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lavoro pubblicato sabato 11 novembre 2017
ultima lettura martedì 21 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

476 d.C L'Inferno di Roma

di Daryl94. Letto 309 volte. Dallo scaffale Storia

Ovunque guardassi, ovunque ascoltassi, la disperazione e la morte dominavano. Alte colonne di fumo si innalzavano verso il cielo grigio, con un Sole ...

Ovunque guardassi, ovunque ascoltassi, la disperazione e la morte dominavano. Alte colonne di fumo si innalzavano verso il cielo grigio, con un Sole troppo freddo per donare sollievo. Le case bruciavano. I palazzi e le alte colonne di pietra e marmo crollavano. Tutto sembrava un incubo uscito fuori da quale losca e perfida mente. Le persone morivano attorno a me, cittadini della Roma padrona del mondo. I vecchi non riuscivano a sfuggire ai barbari. I bambini venivano gettati giù dalle scalinate dei templi, strappati dalle braccia delle loro madri a cui veniva riservato un destino peggiore della morte. Gli uomini si difendevano come potevano con qualsiasi attrezzo, qualunque cosa pur di sopravvivere alla furia degli assalitori.
Il ponte Aureliano era perso, ora come ora centinaia di barbari e mercenari invadevano le strade interne della mia città mettendola a ferro e fuoco, uccidendo, stuprando, depredando.
Guardai il mio gladio lordo di sangue, come le mie braccia, la mia armatura, sentivo i suoni ovattati, come un sogno, Padre Mio fa che lo sia, destami da questo incubo.
Venni scosso, qualcuno mi scuoteva, alzai lo sguardo riconoscendo un mio compagno della mia legione, il viso bagnato di sangue e sudore
-Centurione! Centurione Decio!- gridava, sembrava un sussurro alle mie orecchie, ma bastò a scuotermi. Era il mio nome, Decio Licino Merio, centurione della VI° legione, l'ultima per quanto ne sapeva.
Subito lo scostai da me con violenza e trafissi un nemico che lo avrebbe di sicuro ucciso, il gladio entrò con facilità nella semplice corazza di cuoio e la lama si bagnò ancora di sangue fresco. La estrassi con un movimento secco riprendendo finalmente il controllo, il dovere mi chiamava, non era ancora giunta la fine.
-Ritirarsi al Campidoglio! Portate via le donne e i bambini!- ordinai ai miei uomini.
Il caos dilagava senza sosta, i soldati guidavano la gente verso una salvezza forse impossibile, non c'era via d'uscita ormai, i barbari erano ovunque, impossibilitati a fermare la loro frenesia omicida.
Alcuni legionari giunsero dal vicolo vicino al Portico di Ottavia, le loro armature a piastre rovinate dalle armi nemiche. -Gruppi di Sciti stanno oltrepassando il Foro di Traiano! Il campo di Agrippa brulica di guerrieri del nord!- gridò disperato uno di loro.
Mollai una sonora imprecazione, il destino ci era contro, tutti mi guardavano aspettando un ordine o una qualunque speranza che li avrebbe salvati. Un'idea mi arrivò spontanea, ma poteva essere solo un miraggio, ma quali altre opzioni avevo?
-Dirigiamoci alle Terme Deciane! Presto!-
Tutti i presenti si misero a correre sapendo ove si trovasse la meta, c'era una speranza ora, ordinai di aiutare i feriti lungo la strada e di spargere la voce ai sopravvissuti, soldati, giovani e vecchi di dirigersi in quel posto.
Incrociammo altri gruppi di legionari sotto il mio comando che vedendomi si riscossero, uno di loro, il giovane Lucio dai capelli biondi reggeva l'asta con l'aquila di bronzo della VI° legione, una strana forza mi pervase scorgendo quel simbolo.
-Alle Terme Deciane! Muoversi! Proteggete i cittadini!-
Passammo vicino al ponte principale che portava al Campidoglio, da lì circa un paio di dozzine di persone ci seguivano, e aumentavano ad ogni svolta, ogni vicolo e strada. Vidi uno dei miei soldati caricarsi in spalla un vecchio che non riusciva a stare avanti con il passo.
Alcune frecce sibilavano sopra le nostre teste, i briganti sbarcavano dal fiume invadendo le piazze dei mercati, il fuoco mangiava senza sosta gli edifici attorno a noi. Un'importante scultura dell'imperatore Caracalla crollò giù. In lontananza potevamo scorgere le fiamme dai templi, gli edifici dei grandi imperatori del passato resi neri dal fumo.
-Formate una linea di difesa per ogni crocevia!- gridai. I soldati si disposero ai fianchi degli inermi con gli scudi alzati, controllavano ogni vicolo in cerca di assalitori.
Potevamo osservare il Circo Massimo, da lì bastava svoltare a destra del bivio e seguire la strada principale. In quel momento un folto gruppo di germani urlanti caricò contro di noi, armati di asce e mazze. Mi apprestai subito ad andare avanti, altri mi seguirono, le donne gridavano stringendo al grembo i marmocchi spaventati.
-Avanti gli scudi! Uccidete chiunque osi passare!- ordinai mantenendo ferma la voce. Eravamo una ventina nell'avanguardia, si scagliarono contro di noi con forza ma resistemmo spingendo a nostra volta. Strinsi i denti facendo passare il gladio nello spazio fra due scudi, un urlo di dolore mi fece capire di aver ferito qualcuno. Alzai di nuovo l'arma rompendo la mia difesa e uccidendo il mio nemico, altri seguirono il mio esempio, alcuni non ci riuscirono e caddero al suolo in una pozza di sangue. Dietro di noi la seconda fila di legionari fermava chiunque riusciva a passare. Calai la lama nel collo di un uomo grosso e barbuto che grugnì crollando giù. Non ebbi il tempo per salvare un mio compagno che morì sotto un'ascia.
Parve un tempo interminabile, riuscimmo a sopravvivere, molti erano feriti, altri come me, solamente con il fiatone.
-Muovetevi! Non possiamo indugiare!- gridai spronando la gente a continuare. Era una corsa contro il tempo, prima o poi saremmo stati sopraffatti. Una esile figura attirò la mia attenzione, in un piccolo emporio di mobili distrutto a fianco della strada principale, mi avvicinai incuriosito. Una ragazzina, i capelli marroni scompigliati, gli occhi di un azzurro simile al cielo limpido, doveva avere tredici o quattordici anni, spaventata a morte. Rannicchiata dietro il bancone rovesciato, i vestiti logori e rovinati, si teneva le gambe, il viso sporco e rigato di lacrime, spalancò gli occhi quando mi vide.
-Ehi va tutto bene. No non scappare, non ti farò del male- dissi per calmarla. Posai lo scudo a terra, rinfoderai la spada, chiunque poteva uccidermi in quel momento. Mi avvicinai chinandomi sotto una trave spezzata. -Devi seguirmi. Ti porterò al sicuro. Te lo prometto-
In quel momento mi sembrava di avere tutto il tempo del mondo per salvarla.
-Qual è il tuo nome?- domandai vedendo che non si fidava ancora di me.
-Atena- rispose con voce roca.
-Atena. Sai che è una meravigliosa dea della guerra?- continuai compiendo qualche passo.
-La dea Atena non esiste ce l'hanno insegnato in chiesa...-
-Qualunque dio esiste. Basta che sia il tuo cuore a volerlo. Seguimi Atena...ti porterò via da questo posto- non potei non sorridere porgendole la mano, e quella ragazzina la prese improvvisamente fiduciosa.
-Sei in grado di correre?- le chiesi mentre raccoglievo lo scudo.
Lei annuì, le scarpette di cuoio usurato non erano il massimo, ma le sarebbero bastate. -Bene. Ora corri e non fermarti mai.-
Seguimmo la strada alberata che portava alle terme, in quel tratto le case e gli edifici erano in minoranza, sarebbero seguiti i magazzini e poi altre strutture che circondavano le grandi terme Deciane.
La ragazzina stava dietro al mio passo pesante, in poco tempo ci unimmo al resto del gruppo che si era ancora rinfoltito di gente.
Superai la gente per mettermi al comando della piccola colonna, Atena dietro di me, diedi l'ordine di rallentare per qualche attimo. Lucio abbassò l'asta troppo in vista per sguardi ostili. Lì non sembrava tanto male, i barbari però si avvicinavano sempre più alle nostre spalle.
Le gradinate delle terme sembravano la vetta da scalare per raggiungere la salvezza. Ora davvero non c'era più tempo. I nemici si facevano sentire.
-Entrate nelle terme presto!- urlai precedendo tutti. Molti legionari formarono un muro a protezione della gente che si apprestava a salire ed entrare per le tre porte.
L'interno era spoglio, messo a soqquadro.
-Cosa facciamo ora?- gemette una donna alle mie spalle.
-Seguitemi- dissi procedendo a passo spedito, attraversai gli atri, con il folto gruppo di superstiti alle spalle, le vasche esterne erano vuote e piene di rampicanti e fogliame. Raggiunsi quella interna, ancora miracolosamente funzionante. Alcuni miei commilitoni controllarono le altre stanze. -Prendete il cibo dalle cucine. Il più possibile! Sbrigatevi!-
Mentre eseguivano in fretta e furia ciò che avevo ordinato, salì su un ripiano di marmo per farmi vedere da tutti. -Ascoltatemi tutti! Là in fondo c'è una porta addetta ai servizi delle terme! In fondo troverete una scalinata che porta al condotto delle fogne, le fogne sono lunghe e strette, possono passarci solo due persone per volta! Ma portano al fiume! Seguitelo verso sud e sarete fuori da Roma! Raggiungete il sud e trovate un porto ancora sicuro, scappate dalla penisola verso oriente se possibile! Questo è quanto ho potuto fare per voi. Io resterò qui e combatterò per farvi guadagnare tempo- ero convinto di ogni singola parola.
Tutti erano immobili a guardarmi, nessuno proferiva parola, cominciarono ad avanzare alla porta dietro di me. I vecchi che passavano affianco a me poggiavano le mani sull'armatura, le donne addirittura baciavano gli spallacci con le lacrime agli occhi, i bambini tiravano il mio mantello. Gesti di profonda gratitudine che non avevano bisogno di parole, gesti che avrei ricordato fino al mio ultimo respiro.
Passai in mezzo alla folla tenendo lo sguardo basso, erano molti di più di quanti erano all'inizio, qualcuno mi tirò forte il mantello e girandomi sospirai trovando Atena.
-Vai piccola dea. Devi salvarti- le dissi con gentilezza.
Lei scosse la testa piangente. Mi chinai giù abbracciando quella ragazzina a me sconosciuta, mi scostai armeggiando sotto l'elmo dalla criniera rossa, mi slacciai il pendente porgendole l'oggetto di rame fra le mani. -Cos'è?-
-E' l'aquila di Roma. Finché la porterai con te, sarai protetta da ogni male. Meriti di vivere una vita lontano da tutto questo. Qui non c'è futuro per te piccola Atena.-
-Devi proprio andare?- chiese con amarezza nella voce.
-Sono nato in questa città. Ho vissuto per più di trent'anni in questa città. Il mio dovere e il mio onore vogliono che io muoia con essa. Ci rincontreremo in Paradiso se il Padre mi vorrà- spiegai poggiandole una mano sulla spalla.
-Così potrò ridarti la collana- aggiunse con un sorrisetto.
Sorrisi anch'io. -Si. Ora va...-
Una donna che era rimasta ad ascoltarci si fece avanti. -Mi prenderò cura io di lei-
-Grazie. Ora andate- conclusi indietreggiando.
I miei legionari rimasti, la mia ultima legione, una cinquantina e poco più.
-Chi vuole andarsene, vada. Non vi obbligo a restare. Ma proteggete queste persone e guidatele verso la salvezza- dichiarai.
Alcuni si fecero avanti, giovani, inesperti, con ancora molti anni di vita davanti.
-Proteggeteli. Il mio ultimo ordine per voi-
I numeri si erano ridotti a circa quaranta uomini. Sarebbe bastati? Solo il Dio poteva saperlo.
I rimanenti erano fermi ad aspettare un mio ordine, pronti a morire, dei veri soldati di Roma dopotutto.
-Sbarrate la porte con qualsiasi cosa-
Quando ebbero finito, scesi le gradinate esterne diretto al prato appena fuori degli edifici attorno alle terme. Giungemmo lì, feci disporre tutti in formazione, i barbari in lontananza si accorsero di noi e avanzarono urlando e gridando, dovevano essere centinaia. Si sarebbero gettati contro di noi tralasciando ogni cosa, noi eravamo il miraggio per distrarli, per guadagnare tempo.
Lucio piantò lo stendardo con l'aquila al centro della formazione. Feci un passo avanti guardando la mia città bruciare, cadere, crollare, e forse, per non rialzarsi mai più.
-Soldati. Compagni. Fratelli. Non guardatemi come il vostro superiore ma come uno di voi. Roma è caduta! Perché la corruzione e il male l'hanno ne hanno distrutto le fondamenta! Perché credevamo di essere invincibili ma siamo solo uomini dopotutto! Come quei bastardi che sono entrati nella nostra città! Che hanno ucciso i nostri figli! Fratelli! Sorelle! Mogli! Ed è nostro dovere vendicarli!- urlai. Tutti alzarono le armi gridando in senso di approvazione.
-Combatteremo per questa città un'ultima volta! Prima di raggiungere i nostri cari nell'Aldilà! Figli di Roma io vi chiedo di gridare un ultimo saluto a questa città che ha dominato il mondo intero!- incitai alzando la spada.
-Ave Cesare! Ave Cesare! Ave Cesare!- urlarono con tutto il fiato che avevano nei polmoni.
Mi misi in posizione nella prima fila, lo scudo pronto, la determinazione mi riempiva di energia, non avevo paura.
Così, io, Decio Licino Merio, ultimo centurione dell'ultima legione di Roma diedi l'ordine di avanzare. Respirai. Pregai.
"Padre mio, guida la mia spada verso la vittoria, che io possa abbattere i miei nemici. Proteggi la mia legione dalla sventura. Proteggi ogni mio soldato come se fosse il tuo unico figlio. Concedi a loro la pace dopo morte. Perdona ogni mio e loro peccato.
Padre mio, guida la mia anima verso la tua casa, guida le nostre anime verso la tua dimora.
Padre mio, concedimi la forza, la gloria, e la pace dovessi io cadere nel buio"
Strinsi l'impugnatura con forza, alzai lo sguardo scorgendo un aquila che volava alta nel cielo, sorrisi pensando ad un segno.
Mancavano pochi passi prima che ci scontrassimo contro i barbari, quei pochi attimi parvero minuti, come se avessi il tempo. Fissai impassibile il feroce nemico dinanzi a me, per nulla intimorito. Non avevo paura.
-Morituri te salutant- mormorai prima alzare il gladio...



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