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lavoro pubblicato venerdì 10 novembre 2017
ultima lettura mercoledì 13 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Bianco e Nero - Settimo Episodio

di Maucar. Letto 259 volte. Dallo scaffale Fantasia

La storia di un soldato costretto a fare i conti con una realtà che non prevede solo buoni e cattivi, ma tante sfumature dello stesso dipinto...

Yorugai aveva fatto una promessa a se stesso: mai più si sarebbe insozzato con il sangue di innocenti, pur di rispettare gli ordini.

Dunque eccolo lì, l’anima strappata in due, ad incrociare le lame con suo padre. Vedeva il suo volto sorpreso, basito, mentre le spade cozzavano; l’espressione di chi si sentiva pugnalato alle spalle. Yorugai non poté fare a meno di correre con la mente a quel giorno in cui aveva perso tutto e lui gli aveva donato un caldo abbraccio, un tetto e dei genitori, e si morse il labbro a sangue dalla frustrazione. Ma la sua decisione non poteva essere più consapevole.

Nel profondo, aveva capito quale sarebbe stato l’epilogo di quella situazione sin dal primo momento in cui aveva incrociato lo sguardo con Mayfred. Aveva sperato di riuscire a sradicare la sua dedizione al dovere con le parole, ma la realtà era che le possibilità erano sempre state nulle.

Fu necessario ad entrambi un’immane forza di volontà nel costringersi a scagliare ogni singolo fendente in quello scontro, eppure nessuno dei due si tirò indietro. Stavano combattendo per qualcosa più grande di loro.

Approfittando di un colpo d’elsa assestato alla tempia che aveva lasciato Mayfred stordito, Yorugai si guardò attorno.

Il tafferuglio cominciava a prendere le dimensioni di una battaglia. I briganti, che erano stati disarmati in precedenza dai soldati della Mano, lottavano con ciò che trovavano per terra, con le unghie e con i denti. La logica conseguenza di ciò era un’inevitabile sconfitta nel caso in cui non fossero riusciti a ritirarsi nel minor tempo possibile. Vide Vianna volteggiare come un’ossessa, Kunz caricare a testa bassa i nemici e tutti gli altri aggrapparsi strenuamente a quell’ultima occasione di sopravvivenza che inaspettatamente gli era stata donata. Poi vide Ephialtes riverso a terra nel suo stesso sangue, la gola tagliata, e non seppe cosa provare.

Nel frattempo Mayfred si era ripreso ed era pronto a ricominciare lo scontro.

“Stai buttando via la tua vita, Yorugai. Ti stai macchiando di alto tradimento, stai combattendo contro di me e i tuoi compagni di una vita, e per cosa? E’ una causa persa! Perché mi stai facendo questo? Perché mi stai costringendo ad ucciderti?!”

“Io non ti sto costringendo a fare nulla. Abbiamo fatto entrambi la nostra scelta, padre.” Quell’ultima parola sortì l’effetto di una coltellata sul capitano, che serrò la mascella e strinse gli occhi.

“Non chiamarmi più così.”

“Ritirata! Ritirata! Fuggite nei boschi, disperdetevi!” sbraitò Vianna, attirando su di sé l’attenzione di tutti.

“Non fateli scappare! Se raggiungono la foresta li perderemo! Arcieri!”

Yorugai capì subito che non ce l’avrebbero fatta. I briganti sarebbero stati falcidiati dalle frecce nemiche prima che potessero percorrere qualche dozzina di metri. Doveva fare qualcosa, doveva guadagnare tempo, anche solo un paio di secondi. Così sfruttò la distrazione di Mayfred e si diresse come un fulmine verso le stalle: con un grido belluino vi entrò roteando l’arma per spaventare i cavalli che, imbizzarriti, sciamarono fuori invadendo il campo di battaglia e si frapposero tra gli arcieri e i fuggiaschi.

Ci fu un momento di caos totale, in cui le frecce sibilarono letali in ogni direzione, i cavalli nitrivano, si impennavano in preda al panico e i soldati della Mano, incalzati dagli ordini furiosi di Mayfred, tentavano di recuperare le posizioni. Ma ormai la maggior parte dei briganti era riuscita a dileguarsi nella fitta boscaglia che circondava il villaggio.

“Yorugai! Yorugai, corri!” era Vianna che, per un attimo, si era fermata e lo chiamava a gran voce per assicurarsi che non venisse catturato.

Yorugai balzò in groppa al cavallo più vicino, e si affrettò a galoppare via dalla portata degli arcieri, ma mentre fuggiva il suo sguardo incontrò quello del padre, per un’ultima volta. Non una parola si dissero, non un addio, una supplica o una minaccia; tuttavia in cuor suo, Yorugai seppe di essere di nuovo orfano.

Nel momento stesso in cui sollevava Vianna al volo per issarla sul cavallo, sentì dietro di sé Mayfred ruggire:”Tirate!”

Vianna si aggrappò con forza al suo corpo: nel giro un millesimo di secondo i due proruppero nella foresta e una gragnuola di dardi si conficcò nel punto preciso in cui si trovavano prima.

“Sei ferita?” si affrettò a chiedere Yorugai.

Dopo un attimo di esitazione, Vianna scosse la testa. Rassicurato, Yorugai si concentrò nel portare entrambi quanto più lontano possibile da lì.

Galopparono per ore, senza dire una parola. Yorugai sentiva il viso di Vianna appoggiato sulla sua schiena, e la consapevolezza di averla aiutata a fuggire lenì il dolore per il tradimento che aveva commesso. Aveva perso la patria, la casa, gli amici e la famiglia, ma avrebbe rifatto tutto altre cento volte… ne sarebbe valsa sempre la pena.

Si trovavano vicino alle rive del fiumiciattolo sulle quali solevano distendersi e parlare, quando ancora Yorugai era “prigioniero”.

“Fermati qui, per favore.” fu la richiesta di Vianna.

“Cosa? Ma siamo ancora troppo vicini al villaggio, potrebbero trovarci…”

Vianna non rispose. Si limitò a scivolare giù dalla groppa del cavallo e accasciarsi al suolo.

“Vianna! Maledizione, avevi detto di non essere ferita!” imprecò Yorugai, che nel frattempo era sceso anch’egli dalla sella e si era inginocchiato accanto a lei.

Era pallida, mortalmente pallida, respirava a fatica e un minaccioso alone purpureo andava ingrandendosi a macchia d’olio sul suo addome, impregnando le vesti. Scoprì la ferita per verificarne le condizione, e ciò che vide fu un taglio lungo e profondo. Troppo profondo.

Yorugai si costrinse a scacciare un nefasto pensiero e a rimanere lucido per risolvere la situazione.

“Quando ti sei ferita?” chiese, mentre si adoperava nel tentativo di arrestare l’emorragia.

“Non ne ho idea. Non ti ho mentito prima, sarà stata l’adrenalina, ma non sentivo dolore” sussurrò Vianna. Era allo stremo delle forze, teneva gli occhi chiusi. Yorugai non aveva mai desiderato niente nella sua vita come poterli rivedere aperti.

“Perché diavolo non me lo hai detto appena te ne sei accorta? Starai sanguinando da un pezzo!”

“Ti saresti fermato. Dovevamo allontanarci di più, altrimenti ti avrebbero catturato in men che non si dica, e gli dei solo sanno cosa ti avrebbero fatto.”

Lei portò la sua mano tremante al viso di Yorugai, avvolgendolo in una carezza debole ma genuina.

“Yoru… grazie” qualsiasi altra parola sarebbe stata superflua.

“Zitta, zitta dannazione… devo portarti via di qui, devo trovare Kunz… io devo… sì ecco adesso ti carico sul cavallo e…” Yorugai sproloquiava pur di riempire il vuoto lasciato dal silenzio di Vianna. Aveva paura di ascoltare il suo respiro ed apprendere l’inevitabile.

“Smettila di fare lo stupido” l’elfa era riuscita, anche in quelle condizioni, a racimolare le ultime briciole di autorità che le erano rimaste. Yorugai tacque e il tono di Vianna si addolcì.

“Va bene così. Mi fa male sapere che hai dovuto combattere contro tuo padre per noi… per me. Ma una parte egoista di me non può che esserne felice. Mi hai resa felice. E va bene così” Yorugai stringeva la sua mano che ancora gli carezzava il volto, cercando di trattenere le lacrime con tutte le sue forze.

Ma quando Vianna aprì gli occhi e la luce di quei due soli verdi lo inondò, uno sgomento cieco e disperato si fece largo famelico in lui: aveva appena perduto il suo passato, e stava assistendo al suo futuro scivolargli via dalle dita.

Il fiume mormorava placido alle loro spalle. La luce mattutina giocava spensierata con le foglie e i cespugli del bosco, mentre una timida brezza portava loro in dono il profumo dei ginepri. Ma Yorugai non faceva caso a tutto ciò, e si crogiolava nella fragranza di lillà che emanava Vianna, abbandonata fra le sue braccia.

“Che cosa fai, devi fuggire…” provò a protestare lei.

“Per il Padre, sta’ zitta”

Lei esaudì quell’ultima richiesta. Solo molto dopo sospirò “Ti ringrazio” nuovamente, poi più nulla. In quel giorno così nero e tragico, Vianna fu capace persino di morire con il sorriso sulle labbra.

A Yorugai sembrò inutile piangere, gridare o strapparsi le carni: aveva fatto l’abitudine a vedere le persone a lui care farsi male e cadere come mosche.

Perciò rimase lì, accanto al corpo esanime dell’elfa per chissà quanto tempo: non riusciva a staccarsi dalla sua mano che sentiva via via farsi più fredda. A stento si accorse dell’arrivo di Kunz e di altri due briganti, che appena si resero conto di ciò che era accaduto, caddero in ginocchio accanto a loro, in lacrime.

“E’ colpa mia… è colpa mia…” balbettava l’orco fra i singulti “Avrei dovuto accorgermene… ma io gli volevo bene e non credevo… sono stato così cieco…”

“No, Kunz” s’intromise Yorugai, la voce roca per il lungo silenzio.

“Su una cosa Ephialtes aveva ragione. Sono stato io a portarvi alla rovina, è colpa mia. Tutto ciò che tocco va in fumo. E’ il mio destino, la mia maledizione” sentenziò.

Dopodiché si alzò con delicatezza e porse la mano a Kunz per tirarlo su, in piedi.

“Addio, amico mio”

“Cosa? No, tu devi venire con noi! Ti prego, permettici di proteggerti!”

“Impossibile, Kunz. Come ti ho già detto, non sono destinato a condurre una vita in compagnia di persone a cui tengo. Non potrei sopportare di vedere te o chiunque di voi… così” disse, facendo cenno con il capo all’elfa, che pareva dormire.

Senza dargli il tempo di controbattere, e senza dare il tempo a se stesso di cambiare idea, Yorugai lo abbracciò, si voltò e fece per andarsene, montando sul cavallo.

Prima di partire però, si concesse un ultimo sguardo a Vianna. Persino in quel momento la sua bellezza lo ubriacava. “Addio” mormorò.

Poi galoppò via, lontano.



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