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lavoro pubblicato venerdì 10 novembre 2017
ultima lettura mercoledì 22 novembre 2017

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

La strana ragazza dell'aeroporto

di david87. Letto 255 volte. Dallo scaffale Pulp

LA RAGAZZA DELL’AEREOPORTO     -“Buona sera signori e signore, sono il capitano di bordo, vi diamo il benvenuto in Emirates, il volo che è in partenza dall’aeroporto di Malpensa (a Milano, per chi non lo sapesse) d.....

LA RAGAZZA DELL’AEREOPORTO

-“Buona sera signori e signore, sono il capitano di bordo, vi diamo il benvenuto in Emirates, il volo che è in partenza dall’aeroporto di Malpensa (a Milano, per chi non lo sapesse) durerà otto ore circa (un infinità… vero?), prima di atterrare all’aeroporto di Dubai (e speriamo tutti sani e salvi… infondo, nessuno può dirlo con certezza). Comunque sia, il decollo avverrà tra cinque minuti, vi preghiamo di allacciare le cinture di sicurezza e di prestare attenzione a tutte le istruzioni che le simpatiche hostess… si esatto, quelle vestite da arabe che… mmm dicevo, ah certo, ….di ascoltare tutte le istruzioni che vi mimeranno e che vi saranno utili nel caso in cui l’aereo possa ritrovarsi a galleggiare nel mediterraneo e che vi dobbiate mettere in cerca della via d’uscita, in una situazione poco gradevole. Faccio presente, inoltre, che non c’è bisogno di nascondere il viso dietro lo schienale del passeggero di fronte a voi, a fare risatine tutto il tempo, tanto loro se ne accorgo, e sotto sotto gli piace essere desiri… e sappiate che parlano italiano e sono le stesse che vi serviranno la cena, quindi occhio ai commenti che fate. La temperatura all’esterno dell’aeromobile è di circa trentatré gradi, ma potere state sereni che l’aera condizionata ovviamente non funziona. Vi auguriamo un felice viaggio in nostra compagnia, perché noi saremo felici comunque. Per qualsiasi necessità rivolgetevi pure a me, che tanto sarò chiuso nella cabina di pilotaggio e quindi non vi sarà possibile avere alcuna risposta. Detto questo, passo e chiudo”. Conclude il pilota.

Avevo già sentito dire che la moda degl’ultimi tempi, negl’aerei di copertura nazionale, fosse quella di fare annunci di volo in chiave comica, ma non credevo che ne avrei sentito uno in un Boing 777 che ci stava portando dall’altra parte del mondo. Mi ero allacciato la cintura e i video affissi sul retro dei seggiolini davanti a gl’occhi dei passeggeri proiettavano la mimica delle istruzioni di sicurezza. Il mio posto era nel corridoio centrale proprio all’inizio del settore e alle mie spalle c’erano le cabine bagno. Il giorno che avevo atteso per un’estate intera era finalmente arrivato. Mi sentivo talmente emozionato da essere solo confuso, quasi non sapevo cosa provare; eccitazione, curiosità, ansia, timore… troppe sensazioni concentrate. Come se la mia emozione fosse un impulso elettrico che viaggia all’interno di una rete di circuiti molto complessi senza finire in nessuna uscita. Non ho mai avuto paura di volare questo lo vorrei specificare. La mia immaginazione non smetteva di volare verso i finali possibili di quel che mi sarebbe aspettato una volta arrivato nella famosa terra dei canguri. L’Australia. Una giungla di possibilità troppo complessa. Accanto a me nell’arco di pochi secondi si erano seduti un uomo di mezza età e un uomo gigante e nero. Il primo era decisamente grasso, anche se è indelicato dirlo, e portava dell’occhiali da vista tondi e spessi almeno un centimetro. Gli davano l’aria di essere un po’ ritardato. Stava sulla mia destra, nel posto che dava sul corridoio. All’estremità sinistra, sul posto che si affacciava sull’altro corridoio, si era seduto il gigante. Una ragazzo che avrà avuto un paio d’anni più di me ma sarà stato alto almeno 40 centimetri di più. Quelli che si possono tranquillamente definire una montagna di muscoli. Era largo come l’armadio della casa di qualcuno che abbia un armadio molto largo… per intenderci. Non il mio, troppo piccolo, di armadio... Sulla mia sinistra invece si era accomodato pochi secondi dopo, un simpatica vecchina che avrei giurato poter essere al nonna di Bruce Lee, ma non perché era agile o combattiva o cose di altro genere… è che gli somigliava proprio… i lineamenti del viso. Era incredibile… chiunque di voi l’avesse vista avrebbe detto…

-no…. Sei seduto accanto alla nonna di Bruce lee!!!

La signora, dell’acquario, ascendente toro per la precisione, si era presentata subito dichiarando i dati anagrafici significativi e anche quelli astrologici che le avevo chiesto io. Parlava un inglese con un forte accento orientale, ma senza slang specifici e con un po’ di concentrazione non facevo fatica a comprenderla. Mi aveva stretto la mano come solo la vera nonna di Bruce lee avrebbe fatto. Stritolandomela. Una persona piuttosto singolare ma direi piacevole. Di origini metà filippine e metà giapponesi era nata e cresciuta in un paesino proprio fuori da Melbourne. Non sapevo molto dell’Australia, non sono il tipo che si ossessiona d’informazioni prima di fare qualcosa, anche se si tratta di una scelta di vita così importante. Avevo deciso di partire quattro mesi fa, un mio collega aveva vissuto proprio a Melbourne per un anno e gl’era piaciuta tantissimo. Ne parlava sempre. Aveva trovato l’amore lì, una ragazza indiana, e poi si erano traferiti tutti e due a Firenze. Lui era di Pisa.

-Io in Australia una volta…. Ho trovato lavoro come semaforo… diceva

-come semaforo? Ma che cazzo dici? Lo provocavo

-se ti dico… tenevo una paletta rossa o verde per dare lo stop e il via, nei cantieri stradali. Giravo solo la paletta tutto il giorno, finché ce ne era bisogno, poi mi mandavano in una cantiere… sempre sotto il sole, e mi pagavano 18 dollari l’ora

-minchia…. Rispondevo sempre io… sono 15 euro l’ora…

Pochi giorni dopo

-Io in Australia una volta… ho trovato lavoro in una farm di banane… diceva

-sei andato a raccattare banane? Non le dire le cazzate…

-se ti dico…. io mi facevo otto linee di bananeti al giorno… sempre sotto il sole, le raccoglievo e le mettevo nel cesto e mi pagavano 21 dollari l’ora, e in più se facevi tre mesi ti davano il permesso per restare un altro anno. Ma se trovi il Farmer giusto il permesso te lo compri… ci vogliono 500 dollari ma te lo danno…

-minchia… sono 420 euro…

Non lo so perché ma avevamo principalmente solo questo modo di conversare, noi due, e quasi sempre sulle sue avventure australiane. Non che credessi a tutto quel che mi raccontava, si sa, che quando si raccontano esperienze del genere le si enfatizzano sempre, però del vero dev’esserci pure stato. E alla fine mi aveva messo curiosità, proprio come una zecca che ti si infila sotto pelle. Approfittando della rottura con la mia ragazza e della noia mortale che il mio lavoro comportava, come un allergia costante, avevo deciso di partire. Come quasi tutte le storie di chi partiva per il “nuovo sogno americano”, cioè, quello “australiano”.

Era tutto pronto per il decollo, l’aereo si stava avvicinando al punto dove dare il via alla fase cruciale e per curiosità mi ero messo ad osservare le espressioni dei miei compagni di viaggio. Giuro che non ricordo il nome di nessuno dei tre, quindi li chiamerò con la loro caratteristica semantica principale. Il gigante nero se ne stava tranquillo con la sua montagna di muscoli e gl’occhi chiusi come a concentrarsi sulla calma stessa. Poi c’era la nonna di Bruce che indossava già le cuffie e stava guardando un film di suo nipote, (no, in realtà credo fosse stato un film di nicolas cage), e il ciccione un po’ ritardato, che sudava come chi si è fumato una canna di non so quale erba e dondolava leggermente la schiena avanti e indietro contro il sedile. Lo so, non è affatto carino rappresentarli così, ma forse sarà più comprensibile il motivo successivamente.

Quando l’aereo si era stabilizzato in cielo, tutti i passeggeri avevano cominciato a rilassarsi. C’era chi leggeva un libro o guardava un film, chi parlava con i compagni di viaggio, e chi alzandosi per andare al bagno. Io, personalmente mi ero messo a baloccare con il computer di fronte a me per cercare un film interessante. Dovevo passare la bellezza di 23 ore in questo aereo più circa quattro ore sommando i due scali, uno a Dubai e l’altro a Singapore. Un eternità. Mi ero così messo a riflettere sulla mia situazione di vita. È una cosa che faccio spesso da quando sono nato, una questione di attitudine naturale, come facessi un controllo contabile per vedere se i conti tornano proprio come li avevo lasciati dall’ultimo bilancio e se si era verificato ciò che avevo previsto. Dev’essere la mia natura di Bilancia. Ebbene si, mi è anche presa una fissa allucinante sull’Astrologia. E pensare che non me ne era mai fregato una mazza-frusta di segni zodiacali, pianeti, stelle, stelline e stelle filanti. Un’altra simpatica eredità di Marta. E se ci faccio caso, Marta-Marte è un dualismo interessante, per non definirlo in una altra maniera. Sono stato fidanzato con lei circa nove anni e mezzo. Esattamente; un'altra eternità. Lei è dei Gemelli. Cioè, è assurdo come ogni volta che parlo di una persona io vi associ inesorabilmente il segno. Penso proprio che dovrei smetterla, ma come in ogni fissazione, più ci faccio caso mi viene l’istinto di farlo. La nostra storia è cominciata per caso, come tante altre storie. Facevamo un corso di arti marziali insieme. Io le avevo sempre studiate sin da ragazzo. Mio padre, guardando il Film-biografia di Bruce Lee, mi disse quella sera che invece di darmi soldi per fare “la ballerina in calzoncini” (era Atletica, specialità in salto ad ostacoli per l’esattezza) li avrebbe tirati fuori i più volentieri per vedermi fare cose del genere, indicando la scena dove Bruce Lee rompe di schiaffi il ragazzo che in palestra lo chiamava “muso giallo”. Forse per questo associo la signora a Lui. Un’altra delle mie fissazioni è quella di cercare le somiglianze delle persone comuni a quelle più famose, ma solo le più insolite. Il mio amico Claudio ha sempre detto che è il mio lato da matto più divertente. Comunque sia, ero stanco della palestra dove mi allenavo, non andavo più molto d’accordo con il mio Maestro dopo che avevo perso una gara ai punti estremamente falsata dai giudici, lo giuro, anche se so che dicono tutti così. Marta, invece, aveva iniziato con un corso come difesa personale. Successivamente si era appassionata e aveva deciso di approfondire il karate unendosi al gruppo con cui mi allenavo. Ora, c’è da immaginarsela un cesso con le ruote, perché ammettiamolo, le ragazze che praticano questo sport sono al novanta percento di quelle sembianze. Sarebbe la prima cosa che penserei anch’io ascoltando una storia simile, ed invece, la mia ex ragazza è bella come il sole nel cielo incontrastato di giugno. Alta sul metro e settanta, capelli biondo cenere , occhi verdi, le labbra carnose, i lineamenti del viso molto dolci, con le guanciotte un po’ paffute… Fisico slanciato e, caratteristica non trascurabile; una ragazza molto snodabile, ve lo posso assicurare. Non è carino parlare così della propria ragazza, ma si sarà capito che ho un concetto di pudore, direi non del tutto convenzionale. Lei mi era piaciuta da subito, solo che non credevo possibile che potesse interessarsi a un tipo come me. Infondo sono due centimetri più basso di lei. Ho un fisico ben formato e scolpito grazie agli allenamenti, ma sono molto magro e con il busto troppo quadrato. I miei amici mi sfottono sempre; dicono che ho il fisico a lavagna. Ho i capelli biondi e gli occhi azzurri ma sono affatto bello come uno con queste caratteriste potrebbe suggerire. È che ho la faccia lunga. A mezza-luna a detta sempre dei miei fantastici amici. Si lo so, sono molto simpatici. Non che la bellezza sia fondamentale per me in una donna ma essendo una Bilancia, per me, certi particolari estetici non passano per niente inosservati.

Mi ha chiesto di uscire lei. Strano vero? Non accade spesso che una ragazza tanto bella venga da un tipo come me per un appuntamento. È successo due mesi e mezzo dopo che ci siamo conosciuti. Marta, a vederla , si direbbe proprio il classico tipo di femmina che sta con il fusto della scuola… avete presente? Il ragazzo con il viso scolpito nel marmo e il fisico statuario… insomma colui che non deve chiedere mai.

-non mi piacciono i ragazzi che mi sbavano dietro, che fanno i carini con me solo perché mi vogliono scopare. E neanche quei Noccioli (che nel suo gergo significa “superfico”) che si sentono più vanesi di una donna e giocano a fare i latin lover del cazzo. Mi stanno sulle palle…. Te sei uno normale… voglio che mi porti a cena.

Per la cronaca, siamo andati da Mc Donalds.

-non mi porterai in un ristorante dove stanno a sedere tutti come se avessero una scopa in culo? Mi aveva detto quando sono andato a prenderla con la sua finezza signorile.

Non era un tipo volgare infondo… ma sicuramente una che andava in fondo alle questione in maniera diretta. Una tipo tosto.

-Dimmi la verità, vuoi che facciamo roba? Mi aveva chiesto quando l’avevo riportata a casa

-non saprei… vinco un premio se rispondo esattamente?

-no, voglio solo che mi dici solo se mi vuoi scopare adesso, qui in macchina o vuoi aspettare.

La domanda puzzava di fregatura come la cacca sciolta di cane.

-non lo so… avevo detto per prendere tempo

-rispondi e basta.

-è logico che non mi farebbe schifo farlo adesso ma non voglio neanche forzare la situazione. Non ne ho interesse.

La risposta esatta mi era valsa uno dei pompini più belli della storia. Lei aveva 19 anni e io 23. E più o meno è in questo modo che la nostra storia è durata quasi otto anni prima che verificasse la prima incrinatura. A quel tempo io lavoravo in uno studio commerciale. Tenevo la contabilità per le piccole imprese, che non dovendosi assicurare la dipendenza di un amministratore visto il modesto giro d’affari, ci chiedevano di tenere per loro conto. Era un lavoro estremamente palloso ma lo stipendio non era da buttare e complice la crisi economica non mi ero mai convinto del tutto a buttarmi in qualcos’altro. Infondo se pur noiosamente, le giornate passavano senza preoccupazioni. Lei invece, avevo iniziato il suo percorso di studio ma aveva mollato all’inizio del terzo anno.

-Tanta fatica sprecata a sgobbare sui libri e non troverò mai un merdosissimo lavoro. Come faccio a pagarmi la colazione?! risolvendo un equazione davanti al barista?- sosteneva lei

Si era accorta che studiare matematica dovesse essere tanto stimolante, quando poco pratico e troppo impegnativo. Doveva così passare tante ore sui libri che non aveva il tempo per cercarsi un lavoretto e non aveva mai un euro in tasca. Si era stufata di sacrificarsi senza ottenere nulla, tutto qui. Come avevo già accennato prima all’ottavo anno abbiamo avuto una breve separazione. Io stavo passando un bel anno del cazzo, dopo che mio padre era morto e lei in capo a 8 mesi mi disse che non era colpa sua se il mio vecchio se ne era andato e che non era giusto renderle la vita uno schifo. Ero diventato una larva. Siccome non aveva tutti i torti, le chiesi scusa e provammo a far tornarne i conti, ma si sa che quando i soldi vengono a mancare rimetterceli è sempre un problema. Un altro anno e mezzo di distanze e lei aveva preso l’iniziativa, come del resto era sua abitudine. Un lungo discorso di quanto ci eravamo tanto amati ma che dopo nove anni suonati forse era meglio per entrambi fare nuove esperienze e che lei mi vedeva come un fratello ormai, che eravamo cresciuti insieme e non mi vedeva più in quella maniera. Indovinate? Si scopava un altro. Ci sono rimasto decisamente male quando l’ho saputo ma dopo aver passato il giusto tempo ad assimilare la delusione e la rabbia, ho finito per non riuscire a odiarla. Fosse capitato a me avrei fatto lo stesso. Vedete, io non sono un uomo tanto intelligente. Di questo sono assolutamente convinto, credo di essere abbastanza o forse, mediamente intelligente, ma una cosa è certa, io ci provo sempre a riflettere sulle cose. La si può chiamare “volontà di essere consci di ciò che accade” o ancor più semplicemente “consapevolezza” ma sostanzialmente sono certo che attitudinalmente non amo non rendermi conto del perché o delle cause che comportano su di me gli avvenimenti della mia vita. Lei mi aveva lasciato perché io sono un uomo senza alcuna ambizione. Di coppia s’intende. Alle donne non importa molto delle ambizioni personali di un uomo se non riguardano anche loro, ovviamente. Sono uno che si accontenta. Non facevo mai progetti, su convivenza, o matrimonio. Nulla che riguardasse i figli. Certo ne parlavamo, anzi, a dirla tutta era sempre lei che metteva in ballo l’argomento. Io ascoltavo… limitandomi ad annuire, però ascoltavo. Ero d’accordo con quello che diceva e con quello che desiderava per noi, ma non trovavo mai il momento giusto per fare qualcosa di concentro, ecco… Insomma rimandavo. A me stava bene così la vita. Ufficio tutto il giorno. Allenamento in palestra tre volte la settimana. E un fissa micidiale per i videogiochi… si, ora mi è un po’ passata… però ci godo ancora una marea a tritare gli zombie con un bel fucile a pompa che come dio comanda. No, del calcio non me ne importa tanto. Sono più un tipo da sport solitari. Le domeniche d’estate andavo sempre a tirare con l’arco in campagna. Facevamo due vacanze l’anno. Di una settimana ciascuna. Una in montagna a sciare d’inverno ed una al mare d’estate. Sempre in posti diversi, li sceglievamo con cura. A me andava bene. Ero felice… o quanto meno soddisfatto. Erano passati così otto anni. Poi è successa quella cosa di mio padre ed è arrivato questo tizio… non so molto di lui. Fa il carabiniere. Lei è convinta che fosse un bene che mi non raccontasse nulla di come si erano conosciuti e di come era scoccata la scintilla tra di loro. Secondo me, è stato solo furbo. Ha dato a Marta le attenzioni giuste. Quelle che le mancavano quando atava con me. Chiariamoci, facevamo sesso molto spesso. Onestamente i primi tempi assomigliavamo a due ricci e nel corso del tempo, il pathos era calato come è normale per tutti. Però, io almeno tre volte la settimana ci davo dentro. Forse due. Ma cosa importa poi quante volte lo si fa la settimana veramente? Dovrebbero essere il rispetto e la voglia di allineare i passi l’uno alla vita dell’altro, i principi che devono alimentare un rapporto nel tempo. Le facevo anche qualche regalo…. Ma Marta sosteneva che non si trattava di niente di tutto ciò… non la sorprendevo più, o forse non lo avevo mai fatto. Invece Mr carabiniere era un maestro nelle sorprese a quanto pare…il resto è storia, come si dice. Anche se io Marta…

-vi racconto una barzelletta molto molto divertente… chi la vuole sentire? Aveva chiesto il ciccione, interrompendo il percorso delle mie riflessioni.

-Le barzellette andavano di moda negl’anni novanta- avevo replicato

La nonna di Bruce si era tolta le cuffie.

-Che ha detto Signore?

-Vi racconto una barzelletta, yeah…

La Signora mi strinse la mano

-ma non è tanto normale, vero?

-credo di no. Ma assecondiamolo, non ci costa nulla.

-C’è un squadra di nani che deve fare una partita di calcio. Nani, molto nani… cioè nani bassi, bassissimi…

-Oh cristo… aveva sussurrato la nonna.

-ecco, il calcio d’inizio e tutti i nani cominciano a ridere, ahah ahah ahah… ridono sempre… sempre come piace ridere a me… aahah ahah…

-Non durerà ancora molto… porti pazienza avevo risposto alla signora.

Mi ero accorto che anche John Coffee, accanto a noi, si era messo ad ascoltare senza che il viso trapelasse una sola emozione.

-Allora, allora, sentite questa, gli danno un calcio di punizione contro e ridono, uno a favore e ridono anche quando gli fischiano un rigore contro, ridono sempre.. ahah ahaha… proprio come…

-Come gli scemi… aveva detto la parente di Bruce, sul punto di menarlo.

-Come? Avevo chiesto l’uomo che aveva improvvisamente assunto un espressione tra l’incredulità e l’omicida.

-Come gli sceicchi ha detto la signora, che sono famosi perché ridono sempre… sono ricchi, non hanno motivo di piangere, no? Ero intervenuto per evitare la rissa del secolo. Il ciccione matto contro la provocatrice nonna di Bruce.

-eh ehe, è vero! Insomma alla fine gli avversari si sono stufati eh?! Che palle che ridono sempre questi… ma che cosa hanno da ridere tanto questi? Aha ahah… come erano suonati quei nani..

-Lui invece è intelligente… mi aveva sussurrato la signora sgomitando.

-allora, allora….

-scusi signore ma quando finisce la barzelletta? non la vorrei interrompere ma le hostess stanno per arrivare con il cibo... Aveva detto il nero con voce profonda ma gentile.

-si si, finisco in un battibaleno…. È che questi continuano a ridere, ridono sempre per ogni cosa… allora l’arbitro si stufa e va dal capitano dei nani e gli dice “scusate ma che cazzo avete da ridere?

Io, la signora, e il gigante ci scambiammo una rapida occhiata per capire se era il caso di tentare una risposta, nella pausa di silenzio che si era preso il ciccione sudato.

-e il nano più basso gli risponde “eh senti, prova te a correre con l’erba che ti strofina tra i coglioni!”

-Oh Maria Vergine… era divertente- disse la signora ma non capivo se era seria o ironica.

Il gigante nero, aveva mosso un sopracciglio, per solidarietà, niente di più. Subito dopo le hostess stavano già servendo le prime file del nostro settore ed è stato in quel momento che l’ho vista.

Quanto tempo era che non vedevo una ragazza così? Intendiamoci, tutte le hostess erano tutte molto carine. Era scontato che una compagnia aerea così prestigiosa pretendesse che le loro dipendenti fossero impeccabili nella cura del proprio aspetto… quando ho incrociato i suoi occhi è scattata quella cosa lì… Si insomma, la conosciamo tutti, quella sensazione a cui non si sa mai dare un nome preciso… quando guardi una persona e ti fa impazzire, quasi ne fossi già innamorato senza un motivo. Era bellissima… e si stava avvinando a me, fila dopo fila spingendo il carrello delle bibite.

-Vuole qualcosa da bere? Domandava con la sua voce suadente ad un altro passeggero di cui ero già geloso. Il suo rossetto rosso sembrava esser stato messo a punto proprio per mettere in risaldo le sue labbra disegnate prendendo ispirazione da un cuore.

-Eccoci… sono già fregato, la amo- avevo pensato a voce alta

-Chi ami, quella ragazza lì?

-no, no ti prego non la indicare, faccio una figura di mer….. cioè, di cacca.

-di merda- aveva corretto lei. Anche se sono vecchia puoi parlare con me come ti viene…

-cazzo sei sveglia… avevo esclamato e lei aveva sprigionato quella risatina dal suono dolcemente oscuro come quello di una strega che vede meravigliato un bambino del suo segreto.

-Buon giorno, signore gradisce qualcosa da bere? Aveva chiesto la ragazza con una gentilezza che avrebbe spazzato via il Male dal mondo.

-ciao….

Un silenzio inaspettato con se provocato da un interruzione di corrente era scattato tra di noi.

Fortunatamente, la gomitata della nonna di Bruce mi aveva riportato nella terra dei vivi che sanno anche parlare.

-si… una… una…una birra.

-nastro azzurro, peroni o becks? Il nome delle birre riecheggiava dalle sue bellissime labbra come una melodia ipnotica.

“va bene Leonardo, riprenditi. Non puoi fare sempre così quando una ti piace, la cosa migliore è rilassarsi e fare finta di niente ok?… anzi no ancora meglio, anche se è bellissima non ci vuoi fare nulla, tanto è troppo bella e sarà sicuramente lei è già impegnata con uno che nella vita conta molto più di te… magari proprio il pilota dell’aereo e tu, invece, stai andando a lavorare molto probabilmente come cartello pubblicitario umano, in Australia, quindi tu non sei alla sua altezza… lascia perdere e smettila di comportarti da coglione… e non ci pensare neanche a balbettare come una ragazzina di 12 anni che di è appena pisciata sotto davanti a tutti i compagni di scuola… alla gara di spelling del collegio, d’accordo?” Tutto questo lo avevo pensato mentre lei mi serviva la bevanda. Intanto fissavo la forma perfetta delle sue orecchie che s’intravedevano appena nascoste sotto capelli, a loro volta legati in uno chiglion dentro il cappello di servizio che aveva lo stesso colore del rossetto.

Il cibo degl’aerei è considerato, come dicono molti, immangiabile. È l’unico concorrente degno nella sfida del “cibo più schifoso” con quello degl’ospedali… anche se in ospedale io non ci sono mai stato tanto a lungo da avere l’onore di assaggiarlo. Vi sembrerò strano, ma a me non dispiace. Certo, non è come andare in una pizzeria napoletana a mangiarsi la mozzarella di bufala o non è buono come le lasagne che ti cucina la nonna, ma io ne ero comunque soddisfatto. Tutte quelle scatoline che contenevano cose diverse… si, era quello che mi attraeva… Sono convito che se mangi quella roba tutti i santi giorni nel giro di tre mesi ti viene il cancro ma per me si tratta di un viaggio. Erano passate tre ore di volo e le hostess avevano già sparecchiato ma la ragazza castana con gl’occhi colo nocciola, che aveva preso in prestito il mio cuore, non l’avevo più vista. La nonna di Bruce era immersa in un un film e non aveva aperto più bocca mentre il ciccione sudato, invece, parlava tranquillamente da solo. Noi altri passeggeri facevamo finta di non darli peso, ma tutti ci sentivamo un po’ inquietati. Il gigante nero probabilmente aveva fatto voto di silenzio chissà quanto tempo fa. Io non riuscivo concentrami su niente, ne pensieri, ne film e ne il libro che mi ero portato, sicuro che ne avrei letto qualche pagina durante il viaggio, quando in realtà, raramente mi capitava di farlo. L’unico pensiero era rivederla. Come se volessi assicurarmi che non fosse stata una visione. Mi alzo, e con la scusa di sgranchirmi un po’ le gambe setaccio tutti i settori camminando in su e in giù. Lei era seduta in fondo con gli altri colleghi e scambiavano chiacchere di circostanza. Una ragazza bionda, poi era avvicinata a me..

-Salve, ha bisogno di qualcosa?

-bè… veramente no..

La ragazza, anch’essa molto giovane, mi guardava un po’ sbigottita.

-si sente, bene… è tutto ok? Mi aveva chiesto di nuovo con un forte accento anglosassone.

-si, certo… ero solo venuto a sgranchirmi le gambe… passeggiando…. avevo detto indicando il corridoio mentre con lo sguardo intervallavo la mia attenzione tra la mia interlocutrice e la ragazza bellissima che era seduta a magiare. Teneva sulle gambe un vassoio identico q quello che noi passeggieri avevano servito un oretta fa.

-vuole parlare con qualcuno dei miei colleghi? Aveva chiesto la ragazza accorgendosi che guardavo oltre a lei.

-no.. no… è che… avete, per caso, del dentifricio? È che non l’ho messo nel bagaglio a mano e volevo lavarmi i denti.

-mi faccia controllare…

La ragazza bionda era andata ad aprire degli scomparti di ferro che si allungavano in una misura che non avrei potuto calcolare e che parevano contenere di tutto. La hostess che cui ero lì aveva percepito i miei occhi su di lei e si era voltata verso di me.

-Cosa cerchi? Aveva chiesto alla sua collega un secondo dopo vedendola armeggiare tra i cassetti

-abbiamo quelle confezioni con il dentifricio?

-dovrebbero essere di là. Aveva risposto lei

Poi si girata verso di me e mi aveva sorriso, dolcemente e poi di nuovo aveva abbassato il viso verso il vassoio.

-Devo cercarlo… ma sono sicura che sia da qualche parte, se vuole tornare al suo posto, veniamo noi a portarglielo. Dov’è seduto? Mi aveva chiesto la biondina, appena ricomparsa davanti a me

-E 57

-ok, non si preoccupi dovremmo averlo da qualche parte… aveva detto lei liquidandomi con estrema gentilezza.

Ero tornato a sedere e non riuscivo a darmi pace… volevo assolutamente trovare il modo di parlarle da solo. Nel frattempo mi ero rimesso la copertina di lino coprendomi fino al collo, e per non sentire il ciccione mi ero armato anche di tappi per le orecchie. Nel giro di pochi secondi, le palpebre si erano fatte pesanti. Per qualche secondo ho cercato di resistere al sonno, quando alla fine i miei occhi si chiusero e sono scivolato in un sonno breve senza sogni. Il display dello schermo di fronte a me segnava le 23 e 09. Avevo dormito circa quaranta minuti, ma la scomodità di aver riposato su una sedia non mi faceva affatto sentire sveglio. La mia coscienza era ancora allacciata a quell’altro mondo dove si era rifugiata come se fosse legata da una cintura di sicurezza. Dopo pochi minuti, ancora poco lucido, avevo deciso di andare a sciacquarmi con dell’acqua fredda. Camminavo verso il bagno con lo stesso stile di un bambino che cerca di infilarsi nel letto dei genitori dopo un brutto sogno. Raggiunta la porta mi ero accorto che il bagno era occupato solo dopo due tentativi di girare la maniglia.

-Ciao, stavo proprio venendo a portarti il dentifricio. Aveva detto la ragazza con la sua solita gentilezza che nel frattempo era comparsa al mio fianco, porgendomi di fronte al naso, una bustina marrone.

-ah… ciao… eh… grazie… sei molto gentile… ero riuscito a dire colto di sorpresa.

-bene… vado…

-no… aspetta un secondo!

-Si? Bisogno d’altro?

-no, a dire la verità no… avevo strofinato le mani al volto per cercare di svegliarmi del tutto e recuperare la concentrazione

-ero solo curioso di sapere quanti anni hai. Lo so che non si chiede a una donna e quant’altro ma non sono riuscito a capirlo e volevo saperlo… avevo detto anticipando l’espressione di stupore che stava prendendo lei alla mia domanda…

-Bè, secondo te quanti anni ho?

-non lo so… 29?

-23, devo ammettere che ci sei andato vicino…

-ah scusa… non è che volevo offenderti, è solo che sembri più grande… dev’essere l’uniforme…

Un silenzio leggero come una fetta di pane aveva reso più imbarazzante la conversazione.

-ma che domanda del cazzo quella dell’età! non potevo chiederti un’altra cosa? Avevo chiesto come se la domanda fosse indirizzata per metà a lei e per l’altra a me stesso…

-mi sa che sto facendo la figura dello scemo….

-no, tranquillo.

Un sorrisetto complice era comparso tra le sue labbra.

-volevo dirti un'altra cosa…quel rossetto ti sta d’incanto…

-meglio della storia dell’età se posso dare un parere…

-già, scusa è che a volte sono impulsivo… e poi mi sono svegliato ora, sono ancora un po’ rintontito..

-non lo avrei mai detto…

-ah grazie eh… avevo detto fingendo d’essere offeso e scuotendo la testa. Funziona sempre.

Lei rideva.

-volevo dire che si vede dalla forma del seggiolino sulla guancia che ti sei appena svegliato….

-ho la forma del seggiolino sul viso? Fossi almeno riuscito a dormire bene… è troppo scomodo.

-vuoi che ti porto un altro cuscino?

-no no, va bene così… e solo che sto facendo un volo un po’ faticoso… senti… ma non sei italiana vero? Sembri messicana dall’accento… Cioè questo te lo posso chiedere o passo da uno di quei pirla delle commedie americane che non ne dice una giusta?…

-No, sono portoghese. Si sente?

-in realtà parli molto bene italiano, è sono un inflessione leggera nella pronuncia… mi sa che sono più bravo a indovinare gli accenti…come l’età mi devo ancora allenare…

-ci sei andato più vicino senza dubbio… ho studiato italiano per sei mesi in Italia…

-Davvero? Avevo chiesto ringraziando Dio per aver dato un argomento di conversazione.

-ho vissuto a Padova in erasmus due anni fa…

-…come mai hai scelto Padova? È una piccola città, e da quello che mi racconta un amico che vive lì, è super noiosa.

-si è vero, pallosissima… aveva detto lei sfoggiando per la prima volta la tipica risata solare di una ragazza delle sue parti.

-come passavi il tempo? Nel senso come ti divertivi il sabato sera, discoteche, locali… come ti piace passere il tempo?

-sinceramente non ho fatto una vita molto attiva quando ero lì… voi italiani siete molto più chiusi di quel che si dice, quanto meno a Padova… io provavo a farmi degli amici ma era difficile. Ho trovato solo un amica con cui andavamo a delle feste ma erano noiose….

-Capisco…

-Potresti alzare lo sguardo verso i miei occhi?

-Oddio… no scusa… avevo detto e nel giro di pochi secondi il colore del mio viso era diventato viola.

-Non volevo, stavo solo fissando un punto e forse sono stato attratto dal bottone slacciato della camicetta….

- non c’è problema…

-potrei farti una domanda personale?

-si, certo

-è tanto tempo che non fai l’amore con una ragazza, vero? Aveva chiesto vedendomi ancora interdetto, quasi come se stesse tessendo la tela di un inganno.

Quella domanda mi aveva gelato come solo altre poche parole erano riuscite a fare nella mia vita, forse solo quando la mia ex ragazza mi aveva lasciato.

-bè questo non è carino chiederlo da parte tua… avevo detto chinando leggermente la testa quasi a volere fa cadere l’imbarazzo per terra

-non volevo essere troppo diretta ma anche tu lo sei stato, almeno così possiamo rimettere le cose in pari…

-ho solo sbagliato sull’età… comunque circa cinque mesi

-Io penso che ne siano passati molti di più-

-……..

-sono solo una ragazza intuitiva…. E non mi piacciono i ragazzi che mentono. Aveva aggiunto dopo il mio silenzio asciutto

-non ho tenuto il conto preciso ma era l’estate scorsa, a fine settembre, per il mio compleanno e con la mia ex ragazza per la precisione. Avevamo passato insieme 9 anni e mezzo… provavamo ancora a far funzionare le cose una seconda volta… 11 mesi fa più o meno.

-è tanto tempo, non ne senti la mancanza?

-certo ma… non posso farci niente.

-bè potresti provare a portati a letto un’altra ragazza.

-Non è così semplice per me… non saprei come dirtelo ma non sono quel tipo di persona… avevo detto senza sapere ben come spiegare il periodo che stavo passando con la mia sessualità.

-alla fine, credo che gli uomini siano tutti uguali… cercate solo di avere la cosina che abbiano noi qui. Aveva detto lei indicando con un dito il suo ventre.

-….A volte penso che per voi il sesso sia come i soldi…Diciamoci la verità, chi non ne vorrebbe sempre di più se potesse avere entrambi senza sforzo? è una questione d’istinto e spesso non lo si può vincere con la sola forza della mente… quindi non capisco cosa ci sia da spiegare.

-forse, allora il mio problema è mentale… sull’istinto avrai anche ragione, ma bisogna avere un forte autocontrollo per non farsi comandare dall’inconscio. Il punto focale di quello che dici è proprio lo sforzo che siamo disposti a fare o meno per ottenere quello che l’istinto stesso ci chiede… a cosa andiamo incontro se vi cediamo? Quanto saranno difficili le conseguenze da superare una volta che avremo compiuto il passo per soddisfarlo?

-in pratica tu non hai più avuto voglia di fare l’amore, se devi stare a conoscere un'altra donna.

-non l’ho proprio scelto ma si può dire che è così che mi va….

-Ad ognuno di noi è concesso scegliere… aveva detto lei quando improvvisamente mi ero reso conto che lei, man mano che la nostra conversazione proseguiva, perdeva ogni incertezza linguistica. Era come aumentasse ad ogni istante la sua capacità di parlare un italiano forbito.

-non ho più provato un desiderio tanto forte da spingermi a conoscere una ragazza. Uscirci, parlare di sé, sedurre... Le occasioni non mi sono mancate, e immagino che se avessi voluto sfruttarle ci sarei riuscito ma alla fine non mi convincevo mai a fare il passo di chiedere un appuntamento. Era come se non mi fossi mai sentito sufficientemente attratto da chi avevo di fronte.

-hai avuto molte donne, prima della tua ex?

-penso di si… non so qual è la media standard ma prima di Marta giravo sempre per locali con gli amici a bere e da sbronzo perdendo le inibizioni e con la foga dei vent’anni riuscivo a divertirmi senza farmi troppi problemi… adesso è diverso… sono cambiato.

-le persone non cambiano.

-penso che nel tempo si cambi eccome… scusa, io starei a parlare con te per ore, ma non sei in servizio? Non passi dei guai a stare qui con me tutto questo tempo?

-No, non preoccuparti se così fosse stato te lo avrei detto. Ho ancora tredici minuti prima di tornare a lavoro.

-Non sapevo che le hostess avessero una pausa.

-in realtà l’abbiamo ma sarebbe più breve… oggi però c’è una persona in più a servire… è il nostro manager di settore. In pratica, una persona mandata dall’azienda a lavorare con noi per verificare come svolgiamo il nostro lavoro. Di solito si tratta di individui molto eccentrici, che hanno sposato il loro lavoro, se ne stanno a controllare e a cercare il pelo nell’uovo…

-insomma dei rompi palle in giaccia e cravatta. Avevo detto facendomi regalare un sorriso spontaneo

-ma stavolta è venuta Kate, è una ragazza della mia età che, si, è fissata anche lei con le regole, ma un po’ più elastica nei modi.

-una di voi insomma.

-in un certo senso… poi non sa starsene ferma quindi ci aiuta con il servizio… siamo anche amiche… ci siamo conosciute tre anni fa, prima che lei fosse promossa a quest’incarico…

-Senti Leonardo… prima che vado c’è una cosa che devo dirti…

-ti ascolto.

-anche io non faccio l’amore da tanto tempo. Aveva detto e le sue parole avevano assorbito il distacco tra di noi.

-ah…e… avevo cercato di rispondere

-da undici mesi e mezzo.

-Stai scherzando vero?

-no. Era il 27 settembre.

-non ci voglio credere… se non mi ricordo male è stata la data in cui ho visto l’ultima volta Marta.

-Mi sa che è per questo lo sapevo…

-Che vuoi dire?

-non so come spiegartelo è una sensazione che ho provato quando ti ho visto e allora quando la mia collega si è messa a cercarti lo spazzolino, mi sono offerta di portartelo… ero curiosa di parlarti…

-che vuoi dire?

-vieni di qua, siamo in mezzo al corridoio e qualcuno ci potrebbe sentire. Aveva detto lei indicando con il braccio sinistro uno spazio nascondo nell’ombra oltre una spessa tenda che non avevo notato.

Le luci erano state abbassate già da un paio d’ore per permettere alla clientela di dormire. Venivano riaccese solo per il servizio dei pasti.

Solo ora che si era voltata, per farmi strada avevo notato che il suo corpo non era longilineo come potrebbe essere quello di una modella. Nonostante fosse una ragazza bellissima, le sue forme ricordavano più una di quelle donne, che prima dell’invenzione del latte artificiale, allattavano i bambini quando i seni della madri naturale non ne avevano la possibilità. Chiariamoci, non che sembrasse sciupata o tendente ad ingrassare ma non era neanche magra. Forse, era solo una sensazione che la sua fisicità mi trasmetteva quella di essere stata una delle nutritici del passato. Non so bene come spiegarlo. I fianchi erano un po’ più larghi e i seni molto pronunciati e forma di una coppa. Perfettamente rotondi e sodi. Ed era anche molto alta, almeno sei o sette centimetri più di me. Si era tolta il cappello e lo aveva appeso alla punta di uno corrimani, trovandogli l’equilibrio. Poi, tirando via alcune pinzette di ferro da dentro l’acconciatura, aveva sciolto i capelli. L’operazione era durata un paio di minuti prima che poi li rilegasse a coda di cavallo. Ne era valsa la pena, adesso, i dolci lineamenti del viso erano stati messi in risalto e gl’occhi color nocciola rivelavano la loro profondità senza fine.

-sembriamo due bambini che si nascondono dai genitori dopo aver fatto un malanno.

-ci voleva un po’ di privacy. Aveva detto lei sorridendo, infondo ci eravamo spostati solo di due passi dalla soglia della porta del bagno dove eravamo, al disimpegno prima di entrare nell’altro settore. Lei si era affacciata allungando il collo come dinosauro per controllare se dal corridoio si avvicinava qualcuno.

-guarda- aveva detto mentre con una mano sinistra aveva sbottonato la camicetta.

Ero rimasto letteralmente imbalsamato, era come se la mia reattività fosse stata inglobata da un altro mondo adiacente a quello in cui mi trovavo. I due grandi seni padroneggiavano la scena solo come gli attori hollywoodiani sanno fare ad un gala.

-lo vedi?-

-direi proprio di si…

-capisci adesso perché non provo piacere a fare sesso?

-no… in verità non capisco quasi niente in questo momento… a parte le tue tette… .

-Per favore, sii serio, non è una faccenda con cui parlo con tutti, pensavo che tu mi potevi aiutare… ma forse mi sono sbagliata… aveva detto lei con una flessione della voce di delusione reale.

Quello che avevo di fronte a me erano due seni meravigliosi, strinti in un reggiseno nero sotto una camicetta bianca di un uniforme per hostess, che la ragazza mi stava mostrando in un angolo dentro l’aereo. Non era semplice mantenere un distacco critico.

-guarda, scusa, ma non capisco di cosa stai parlando…

-Aspetta , forse così, guarda meglio…

Con un movimento rapido, quasi fulmineo, che non lascia il tempo all’immaginazione, aveva sollevato il seno destro e al di sopra del reggiseno. Il capezzolo rosa mi puntava quasi minaccioso.

-ora capisci?…

-certo, è tutto chiaro… è il giorno più bello della mia vita.

-ma dai! Che scemo… ecco vedi? Aveva chiesto lei indicando con un dito un piccolo punto sopra il capezzolo e sollevandosi in punta di piedi in modo che il riflesso della luce del cartello del bagno mi permettesse di scorgere meglio il dettaglio.

-ah… e che cos’è? Come te lo sei fatto? Avevo chiesto avvicinando il mio indice, intervallandolo a piccoli scatti all’indietro, come a voler mostrare un punto su una superficie che brucia.

-puoi toccarlo se vuoi, non mi faccio problemi.

Avevo passato il polpastrello del dito medio delicatamente sulla superfice per scorgere il significato del simbolo.

-è un tridente. Aveva detto con voce ferma.

-il tridente di Poseidone per l’esattezza.

-come ti sei fatta questo segno? Che cos’è di preciso, una cicatrice, una bruciatura…. ? Avevo chiesto mentre continuavo a toccare quel piccolo spazio di pelle segnato di rosso come una cicatrice di uno stampo fatto con il fuoco.

-l’ho sempre avuto.

-e perché me lo hai mostrato?

-non conosci la leggenda di Poseidone e Medusa?

-si, bè, penso di aver letto qualcosa alle superiori… che tipo il dio in questione, trasformatosi in aquila, come andava di moda tra gli dei per concedersi qualche scappatella, quella volta si era dato da fare con medusa, una ragazza dalla folta chioma. Tutto ciò dentro un tempio consacrato ad Atena e visto che gli Dei non erano neanche un po’ permalosi, la dea dagl’occhi azzurri aveva trasformato i suoi capelli in serpi… e da li la leggenda... ma cosa c’entra con adesso?

-mi sa che non sai allora di che cosa è successo in quella grotta…

-no, non lo so ma non credo di volerlo sapere ora, tra l’altro sta arrivando un signore…

-va bene ci vediamo dopo… aveva detto lei rimettendo il seno dentro il reggiseno, avviandosi verso la direzione opposta mentre, riabbottonava la camicia con una mano con l’altra indossava di nuovo il cappello.

Avevo aspettato circa venti minuti ma della ragazza avevo perso le tracce come se non fosse mai esistita. Non sapevo come fare per parlarle di nuovo, era ovvio che se le fossi andato incontro avrei potuto metterla nei guai con i suoi colleghi. Si era trattenuta con me senza che nessuno sapesse dove lei fosse per più di mezz’ora. Era meglio aspettare. Decisi di tornare a sedere al mio posto. Mancavano 3 ore mezza al primo scalo.

-dove eri stato? Mi aveva chiesto la nonna di Bruce quasi sconvolta…

Per un secondo aveva pensato che mi avesse visto con la hostess e che volesse farmi confessare l’accaduto.

-ero in bagno..

-Per mezz’ora?!

-L’avevo detto io ehh ma lui non mi ascoltavaaa… aveva detto il ciccione sudato indicando con il braccio il monitor di fronte a sé e annuendo la testa più volte in segno si assenso.

-non stavo molto bene di stomaco, ti sei preoccupata? Avevo chiesto alla signora che si vedeva essere abituata a trattare le persone da nonna, con gentilezza e premura.

-l’avevo detto io eh ma lui non mi ascoltavaaa… insisteva il ciccione

-si che ero in pensiero ma per me. È da quando te ne sei andato che questo matto va avanti così!

-l’avevo detto io eh ma lui non mi ascoltavaaa. Continuava stavolta increspando il tono della voce-

-ah… avevo risposto

-questo è tutto scemo altro che, lo ascolterei io a suon di pungi in quel grugno sudato se non la smette per un buona volta…

-dai, si calmi un po’… non serve arrabbiarsi… faccia finta di non sentire, basta alzare il volume delle cuffie e si può godere un film in santa pace.

-ma tu guarda che mi tocca fare per colpa di sto ciccione malefico… aveva detto la signora indossando con rabbia le cuffie che se avesse potuto gliele avrebbe fracassate in faccia

Dal canto mio, per non sentirlo urlare avevo indossato un altro paio di tappi per le orecchie, che avevo trovato nel astuccio della tasca del sedile. Credo ce ne fossero due paia per ogni cliente. È vero che il biglietto mi era costato un salasso ma questa compagnia aerea non ti faceva mancare proprio niente.

Pochi minuti dopo, una leggera spossatezza mi aveva appesantito le palpebre accompagnandomi in un sonno immediato.

Non era profondo, anzi, era tanto leggero che la mia coscienza non aveva preso la sua lucidità. I miei sensi erano ancora collegati al mondo esterno, potevo percepire i rumori, i suoni e le voci, ma non ne distinguevo il senso. D'altronde, non avevo nessuna intenzione di riaprire gl’occhi, quando mi sono accorto che forse, ero rimasto sveglio perché avevo un erezione vigorosa. Lo potevo sentire allungarsi nelle mutande con il flusso sanguigno che mandava gettiti dirompenti a favorirne l’allungamento. Fortunatamente indossavo dei jaens stretti e il gonfiore nei pantaloni era contenuto.

Ad un certo punto avevo sentito delle mani scivolarmi sul collo come una presa in una rissa. l’impulso di svegliarmi di soprassalto quasi fossi in imminente pericolo di vita aveva preso il sopravvento sulla mia eccitazione.

-signore… va tutto bene? Aveva chiesto la hostess con la sua voce dai toni bassi e dolci.

-si, certo, si…

-vuole dell’acqua o preferisce un'altra bevanda? Aveva chiesto con la maniera di chi si rivolge a un perfetto sconosciuto, probabilmente dall’altro lato del carrello c’era anche l’altra collega bionda.

-vorrei del succo all’ananas, lo avete?

Con un gesto automatico lei aveva sollevato il cartone del succo ma accortasi che non conteneva liquido ne aveva chiesto uno intero all’altra hostess Kate.

-prego… aveva detto porgendomi il bicchiere esattamente come aveva fatto la prima volta quando ancora non ci eravamo parlati. Avevo deciso che quando lei avrebbe finito di servire l’ultimo cliente e si fosse allontanata l’avrei seguita, ancora senza sapere con quale scusa.

Finito il servizio le luci si erano nuovamente abbassate, non mancava molto ormai alla fine della prima tratta e dopo, nella seconda tratta, l’équipe di servizio sarebbe stata sostituita da un'altra all’aeroporto di Dubai. Dovevo affrettarmi se volevo parlarle ancora.

Mi sono slacciato la cintura e fingendo un improvviso attacco di dissenteria, tenendo la mano appoggiata all’intestino, accompagnata da una smorfia di fastidio, mi ero liquidato dal posto senza che gl’altri mi facessero alcuna domanda.

A passi lenti camminavo mentre cercavo di scorgere la sua sagoma tra la gente quando avevo visto la sagoma di un hostess armeggiare in una delle postazioni dove erano conservate le bevande.

Appena superata la porta del bagno, improvvisamente un braccio si era allungato alle mie spalle mi aveva afferrato per un gomito.

-entra, muoviti. Aveva detto

-che ci fai qui?

-quello che si fa in bagno…. Leonardo, aspettavo te, cos’altro facevo!?

-wow scusa eh, come sei irruenta! Non mi aspettavo di essere trascinato qui da tuo braccio, è stata una domanda istintiva…

-hai ragione, dovrei calmarmi… se mi beccano qui dentro non rischio solo il licenziamento, capisci il panico?

-in un certo senso, ma allora ti sei nascosta qui e mi hai rapito?

-devo fare una cosa con te prima che atterriamo, non credo che ce ne sarà più l’occasione…

Avevo ben afferrato le sue intenzioni e di conseguenza non me lo avevo fatto ripetere due volte che mi stavo già slacciando la cintura dei jeans.

-eh aspetta stallone. Tienimi la mano, che devo fare pipì.

Non aveva neanche finito la frase che la sua gonna rossa era già appassita sopra le sue scarpe. Indossa un paio di comunissime mutandine nere, sotto le calze color carne. Le gambe erano meno grosse di quel che avevo immaginato dalla gonna della sua uniforme. Con la mano sinistra si teneva la mio braccio e con l’altra si abbassava anche le calze e le mutandine.

Si era sudata sulle gambe e aveva distribuito il peso del corpo reggendosi su di sé e su di me potendo così non sedersi completamente sulla tavoletta. Il suono della pipì che incontrava l’acqua di scarico mi metteva a disagio. Una questione di pudore. Si era pulita con un tre o quatto giri di carta igienica che aveva perfettamente arrotolato sulla mano.

-non ce la facevo più. Aveva detto quasi a giustificarsi per l’imbarazza in cui mi aveva messo

-tranquilla non mi dà fastidio- avevo detto mentre il suono della parole che dicevo non mi era sembravo vero neanche un attimo.

Se ne stava, lì ferma in piedi e mi guardava fissa in viso. Era ancora svestita, come una bambina troppo piccola ricoprirsi di nuovo e che aspettava l’aiuto dei genitori per farlo.

Io la guardavo. Non parlavo e non pensavo. Mi godevo il suo corpo nudo dallo stomaco alle caviglie. Avevo un erezione senza precedenti, il mio pene stava letteralmente scoppiando nelle mutande. La sua vagina non aveva l’accenno di un pelo e se ne stava anche lei ferma, in attesa che qualcosa potesse accadere.

-ti va di toccarmi? Mi aveva chiesto lei

-in verità avrei voglia di tutto il pacchetto completo.

-spogliati allora.

Senza farmelo ripetere una sola volta mi ero tolto ogni indumento, perfino i calzini estivi. Ero in calore.

-vieni qui, girati e appoggia le mani lì- le avevo detto.

-no, fermati.

Un silenzio nervoso aveva infastidito il mio istinto.

-cos’altro c’è?

-Leonardo, scusa ma non così

-e come da seduti? Appoggiati al lavandino, in piedi? Dimmi come ed farò di tutto per esaudire i tuoi desideri.

-Ascolta… non mi prendere per pazza ma non voglio farlo… ti ho detto prima che è tanto tempo che non vado a letto con un uomo e ho i miei buoni motivi. Vorrei che tu li rispettassi. Il suo discorso era arrivato al mio cervello, pervaso dall’eccitazione, come una frase detta da un tempo già obsoleto.

-scusa ma ti rendi conto di quello che mi dici? Siamo qui nudi tutti entrambi e mi ci hai trascinato tu qui… cosa dovremmo fare? Un torneo di scala quaranta?

-Ascoltami dai, non ti arrabbiare, sennò rovini tutto… aspetta un secondo. Fammi spiegare

Un silenzio grande come l’apertura di un paio d’imponenti ali, aveva fatto ombra sulle nostre intenzioni.

-vedi Leonardo, io lo vorrei tanto fare con te. Vorrei accontentarti come preferisci, con la bocca, con le mani… come vuoi tu…. Però io… vedi, io… a fare sesso non mi eccito.

Al suono di quelle parole, ero riuscito a riprendere la concentrazione senza perdere la perfetta erezione che comandava la scena su di me.

-non ti bagni, in definitiva?

-si si mi bagno eccome… ma non voglio farlo lo stesso. Credo che sia un problema psicologico, ma è proprio l’atto di fare sesso che non mi va. La penetrazione non mi interessa, non mi attrae… non so… mi rimane sempre difficile farlo comprendere agli uomini e per questo che non mi trovo quasi mai in situazioni intime.

-in un certo senso ti capisco. Avevo detto quasi affranto da quella particolare realtà che mi si poneva davanti agl’occhi.

-è proprio la ragione per cui te ne ho parlato. Io preferisco fare da sola, insomma… capisci?

Come se per lei fosse lo sforzo di aver appena sollevato un peso dieci volte superiore rispetto alla forza che i suoi muscoli abitualmente le concedevano, aveva deciso di rivelare la sua intima verità.

-mi basta quando mi strofino… non con le dita.. ho bisogno di qualcosa di morto.. di inanimato… di solito sugl’angoli delle cose spigolose…. Lo so che è strano ma te lo chiedo lo stesso... Ti andrebbe di guardarmi? Sarebbe proprio quello che vorrei…

-se ti fa contenta… avevo detto probabilmente rassegnandomi

-abbracciami.. mi aveva sussurrato

Le tenevo la testa stretta al petto e lei strozzava il piacere con la bocca che aveva attaccato all’avambraccio quando si era messa sopra della tavoletta del water e aveva cominciato a oscillare la sua vagina lentamente con movimenti profondi.

Arrivati all’aeroporto di Dubai lei mi aveva accompagnato fino al check-in del volo successivo.

-Prendi un altro aereo adesso?

-No, ho finito per oggi torno a casa. Sono libera un paio di giorni.

Erano ormai quattro mesi che aveva preso casa con un ragazzo nel centro della città. Uno più grande di lei di un anno ed era omosessuale. Dividevano le spese perfettamente a metà e per lei, la sua compagnia era sufficiente per rimanere a vivere in una città che le faceva sentire la mancanza di una vita senza radici vere. Lui era molto riservato, ma se non altro era un ottimo ascoltatore e lei le raccontava tutto quello che le accadeva durante i suoi spostamenti in volo. Forse, anche io sarei finito in uno di quei racconti. Mentre lei mi raccontava la vita che conduceva nel posto in cui eravamo appena atterrati, come farebbe una guida turistica parlando della storia d’altri, io riflettevo sul cosa dirle prima che le nostre strade si dividessero. Avrei voluto avere pronta una di quelle frasi d’addio che potesse lasciare in lei un bel ricordo di me; un uscita di scena in grande, ma non mi era venuto in mente niente di efficace.

-siamo arrivati- aveva detto lei indicando il gruppo di persone sedute che aspettava di mettersi in coda al gate. Riconoscevo la nonna di Bruce seduta accanto al gigante nero mentre leggeva il giornale senza troppo interesse e con un occhio al ciccione, seduto sulla fila di seggioline difronte. Ora, stava imitando il verso di un motociclista che stava guidando una moto come se fosse seduto sul cavalluccio a dondolo. “Hoppagnastyle, hoppagnastyle…” ripeteva alternandolo a dei saltelli.

-Grazie di tutto è stato un piacere fare la tua conoscenza- mi aveva detto lei in tono molto formale.

-Grazie a te, mi sono accorto che io non so come ti chiami..

-ha importanza per te?

-non lo so, ma saperlo mi farebbe piacere.

-Mercedes, come la macchina

-Davvero?

-si.

-prima di andarmene concedimi un ultima domanda.

-Certo dimmi pure.

-perché tutto questo?

-cosa esattamente?

-quello che è successo nel bagno dell’aereo… cioè non voglio stare a fare della filosofia… ma è successo così in fretta e tutto così velocemente che… e in modo tanto…. Tanto strano… che non ho potuto fare a meno di chiedertelo.

-Leonardo… vedi… quando ti ho visto mi sei piaciuto subito … e quando mi hai visto tu io ti sono piaciuta allo stesso modo, me ne sono accorta sai… e ho capito che tu eri la persona per me… e che anche tu sei come me in un certo qual senso e mi potevi comprendere…

-come fai a dirlo se ci siamo scambiati solo poche parole? Poi conoscerti?! e come facevi a sapere che… si in pratica, come potevi essere sicura che avrei fatto quello che mi hai chiesto?…

-io non ho una relazione fissa da quando faccio questo lavoro… volando e spostandomi da una capo all’altro del mondo in pochi giorni, mi sono resa conto che non sarei stata brava a occuparmi un uomo. Ho chiesto a me stessa se potevo dargli tutto quello di cui avrebbe avuto bisogno. Dovevo scegliere. O una cosa o l’altra. E l’ho presa io, la mia decisione, per adesso… sono ancora giovane e questo è il momento migliore per girare il mondo e fare esperienze… sono troppo curiosa per starmene a casa e andare a lavoro tutti i santi giorni nel solito ufficio, o al solito ristorante… Non so stare ferma. È una questione psicologica. La solita routine non fa per me, io ho bisogno di libertà… di sentirmi in volo… ecco perché ho scelto di fare l’hostess. Cerca di capirmi, so che può sembrarti da pazzi, ma non sono una ragazza facile… ne di carattere e ne sessualmente. Non sono una di quelle che va con tutti. Basta un pene e vedono la felicità. Perché si sa, le donne non lo dicono, ma è così. Sono peggio degli uomini sotto certi punti di vista, è solo che non lo ammettono. Ma ti ripeto, io sono diversa.

-e proprio io la dovevo trovare quella diversa! Ti pareva… avevo pensato come se parlassi tra me e me…

-Ti ho parlato del mio “problema” con il sesso. Non so perché ma è così… ho fatto dei consulti sia ginecologici che psicologici ma tutti i dottori mi hanno detto che non ho niente che non va… eppure io non provo piacere… è difficile da credere, mi metto nei panni di chi ascolta una cosa del genere immagino cosa possa pensare… anche per me è stata dura doverlo accettare, ma infondo per ora non c’è soluzione… è così e lo devo accettare, che mi piaccia o no… io quando ti ho visto, ho capito che tu sei come me in un certo senso e che lo potevi capire.

- ma non è vero, io conduco una vita noiosissima, fatta di routine e lavoro d’ufficio fino a quando non ho deciso di partire… avevo detto con una flessione della voce leggermente polemica che voleva solo vedere dove arrivava la sua spiegazione

-Allora vedi che ora sei come me?... no dai scherzo… penso proprio che il tuo spirito si sia ribellato ad una natura a cui ti eri abituato negl’anni ma che non era la tua… ognuno di noi ci arriva, magari a un età diversa, ma prima o poi, quello che siamo veramente viene inevitabilmente fuori. Molte persone pensano che l’esperienza e l’educazione siano le uniche cose che contano per la formazione del carattere che l’individuo poi avrà per il resto della vita. Io, invece, sono fermamente convinta che ognuno di noi quando nasce, lo fa con delle caratteristiche precise che ne tracciano l’animo e che ne determinano in una certa misura il destino. E quindi anche il futuro. Poi, certo, le persone che conosciamo, gl’insegnamenti… tutto serve. Eccome. Ma è il modo in cui le influenze esterne incidono su di noi, il punto cruciale. In pratica, ogni cosa che una persona assorbe, seppur la stessa ed indottrinata allo stesso modo e nello stesso momento rispetto ad altre, cambia e si radica in maniera differente in nella coscienza di ognuno di noi… comunque diversamente. Capisci? Ciò è dovuto alla attitudini naturali che ogni essere umano ha di per sé quando viene al mondo…

-cioè, in pratica intendi dire che ogni persona impara le cose in maniera diversa in relazione al suo carattere e alle sue predisposizioni naturali? Ci sono arrivato?

-esatto.

Un sospiro di silenzio aveva permesso ad entrambi di rientrare nella concentrazione dei ruoli che stavamo per riprendere.

-non capisco il nesso con la mia domanda… avevo detto come un investigatore privato dilettante farebbe con il suo superiore durante la spiegazione di un caso difficile.

-ci stavo arrivando….

-continua pure-

-Vedi, Leonardo… Tu sei come me. Hai le mie stesse attitudini. Sei nato con le mie stesse caratteristiche caratteriali, sai non lo abbiamo scelto.... però possiamo fare una cosa. Abbiamo la possibilità di riconoscere le persone che sono come noi per creare una sorta di legame… a qualunque livello. Me lo sentivo che tu eri così. Ma come potevo avere il tempo di scoprirlo se non affidandomi alla mia sensazione? Dentro di me ero certa. Allora ho deciso che volevo fare l’amore con te, in quel modo, proprio per esserne sicura… non avevo altra scelta… volevo che fosse per sempre…

-per sempre… che così rimanesse per sempre…avevo ripetuto come un eco proveniente da una parete rocciosa

-Leonardo… mi chiama lei dolcemente

-si…

-Non ti dimenticherò mai.

-neanche io…le avevo detto e lei pochi secondi dopo, afferrata la valigia, si era incamminata verso il suo di destino.

Era diventata tanto piccola che non riuscivo più a seguirla con lo sguardo in mezzo a tutta la gente che attraversava i corridoi dell’aeroporto. Un puntino minuscolo che andava allontanandosi ad ogni passo, tanto piccolo come la luce di una stella nell’universo.



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