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lavoro pubblicato giovedì 9 novembre 2017
ultima lettura lunedì 20 novembre 2017

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Sogno di fine estate

di thortorval65. Letto 206 volte. Dallo scaffale Generico

Ero nel bel mezzo di un sogno erotico quando non fui certo di saper rispondere a questa semplice domanda: “dove si trova esattamente, in un corpo femminile, il forellino dal quale fuoriesce l’urina?”   Il sogno svanì .......

EEro nel bel mezzo di un sogno erotico quando non fui certo di saper rispondere a questa semplice domanda: “dove si trova esattamente, in un corpo femminile, il forellino dal quale fuoriesce l’urina?” Il sogno svanì ansiosamente o meglio in modo accartocciato come fosse una pellicola esposta a troppo calore e così fu per il mio pene che addirittura scomparve.

Così alleggerito mi misi ad indagare.
In primo luogo come nacque questa necessità stimata indispensabile addirittura vera “conditio sine qua non“ per mandare a effetto un proposito sin troppo evidente, trattandosi di un sogno erotico appunto, e che a memoria non mi sembrava costituisse un inciampo lungo una strada già percorsa seppur con la frequenza di un maschio adulto giapponese. E poi da chi fu pronunciato il quesito che, seppur legittimo, mi parve essere fuori luogo? Un bisbiglio del mio subconscio, una richiesta di una delle due protagoniste forse bibliotecaria di mestiere o, come temo, da una puntigliosa voce narrante?
Da ultimo perché mi turbò a tal punto da interrompere intriganti preliminari quasi fossimo stati colti dallo scuotimento provocato da un sisma che squarciasse la strada davanti a noi?
Facciamo un passo indietro, a un tardo pomeriggio di fine estate, in un parco fuorimano sul ciglio dell’Altipiano di Seveso. Lo farò usando il tempo presente perché, come arcinoto, nei sogni la temporalità non segue le regole grammaticali e così non me ne curerò per maggiore verosimiglianza del mio resoconto al sogno.
Non c’è molta gente anzi quasi nessuno e ne approfitto per calpestare un bel pratone, altrimenti interdetto come leggo su un cartello di divieto, da cui si gode una bella visuale sia sulla villa storica ottocentesca in stile tardo neoclassico sia, dalla parte opposta, sulle cime delle Prealpi. Il parco mi piace per i suoi saliscendi lungo il ciglio dell’altopiano percorribili lungo una stradina sterrata fra un bosco e per la quale si lambisce un frutteto e quello che rimane di un antico roccolo da caccia di cui rimangono le gallerie di carpini a cui venivano appese le reti per la cattura degli uccelli migratori.
Sono in pieno passeggio nella parte bassa fresca e umida percorsa da un rigagnolo che oltrepasso attraversando un ponticello ed ecco giungere, come in una favola, due fanciulle in tuta ginnica attillata a tal punto da esplodere l’esuberanza delle belle curve e l’immagine è così realistica che in uno slancio mi predispongo ad abbracciarle quasi uscissi da un deserto e le due viandanti fossero le mie salvifiche soccorritrici.
Le due ridacchiano. Il mio slancio, da goffo fagiano, deve essere sembrato alquanto buffo e innocuo.
Non potevo lasciarle andare tutt’altro che satollo di un mero e fugacissimo istante e le invitai a bere qualcosa. Le due ninfe, sempre ridacchiando e all’unisono, mi chiesero a quale fontana intendessi abbeverarle ma davano, al contempo, l’idea di aver corso a sufficienza e la prospettiva di dissetarsi mi parve le stuzzicasse.
Apro una parentesi che per la precisione viene dopo il sostantivo “all’unisono” pocanzi utilizzato. Le due donne parevano ben assortite, una di indole spontanea al limite del selvatico l’altra di carattere più posato e riflessivo. Sicuramente si conoscevano da tempo e probabilmente la lunga frequentazione le aveva compenetrate in uno stretto rapporto. Era però l’istintiva a far scattare la favella spiccicando per prima la frase mentre l’altra, riguadagnato il suo portamento elegante impercettibilmente scompigliato dalla bruciante partenza dell’amica con un respiro, modellava quella stessa frase in volo prima cioè che la sua vibrazione si modulasse in un tenue tremolio rimbalzandone il riverbero con aggettivi appropriati e insoliti. A pensarci ora era come se le due voci si sovrapponessero in un coro. Mi ricordai che da qualche parte nel parco in un casotto era attiva una sezione dell’ANA cioè dell’Associazione Nazionale Alpini e sperai tanto fosse ancora aperta.
Fortunatamente il bar della sezione era funzionante, il locale era interamente perlinato, tappezzato con un poster di una fotografia di un gruppo di alpini con le braccia spiegate come augelli scattata forse sulla vetta del Pizzo della Presolana e da piccozze di varie dimensioni appese accanto a un pannello didascalico dedicato ai “nodi e manovre per l’escursionismo”. La stufa a legna nel mezzo della sala accostata al muro mi sembrò funzionasse nonostante fossimo ai primi di settembre e che facesse caldo dentro e fuori.
Mentendo spudoratamente, colto invero da una ispirazione, consigliai alle due ragazze di assaggiare la specialità della casa ossia l’Irish coffee che ci venne puntualmente servito con due dita di panna fresca leggermente montata.
Il caffè era corretto generosamente e le due mi dissero se per caso avessi l’intenzione di farle ubriacare. In breve esaurimmo il nostro “Irish” e, su consiglio della “impetuosa”, ordinammo una grolla. La giovialità della conversazione ne trasse profitto e intanto la temperatura esterna e interna saliva come una febbre equatoriale e le due ragazze cominciarono a spogliarsi. Io declamai una parafrasi dei miei sentimenti del momento che fortunatamente però conclusi con un veritiero, languido e minimale “vorrei tanto vedervi le tette e, a scanso di equivoci e di precedenze, le vorrei vedere tutte e quatto all’unisono”.
Questa volta fu quella pacata a prendere l’iniziativa, si alzò la maglietta e le vidi le sue mammelle schiacciate contro un reggiseno nero trasparente sufficiente a farmi scivolare due rivoli di bava agli angoli della bocca, l’altra invece mi prese la mano, la infilò sotto la maglietta e insinuando le dita nella coppa e me la fece toccare, prima una e poi l’altra.
Uscimmo allegri tagliandoci la strada e sbattendoci addosso.
Le due ragazze sempre all’unisono con le modalità canore poc’anzi descritte mi chiesero se sapessi baciare. Emozionato e ad occhi chiusi baciai quella pacata mantenendo un dolce contatto con la sua esuberante morbidezza pettorale e quel contatto ebbe l'effetto di rilassare i muscoli dalle spalle e di quelli in giù lungo la colonna fino alla punta dei piedi irrigidendo dolcemente solo quell’unico muscolo a forma di appendice com’è giusto che sia. L’altra l’avviluppai avendo cura di inglobare le sue labbra nelle mie immaginando che fosse l’unico modo per continuare a respirare e quindi di rimanere in vita. Sembravamo due pesci in quanto non ci fu apnea poiché effettivamente ci respiravamo. Mi piacque e piacque a lei che subito dopo si abbassò e dal basso ci salutava con la mano mimando di proteggerla coi nostri corpi da eventuali sguardi sgraditi. Seguì una sorta di estasi in cui divisi i miei sguardi fra lei in basso e il cielo. Avrei tanto voluto dividere quei momenti con “Orsiglio” il mio peluche prediletto della prima infanzia. La ragazza si alzò e distribuì baci a me e all’amica. Mi chiese poi con tono deciso puntandomi il dito alle labbra che le sembrasse giusto che ricambiassi la sua delicatezza con entrambe loro e che fosse all’uopo consigliabile portarle a casa mia.
In macchina l’impetuosa e anche generosa ragazza sedeva accanto a me e dopo averla goduta con lo sguardo le chiesi, con una proposizione educatissima iniziata con “Per favore”, se poteva farmi quello che mi aveva fatto prima.
Lei sorrise e abbassò la testa e fu a quel punto che guardai nello specchietto retrovisore e all’unisono con quello sguardo si formulò la domanda fatidica riportata all’inizio dello scritto che fece svanire l’incanto ridestandomi dal sogno.
Fin qui come si svolsero i fatti per così dire e fu un po’ come risvegliarsi impigliato nella rete del roccolo per la caccia agli uccelli migratori.
Ora che ho gli occhi aperti saluto idealmente le mie fidanzate di un pomeriggio sognate che oso ricordare cioè portare al cuore e che eleggo a mie fidanzate “in pectore”.
Non voglio però, da ultimo, sviare la fatale domanda che mi chiedeva dove si trovasse esattamente il forellino da cui le donne fanno pipì. Confesso con tristezza di aver fatto ricorso alla rete e di essermi stampato un poster a futura memoria. La geografia dei luoghi avrei dovuto conoscerla per esserci passato ma in conclusione il forellino si trova a sud del clitoride e a nord della vagina. Quanto poco conosco il corpo femminile e di riflesso anche il mio. Sono troppo intorpidito dalle consuetudini, farò leva sulla mia smemoratezza per lasciarmi andare a nuove scoperte.


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