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lavoro pubblicato sabato 11 novembre 2017
ultima lettura martedì 21 novembre 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Ultimo richiamo alla natura

di Menic. Letto 210 volte. Dallo scaffale Pensieri

Perché tutto questo? Perché questa inutilità, questi sprechi nelle nostre prese di posizione, questo nostro voler il potere degl...

Perché tutto questo? Perché questa inutilità, questi sprechi nelle nostre prese di posizione, questo nostro voler il potere degli altri, questa divisione, questi giochetti e mezzucci infantili da adulti, queste antipatie pure, queste disillusioni, queste solitudini non richieste, queste stanchezze da lacrima, queste pretese, queste minchiate...queste arringhe contro fratelli, questi avanzi di istintività maligni, queste forzature dell'aspetto e dell'anima, queste tirate di qua e di là per uno, nessuno o centomila imbecilli...queste dolcezze mancate, queste tenerezze piante, queste soffici tocchi all'animo...queste piccole cose che se ne vanno e non li vogliamo se non quando non si sentono più...
Ce n'era davvero da pensare per parecchio tempo, quasi a farne tesi su tesi, lavori su lavori, fin quando uno non si arrende; e allora, buf, miracolo laico e scientifico, appaiono due dati semplici, due linette convergenti agli occhi di noi italiani - e il problema si estenderebbe, se si volesse esser seri - con su scritto "Vuolsì così cola", e poi "Dove si vuole..."...ecco una terza linetta, il richiamo dantesco che dovrebbe concludersi con "ciò che si puole", per impedirci di impazzire, per avere la speranza di riscatto per limitatezza del caos, perché tutto questo abbia una fine. Ma il vento...vola vola vola...sembra quasi un gioco stupido...ma tutto è un gioco se ci pensa, se si valuta l'insieme generale delle cose, la sciocchezza di certi tic nazionali, mode dell'ultimo click di social, andazzi generali comicamente pronunciati. Ma la Natura...tu vento, perché ti accanisci? Si dovrebbe urlare al cielo in questo caso; ma non funzionerebbe; la natura è cieca e sorda nei nostri confronti. Aspetta solo che ce ne andiamo in santa pace. E l'azzurro del cielo non si faceva più sentire, il sole se ne andava veloce e reclinava dietro i colli di Civitella.
Il cielo! E sei sempre bello quando sei così quieto! E ti fai sempre così bello al tramonto, con quelle tonalità andanti all'arancione che tempera la volta, al rosso cremisi e al giallo canarino che gioca con le poche nuvolette che passano nella fila dell'orizzonte che squadra le luminosità della corteccia dell'albero, le foglie, le foglie che cadono all'autunno! Ma non serve roba melanconicamente prefabbricata, o cagatine da fumetto contemporaneo (ma Lucy aveva visto giusto, quando diceva che il tramonto è dei melanconici...). Che serve essere melanconico, farsi prendere dalla depressione: la vitalità, ecco, quella, quella delle belve, l'istinto primordiale che sguazza nel sangue e nelle polluzioni, che ormai civilizzati non possiamo più espellere senza distruggere tutto. La natura lo stava facendo: e pochi sono gli occhi che sanno, o che sapevano ecco, che dietro alle foreste sembrava fosse scoppiato un incendio al passaggio del sole, accesi ai suoi violenti colori in via di scomparire. E tutto si infuocava, tutto gravitava agli occhi di Nicodemo, a quella tempesta in movimento che lo annullò, anni prima, alle prime corse solitarie per smaltire i carboidrati della giornata, il grasso della sedentarietà adolescenziale. E lui vorrebbe esserci, viverci in quella tempesta solo per pentirsene.
La passata donzella ora Mamma Graziella glielo disse, francamente, come da sua indole materna e maestrina: "Ninì, per favore, non andare a correre: è il tramonto; fa freddo!" Ma Nicodemo...perché doveva ascoltarla...le orecchie mica udivano la preghiera della madre, premurosa sia di lui sia della sua emotività instabile, anedonica, convulsa, extrauterina; era tutto bello bardato, con scarpette da ginnastica ultimo grido, con la maglietta bianca stretta al petto e molle alle spalle, i pantaloncini corti estivi, e la sua trepidanza nello scalciare l'aria per accendersi la muscolatura, e nelle mani subito scrocchiate per aggrapparsi al vento. E lo sguardo già puntato ai colli, alle salite ormai tipiche nel suo viaggio; al dimenticare al più presto quel peso che gli ciondolava nella testa. Eppure Nicodemo si dovrebbe fidare della mamma: di lei, la mater dal ventre stretto che, ventitré anni prima, lo portò, con ansia, frustrazione, preoccupazione, tristezza e amarezza misto gioia e tranquillità davanti al di lui padre, un rampante commerciante aretino, l'allora trentenne Maurizio Talenti (e anche del babbo Nicodemo si dovrebbe fidare) della famiglia Talenti di Pojano, fratello dell'assessore al bilancio Gianni Talenti dell'omonima cittadella, esso stesso residente con moglie francese (ma a pochi passi dal confine, la rossetta nizzarda!), figli italo-francesi alti più di Ninì, e suoceri fondamentalisti in un villino nella campagna chianina - al fratello Maurizio toccò il villino dei genitori, appositamente allocati sopra le loro teste, nell'attico atemporale stile anni settanta-ottanta diviso in cucinotto, due soggiorni e due camere da letto matrimoniale.
"Ninì, torna prima di cena! Ti preparo la ribollita della nonna!": ovvero col cavolo nero fresco a foglia larga e i fagioli borlotti, appena passati nell'olio e nell'aglio del campo, e adagiati nella zuppona col pane tostato; con la salvia a mantecare tutto il sapore: solo quello sentì Nicodemo, e fece bollire in lui la fame, e gli fece aumentare il tono della corsa, la cinetica del suo passo sensibilmente, raggiungendo il passo bucolico nel minor tempo possibile. La fame gli aumentò la salivazione, inondandogli la cava gengivale di saliva che sapeva di cipolla tritata, di acidezza, e si scioglieva la testa il garbuglio mentale quotidiano, coadiuvato dalle endorfine. Si staccarono nella corsa i vari pensieri, prima uniti nell'unico masso dell'ossessione, del pesante ossequio alla memoria personale, come se si dovesse essere sempre coerenti con se stessi, quando Natura di per sé non ha interessi a mantenere ferme le sue regole, che se volesse cambierebbe tutto, solo per indispettire l'umanità che tanto la odia (e non con ragioni stupide). E, con estrema coincidenza, mentre i pezzi di quelle giornate passate se ne andarono a scomparire temporaneamente dalla testa, egli cominciò a intravvedere in quel fu caos un'immagine delicata, dal tocco soffice: un batuffolo di carne dalle guance rosee senza rughe o nei o efelidi, con uno sguardo giocondo aperto alla meraviglia chiuso e circondato dalla chioma rossa da Malpelo chianino (e di cui conseguente un volto pallido, quasi esangue, angelico nella sua asessualità da infante). Era il piccolo Nicodemo da chierichetto nella sua veste perlata, coi risvolti dorati che lo facevano all'inizio inciampare e poi portare con la mano sinistra parte della veste aggrappata con ferocia alle unghiette.
Nicodemo non era religioso, e a chiesa smise di andarci dopo il tradimento del parroco per favoritismi dentro la curia della provincia, che se ne sbatteva del gregge ma non diceva no all'aumento salariale del Vaticano. Nicodemo, povera creatura idiota e bastarda, ancora non capiva che il mondo era l'opposto della sua mente così come le religioni. Ma lui amava i riti, il candore degli abiti, l'odore dolce dell'incenso nell'aria, la musica tonante dell'organo a lato nelle cappellette in stile naif, i sedete e alzate del suo parroco...oh come lo seguiva il parroco, il don Gerardo di Monza, all'epoca però insediato per quindici anni alla guida spirituale e sociale nella comunità di Poggio Fiorito: ed era tutto chiuso nella sua tempra d'acciaio, nella sua voce da gesuita predicatore, serioso, attento coi suoi occhi azzurri a entrare negli sguardi delle vegliarde delle prime file, a gridare qualora uno dei mariti delle dolci signorine attempatissime cominciava a sperare nell'infarto per allontanarsi dall'omelia di trenta minuti e ripeto trenta minuti. Se ne andò, ed era un mattino freddo e pieno di foglie secche e senza vento, nella sua Smart in leasing, con le serrande dei bar della piazza ancora scesi, e le finestre attorno ancora sigillate dalle persiane. Nicodemo credeva alla vecchia favola dell'amore clericale, da Uccelli di Rovo; chissà se fu per l'amorino dolce con la figlia del macellaio della piazzola, dalla chioma mascolina, nera come la carie negli incisivi, serpeggiante col suo culetto piatto e asciutto, tutta rozza e piena di sangue, col suo profumo di macellazione, di mugolii di coniglio, di mani maschili che l'aiutavano nella dissezione dei vitelli secondo i tagli prelibati per le casalinghe del paesello. Ma questa era la finzione di Nicodemo, la sua piccola saetta mentale a fine messa dopo il cammino tradizionalista del parroco alle porte della chiesa. E lei, tutta atea e comunistaccia, aspettava le signore della domenica famigliare, degli arrosti teneri da cucinare a fuoco lento, non squadrava dalla sua scopa in vimini, tutta a tocchi leggeri, qua e là, e lei a sputare a terra mentre lui la guardava. Lui la guardava, ma (accidenti a Nicodemo) forse col cervello fantasticava qualche delicato valzer nella sua camera, un'omelia tutta loro, senza parole, solo lingue, solo baci, solo possessi e piaceri, solo esserci e basta...ma egli scappò come un ladro, tormentando la fede già prossima alla fine di Nicodemo, che voleva spiegazioni, che voleva la sua presenza per sostenerlo alla fine delle medie, alla fine di quello squallore sociologico senza ritegno, puro campo di grida, bullismo, nonsense e paternalismo della peggiore prole sinistroide della Toscana rossa. Scomparso dalle cataratte precise delle signorotte di paese, non si persero troppo nel sviluppare il proprio apparato fonatorio, e dal passare le lodi agli orrori, come a trionfo di una schizofrenia taciuta. E giù le voci del paese, a darlo del pedofilo, del pederasta, del puttaniere impossibile, del laido e figlio di puttana dalle clienti della macelleria, dalle boccucce cariate dalla parodontite e dalla carenza di retinoli, e lei che non si ricordava nulla, quasi non gli importava, e lasciava che le voci si estesero fino ai confini del Poggio, perché la gente avesse da confabulare nei pranzi con le sue carni, nelle cene con le sue budella. E quello dopo manco lo volle seguire Nicodemo, divenne sempre meno interessato alla ritualità della religione, e dovendosi accontentare di quella mai voluta dello studio di secondo grado.
Da allora preferiva cullarsi nell'idea che la religione di danni al cervello ne può produrre se non si valuta, al di fuori della componente altruista, generosa e radicalissima, altri valori più conformi al buon senso e alla società. Di fondamentalismi ne siamo fin troppo pieni, tra matti in giro per il mondo a farsi saltare al cielo per qualche verginella o tra assassini degni della fame della terra, che tutto risucchia e nulla salva, tra scienziati che cercano di opporsi alla mattanza generale senza capire che, al pari loro, rischiano il fondamentalismo degli atomi, della scienza in provetta, della teoria delle nuvole, e della distanza non dalla Luna ma dagli altri. E lui se ne stava ritto tra i rivoli della campagna, tra i mucchi di fieno, tra le coltivazioni in conclusione. Ma perché, perché quando il cielo diventava così denso di colori, così vivo di luci, perché si ostinava a commuoversi, a rimanere fisso in una congiunzione spaziale in cui lui era sempre proteso a quella trascendenza che tanto gli ricordava l'insieme complessivo del tutto (quell'incenso, quell'organo, quegli ordini, lui, le donnette, i mariti scemi, la comunistaccia, le carni...), e impazziva al piacere, senza poi imporsi? Perché si lasciava andare alla Natura se non lo voleva? Ma guardava il cielo, Nicodemo, guardava i chiurli che svolazzavano sui nidi a fine giornata, e le cinciallegre andare a riposo, a coccolare le piccole bocche dei pio pio delicati.
E volare. Tutto il tempo a volare per quei colli così maestosi, eleganti nelle forme delle selve, disperse tra le fronde, le brughiere, gli avvallamenti, i fiumiciattoli andati per conto proprio, quelle foglie che si coloravano dello spettro cromatico ad ogni tocco del sole, quella delicata sinfonia nei cipressi e nelle castagne calanti, quella solitudine nell'aria immaginaria - penserà pulita, non contaminata dalle aziende locali e dalle manifatture - e volare, librare come l'uccello leopardiano che Nicodemo voleva essere, che voleva cangiare solo per sentirsi libero dalle gravità del quotidiano. Ma non era un uccello, Nicodemo, quella creaturina ormai dentro la maturità post-adolescenziale, ora totalmente al pari con gli altri esseri attorno a lui, tutti insieme in quella chiavica amatissima, in quelle strade brulicanti di silenzio e di omissione, omertà del centro Italia. È solo un aretino-chianino; che se non impara a parlare come si deve, gli staccheranno al più presto i cinque arti di cui è composto (e solo quattro sono quelli legati al busto...il quinto va da sé...). E il sole scomparve, e lasciò qualche riverbero nel blu scuro, nel chiaro della linea dell'orizzonte, e le campane della chiesa suonarono le diciotto in un'altalena di ripetizioni innumerabili, che rompono l'aria, il tempo, il cielo...
Quando un essere umano vede il tramonto non può che chinarsi, o guardarlo ancora e soffrire della maestà; chiedere alla terra perdono per ogni peccato, urlargli tutti i perché e gli accidenti del mondo, e implorare che quel momento di magia, quell'assurdità fatta divinità degli occhi, sia sempre così, sia eterna, una gioia compita. Tocchi la terra con le mani come se la volessi con te, come se volessi essere terra, ghiaia fragorosa, sassi appuntiti, terriccio sporco e disgustoso, sabbia pesante, le foglie; ti vorresti sdraiare e finire lì, cominciare a riposarti, a dormire fino a quando tutto non è che finito. Fin quando quelle maledette emozioni non passeranno, fin quando smetterà di tenersi appresso quel marcio che gli si ingloba ogni volta, nel presente, nel passato, nella sua testina del cazzo, e smetterla finalmente di immaginare inesistenze, immagini celestiali puntualmente corrotte dalla situazione e dai suoi stessi errori (puole, signor Nicodemo non esiste, ma puote!).
Chiunque, animale o divinità che sia, dovrebbe essere imputato a qualche forma di giustizia superiore per il fatto di lasciar impazzire l'umanità in questi casini macroscopici, ogni fottuta volta tocchi dover lavorare intorno al riequilibrio dell'eros con la ratio. Doveva dispiacergli a Nicodemo, doveva solo pregare che la situazione migliori dal suo punto di vista: tanto instabile nella sua emotività difficile, rabbiosa, quasi balorda, piena di punte a spilli, così cruenta a volte con gli altri e con se stesso, a giocare con le altrui psicologie, senza capire che al dolore tuo non aggiungi che dolore altrui, che alla gioia togli tutto quando dimentichi perché vivere, che per quante cazzate possiamo fare la vita che noi facciamo finisce sempre, mentre Lei ti guarderà, ti lascerà divertire e impazzire, e se ne andrà per conto suo, nelle sue ere geologiche, nelle sue deviazioni evolutive, nelle sue formazioni metereologiche e orogenetiche, finché di te rimarrà la polvere su cui pianse decenni dapprima.
Nicodemo, è giusto tenersi il mondo nella testa e nel cuore, perché fa parte di tutti noi, ma si deve vedere anche se quel mondo sia davvero quello che si vuole in noi, se si vuol davvero dar valore e far accedere alle fragilità, alle estreme sensibilità neurali. Ma con che speranza Mamma Graziella, Babbo Maurizio o altri parenti (fratello Adriano, nonna Luna, nonno Santi, zii Gianni e Liliane e cugini a parte) potevano modificargli il pensiero, le sue astrattezze, se poi preferiva andando a correre pensare alle sciocchezze delle sue ultime due settimane, a tutti i personaggi, a tutte le cretinerie a cui dava peso e attenzione; quando di tutto quello che doveva sentire era solo o l'armonia delle sfere celesti o il battito cardiaco, perché stava esagerando con la corsa e perché gli enzimi gli stavano divorando il grasso! Era l'ora di rientrare frettoloso, saltando tutta la corsa come sempre, di docciarsi alla peggio tra le urla del babbo appena messosi a tavola col primogenito Adriano a gozzovigliare in sua assenza, e di mettersi a tavola, a gustarsi di tutto il piatto le foglie di salvia, il loro punzecchiare la bocca ad ogni boccone di ribollita.



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