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lavoro pubblicato venerdì 10 novembre 2017
ultima lettura domenica 19 novembre 2017

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Il volo che ha attraversato il sogno

di david87. Letto 225 volte. Dallo scaffale Pulp

 IL VOLO CHE HA ATTRAVERSATO IL SOGNO   CAPITOLO    I   Non riesco a ricordare con esattezza quando fosse entrato nella mia testa il desiderio di andare in Tailandia. Anzi, per essere più preciso di volare per l.....

IL VOLO CHE HA ATTRAVERSATO IL SOGNO

CAPITOLO I

Non riesco a ricordare con esattezza quando fosse entrato nella mia testa il desiderio di andare in Tailandia. Anzi, per essere più preciso di volare per la Tailandia perché adoro gli arei. Di tutte quelle paure e quelle fobie di cui soffrono molte persone, io, per fortuna, non ne avevo neanche percezione. Anzi mi provocavano uno strano senso di eccitazione quegli aspetti che dovrebbero terrorizzare tutte le persone con un certo equilibrio mentale. Per esempio la paura, dell’aereo che potesse cascare da un momento all’altro e farci tutti secchi, o la mancata presa di quota durante il decollo che ci fa finire tutti morti annegati in un mare qualunque proprio li accanto…. o il più famoso atterraggio maldestro del pilota che farà rompere l’aero e ci farà tutti di nuovo morti stecchiti. Insomma, per me, invece, sono proprio queste le fasi più adrenaliniche, e quindi anche le più appassionanti del viaggio. Passione, si, ecco l’emozione con cui posso riassumere sensazione che mi dà il sapere di essere tra due ore in volo. Perché la Tailandia? Non so spiegarlo, ci sono un mucchio di motivi che si sono aggrovigliati nella mia mente e negl’anni che hanno condizionato questa scelta. Un meccanismo come quello di una sveglia pronta a scattare sulla destinazione, decisa da sempre partendo dalla zona più remota nel mio inconscio. Ci sono molti miti sulla Tailandia di cui ho sentito parlare che mi hanno incuriosito…. Per esempio che per noi italiani costano poco cibo, alberghi, noleggio mezzi e tante altre cose come le puttane, che è sempre cosa buona e giusta... lì, le donne che vendono sesso sono a prezzi abbordabili ma che bisogna stare attenti perché molte di loro nascondono la sorpresa sotto. Inoltre ci sono trentacinque gradi tutto l’anno perché che il variare delle stagioni tra l’estate e l’inverno si vede nel moto delle acque dell’oceano tra una sponda e l’altra della penisola e dalle piogge. Devo ammettere in prima battuta che appena arrivato a Pucket che tutti e tre i miti li avevo visti diventare realtà in una manciata di ore. Cosa che non accade spesso, quando sono andato a vivere in Australia, cinque anni fa, dicevano tutti che si guadagnava tanto e che anche li c’era il mare fantastico ad ogni angolo dell’isola. Quando sono sbarcato a Melbourne a fine settembre, ovvero, all’inizio della primavera io partito vestito con camicia hawaiana a mezze maniche e con tanto di cocktail ed l’ombrellino sulla mano sinistra. Ricordo come fosse ieri il rimprovero gentile della bellissima hostess bionda

-dove crede di andare signore così vestito?

La mia espressione si era incupita come un bambino che si risveglia da un brutto incubo. Così come l’ombrellino del cocktail non era più lo stesso, si era ammosciato e con lui anche la mia leggera erezione iniziale.

-Fuori ci sono tre gradi, e piove, le consiglio di indossare un cappotto!

-Cappotto!? Ma che dice questa!? Sarà una di quelle che beve in sevizio…. Ed invece dopo pochi minuti dall’atterraggio erano subito finiti i sogni fatti da sei mesi a quella parte sull’Australia. Anche il resto che mi era stato raccontato sulla Terra dei canguri e quello che avevo immaginato io stesso, era totalmente diverso da quello che poi ho trovato. Ma questa storia appartiene a tutto un altro viaggio e quindi ad un altro racconto.

Ero arrivato all’aeroporto tre ore prima dell’imbarco, perché è anche il tempo passato a girellare per i negozi faceva parte di tutto pacchetto “David va in vacanza”. Se vi siete chiesti se fossi in compagnia di qualcuno o se aveste già dedotto che io viaggio quasi sempre da solo, significa che siete dotati di un ottimo intuito. L’ultimo viaggio in compagnia di qualcun altro l’ho fatto undici anni fa avevo, quando diciannove anni. Sono andato in Spagna, a Lores de mar, con quelli che all’epoca erano i miei più grandi amici. Devo dire che lo sono ancora dei buon amici anche se la vita molto spesso mette alla prova i sentimenti che si provano per gli altri. Si esatto, anche quelli più limpidi come quelli di tre ragazzi che hanno commesso il peccato di sentirsi solo molto amici. Quell’esperienza fu proprio da dimenticare: litigammo per qualsiasi cosa, arrivando a non sopportare neanche l’uno la voce dell’altro ed ad invocare intimamente, ognuno di noi, il proprio ritorno a casa dopo una settimana di vacanza.

Le nostre reciproche mamme ci avrebbero poi ascoltato pazientemente e solo dopo aver finito di farci spiegare su come ci fossimo trovati male insieme, che le loro urla ci avrebbero invaso con uno straripante ed ellittico“ te lo avevo detto di non andarci in vacanza con quei due”. Una sentenza che avrebbe avuto l’effetto massimo di un’amara, cruda e sedicente verità. Siamo rimasti amici comunque ma solo dopo innumerevoli spiegazioni durate mesi, alternate a silenzi dove era meglio frequentare anche altra gente. Insomma quello che più mi è rimasto dentro di quell’esperienza è che non sarei mai e poi mai andato in vacanza con qualcun altro. Anche se si dice “mai dire mai” quella è stata l’eccezione della mia vita, ve lo posso giurare. E poi durante il viaggio in Australia avevo scoperto questo straordinario talento di saper fare amicizia con chiunque, dopo circa quattro secondi che ci parlavo, che si può definire anche un “patetico attaccare bottone con chiunque”, va bene lo stesso. Il vantaggio di avere a che fare con una persona appena conosciuta in un viaggio è che quando ne vedi i lati negativi, se non hai intenzione di sopportali, puoi tranquillamente girargli a largo, mentre riferire qualcosa di scomodo ad una persona che hai sempre reputato importante e che sai che a far così ferirai profondamente, è molto più dura. Quindi ho deciso per l’opzione più vantaggiosa, ovvero: i viaggi solitari.

In tutti gli aeroporti internazionali da pochi mesi a questa parte girava una strana moda, cioè quella di mettere a disposizione, di chi vuol suonare, alcuni pianoforti, anche di alta qualità tra l’altro, sparsi nei vari gate. Su facebook non sono rari i video in cui i cantanti famosi si mettono a dare spettacolo su uno di questi pianoforti. Sono vestiti in modo casual e fanno finta di essere tipi qualunque per poi strabiliare il pubblico presente, sia per la tecnica di esecuzione del brano che per la scoperta scintillante di stare assistendo ad un “concerto privato e fuori programma” di una famosa star della musica. Gli altri video che girano parecchio nel web che riguardano i cantanti famosi o altri tipi di Star sono quelli di quando sfasciano la faccia ad un paparazzo troppo assillante. Dei due preferisco la prima versione, se possibile sono un tipo non-belligerante.

Ho studiato musica per sedici anni come chitarrista acustico e cantante e per un certo periodo alle medie ci davo dentro anche con il flauto dolce se devo dirla tutta, ma di certo non posso definirmi bravo con il pianoforte. Le note, però le conoscevo e in più mia nonna quando avevo dieci anni, per natale, mi aveva regalato una tastierina giocattolo con cui avevo strimpellato fino a consumarne i tasti(che non sono arrivati all’epifania se non ricordo male) e quindi quando vedo un piano una suonatina ci provo sempre a farla.

Mi metto sul piano e comincio a suonicchiare alcune note di una canzone che amo molto che s’intitola “Scusa se non piango” che è una delle prime dei Negramaro. La melodia mi fa sognare e spesso mi ci perdo dentro.

-che bravo che sei…. sento una voce femminile entrare di forza tra le note che fluttuano nella mia coscienza

-…ma se metti le mani così è meglio…. Interviene sempre la stessa voce ma dalla sagoma di un uomone, a dir poco obeso che mima con la mano sinistra la forma di un granchio tenendo un panino bisunto stretto dalle chele; mentre con l’altra, tiene l’inquadratura di uno smartphone con un mi sta riprendendo.

-Cazzo, mi devo mettere a fare la Star che fa a botte- penso

Invece la parte più pacifica di me, sorride a stento e poi cerca di ritrovare la concentrazione persa puntando gli occhi sulla tastiera. Ovviamente avere una specie di “Dodoria” seduto sul ciglio del panchetto, mentre mi riprende la faccia con un mano e con l’altra mangiava un panino con una marea di salsa barbecue, che fuoriesce come l’acqua che non si contiene più dentro gli argini di un fiume, non rendeva il tentativo semplice. Le note si spegnevano dentro il mio disagio profondo, perché avevo questo “Bud Spancer” mangia fagioli che si era messo accanto a me a rompermi le palle, detto con il mio miglior francese.

-Che canzone è? mi chiede Sancho Panza

-si intitola “scusa se non piango”

-e di chi è?, non la conosco….

-Una delle prime canzoni dei Negramaro

Il ciccione mi guarda come se non stessi parlando del suo cibo preferito.

-è bella perché sia la melodia, che la voce e l’armonia di accordi su cui è costruita sono di ampio respiro… è come se nella la canzone stessa ci si potesse cantare sopra qualsiasi altra cosa… come se quella sequenza accordi nata spontaneamente ci fosse già incluso il senso di libertà che poi anche la voce e il testo esprimono…

Ora il ciccione mi guarda come se fossi un gustoso barattolo di nutella.

-io sono un insegnante di musica- irrompe lui con la voce che ha la stesso tono di una donna gestisce un bordello dopo averci finito una carriere dentro,

-ed insegno canto.

-ah…. Anche a me piace cantare ma qui in aeroporto non mi sembrava il caso….

-io insegno canto lirico, non è che mi piace. S’isterizza Cristiano Margioglio con 30 kili di troppo

-E sto andando a Pechino con Stefano, quel signore laggiù, che insegna invece pianoforte. Conclude il sosia mancato di Platinette indicando un signore con un golf azzurro anonimo, che si accorge alla fine di noi e della nostra vita accanto a lui, e reagisce accennando un saluto minuscolo con il sopracciglio, per poi ritornare a leggere il giornale grazie ai suoi spessi occhiali di un centimetro..

-Andiamo ad insegnare a Pechino per quindici giorni-

-Davvero?

-si si…

-scusa la scortesia ma siete ben pagati per fare una cosa del genere?

-sicuramente non mi potrò comprare una Porche quando torno, ma di certo ne vale pena-

-beh tanto dentro la porche non ci staresti neanche…. Penso tra me e me

-Comunque bel tentativo… lo derido a voce alta senza accorgermene.

-tentativo?

-no niente parlavo tra me e me…ganzo però un viaggio per insegnare musica… gli rispondo con un leggero sorriso voluto per un soffio di stima appena sentito nella mia coscienza, per il nostro Majin Bu.

Il signore di cui ancora non conoscevo il nome, oltre a essere di un certa mole, che non ci sarebbe niente di male di per sé, mi guardava con occhi che si accendevano come due fari al buio incastrati dentro gli occhi di Bambi e questo, invece di dava una certa noia. Nel suo sguardo verso di me c’era la magia delle neve. Era evidente che era omosessuale e che era attratto da me, ma io venendo per gusti sessuali dall’altra sponda della mare, mi sentivo costretto a difendermi da quelle che erano e che sarebbero stato le sue pressanti avance se non avessi fatto qualcosa di immediato ed irruento per evitarle.

-lo sai che sei bellissimo….

-Eccoci… avevo appena finito di dirlo accidenti a…. mi fermo prima ricordando il detto che mi madre mi ripeteva almeno due volte al giorno (non sputare in cielo che ti cade in faccia)

-No signore, il pianoforte è più bello, non io. Guarda lui, non me. rispondo stizzito da stronzo andante verso il traguardo.

Lui reagisce come se avesse sentito una brutta bestemmia durante l’angelus in diretta Tv. Era davvero sconcertato.

-lo so che ti piacciono i maschietti… io non giudico guarda, però a me questo non interessa, cerca di rispettarlo. Per me ognuno, alla fine della sua giornata può andare a letto con chi vuole, a me non me ne frega niente, basta che anche io venga rispettato per la mia natura etero e possiamo essere amici.

Platinette reagisce come se si fosse tolta la parrucca e avesse preso le sembianze dell’uomo che è sempre stato nella sua natura primordiale. Non mi guardava più con gli occhi di Goku quando vede il cibo ma con uno sguardo piatto e freddo, privo di sensazioni.

-non sono affari miei, ma sono curioso e te lo chiedo lo stesso… se non ti va di rispondere, va benissimo. Ma te con una donna non ci sei mai stato?

-ahahah si metta a ridere come se gli avessi raccontato una delle mie formidabili barzellette(ma anche questa è un’altra storia)

-se è per questo, sono anche stato sposato…

-sposato? Dico alzando troppo la voce

-si ma evitiamo di farlo sapere a tutto l’aeroporto…. Avvicinati all’orecchio che te lo racconto.

Purtroppo i suoi occhi si erano illuminati di nuovo, forse era cataro rifrangenti, ci ribalzavano sulla superficie la luce della preda che lui vorrebbe tenere sotto i denti, cioè me.

Avevo avvinato l’orecchio di ben cinque millimetri contati dalla posizione di partenza e, stando attento a risucchiare preventivamente le miei labbra dentro la bocca per evitare eccessi di produzione ormonale a Platinette (che continuerò a chiamare così perché non mi ricordo il suo nome).

L’annuncio dal gate, che dava la possibilità di cominciare a imbarcarsi, mi arrivava alle orecchie come una fune che stesse tentando di trainarmi in salvo dalle sabbie mobili.

La mia proverbiale fortuna mi aveva fatto trovare posto dall’altra parte dell’aero rispetto al cantante lirico, almeno così avrei potuto stare in pace durante il volo. Lo guardo con aria a metà tra l’irritazione per i suoi comportamenti troppo irruenti e appariscenti e la soddisfazione per la mia buona sorte che me lo aveva tolo tra i piedi. Nemmeno il tempo di un sospiro di sollievo che lui alza la mano e mi lancia un autentico salutino con la mano molle alla Boy George. Il posto assegnatomi era accanto al finestrino, cosa molto ganza e divertente i primi venti secondi, quando guardi il panorama, ma che diventa una tragedia, se come me hai bisogno di alzarti 340 volte per fare pipi, mangiare, o anche solo per sgranchirsi le gambe. Dovete sapere che nelle classi Economy degli aerei, se non ci siete già stati, lo spazio tra una fila e l’altra dei seggiolini è la stessa distanza che c’è tra la testa di Tom cruise in Mission Impossible e il pavimento; nella famosa scena della gocciolina di sudore che gli sta cascando dalla fronte e scattare l’allarme ma che il suo charme la risucchia e lo libera dai comuni peccati mortali.

Mi metto a sedere e aspetto con una certa ansia di scoprire ci sarà accanto a me. Le quotazioni sono le seguenti: 16 a 1: una bellissima biondina romana, con gli occhi azzurri, fisico da sportiva, magari tennista, brava a fare i massaggi, gentile e premurosa (soprattutto con me, durante tutto il viaggio anche se non mi conosce), e sorriso tanto luminoso che fa abbronzare gli zombie con tanto di suono cristallino. 3 a 1 madre o padre con figlioletto al seguito, cinque anni, ed è già straviziato da quando era ancora nell’utero della madre. Possiede già prototipo dell’I-phone 8, un’ Alfa romeo d’epoca e due case intestate con piscina. Bambino più odioso della bambola di Chucky e che urla per qualsiasi cosa, soprattutto senza motivo, anzi per divertimento con un suono che supera i decibel di un concerto di trombe e che il genitore incompetente, al massimo lo rimprovera con la vocina bassa; -“dai amore basta… ma che hai oggi? niente millesettecentesimo regalo oggi se fai ancora questi piccoli e amorevoli versi che stanno scassando i coglioni a tutti. Anzi no il regalo te lo do lo stesso non posso essere un brutto genitore per te.

2 a 1. Il maestro di musica che assomiglia a Platinette si inventa clamorosamente di essere un mio amico e si fa cambiare il posto dalla hostess con dei due passeggeri accanto a me.

A voi le puntate.

Nel frattempo, il primo capitato vicino a me era un signore cinese vestito di blu scuro, sulla cinquantina. Sembrava viaggiare per affari, o comunque tornare dalla famiglia a casa dopo un viaggio per lavoro. Mi sono scordato un particolare fondamentale. Per risparmiare un po’ sul prezzo dell’aereo avevo scelto per volare la compagnia Air China.

Infatti la stragrande maggioranza dei passeggeri e del personale di bordo era cinese, e infatti prima di arrivare in Tailandia avrei dovuto fare scalo a Pechino. Il terzo passeggero della mia fila era arrivato proprio all’ultimo richiamo. In effetti ripensandoci, in aeroporto, veniva diffuso dagli altoparlanti un annuncio in cinese di cui non capivo nulla se non che fosse dato in rotazione più di Occidentalis Karma nelle radio italiane. Il passeggero mancante era una ragazza cinese dal viso nascosto da due grandi occhiali tondi e dalla pioggia di leggere lentiggini vicino agli zigomi. Il vestiario non lo descriverei perché era poco vestita a dirla tutta. Aveva una scollatura da sogno, mi sembrava strano che non si fosse accorta di avere le tette così in mostra, sembrava di essere al mercato del latte. Deve sicuramente averlo fatto di proposito. Le solite astuzie femminili.

Erano le 20 25 e mancavano circa dieci minuti al decollo.

Il volo per Pechino sarebbe durato dieci ore, dopo appena un’ora del decollo, le hostess avrebbero servito la cena. La ragazza seduta accanto a me era molto tesa, in compenso io non riuscivo a smettere di guardare le sue tette e di tensione ne provano un’altra.

-Di dove sei? Mi chiede con un italiano perfetto e con una piccola inflessione romanesca

-Sono italiano, di Firenze… anche se da come parli sembri più italiana di me.

Lei si mette a ridere con la mano davanti alla bocca, ferma e facendo ballonzolare tutto il resto, testa, spalle e braccia e tette ovviamente.

-vai a Pechino?

-No, ci passo solo per lo scalo, poi vado in Tailandia… è sempre stato il mio sogno andare lì…

-e perché? mi chiede lei davvero incuriosita

-Non lo so, non c’è una ragione precisa, ho sempre avuto questo pallino in testa… Prima di tutto il bath tailandese non vale niente. Noi con l’euro possiamo comprare lì qualsiasi cosa a buon mercato, il che ti fa sentire un po’ ganzo, come se fossi il padrone della tua vita… puoi fare sempre quello che ti va e quando e ti va. Se ci fai caso in Italia con gli stipendi che abbiano e con i prezzi che ci sono, soprattutto negli ultimi tempi, siamo sempre più costretti a scegliere cosa comprare e cosa no. Se per esempio mi compro la mozzarella di bufala di prima qualità, se il giorno dopo, che ne so, mi si buca la ruota della bicicletta, poi è un casino. Capisci che intendo?

Lei annuisce cinque o sei volte senza aggiungere neanche una sillaba…

-poi c’è il fatto che li ci sono trentacinque gradi tutti l’anno ed io adoro il caldo. Penso che potrei stare con pantaloncini, maglietta ed infradito tutta la vita senza rimpianti… io non li capisco proprio quelli che amano il freddo…. (se fa freddo ti copri, se fa caldo che fai?) questo è quello che mi viene sempre obiettato, ma a me mettermi cento strati di roba addosso, che poi te la devi comprare fashion perché sennò non sei figo, non esiste proprio... Per comprare una giacca decente ci vogliono almeno 300 euro a Firenze, capisci perché il mio cuore non piò reggere!? Poi se fa caldo basta bere di più, farsi una doccia fresca quando è possibile, e bagnarsi di tanto in tanto la testa, che dà anche una bella sensazione… di pulito, anche se è una sensazione che a qualcuno non piace abituarsi… comunque sia, te che fai, studi?

-si io faccio una scuola di ingegneria, e poi studio Italiano e poi mi piacerebbe un corso di nuoto….

-e quante cose fai? La interrompo, io a metà della parola ingegneria avevo già voglia di prendermi una pausa si riflessione…

-Poi cucio di notte, le giacche fashion che tu non vuoi indossare perché costano troppo…

-davvero!? …o mi prendi in giro, perché sei cinese e quindi c’è il cliché che cuci come una matta?

-no, sono serissima, spesso non riesco neanche a dormire la notte per finire un lavoro…

ah, mi sembrava strano che non avessi fatto già una figura di merda delle mie…. Penso tra me e me

-e non dormi mai?

Lei scuote il capo in senso di assenso

-Quante ore dormi a notte?

-Dipende, se devo cucire un vestito importate per il giorno dopo, non vado a dormire. Però a volte riesco a dormire anche cinque ore.

-Cinque ore? Ma non saranno troppe? Cavoli io a quest’ora ero già morto. Anzi mi sta venendo un attacco di cuore al posto tuo… ahh- dico svaccandomi sul seggiolino, e lei mi sorride dietro…

In effetti cerco di sdrammatizzare la situazione in cui mi ero ficcato da solo, e la sua, perché questa ragazza si spacca davvero la schiena per vivere….

Lei mi fa spallucce leggendo nel mio sguardo una reale incredulità per il suo stile di vita, e poi si mette a selezionare un film da vedere durante il volo dal display come se niente fosse.

Il signore cinese alla sinistra della ragazza non aveva ancora proferito parola. Meglio così, non sono uno che ama ascoltare quelli che parlano a macchinetta, lo avrete capito, a meno che l’argomento non soddisfi un certo livello di curiosità se mi consente di fare un po’ il difficile. Non so se ci avete fatto caso a quanto tempo sprechiamo usando parole superflue nelle conversazioni, che hanno solo l’obiettivo di farci empatizzare con il nostro interlocutore e viceversa. Maggiore è la quantità delle parole è più si verifica uno spostamento marginale dal nucleo dell’argomento.

-ciao mamma sai che oggi ho fatto in sugo… allora sono andata al mercato ed ho visto….tutto questo per dire che ho fatto la spesa…. Per esempio.

Sono i quindici minuti di conversazione e condivisione di cui la specie umana spesso potrebbe fare a meno ma che sono la frizione del gioco. Altre volte nascono delle idee importati dal confronto diretto ma è tristemente molto più raro. Va da sé che l’idea di ottimizzare le conversazioni sia impossibile per il cervello umano. Dovrebbe sapere in anticipo quali sono le informazioni di cui sia se stesso che l’altro cervello hanno veramente bisogno. Solo il processo di analisi di un contenuto che è il procedimento inverso a quello appena descritto è la conferma questa tesi…. Dopo queste mie elucubrazioni mentali meravigliose e del tutto naturali, senza il bisogno di altre sostanze, posso ritornare a guardare al di là del finestrino senza pensare a niente. Le nuvole grigie che formano un tappeto sotto di noi, le si possono notare meglio quando la luce dei lampi le illumina, mentre sto cercando di non pensare alla fame che ho… mi divorerei un seggiolino se ci fosse della salsa ketchup con cui buttarlo giù.

Sono le 21:05 e il servizio cena sta per essere effettuato con le hostess vanno su e giù preparando i carrelli con i vassoi da servire e insieme alle bevande. Eviterò di fare battutone sul cibo che si serve in aero perché lo sappiamo tutti che sa di plastica e che sarebbe davvero meglio mangiarsi il bracciolo del seggiolino, ma è cosi che vanno certe cose, e nessuno può farci niente.

Si recano in cima al corridoio dove dalla tenda filtra uno spazio vuoto dentro la business class. Da lì si vedono subito emergere le bellissime poltrone super ergonomiche (anche se non so esattamente come possano essere) che sono distanziate l’una un chilometro dall’altra; che per raggiungere la fila successiva dalla propria si deve prendere un altro volo interno dentro l’aereo. Immagino volare aragoste, pici all’astice, gamberoni, il tutto pasteggiando champagne… ma la devo smettere di farmi del male tanto se continuo così dovrò prendere degli psicofarmaci per ritrovare l’equilibrio interiore.

Ora, non giudicatemi subito come uno scroccone, un parassita o un poeraccio, ma quando ho l’opportunità di mangiar tutto quello che c’è a disposizione, e nella quantità che il mio stomaco riesce ad ingerire, è proprio lì che divento una brutta persona. In aereo è una di quelle situazioni dove riesco a dare il peggio di me. Sono senza cuore e anche senza stomaco… ad un buffet (non in aero ma a tutta sempre a tutta volontà)vi dico solo che una vola ho inzuppato un tramezzino tonno pomodoro e maionese dentro un cappuccino. E con questo chiudo l’argomento.

Le hostess tutte cinesi, alte, bellissime e ben truccate girano per i corridoi a consegnare i vassoi chiedendo:

-rice chicken o pasta noodle?

Io ho preso pasta-nooodle sperando non ci fosse del tritolo dentro…. In realtà consisteva in pastina stracotta al pomodoro(quindi non capisco perché noodle) con del formaggio che sarà stata mozzarella ad un euro al quintale e con delle fette di petto di pollo nascoste sotto il tutto… sulla estrema sinistra, non mi ne ero neanche accorto c’era una triste strisciolina di caponata, grande come quelle che si fa Lapo Elkan ma che la sua per sfortuna non è mai stata caponata.

L’hostess che mi aveva porto il vassoio era infinitamente bella e ci ho messo quasi due minuti ad afferrare quello stramaledetto vassoio.

Cominciamo tutti a mangiare ed io avevo finito in 5,6 secondi netti. Ora vi prego di non partire con la paternale sulla digestione: lo so benissimo che fa male mangiare così velocemente ma non posso farci niente: sono abituato così e anche il mio stomaco sembra essere d’accordo, poi raggiunta la terza età vedremo il dà farsi.

Da quando avevo appoggiato la forchetta di plastica sul vassoio fino a tutta la durata del servizio cena, l’unico mio obiettivo era stato di stare girato in direzione dell’unica hostess che mi avesse considerato per farmi fare una seconda razione di cibo. L’impresa era stata veramente ardua, pur di far finta di non accorgersi dei miei sguardi e delle mie sbracciate, (manco stessi annegando in mare) una di loro si era messa a fare l’inventario dei cucchiaini di plastica per girare lo zucchero. Ma alla fine, quando sono riuscito con un tuffo ellittico, da vero quarterback a saltare i miei due compagni di fila e con il braccio toccare il lembo della gonna di una delle hostess, tutte loro si sono dovute arrendere alla mia testardaggine e mi hanno dovuto dare la seconda razione da me tanto agognata.

Mi sentivo come avessi fatto vincere la mia squadra con una serie di prodezze che mi fossero state riconosciute da compagni, giornalisti e tifosi. Riempito lo stomaco di cibo da areo sapevo che il bagno da qui in avanti sarebbe stato un grande amico. Inoltre, sono un tipo uno po’ smanioso, e non sarei mai riuscito a restare seduto per le dieci ore di volo che ci toccavano…. e se per alzarmi dovevo chiedere il permesso e far uscire tutti dalla fila, sarebbe stata una nottata da incubo per tutti e tre… dovevo trovare il momento giusto per cambiare posto nella fila. Innanzitutto mi sono alzato e sono andato al bagno che era occupato; così mi sono messo ad aspettare in silenzio e pochi istanti dopo, appena lo sciacquone mi stava avvisando che sarebbe arrivato il mio turno, ecco che il nostro amico Platinette, sfruttando un disimpegno del difensore si fa largo sulla fascia, mi piomba di nuovo addosso. Insomma, detto in termini non calcistici ce lo avevo di nuovo tra le palle.

-Ma ciao…

-ma ciao… anche tu in bagno, ma che sorpresa?! Gli rispondo facendogli un po’ il verso

Ma quest’uomo (più o meno) aveva una forte pazienza e un innato senso di abnegazione. Era convinto che ce l’avrebbe fatta.

-fai prima tu, Gino…. Lo invito ad entrare tanto prima ci riesce ci vuole tempo, neanche se lo spingiamo in quattro ci scivola dentro.

-non mi chiamo Gino, sciocchino… mi chiamo Claudio

-va bene Ginoclaudio, come vuoi tu, basta che entri… (o che almeno ci provi… penso)

Girandomi a destra c’è il suo amico collega Stefano che si sta stropicciando gli occhi dal sonno.

-Difficile dormire bene in aereo, uhm?

Lui ci mette qualche secondo a rendersi conto che gli avevo rivolto parola, la sua coscienza non aveva ancora tolto gli ormeggi dal suo inconscio.

-beh… si, cavolo- mi risponde con un forte accento siculo

-Dov’è Claudio?

-in bagno, è entrato ora.

-capisco… mi risponde come se adesso avessimo almeno un quarto d’ora per parlare in sua assenza.

-e così andate ad insegnare musica a Pechino?

-beh si è un progetto che hanno finanziato delle scuole…

-dev’essere una figata!... anche io suono la chitarra da tanto, mentre con il piano me la cavicchio… so che è scortese chiederlo ma sono un tipo curioso… siete stati pagati bene per farvi questo viaggio? Gli chiedo sparando di ottenere quest’ informazione almeno da lui.

-sicuramente ne è valsa la pena ma di certo non ti ci compri una Maserati…

-cazzo ma hanno la fissa per le macchine questi due… penso tra me e me

-Mi sarebbe piaciuto tanto diventare un buon pianista…

-allora iscriviti a una scuola. Mi risponda con la logica della semplicità

-si è vero sicuramente migliorerei, ma una volta un pianista molto bravo con cui mi è capitato di suonare mi ha detto che se non studi da bambino, dopo i diciannove anni in poi, è difficile saper muovere entrambe le mani sulla tastiera con un certa velocità e coordinazione.

-Questo è innegabile…. ma se studi ci sono certi esercizi per le mani che ti possono comunque portare a sciogliere le dita abbastanza da raggiungere un buon livello. Risponde sempre con un inizio della frase che ha sempre un senso di solennità

-in modo da togliersi la soddisfazione di suonarlo bene intendi…

-beh ti faccio due esempi: la settimana scorsa ho diplomato due persone. Una era una signora che a quarantaquattro anni ha deciso di diplomarsi, e l’ho passata tre giorni fa con un punteggio di 85 su 100. Risultato raggiunto in cinque anni. E poi c’è questa ragazza di sedici anni. In vita mia lei è stata la seconda persona al mondo a mostrarmi una tale livello di talento. Se io suonassi dieci ore al giorno, non arriverei mai comunque alla velocità di esecuzione e al suo modo delicato di toccare la tastiera come se dipingesse mentre suona. E non è solo perché ha iniziato da piccola. È così perché è lei. Senza saperlo aveva questo talento naturale veramente incredibile. Il pianoforte ha solo giocato il suo ruolo, mostrandocelo. Spiega lui con un modo di esprimersi molto metodico, e quasi scolastico appunto

-certo che siete fortunati tu e il tuo amico, insegnare musica al punto di essere chiamati anche all’estero, non è affatto male… si può dire che avete realizzato un piccolo sogno, non è così?

- ma no…. Ci sono tanti insegnati di musica, e poi sai come si dice, chi insegna è perché non è riuscito ad emergere come musicista…

-a te è andata così?

-non esattamente… per un periodo ho fatto parte di un orchestra per tanti anni, ma dovevo girare spesso ed imparare sempre nuove partiture, che poi appunto alla lunga mi ha stancato. Avevo iniziato a dare qualche lezione già appena dopo diplomato al conservatorio… mi sono sposato giovane e avevo bisogno di una lavoro più fisso, sia in termini di stipendio che di luogo fisico… è stato naturale per me spostarmi a poco a poco sulla sponda dell’insegnamento… come una marea che si ritrae lentamente…

A proposito di sponde, ecco che esce dal bagno la nostra subrette della lirica italiana, peccato che lui non si ritira come una marea….

-ciao belloccio… aspettavi me? mi saluta sorridente come se lo stessi aspettando per un appuntamento in cui lui è in ritardo

-no, aspettavo il bagno (che è uguale)…. penso

Dopo essere stato in bagno ed aver aspettando che anche Stefano ci andasse, ovviamente, nel frattempo avevo tenuto Platinette lontano con l’accalappia cani, poi ci siamo re-immersi nella conversazione.

-Ma tu quanti anni hai David?

-ventinove, trenta a settembre.

-Sei della Vergine.

-No della Bilancia, sono nato il 25… perché ti intendi di segni?

-un po’ si, mi sembravi più una Vergine, così distaccato e mentale, devi avere nel tuo tema natale Venere e Mercurio proprio in quella posizione… sentenzia lui con fare davvero da super esperto.

-se lo dici tu, ci credo… chiudo l’argomento, per me di scarso interesse

-….ma tu che fai nella vita?

-….bella domanda… faccio il barista o il cameriere a seconda del posto in cui lavoro. e di cosa hanno bisogno. Nel tempo libero, mangio, bevo, vado in bagno… cose così…

-dai!! che sciocco, usi molto l’ironia te, vero?

-no.

-daiii….

Claudio si gira togliendomi la sua presenza, formando un angolo di quarantacinque gradi se pensiamo al busto come punto zero e la testa che fissa il punto proprio sui quarantacinque: come avesse imitato il movimento di un compasso. Ora i suoi pensieri sono riaffiorati da luoghi remoti e oramai seppelliti, come se dei sopravvissuti dati per spacciati venissero estratti da metri di macerie da cui erano sepolti. Non è possibile né a me e né a nessun altro stabilire un contatto con lui, se lo facessimo quei pensieri scivolerebbero di nuovo sul fondale della sua coscienza e anche lui ne perderebbe la lettura e la comprensione.

Decido che è il momento di tornare a sedere. Il signore seduto davanti a me dorme che le gambe distese in obliquo mentre la ragazza con gli occhiali tondi guarda un film fantasy con l’espressione entusiasta di una ragazzina di dieci anni.

-Come faccio a non svegliarlo? È impossibile. Mi domando e mi rispondo.

-eh, mmm sorry man…

Devo andare li seduto, non c’è versi…

Il signore cinese mi sente, si alza sull’attenti e di scatto esce dalla fila per farmi passare. Questo dice molto di come vengono educate diversamente le persone dalla propria cultura e dalla proprio società. Anche l’italiano più educato, al massimo ci avrebbe messo cinque o sei minuti e avrebbe fatto la faccia scocciata, mentre il signore cinese è letteralmente scattato sull’attenti come fosse per lui un dovere.

-Sorry man for this, maybe it’s better if you go to sit there…

Propongo uno scambio di seggiolini così lui potrà dormire in santa pace vicino al finestrino ed io alzarmi tutte le volte che voglio essendo vicino al corridoi.

Visto che non ho più voglia di mangiare e ne di guardare un film o di altre chiacchere, decido di fare un piccolo sonnellino, infondo non posso passare tutta la notte senza dormire. Sono le 23 44, prendo il romanzo “Tre stanze a Manhattan” che mi ero portato per l viaggio e dopo nemmeno otto pagine lo richiudo, mi giro di lato e le palpebre di piombo che si chiudono in automatico come le porte di un centro commerciale quando scatta l’orario di chiusura…. Un sonno leggero però… dove vedo però subito un immagine. È mia madre. Mi capita abbastanza spesso di sognarla da quando è morta, solo che non sempre riesco a ricordami i particolare. Qui è più giovane, ha circa trentatré anni (l’età di Gesù Cristo*), i capelli neri lunghi e luminosi… un sorriso immenso che brilla come una pietra di un isola segreta dove tutto è un incanto…. Mamma è bellissima. Se ne sta su un panchetto come se dovesse misurarsi un vestito. Ha un espressione di autentica felicità, sorride sempre e canticchia. Vicino a lei c’è mia nonna che cerca di farla stare ferma perché altrimenti sarà impossibile trovare le esatte misure per il vestito. È un vestito da sposa. Anche se mia madre, in effetti si è sposata una sola volta e aveva ventidue anni.

-nonna ma che succede? Gli chiedo, mentre mia madre sembra non accorgersi della mia presenza… Se ci penso io sono nato quando lei ne aveva trentatré ma non penso che sia questo il motivo.

-è pronta per la cerimonia, non vede l’ora… è così agitata da stamattina… non sta un attimo ferma… mi riassume la situazione mia nonna

-sono anni che non la vedo tanto felice, forse mai nemmeno così tanto quando… con chi si deve sposare? Chiedo io

-con il tuo babbo…

- come con il babbo?? ma sei lui l’ha lasciata e l’ha fatta soffrire tanto, è morta da sola per colpa sua…. Perché nonna perché?

-lo ha perdonato… mi sussurra la nonna nell’orecchio che poi sparisce dalla stanza per inseguire mia madre che sta saltando da un angolo all’altro della chiesa per la gioia incontenibile.

Mi sveglio con un sussulto sono solo le 00 47…. Ci deve essere stata un piccola turbolenza.

Avevo ancora le palpebre incollate che l’allarme delle obbligo delle cinture allacciate stava risuonando nell’aeree. La mia coscienza povera che da poco aveva lasciato dietro di se la porta dell’inconscio doveva subito fare il punto della situazione che non sembrava delle migliori. Vi svelo un segreto; quando l’allarme delle cinture allacciate risuona come una sirena spiegata, e quando le Hostess le vedi in agitazione che vanno su e giù per il corridoio controllando se tutti hanno le cinture ben allacciate, e quando infine il comandate dagli alto parlanti informa che ci saranno delle forti turbolenze e comincia ad imporre tutti i divieti possibili come alzarsi, fumare, drogarsi (le cose ovvie insomma) ecc….e soprattutto di non spaventarsi, ecco tutto questo vuol dire essere nella merda, quella vera.

Il comandante leggeva gli protocollo anche in inglese, mentre l’aereo aveva cominciato ad agitarsi come facevano mio padre e mia madre, quando andavo a vederli ballare il boogie woogie…. Ad ogni secondo passava andava sempre peggio. Gli scossoni erano veramente forti e violenti. Il nostro aeroplano sembrava sbattuto dalle turbolenze come una di quelle palle di vetro che viene scossa per vedere scendere i pallini bianchi che sembrano neve.

Gente che cominciava a vomitare, altri attaccati ai seggiolini a pregare in lingue di cui non riconoscevo l’origine, altri che abbracciavano forte i figli, mentre io mi stavo semplicemente cagando addosso.

-Gesù ti prego smetti di far tremare questo aereo come se fossimo a Tremors… giuro che se ne esco vivo sarò ancora più buono, anche se so che non è semplice… faccio anche io la mia piccola invocazione un pò a braccio.

Mi slaccio le cinture per andare in bagno perché quando vi avevo detto che mi stavo cagando a dosso non lo dicevo solo per dire che avevo paura.

Una delle hostess comincia ad urlarmi di stare seduto e di prendere la posizione di emergenza. Ma io me la stavo facendo sotto e se proprio dovevo morire almeno avrei scelto io come.

Il panico dilagava, le scosse erano profonde e di un intensità che sembrava che l’aereo potesse spezzarsi in due da un momento all’altro. Poi altri due o tre scossoni ed era tutto finito.

L’aereo aveva smesso di ballare il cha cha cha in cielo, e noi tutti forse, eravamo salvi. Il tutto era durato si e no cinque minuti. Esco dal bagno con la cintura ancora slacciata, e vedo negli altri, nei loro occhi e negli atteggiamenti, la calma ritrovata, l’espressione di tutti era come se ce l’avessimo fatta a superare la possibile disfatta. La quiete dopo la tempesta, nel vero senso della parola. Mi ricompongo anche io, l’hostess mi guarda con lo stesso sguardo di sfida di Clint Eastwood, sapevo che l’avrei dovuta affrontare per non essere sotto stato alle misure in caso di emergenza, ma il tutto si era limitato ad un paio di occhiatacce.

Passando tra le colonne di poltrone… buttando lo sguardo un po’ a destra e sinistra come fanno le hostess quando ci controllano, vedo una piccola bambina bionda, con la pelle chiarissima e gli occhi azzurri che potrebbero contenere anche l’oceano. Era sdraiata su due posti e teneva la testa appoggiata sulle gambe della mamma che le accarezzava la fronte. Con un gesto spontaneo e forse un po’ inopportuno ho afferrato il piedino della bambina e l’ho accarezzato.. lei mi sorride appena e la madre mi guarda con sguardo complice… sa cosa sto facendo… ho la sua approvazione… mentre guardo la bambina mi sono sentito come quando invece quello sguardo lo ricevevo io da mia madre. Uno sguardo in grado di abbracciarti e di riscaldarti dentro, come fa il sole con la pelle, come se ne dovessi più temere niente al mondo.

-stai bene piccolina? Gli chiedo guardando anche la mamma per farle un cenno d’intesa. Nonostante la poesia, è sempre meglio non passare per un pedofilo nella vita.

La bimba mi guarda con l’aria ancora sconvolta dalla paura, io le sorrido dolcemente e lei gira il viso appena diventato rosso, ma capisco che sotto il braccio della mamma sta sorridendo. Lo sa anche lei che, infondo il peggio è passato.

*Nella religione cristiana si crede, a detta di ciò che una volta mi rivelò un sacerdote, che quando una persona perde la vita in giustamente, ovvero, in circostanze “non-meritate” succede qualcosa di veramente magico. Dio preleva la sua amina esattamente il giorno prima che accada la morte (qualunque essa sia, una malattia, un incidente) e la porta nel regno dei cieli. Così facendo il giorno dopo a morire non è più una persona ma un corpo vuoto, già salvato della sua anima. Una volta in cielo, le anime hanno tutte l’età di Gesù cristo quando è morto, ovvero trentatré. Quindi se si è morti più giovani si invecchia fino a 33 e se si è morti più vecchi si ringiovanisce. Dopo di ché le anime in cielo hanno il compito di fare ciò che facevano in vita per l’eternità. Se si era stati muratori si continuerà a costruire muri di nuvole.

CAPITOLO II

Il display del mio cellulare segna le 3 34. Ero riuscito a dormire poco più che un oretta. Mi sentivo come se non avessi bisogno di riposare ancora, infondo il mio corpo non aveva effettuato nessuno sforzo ne fisico e ne mentale che conciliasse il sonno. Di guardare un film non se ne parlava, non avevo la contrazione necessaria… ed in più la scelta che proponevano in aereo mi sembrava limitata. Decido allora che darmi all’ingrasso, che è l’unica soluzione per ammazzare il tempo. Infondo lo shock per le turbolenze di due ore fa, non lo avevo ancora metabolizzato. Vado nel reparto dove tengono le bevande calde, vicino ai bagni, do un occhiata per vedere se Claudio sta dormendo, così che non gli venisse la fantastica idea di venirmi a scassare i coglioni, e mi faccio un dignitoso caffè solubile. Non finisco di riempire la tazza di acqua calda che una hostess si precipita su di me… non pensavo che ci fosse da litigare anche per un caffè… ero già sul piede di guerra stavolta quando lei mi aveva quasi spintonato e strappato via la tazza tra le mani. Stavo partendo con un “ma che cazzo stai facendo?” con l’inglese più rozzo della mia vita, che mi accorgo che lei stava facendo questo non per privarmi del caffè ma perché voleva servirmelo lei… era il suo compito… r lo spirito d’abnegazione che ha verso il suo mestiere arriva a questo livello. Mi guarda, mi consegna il caffè fumante e mi sorride.

-grazie- mi dice lei

-no, grazie a te, potevo fare da solo, non c’era bisogno che ti disturbassi. Le dico come rivelassi una mezza verità ad un amico

-è un piacere mio… è un mio onore. Mi risponde con una tale solennità che non oso ribattere.

Un silenzio leggero come una pausa caffè dopo tante ore di lavoro ci aveva separato per un attimo.

-come ti chiami?

-Xin Xin

-è un bel nome… posso chiamarti solo Xin?

Lei fa un cenno di assenso con la testa.

-io mi chiamo David… piacere.

Lei fa un piccolo inchino

-non ho molto sonno per questo sono venuto a farmi un caffè… credo di essere ancora agitato per la turbolenza di prima.

-lo sono anche io…. E anche tanti altri passeggeri… è stato un grande spavento per tutti

-ma cosa ha detto il comandate? ….adesso è tutto apposto?

-Siamo passati vicino alla coda di un uragano, questo a creato di vuoti di pressione per questo le scosse erano così profonde…

-perché non sono scese le mascherine?

-sarebbero scese se scendeva di quota l’aereo… invece scendeva e si riprendeva subito… comunque se avesse continuato così l’avremmo fatte scendere. È stato tutto molto veloce ed improvviso, neanche il comandante non si era accorto della situazione fino non ne eravamo già dentro.

-ora sei più tranquilla? gli chiedo io

Lei risponde con il suo solito inchino.

-certo che fare la hostess è un lavoro da donne veramente coraggiose….con quello che capita sugli aerei di questi tempi.

Lei sorride come se il suo sorriso fosse un velo di seta che scivola sulla pelle.

-ti piace il tuo lavoro?

Lei scuote la testa con un segno di assenso poco deciso e poco credibile.

-è molto faticoso. Domani sarò di nuovo in viaggio alle sette di sera.

-cazzo, è tosta la faccenda…

Lei risponde con un altro inchino stavolta come se fosse mortificata di se stessa.

-va be, ci sono lavori peggiori… anche io faccio il tuo lavoro in un certo senso… faccio il barista, so quanto può essere dura dover sopportare certe gente… siamo capaci di schifezze indicibili e pure dovremmo essere tutti civilizzati da qualche centinaio di anni. Ma infondo non si tratta sempre di un ciclo? Sporcare e pulire, sporcare e pulire… è questo quello a cui si limita la nostra vita.

Lei mi guarda un po’ storto come se avessi ragione sì, ma avessi espresso un opinione un po’ troppo estrema.

-studi?

-faccio l’università di moda, ma con questo lavoro è molto difficile far fronte a tutti gli impegni… sto pensando di lasciare gli studi…

-secondo me, negli anni potresti fare carriera all’interno della compagnia aerea e non dover più fare la hostess… mi sembra una buona prospettiva considerando i tempi che corrono.

-ho bisogno di soldi per me e per la mia famiglia, per questo non posso lasciare il lavoro…. rivela lei come se avesse anticipato i miei pensieri.

-a me non sembra male. E poi studiare moda è un conto, fare la stilista è un altro. Magari il lavoro o l’ambiente in cui devi stare non ti piace ed il sacrificio non serve a niente… anche io ho studiato musica, sono un chitarrista, ma farlo di lavoro…. mio Dio, nemmeno morto…. Il mondo della musica è marcissimo, e non voglio immaginare quello della moda. Invece quello che fai è un lavoro dignitoso, e poi come ti dicevo prima non dev’essere per sempre… i cambiamenti arrivano spontaneamente, nel tempo…. e se sei diligente nel lavoro come vedo, potrai ottenere delle buone promozioni.

Lei fa un inchino di approvazione, alla fine ha compreso il senso del mio discorso.

-quello che mi pesa di più è… accenna lei

Rimango in silenzio aspettando la sentenza.

-non avere una relazione con un ragazzo…. Non ci riesco proprio.

E qui i miei occhi si sono illuminati d’immenso… che sfiga, non aveva il ragazzo… che sfortuna…. ora in qualche modo potevo provarci, potevo passare all’azione.

-in che senso, non ci riesci? Irrompe la mia tattica-psicologia per ragazza che mi voglio portare a letto.

-non ho mai tempo e volo sempre avanti e indietro tra Pechino e Phuket, come faccio ad avere una relazione basata sulla fiducia?

-beh capisco sia più difficile, e su questo argomento non sono il più adatto… la storia più lunga della mia vita è durata una settimana…. È mi è sembrato passare un interno inverno… sai io sono più per le relazioni part-time… (magari anche con te)

-forse per un maschio è diverso… obietta lei come se infondo conoscesse già fin troppo bene il suo punto di vista a riguardo.

-forse, ma non penso sia una questione di sesso… l’ho sempre vista come una questione attitudinale. Per esempio il mio miglior amico è fidanzato da undici anni, ed entrambi non hanno avuto nessun altra relazione. Eppure hanno i loro problemi con la gestione del lavoro, la casa e tutto il resto.

-forse è perché i miei genitori si sono separati quando ero piccola che non riesco a fidarmi Mi dice lei, prendendomi la mano e facendomi sedere insieme a lei nei sedili destinati solo al personale.

-ma chi è che sta usando la tattica per portarsi a letto l’altro? Mi chiedo

Mi guardo intorno e cerco lo sguardo delle sue colleghe per capire se quello che stava facendo Xin non fosse proibito. Non credevo che ci si potesse sedere lì ma lei sembrava tranquilla, anzi si sentiva a suo agio tanto che mi aveva preso le mani, che era un ottimo segno….

-quando i miei si sono lasciati ero piccola, avevo quattro anni. L’ho rivisto quando ne avevo diciannove perché lui voleva avere un rapporto con sua figlia, ed io gliel’ho lasciato fare ma faccio molta fatica a stare con lui. Non sento niente, mi sento fredda come quando parlo con uno sconosciuto.

-ma noi non siamo sconosciuti, vero Xin?

Lei fa il piccolo inchino con la testa che vale un touch-down.

Mentre Xin mi parla della sua vita familiare, sento un fremito d’eccitazione perché corrisponde stranamente un po’ anche alla mia, e questo deve aver creato una connessione tra le nostre due coscienze che comunicano come se usassero un telegrafo.

-capisco perfettamente quello che dici. Le dico

-Anche io mi sento così a volte. Penso che non valga la pena mettersi dentro una relazione perché poi se dovesse fallire, tutto ciò su cui ho costruito la mia vita andrebbe a puttane. È questo fa paura e ad un livello più profondo può anche bloccare una persona…. Ma se dovessimo pensarla così sarebbe meglio per tutti non fare più figli e la specie umana finirebbe. Invece credo che ad una certa età subentra la maturità e l’esperienza che ti fanno sbagliare meno nello scegliere la persona che ti può stare accanto… e questo ci permette di scivolare dentro una relazione come se un piede scivola dentro una modello di scarpa che si conosce bene perché già utilizzato in passato. Anche se la metafora è una po’ triste dovrebbe calzare…

Lei sorride, in effetti la metafora con la scarpa è un po’fuori luogo.

Continuavo a guardarmi intorno come un bambino che decide di rubare le caramelle dal vaso del salotto nonostante il divieto imposto dalla madre di mangiarne ancora. Mi sentivo a disagio a pensare che le altre hostess potessero pensare che ci stessi provando. Avrebbero minato il nostro microcosmo di intimità appena creato.

-tu cosa vuoi invece? Mi chiede Xin con una frase tagliente come una spada

-ahh io vorrei molte cose… più soldi, una macchina, una casa tutta mia….

-non credo che le cose ci possono rendere felici.

-lo so, la felicità è dentro di noi, ma con queste cose la strada per raggiungerla sarebbe più corta… le sorrido io a metà tra l’ironico e il serio.

Mentre parlavo con lei sentivo il tempo scorrere come se avessi davanti una clessidra, sempre per via del fatto che Xin era richiesta dai colleghi e il tempo che le toglievo io era come se lo rubassi al suo lavoro. Questo aveva fatto dilagare dentro la mia coscienza un senso di colpa ampio come una chiazza di sangue vicino ad un cadavere. Allora avevo deciso per la mossa che sapevo azzardata ma che era d’obbligo rischiare…. Le avevo lasciato il mio numero e contatto Facebook strappandole la promessa che mi avrebbe aggiunto così che potessi scriverle per chiederle di uscire quando fossimo arrivati in Tailandia.

Xin dopo aver preso il bigliettino mi guardava con gli occhi dolci pieni di compassione ed un gigantesco “no” stampato in faccia. Sapevo che non mi avrebbe mai cercato ma non importava, l’occasione va presa quando c’è, questa è la regola fondamentale da seguire quando si incontra una persona che ci piace, ed io avevo fatto tutto quello che potevo per far colpo su di lei. È sempre difficile far una ottima prima impressione, tanto che a volte, mi sembra quasi che il merito sia dovuto alla fortuna di trovarsi nello stato d’animo giusto, al momento giusto con la persona giusta.

Erano più di ventiquattro ore che non riuscivo a dormire come si deve, ed il sonno mi stava raggiungendo come un onda raggiunge la sabbia asciutta in spiaggia. Era ora di andare provarci un po’ visto che infondo il volo sarebbe durato ancora sei ore. Tornato a sedere avevo trovato la ragazza che era seduta accanto a me e che non sa cosa vuol dire sonno, guardare attraverso le sue spesse lenti, un film ad occhi spalancati come se stesse assistendo ad un incanto che prende vita. Da quella che è la mia vita e che sono le mie abitudini non mi potevo certo render conto di cosa potesse voler dire lavorare e studiare così tanto, da non aver mai il tempo di godersi un film, e che quando lei ne avesse avuto l’occasione di trovarlo così fantastico. Sembrava un animale estrapolato da uno scomodo habitat che non era il suo, per esser stato invece immerso finalmente in uno da sogno. Non sapevo se provare compassione per lei, o se sentirmi tanto fortunato per non vivere una vita così dura da esserne addirittura incosciente durante la mia quotidianità.

Mi ero seduto davanti al tablet e avevo selezionato un film per ragazzi; “animali fantastici e come trovarli”. Dopo un quarto d’ora era scivolato in un sonno profondo come un fitto bosco, ma senza sogni.

Mi avevano svegliato le prime urla, la mia coscienza era ancora intrappolata nel sonno come una mano attaccata su legno da una colla speciale… Lo stato di allarme era già alto, le turbolenze erano ricominciate, e sembravano essere violente almeno come le prime.

L’aereo subiva grossi sbalzi di quota, le mascherine per l’ossigeno stavolta erano uscite subito da sopra le nostre teste, e già si sentivano i pianti di alcuni bambini e dei piccoli bisbigli degli adulti che davano forma alle preghiere del proprio Credo e che spezzavano per lo più il silenzio nero che attraversava l’aria dentro l’aereo. Bisbigli però carichi di una paura tanto grossa che dentro la testa si facevano assordanti. Avevamo tutti indossato la mascherine, gli sbalzi continuavano e le orecchie facevano male come se fossero state sturate da un tappo di cemento. Forse era giunta la nostra ora, anche l’ossigeno dentro i polmoni portavano dentro di noi un presagio di morte.

Alcuni passeggeri non riuscendo a trattenersi aveva cominciato a vomitare ovunque.

Io me la stavo facendo addosso e contro ogni indicazione di sicurezza mi stavo avviando verso il bagno, ignorando le urla della hostess di stare a sedere in posizione di emergenza. Se dovevo morire lo avrei fatto a modo mio, senza farmela addosso, tanto non sarebbe cambiato molto. Arrivo in bagno camminando a gattoni sul tappeto dell’aereo ignorando gli sguardi atterriti dalla paura degli altri passeggeri. Giunto in bagno mi ero messo subito a vomitare dentro la tazza come un cane si affaccia con muso alla mano del padrone. Non ne potevo più, ero verde di nausea. Poi dopo alcuni violenti scossoni in pochi secondi l’aereo aveva cominciato a stabilizzarsi e le turbolenze sembravano di nuovo passate.

Mi stavo ripulendo il viso e cercando di farmi passare la nausea bagnandomi il viso in posizione scomodissima per via del piccolo lavandino del bagno, quando mi sono accorto che la vite in basso a destra dello specchio si era completamente svitata. Per evitare che cadesse il vetro e che si facesse in frantumi avevo cercato di riavvitarla ma sembra si fosse spanata dentro. Alzato un po’ lo specchio mi ero accorto che proveniva da dietro lo specchio una strana luce bianca molto vivace. Incuriosito avevo cercato di capire a cosa portasse quella luce. L’unico modo per farlo era svitare completamente tutto lo specchio ma non se ne parlava neanche, non volevo rischiare di combinare un guaio. Una volta ricomposto il mio viso e il mio stomaco ero tornato nel mio seggiolino. Le hostess passavano tra i sedili dando una spiegazione rassicurante sull’accaduto a tutti i passeggeri. I piloti avevano beccato più volte la coda si un uragano che passava di lì che aveva creato di grossi “buchi” di bassa pressione che facevano scendere e salire l’aereo. Erano le quattro di mattina, la stanchezza azzerava le mie forze come se il mio corpo fosse convolto da un livello maggiore di gravità. Avevo notato che la gente andava e veniva dal bagno ma nessuno si era accorto della luce che proveniva da dietro lo specchio. Cercavo in loro una reazione o al massimo un tentativo di allarme o avvertimento al personale di bordo, ma nessuno sembrava curarsene. Non ho mai creduto alle storie sui portali magici che uniscono due mondi paralleli come nei film quindi non c’era modo per me di credere che sarebbe successa una cosa del genere anche qui, nonostante ne avesse le stesse apparenze. Visto che il viaggio proseguiva normalmente adesso, avevo deciso di provare a dormire almeno un'altra oretta senza più pensare alla santa luce sotto lo specchio. Mi ero messo comodo su seggiolino e avevo indossato la mascherina per coprire gli occhi e dei tappi per tappare le orecchie. Dopo pochi minuti l’oscurità e il silenzio mi avevo portato davanti ad un enorme specchio dentro il bagno dell’aereo.

-sto sognando?

La luce adesso strabordava fuori da tutta la cornice e non solo più da un angolo.

Avevo preso tra le mani tutto lo specchio come per tirarlo via dal muro per capire l’origine di tutta quella luce bianca. Era pesantissimo, credo che uno sforzo del genere per tirar su qualcosa non l’avessi mai fatto. Sembrava una lastra di piombo invece che di vetro. Cercando di non perdere la presa e di non farlo cascare su i piedi che avrebbe significato l’amputazione di essi, a piccoli scatti ero riuscito ad appoggiarlo a terra. La luce abbagliata aveva completamente aggredito tutta la superficie del bagno e fatto ciechi i miei occhi. Non si vedeva niente, l’unica cosa di intelligente che mi era venuta in mente era quella di infilare un braccio dentro la luce e sperare di toccare qualcosa che mi svelasse cosa c’era al di la di questo specchio. Non sentivo niente se non un forte sensazione di calore, come quelle che si hanno sulla pelle nel tardo pomeriggio quando si va sulla spiaggia. Potevo andare a chiamare l’hostess ne ero cosciente o qualcuno che mi aiutasse in quello in cui mi stavo cacciando ma per un motivo o per un altro, forse anche solo per spirito d’indipendenza, avrei indagato da solo su questa storia.

Senza pensarci due volte, prima una gamba e poi l’altra ed ero salito oltre il limite da cui la luce bianca proveniva. Entrato direttamente dentro quella luce di cui non si vedeva la fine procedevo a piccoli passi. Il terreno era una sabbia molto fine come quelle che si trovano in spiagge di rara bellezza al mondo. Adesso potevo sentire anche il rumore del mare, e delle onde che s’infrangevano sulla sabbia, anche se ancora i miei occhi era ciechi per via della luce. Non so quanto avessi camminato in quell’immenso mare bianco ma poco dopo ero arrivato in quella che era una spiaggia deserta. Il mare si trovava a dieci metri sulla mia sinistra, mentre sulla destra solo alberi che costeggiavano la spiaggia simmetricamente al mare. Non c’era nessuno, non un’anima. Camminavo, stancandomi a poco a poco, ed ormai erano più di venti minuti che andavo avanti, quando all’improvviso sulla destra incastrato tra gli alberi vedo il muso di un aereo. Avanzo di fretta tra la sabbia calda ed arrivo ai piedi di quello che avevo riconosciuto essere l’aereo su cui stavamo volando. Era incredibile, sembrava abbandonato qui da almeno cinque o sei anni. Intorno alla carrozzeria erano cresciuti dei mischi ed si erano inerpicate alcune radici dagli alberi. Il carrello delle ruote si era spezzato e si trovava a una decida di metri dalla carcassa. Stavo cercando l’accesso per salirci, le portiere di emergenza erano state sradicate, probabilmente questo aereo aveva fatto un atterraggio di emergenza in quella che sembrava essere una bellissima isola. Chissà che fine aveva fatto l’equipaggio. Avevo deciso di entrare anche se c’era il rischio di inciampare in qualche scheletro di qualche cadavere. Per salire mi ero dovuto arrampicare su un albero li vicino e tentare un salto di almeno un metro. l’interno dell’aereo sembrava ancora in ottimo stato, e di scheletri non ce ne era l’ombra. Solo un paio di uccellacci e alcuni ragni, per il resto la carcassa non era abitata da nessuno. Mi sono recato nella cabina dei piloti, ma per me i comandi di un aereo era come leggere l’aramaico antico. Rovistavo in su e in giù per il corridoi cercando tracce di vita umana, ma a parte alcuni bagagli pieni delle solite cose lasciati negli appositi scomparti, non c’era nessun indizio interessante. Avevo deciso di abbandonare l’aereo quando all’improvviso, si erano accessi tutti gli schermi sopra i seggiolini. Non riuscivo a capire se la corrente c’era o meno perché non conoscevo e ne riconoscevo gli interruttori dentro l’aereo. Mi sono seduto su un seggiolino ed il video che era partito inquadrava una giornalista vestita di azzurro che faceva un servizio proprio su questa spiaggia e sullo schianto di questo aereo. Quello che non capivo era perché se avevano trovato l’aereo qui, poi non si erano presi la briga di rimuoverlo. La giornalista aveva cominciato ad elencare tutte le vittime del volo che era partito da Roma ed era destinato in Tailandia, proprio come quello che avevo preso io. Le ragioni dello schianto non erano certe, avrebbero poi esaminato la scatola nera, ma il numero di morti era consistente. Erano sopravvissute venti persone con i quattro membri dell’equipaggio inclusi. Quello che più mi faceva rattristare di tutta questa storia era che la giornalista, che era una bella donna mora con dei profondi occhi verdi e dalla siluette ineccepibile, mentre raccontava quel poco che si sapeva di quest’incidente piangeva e singhiozzava come se tra le vittime ci fosse stata una persona a lei cara. Era un pianto molto sofferto e vero, forse la morte così ingiusta di tante persone per un semplice guasto all’aereo non le dava pace. Dopo che il servizio era finito, tutte le luci sull’aereo si erano accese e si erano messi in moto i motori senza che nessuno gli avesse dato l’avvio. Quando la potenza dei motori sembra aver raggiunto il massimo ecco che mi sono svegliato di soprassalto come se fossi stato vittima di uno scherzo mentre dormivo. Ero sudato fradicio.

-stai bene? Mi chiede la ragazza con gli occhiali seduta accanto a me

-credo di si… ho fatto un sogno orrendo…

-beh ora sei sveglio, è tutto finito, ma se ne vuoi parlare…

-no, no… è meglio di no.

-come preferisci…

-ho sognato che questo volo si era disperso in un isola e che avevo trovato l’aereo abbandonato molti anni dopo. Come se il tempo fosse passato ed io non me ne fossi accorto o una cosa del genere… una sorta di esperienza trascendentale… forse ero uno dei pochi sopravvissuti che ne so…

-con tutte le turbolenze che ci sono state prima è meglio che ne parli a bassa voce di questo sogno, qualcuno potrebbe agitarsi… sostiene lei

-hai ragione… non so ancora come ti chiami..

-mi chiamo lucia.

-ma è un nome italiano.

-io sono nata in Italia, i miei genitori sono cinesi.

-stai tornando a casa.

-si c’è il matrimonio di mio fratello.

-capisco, bene almeno ti riposerai un po’

-mi potrò riposare solo tra tre giorni, appena arrivo devo cucire il vestito mio e di mio fratello… che pizza!

-sempre a cucire la tua vita, cavolo… la sostengo cercando di esserle solidale.

-comunque l’aereo sta viaggiando benissimo, quindi non hai niente di cui preoccuparti, è solo stato un brutto sogno.

-si davvero, c’era uno specchio nel bagno da cui proveniva una strana luce… sono entrato dello lo specchio e mi ritrovavo in questa spiaggia con un sole accecante… una cosa strana.

-beh anche nei sogni sei andato a cercati un po’ di vacanza… il mare, il sole… dice intercalando la frase con una risatina argentina rivolta a sé e alla stupida immagine del mare e del sole e di me che trovo un aereo lì.

-vado a sciacquarmi un po’ il viso.

Lucia mi mette una mano sulla spalla come se comprendesse cosa vuol dire avere problemi di illusioni mentali.

Mentre aspetto davanti alle due signore che mi precedevano nella fila per andare al bagno mi chiedevo se avrei trovato quella luce al di là dello specchio come se avessi un chiodo conficcato in testa. Ero in un’ansia terribile…e se l’avessi trovata? E se fossimo tutti morti o destinati a morire, e questa fosse la proiezione dell’incidente nella mia testa prima o dopo dell’incidente? Ma se fossi morto non potrei essere qui ne tanto meno sognare un incidente, quindi deve per forza ancora succedere… Forse eravamo in pericolo e potevo fare qualcosa per salvarci tutti, ma come e chi avrebbe mai creduto ad una storia del genere? Diciamo che più probabilmente era tutto frutto della mia fantasia e mi dovevo dare una calmata visto che da quanto ne so, non ho mai avuto poteri premonitrici ed allarmare qualcuno avrebbe solo fatto male alla mia credibilità visto che sarei passata per un pazzo scoppiato. Finalmente è il mio turno, entro dentro e dallo specchio non esce nessuna luce… esco e decido di raccontare questa storia a Xin, forse lei mi avrebbe dato una chance…

Ho fatto questo strano sogno dove l’aereo era abbandonato in mezzo ad una spiaggia…

…. Prima ho trovato che usciva questo fascio di luce dallo specchio e poi quando sono andato a dormire, ho come sognato il suo proseguimento… come se l’illusione avesse tagliato i limiti della realtà e mi fosse stato possibile viaggiare in una dimensione dove il tempo e lo spazio non erano questi ma avevano una connessione con questa realtà, capisci?

-vuoi dire che dal sogno hai potuto vedere come proseguiva questa realtà? Una sorta di premonizione.

-esatto…

-beh, sono affascinanti queste cose non c’è dubbio ma per fortuna a volte sono solo scherzi della mente…semplici suggestioni… con tutte le turbolenze che abbiamo passato… cerca di rispondermi lei con fare comprensivo e rispettoso delle mie ansie

-Xin, non lo so ma ho un brutto presentimento… speriamo che siamo tutte delle suggestioni come dici tu… ma era uno di quei sogni che sembrano così veri che si fa fatica a distinguerli dalla realtà… sembrava davvero una sua prosecuzione naturale.

-si, ma come vedi le turbolenze sono passate e il volo sta proseguendo al meglio. Se ci fosse qualche problemi ci avrebbero subito avvertito dalla cabina di pilotaggio…. Secondo me dovresti cercare si riposare meglio. Se vuoi posso darti delle gocce di tranquillante, le usiamo in casi estremi quando un cliente mostra evidenti segni di ansia per la paura di volare.

Ci avevo pensato su qualche secondo come un calciatore deve scegliere da che parte battere un rigore.

-d’accordo, forse ho solo bisogno di stare un po’ più tranquillo.

Xin con modi molto materni mi aveva diluito quindici gocce di “en”, un tranquillante, dentro un bicchiere d’acqua.

-bevi questo ti farà dormire un po’.

Dopo avere ingerito la mia dose di psicofarmaci, mi ero diretto a letto, e mentre anche i miei compagni di fila dormivano mi ero seduto cercando di rilassarmi e di conciliarmi con il sonno.

Mi ero svegliato per via della luce che, passando dai finestrini, risplendeva in tutto l’aereo. L’orologio segnava le 6 e 30 del mattino. Mancavano quindici minuti all’atterraggio e sentivo gli abbassamenti di quota che subiva l’aereo. Il peggio sembrava passato, e finalmente ero arrivato in Tailandia sano e salvo. Anche le hostess si erano sedute dopo aver controllato che avessimo tutti le cinture allacciate. Il carrello era fuori, l’aereo si abbassava sempre di più tanto che i timpani facevano di nuovo male. Pochi minuti dopo l’aereo era atterrato come doveva e come da programma, e tutti i passeggieri si apprestavano a prendere i bagagli a mano per scendere il prima possibile. Una volta che tutti erano passati avevo salutato Xin e l’avevo ringraziata per il suo aiuto e per la sua pazienza, ma non appena ero arrivato fuori avevo visto davanti a me che non c’era un aeroporto, e ne tanto meno una pista di atterraggio ma un immensa spiaggia bianca che costeggiava un mare blu infinito… il volo, alla fine, aveva attraversato tutto il sogno.



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