Dico tirando fuori dalla tasca dei jeans il blister di pillole

-Vedi queste pasticche?

-Dimmi che sono per l’allergia…

-Più o meno amore. Non è droga ma quasi. Dico rigirando il blister sopra i nostri sguardi e sotto la luce pacata del lampadario.

-sono ansiolitici ecco come mi hai ridotto… ai buttato la mia vita nel cesso, e queste pillole solo la prova di chi è la vera egoista tra noi due. Aggiungo

-Che motivo c’è di prendere quella schifezza, non hai neanche le palle per affrontare la tua vita da solo? Chiede lei crucciando le ciglia

-Puttana! Ringhio scattando in piedi sulla sedia

- io…. io… non riesco a vivere senza di te. E tu, che mi prendi per il culo… Dico mentre un pianto isterico improvviso come un temporale estivo si scatena nell’espressione del mio viso.

Sento il respiro di Ludovica affannoso come dopo una lunga corsa

-ok… forse ho esagerato prima David… scusa va bene? sono stata un po’ acida ma è per via… inizia lei facendo due passettini indietro come un gatto che si accorge della presenza di un animale più grosso.

-Stai zitta! La intimo… e non ci provare con me. Un motivo per cui ti amo è che oltre che bella sei anche una furbetta. Non vorrai fare la carina con me perché ti sto mettendo paura?

-Senti, David non puoi pretendere che precipitandoti a casa mia dopo cinque anni dalla nostra rottura io sia qui, disposta a perdonarti… Ci vuole del tempo per rimarginare certe ferite… Dammi tempo… Dice lei con il tono di chi sta tornando sui suoi passi.

La cucina è minuscola e Ludovica è a un metro da me e a un altro dalla porta a finestra alle sue spalle.

-Hai ragione, amore. Ci vuole tempo…. magari quello giusto per convincermi che ti stai aprendo alla possibilità di seppellire l’ascia di guerra solo per liberarti di me stasera, chissà… hai paura vero?

Ludovica pone tra la sua figura e la mia un muro di silenzio rotto solo da le ansiose inspirazioni ed espirazioni…

-…..è vero, infatti io non ti fari mai del male… voglio fare l’amore con te. Continuo

I suoi capezzoli che sporgono oltre la magliettina, mi provocano un erezione da spavento, non riesco quasi più a essere lucido.

-che dici?

-che voglio fare l’amore con te, un'altra volta come quando facevamo l’amore per ore e non ci volevamo mai alzare dal letto… ti ricordi?

-David vattene… poi ho le mestruazioni, non possiamo…

-e io sono la reincarnazione di Luciano Pavarotti.

- David calmati, prima risolviamo i nostri problemi e poi faremo l’amore tutte le volte che ci andrà. Dice lei con quella flessione diplomatica costretta.

-Sei proprio intelligente amore mio, ma invece di continuare a parlare, perché non ti levi i pantaloncini?

-No!- dice lei con fermezza

-Si!- replico io

Come un lupo che dopo aver circondato la sua preda con un balzo gli si fionda addosso per sbranarne la carne allo stesso modo io afferro i polsi di Ludovica, bloccandole le braccia.

Lei si dimena provando a liberarsi dalla presa e dal dolore provocato dallo sfregamento delle ossa dei polsi..

-Lasciami Bastardo, che cazzo fai?! Ti farò pentire….

Mentre mi distrae parlando Ludovica prova a darmi una ginocchiata nei testicoli ma di riflesso, prevedendo una mossa tanto scontata in questi casi, respingo il suo ginocchio colpendolo a sua volta di lato con il mio.

-Non fai più la ganzina adesso eh?!

Mi risponde centrandomi il naso con uno sputo.

La giro di schiena piegandole le braccia e aumentando la stretta. Lei reagisce fondendo i singhiozzi del suo pianto al digrignare dei denti.

-Dai Ludo, perché ti comporti così, solo un po’ e tutto sarà finito. Dico mentre con una mano le tengo ferrati i polsi dietro la schiena e con l’altra insinuo la mia mano sotto la maglietta. Inizio a massaggiarle i capezzoli che sono duri come il ferro.

-Sei un figlio di puttana! M’insulta lei

-Lo so, ma vedo che questo figlio di puttana ti piace come gioca con i tuoi capezzoli eh!?

Ludovica s’imprigiona dentro le sue lacrime che le hanno tagliato in quattro il viso. Sempre mantenendo la stessa posizione le abbasso gli short e mi sorprendo di notare che sotto è nuda.

-sei sempre stata una maialina, e le mutandine, non te le metti più? A Roberto non piacciono?

Ludovica ha smesso di parlare.

Il riflesso nero del suo corpo nudo, bello ed eterno con quello di un ricordo, si disegna sul vetro della porta finestra. La sua vagina, con il tatuaggio di una serpe, s’impone tra le righe della mia eccitazione facendomi totalmente perdere ogni briciolo di razionalità. Con il dito medio mi faccio spazio nel suo culo, stretto a difesa, fino ad arrivare con fatica al suo ano e gliene massaggio la superficie. Poi avvicino la bocca al suo orecchio per chiederle se sta godendo, oramai vinto dall’esaltazione, ma i suoi capelli neri e folti mi coprono la vista e mi accosto troppo alla nuca. Lei cogliendo al volo la mia distrazione, si scaglia verso il mio zigomo con una testata all’indietro riuscendo a rompermelo con un colpo secco. Mi accascio a terra e porto le mani a copertura del fascio di sangue che mi scorga dal punto fratturato.

-Che puttana- dico con la voce sommessa dal dolore

Lei rimane tremante davanti a me come se stesse valutando la mossa successiva perché per arrivare al telefono, evidentemente mi deve scavalcare. Apre un cassetto e tira fuori un coltello di cui si arma.

-Alzati bastardo ed esci da qui o ti ammazzo. Urla lei con tutta la voce che ha.

-Ok me ne vado ma tu abbassa il coltello, mi hai rotto lo zigomo…. Dico con il tono della vittima

Mi rialzo a lentamente tenendo la testa china e le mani al volto. Il coltello le oscilla nel pugno come una bandiera al vento, allora faccio un passo indietro fintando una difesa come un lottatore esperto ma invece le sferro un calcio sul ginocchio, senza che lei possa prevederlo, con una cattiveria impetuosa, non da me. Le cedono le gambe come fossero stuzzicadenti e lei, cadendo all’indietro, batte la testa sul telaio d’allumino della porta finestra. Non perde conoscenza. Io mi rialzo.

-Bastava che tu avessi fatto l’amore con me e tutto questo non sarebbe successo. Invece tu mi hai voluto umiliare. Ero venuto qui solo per chiederti scusa… le dico mentre mi avvento sul suo corpo già inerme

L’afferro per i capelli.

-Guarda che hai fatto- la incolpo

La tiro su di peso mentre le sue grida si arrampicano in ogni angolo della casa.

-che brutto deve essere se i tuoi vicini ci sentissero …. Meglio che ti tappo la bocca con questo…. Avevo detto mentre le infilavo a forza uno straccio dentro la bocca, che avevo appena afferrato dalla maniglia del forno proprio accanto a noi, aiutandomi con l’altra mano che le teneva ferma la testa.

Un chiazza di sangue nero fuoriusciva dal punto in cui lei aveva battuto. I suoi capelli si strappavano sotto le mie dita quando con una spinta la scaravento per terra. Mi tolgo la cintura dei jeans e dopo pure quelli. Lei è stesa a terra che si agita per il dolore e la confusione dopo la ferita sul cranio. Le levo gli short.

-Adesso ci penso io a te.

Mi slaccio i jeans , li abbasso a mezza gamba, le apro le gambe, e mentre con una mano le tengo schiacciata la faccia a terra con l’altra infilo il mio pene, duro come il marmo, dentro il suo sesso. Le vengo dentro. Poi la volto con la pancia verso il soffitto. Ludovica stordita dal colpo alla testa, non pare aver recuperato la prontezza dei riflessi, i suoi occhi sono sbarrati.

-Sei una lurida puttana, nessuno ti avrà dopo di me.

Le sferro un pugno sulla mascella che con un rumore secco pare essersi rotta, e poi ne sferro un altro, e poi un altro ancora come un pugile farebbe in allenamento con un sacco di sabbia. La sua bellezza si rompe ad ogni colpo, ad ogni osso che si frantuma sotto il flusso della mia cieca violenza.

Quando avevo ripreso coscienza delle mie azioni, il viso di Ludovica aveva ormai perso i lineamenti originali. Era gonfio, tumefatto, e rotto. Lo avevo sfondato a pugni. Il sangue sul pavimento era diventato uno specchio di luce nera. Mi sollevo da sopra di lei con il respiro stanco e il battito cardiaco di chi a corso decine di chilometri. La guardo. Allora, comprendendo la gravità dell’accaduto, porto le mani sopra i miei capelli che s’imbrattano del suo sangue. La mia ex ragazza è adagiata a terra come un velo di seta su un prato di margherite, sul suo stesso sangue, in una posizione quasi fetale. È morta. L’ho uccisa. Dirigendomi verso la porta dell’appartamento, avevo notato sul tavolino del salotto d’ingresso un folto mazzo di rose. Lunghe, alcune bianche ed altre rosse, immerse in un vaso antico che aveva in rilievo la raffigurazione della Dea “Eco”. Il biglietto è ancora attaccato. È la mia calligrafia.

“Non ti scordare di me, ti amo, non mi lasciare vivere senza di te.” Le rose sembrano sul punto di cominciare ad appassire. Sono i fiori che le avevo mandato quattro giorni prima.

L’uomo si era avvicinato a me.

Come colui che si risveglia dopo un brutto incubo e ritrova la realtà allo stesso modo ritrovo il mio corpo tutto integro. Nessuna amputazione. Potevo distendere le dita delle mani e dei piedi. Indossavo una sorta di tunica bianca. Come quelle degli ateniesi che partecipavano ai banchetti nell’antica Grecia o almeno a me così pareva. Tasto con la mano e lo ripasso con l’analisi degl’occhi, ogni punto dove ricordavo una ferita profonda ma nulla dei danni e delle mozzature che mi erano state provocate in precedenza sembrava essere esistito. Poi, come fosse un miraggio divino, quell’uomo la cui identità era sempre nascosta da un gioco perfido di ombre e di luci subdole, era semplicemente apparso di fronte a me, sorprendentemente, anch’egli vestito al mio stesso modo.

Lo osservo in viso ed è stato come guardare una fotografia.

-sono impazzito.

-no.

-Ludovica?

L’uomo aveva il viso della ragazza che amavo.

- Io sono solo qui per eseguire gli ordini che mi sono stati impartiti.

-ma tu hai il viso di lei e il corpo di un uomo… cosa sei? Avevo detto cercando di sfiorarlo con un tocco leggero sulla guancia.

-Non toccarmi, era solo uno scherzo. Volevo vedere la tua reazione. Aveva detto lui sfolgorando una risata grossa come neanche un bestione di 200 chili avrebbe fatto.

-Sei stupido o cosa? Avrei potuto assumere qualsiasi sembianza. Preferivi un licantropo?

-e quindi chi cazzo sei e perché mi hai torturato? che hai intenzione di fare ora? Avevo chiesto guardingo e pronto a difendermi stavolta che non ero legato..

-Niente. Vedi David… quello che hai visto era un ricordo. Qui non siamo nella realtà ma neanche nei sogni. Non stai dormendo… sarebbe meglio se fosse solo un sogno…

-ma tu mi stavi torturando ed il dolore e le ferite erano o sembravano così vere…

dimmi solo che cazzo sta succedendo, me ne voglio andare a qui!

-Come sei tristemente ingenuo… credi di contare qualcosa tu? Pensi di poter muovere solo un dito se non sono io a deciderlo?

Mi ero chiuso in una carezza di amaro silenzio come per schivare l’imbarazzo della mia ignoranza.

-Comunque sia le torture erano vere… era tutto vero. È che non ce ne era più bisogno… siamo all’epilogo

-Allora sono morto?

-No. Non ancora almeno

-chi ti ha ordinato di fare tutto ciò? Non fai altro che ripetere che tu esegui gl’ordini… di chi? Chi ti manda?

-non lo hai ancora capito? Qui siamo nella tua coscienza. L’ordine di farti soffrire viene dal tuo stesso inconscio. Aveva detto l’uomo dalle sembianze di Ludovica, stufo di starmi ad ascoltare.

Intorno a me non c’era niente… era solo un immenso prato che sembrava esistere in un posto senza i confini… senza una fine.

-Rispondi solo alla mia ultima domanda… che ne è stato di Ludovica?… era vero quello che… quello che le ho fatto?

-Purtroppo si… non credo la rivedrai… lei è morta. L’hai uccisa. Perfettamente come hai ricordato.

-Mio Dio cosa ho fatto?... non volevo… te lo giuro.. è che lei… non mi ascoltava…e continuava a dire che me ne dovevo andare… e che ero un egoista… e che quel Roberto era nella sua vita… io volevo solo tornare indietro… che mi amasse di nuovo.

-Ma lei ti amava… e quando era li con te, per te… tu hai scelto di separati da lei…e…

-Il senso di colpa…. Lo avevo interrotto anticipando le sue spiegazioni con un concetto appena appreso…

-già… bene, il nostro tempo sta finendo.

-lo so… quanto tempo abbiamo ancora?

-circa settantaquattro secondi. Aveva detto fissando l’immenso soffitto di la luce bianca sopra di noi.

-capisco e come accadrà?

-ti sei drogato con delle pillole e dell’alcol dopo che sei uscito da casa di Ludovica. Hai perso conoscenza e sei venuto qui… ma ora non ce ne è più ragione …. mancano ventinove secondi

Non riuscivo neanche a piangere, l’unica cosa che sentivo era un enorme sensazione di vuoto… una sorta di vuoto pieno però… come un contenitore riempito di niente… difficile da descrivere

-… capita spesso in questi casi… di sentirsi così… noi coscienze siamo tutte uguali… aveva detto l’uomo…

-mancano dieci secondi.

Avevo rivolto gl’occhi al cielo, ma nulla che fosse materia esisteva sopra di me. Il niente è un concetto difficile da descrivere, comprendere e pensare ma era proprio così. Una sorta di universo bianco la cui non-essenza pesava come quel che di più presente e pesate si potesse immaginare.

Il display del mio lettore dvd segnava le 6 e 45 di mattina. Le mie scarpe da tennis consumate dal tempo conservavano il calzini che ci avevo arrotolato dentro. Erano l’una lontana dall’altra come una coppia di sposi che litiga in vacanza e che si separa momentaneamente per cercare di trovare la forza di sopportarsi di nuovo. Una luce azzurrina entrava alla finestra coperta da spesse tende di un colore blu come la notte profonda. Il suono meccanico dell’azione dei motori del frigorifero arrivava dalla cucina. Il televisore fissava il mio corpo come un bambino che scopre qualcosa di osceno, non può fare a meno di studiarlo ma non sa giudicarlo. Io ero steso sul divano, come un sacco di patate fatto cadere per terra. Senza conoscenza. I secondi battevano, fino ad arrivare l’ultimo e con esso anche l’ultimo battito del cuore, e poi, infine sono morto.



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