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lavoro pubblicato domenica 5 novembre 2017
ultima lettura sabato 16 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Inversa contrapposizione

di nickvandick. Letto 235 volte. Dallo scaffale Pulp

Inversa contrapposizione     Mentre alla cassa del supermercato pagava gli acquisti con la carta di credito, boxer di colori vari insieme all’occorrente per radersi, schiuma da barba, rasoi usa e getta, bagnoschiuma, spazzolini da de...

Inversa contrapposizione

Mentre alla cassa del supermercato pagava gli acquisti con la carta di credito, boxer di colori vari insieme all’occorrente per radersi, schiuma da barba, rasoi usa e getta, bagnoschiuma, spazzolini da denti e una decina di paia di calzini, Eros si era messo a pensare quanto fosse incredibilmente insensato quello che stava facendo. Stava insomma entrando in possesso di beni materiali in cambio di un valore totalmente virtuale, numeri che si trasferivano da una conto corrente ad un altro i quali altro non erano se non altri numeri creati appositamente per accumulare cifre ipotetiche di denaro invisibile che non essendo in possesso di validità materiale non passava da una mano all’altra nel rispetto della sua originaria funzione di scambio, tu dai un oggetto a me oppure mi incarichi di svolgere una mansione a tuo beneficio e di contro ricevo un attestato che ne garantisca il valore concordato, monete o banconote a corso legale utilizzabili in seguito per uno scopo medesimo e cioè comprare altri oggetti, cibo, abiti, fiori, un appartamento, un incontro d’amore mercificato. Le possibilità erano infinite. In sostanza la riflessione di Eros si basava soprattutto sulla constatazione che ormai non sapesse quasi più che aspetto avesse il denaro materiale. Ne aveva dimenticato l’odore, il fruscio eccitante della filigrana, il piacere sottile di sfiorare la carta con le dita, di valutarla al tatto, di quantificare la sensazione di potenza che trasmetteva. Una considerazione che avrebbe potuto allargare anche alla sua stessa persona, nel senso che lui stesso alla fine non si sarebbe potuto definire concretamente reale. Non che non fosse composto di carne, ossa e sangue come tutti, soltanto a guardarlo se ne sarebbe potuto dedurre che era un uomo di una quarantina di anni circa, poco più alto della media, di corporatura robusta e vestito con gusto particolare, capelli neri e corti, ben pettinati (non sopportava la moda in auge di rasarsi a zero in quanto riteneva che un uomo senza capelli venisse privato della propria identità, non fosse più identificabile in mezzo ad una massa di soggetti con il cranio lucido, tutti uguali e indistinguibili, una massificazione insomma tesa ad annullare la singolarità dell’individuo. E poi, che orrore, ma si erano guardati allo specchio i sostenitori di una simile pratica? Avevano seriamente valutato il proprio aspetto?), begli occhi profondi, labbra carnose e mento volitivo, naso lievemente ingombrante ma in sintonia con la caratterizzazione generale del viso. In conclusione un uomo attraente senza dubbio alcuno, una persona che non passava inosservata e poteva vantarsi di destare interesse negli altri da svariati punti di vista, richiamo sessuale, ammirazione, rispetto. Eppure, con tutto ciò, egli non riusciva a trarre da queste qualità nessun vantaggio personale. Eros si sentiva oberato dalla immanente sensazione che niente valesse la pena di essere vissuto, che nulla avesse valore, che il mondo intero fosse stato privato di concretezza e risultasse vago e inutile. Lui stesso non produceva niente di apprezzabile, il suo lavoro consisteva nel manovrare denaro senza densità materiale, far crescere numeri in progressione continua, decidere se in una certa parte del mondo il costo di particolari materie prime dovesse aumentare o diminuire creando l’opportunità in quel modo di attuare ingenti speculazioni che avrebbero guidato investimenti sostanziali allo scopo di validare altri numeri a nove o dieci cifre attraverso il monitor di un computer che ne avrebbe attestato la consistenza reale.

La cassiera lo fissò con espressione spazientita. Non si era accorto il cliente, un bell’uomo certo, elegante ma forse un tantino fuori di testa, che la fila dietro di lui aumentava a dismisura? Perché seguitava a guardare nel vuoto come se gli fosse comparsa davanti la più mirabolante delle apparizioni? O forse era rimasto vittima di una qualche forma mortale di ictus che lo aveva paralizzato e reso incapace all’improvviso di intendere e volere e che se non si fosse intervenuti con tempestività egli sarebbe rimasto immobile in quella posizione per gli anni a venire rendendo così inutilizzabile quella cassa? E forse era lo stesso male che gli aveva anchilosato la mano sinistra nella quale stringeva la penna per firmare la ricevuta della carta di credito, una bella penna certo, anche costosa, ma inutile se non la si adoperava per il fine stesso per il quale era stata creata e cioè scrivere, tracciare una firma per rendere valido il miserabile pezzetto di carta chimica attraverso cui pagare lo scontrino.

“Signore, scusi,” provò ad incitarlo la cassiera ormai al limite della pazienza e anche a ragione poiché è universalmente assodato che non ci si incanta alla cassa di un supermercato nell’ora di punta, quando la gente esce da lavoro e si affanna per raccattare qualcosa di commestibile da mettere insieme per cucinare una cena frettolosa e, dopo averla ingurgitata velocemente, sedersi a guardare la televisione giusto il tempo che manca prima di andare a dormire e svegliarsi il mattino successivo per ricominciare tutto daccapo. Ancora di più se l’individuo incriminato era un mancino. La signora nutriva segretamente nel profondo del suo animo un’avversione patologica nei confronti di coloro i quali adoperavano la mano sinistra quale arto primario in quanto ritenuti da lei persone anormali, gente di cui diffidare, individui neanche del tutto umani da tenere alla larga in quanto sofferenti di qualche misterioso male tipo follia o autismo.

“Signore, dico a lei. Vuole per favore firmare la ricevuta della sua carta di credito?” persistette la cassiera sull’orlo dell’esasperazione e pronta a chiedere l’intervento della sicurezza interna.

Eros si scosse come se stesse riemergendo dall’incubo notturno che lo perseguitava da tempo immemorabile, sempre lo stesso tanto che era diventato una vera ossessione. Per una qualche ragione sconosciuta si ritrovava in un paese straniero i cui abitanti parlavano una lingua incomprensibile e siccome lui si era evidentemente perso interpellava le persone per ottenere un’indicazione utile a ritornare a casa o a trovare magari qualcuno che capisse ciò che diceva, anche in inglese volendo, oppure in francese di cui era studioso appassionato o al limite in tedesco di cui masticava i fondamenti basilari per impostare una conversazione. Tutti però lo squadravano torvamente, come se rappresentasse una minaccia, l’alieno al quale accennava la cassiera, un mostro passibile di venire perseguitato a causa di una presunta pericolosità. In fondo non si farebbe altro che salvaguardare l’incolumità generale, un alieno non può integrarsi nei delicati meccanismi che regolano la società civile, doveroso è perciò sbarazzarsene, ucciderlo persino in modo da evitare il deflagrare di un male potenzialmente inarrestabile. All’improvviso qualcuno gli assestava un pugno a tradimento che lo colpiva all’orecchio destro provocandogli una fuoriuscita di sangue e che veniva interpretato da tutti come il segnale per dare inizio ad una lapidazione. La folla lo circondava urlando e inveendo contro di lui, gridavano che non gli avrebbero permesso di depredarli della loro ricchezza, delle loro case, di scoparsi madri, sorelle, mogli e figlie perché era solo di ieri la notizia che uno straniero era stato sorpreso a fornicare con una giovane del luogo. Le donne si sa si lasciano a volte incantare dal fascino ammaliante che emanano questi personaggi esotici, si concedono loro in preda ad una frenesia inspiegabile, forse drogate da misteriose misture disciolte nell’acqua e che sortiscono effetti solo sugli individui di sesso femminile.

Ed eccoli tutti addosso a lui, pronti a finirlo a bastonate come un cane rabbioso. I più esagitati fanno mulinare randelli nodosi, urlano oscenità sguaiate indicandolo come il nemico da abbattere senza curarsi della sua condizione di chiara inferiorità. Ma finalmente una faccia nota si fa largo in mezzo alla calca inferocita, Goffredo Tulli, il compagno della sua ex moglie Brigitta, l’uomo che si è portato a casa propria lei e i due ragazzi, Edoardo e Magiara, quasi fossero figli suoi, incurante della loro reale paternità e anzi orgoglioso di accollarsi l’onere del loro mantenimento ed educazione, di rimediare alle mancanze di un genitore spesso assente e confuso, qualcuno comunque a cui chiedere aiuto, a cui affidarsi per capire l’incongruità di quella situazione, chiedere delucidazioni sui modi e i luoghi. Ma inspiegabilmente Goffredo agisce come se non lo conoscesse, finge di non sapere chi sia, lo addita anzi e incita gli altri fra i quali compare Brigitta, nuda e con il suo stupendo seno in bella mostra, che gli da man forte, afferra anzi un bastone e comincia a colpirlo per prima e sempre a quel punto Eros si sveglia, madido di sudore, alle tre e cinque di ogni notte.

“Mi perdoni signorina, credo di essermi distratto un momento,” disse lui esibendosi in un sorriso disarmante.

La cassiera storse la bocca in una smorfia di disappunto. Con uno sforzo minimo avrebbe anche potuto diventare attraente, una bella donna con vaporosi capelli rossi lasciati purtroppo cadere senza troppa cura intorno all’ovale del viso, gli occhi di un seducente verde smeraldo abbruttiti da un’ombra di stanchezza morale, di noia mortale, di indifferenza atavica. Le sue mani erano affusolate, con dita lunghe e potenzialmente dispensatrici di piaceri sottili, come pure il seno opulento e il grembo accogliente se non risultassero avviliti dallo squallido grembiale con il logo del supermercato a deturpare tanta malcelata bellezza.

“Vuole essere così gentile da apporre una firma sulla ricevuta della carta di credito allora,” biascicò la dea mancata insistendo con un tono al limite dell’aggressività.

Finalmente Eros capì la ragione di tanta ostilità. Altro sorriso.

“Oh certo, provvedo subito.”

Una firma chiara e per esteso, Eros Ferlinghetti, nome e cognome. Dietro a lui la folla già rumoreggiava, ma che importanza poteva avere, uscire da quel luogo orribile era divenuta una priorità pressante, abbandonare la cassiera-robot alle sue funzioni di divoratrice di clienti, come il demone metà uomo e metà uccello del Paradiso delle Delizie di Bosch, avanti un altro e un altro ancora, in una catena infinita di persone oggetto che comprano, pagano ed escono dalla cassa in un ciclo ininterrotto di altri compratori pronti a trasferire con i loro bancomat quantità virtuali di denaro virtuale.

“Grazie e arrivederci.”

“Arrivederci.”

Finalmente all’aperto. Piacevole aria primaverile di inizio aprile non sufficiente però a dissolvere l’angoscia che si era rafforzata invece di liquidare il disgusto di sentirsi provvisorio ed effimero, un povero cristo esposto agli insulti e gli sberleffi del destino. Eros si chiedeva che cosa dovesse farne degli acquisti custoditi nel capiente sacchetto che reggeva in una mano e che avrebbe dovuto portare con sé per una indiscutibile motivazione di utilità personale, altrimenti perché spendere dei soldi per acquistarli. Lo stimolo che lo aveva mosso ad entrare nel supermercato era stato quello di procurarsi tutto il necessario per fuggire da quella città, abbandonare tutto e tutti e ricominciare da un’altra parte, non importava dove, lontano da lì, agli antipodi per sentirsi ancora utile e concreto, colmare il vuoto della propria anima, lontano da Brigitta e i suoi figli, dal compagno di sua moglie prima che lo sopraffacesse l’impulso di ucciderlo. Avrebbe avuto il coraggio e la forza di portare a compimento un simile progetto? Aveva preparato la valigia e comprato i biglietti, sprangato la porta di casa?

Si inoltrò nell’immenso parcheggio alla ricerca dell’auto, un Suv Volvo ultimo modello, superaccessoriato, metallizzato, lucido e fiammante. La ritrovò non senza una certa fatica, perduta nella massa indistinta di veicoli in sosta e immaginò di vederla saltare per aria in miliardi di frammenti che si sarebbero sparsi in un raggio di chilometri precipitando su chiunque fosse transitato in quel momento seppellendolo sotto una pioggia di rottami roventi. Non sarebbe andato da nessuna parte. Quegli acquisti inutili, frutto di una digressione della ragione, una sospensione involontaria che lo spingeva a fare i preparativi per un viaggio che non sarebbe mai avvenuto, una fuga ipotetica che riemergeva a cadenza periodica, come se una seconda personalità si impadronisse della sua parte senziente e lo costringesse ad entrare in un supermercato per compare cose inservibili, spazzolini da denti di cui aveva pieno il ripostiglio, dentifrici ancora sigillati e ormai prossimi alla scadenza, bagnoschiuma, sapone da barba, dopobarba che non sapeva più dove accatastare, calzini nuovi stipati nei cassetti. Ora gli sarebbe toccato disfare la valigia, rimettere al loro posto giacche e giubbotti, le camicie lavate e stirate, i pantaloni dalla piega impeccabile, le cravatte. Tutto come prima in attesa della prossima crisi di schizofrenia che lo avrebbe costretto a entrare nuovamente in un supermercato per trasformare numeri inutili in oggetti altrettanto inutili.

Ma ecco comparire una mamma con al seguito due mostriciattoli di pochi anni frignanti e dispettosi, lei con il manico del carrello stracolmo stretto fra le mani a guisa di arma, il lasciapassare di identificazione per la normalità, io compro e quindi esisto e di questo me ne deve rendere merito l’intera società, smorfia di soddisfazione stampata sulla bocca e luce di accesa stupidità nello sguardo. Che voglia di avvicinarsi a lei e rovesciare quel cumulo di immondizia trasudante pubblicità televisiva e schiacciare ogni singolo prodotto con i piedi, ridurlo in poltiglia per frantumare quella catena di idiozia con un colpo di mazza e interrompere finalmente il ciclo delle persone oggetto, ritornare dal totem-cassiera per strapparle i vestiti e mostrare a tutti la sua reale natura, la sua identità di femmina, esporre la sua biancheria intima al pubblico saccheggio e spalmarle addosso gli acquisti contenuto nel sacchetto che Eros ancora teneva in mano, il dentifricio sui seni, la schiuma da barba sul ventre, rasarle i peli pubici per evidenziare la natura del suo sesso, offrirla alla collettiva devastazione quale vittima sacrificale sulla quale scaricare manie e perversioni represse. Come avrebbe potuto Eros ritornare il mattino seguente al suo lavoro di manovratore di numeri, adoperare la tastiera del computer, decodificare colonne di cifre e ordinarle in misteriosi accorpamenti di entità criptate, rimanere complice di uomini che possedevano il futuro dell’umanità manovrandolo a loro piacimento con decisioni che venivano prese seduti a tavoli di ristoranti esclusivi su quale fetta di mondo dovessero affossare con le loro speculazioni, quanti morti, quanti affamati dalle carestie, quanti rimasti senza tetto, brindando ai loro guadagni con un prezioso vino d’annata mentre gustavano elaborate pietanze cucinate da uno chef alla moda. Il rimorso era la molla che spingeva Eros a progettare la fuga. Ma per andare dove? Il mondo rimaneva sempre lo stesso a tutte le latitudini, era come essere rinchiusi in una gabbia dalla quale non esisteva nessuna possibilità di evadere. Chi non si adeguava veniva abbattuto, perdeva amici e parenti, la moglie e i figli com’era successo a lui, la considerazione dei colleghi, dei propri superiori. Abbandonato da tutti. Non rimaneva allora che far evaporare l’illusione ancora una volta e ritornare alla sua mansione di sempre, quella di anonimo granello perduto nell’immensità del deserto di sabbia, seppellito sotto la massa immensa di altri granelli in attesa di una spira di vento che lo riportasse in superficie ad ammirare la luce del sole. Eros era giunto alla resa dei conti finale, se non poteva fuggire tanto valeva liberarsi degli orpelli che rimanevano a testimoniare l’ennesimo tentativo conclusosi con un nulla di fatto. Avvicinarsi al cestino della spazzatura fu facile e gettare via il sacchetto anche liberatorio.

A casa però si sentì assalire nuovamente dall’angoscia, uno stordimento che gli mozzava il respiro e lo costringeva a tentare di recuperare l’aria boccheggiando come un pesce rosso immerso in un acquario nel quale si era guastato l’impianto di ossigenazione e nessuno avesse provveduto a ripararlo. Il suo era un appartamento lussuoso, comperato non troppo tempo addietro per accontentare le brame di Brigitta grazie ad un riuscito investimento in quei derivati tossici che in seguito avrebbero generato una devastante crisi del mondo occidentale, milioni di dollari piovuti dal cielo senza muovere neppure un dito e solo perché un amico si era preso la briga di passargli una soffiata indovinata. Otto camere immense situate in un aristocratico palazzotto d’epoca del centro più servizi non fecero altro che far aumentare il senso di solitudine e totale smarrimento. Il salone era una sorta di piazza d’armi arredata con pochi mobili minimalisti, un divano new age di materiale indefinibile firmato Maccari e scelto da Brigitta, una vetrina con porcellane inglesi fine ottocento e cristalli di Boemia, un quadro funzionalista di otto metri quadri del pittore russo Rachimov conquistato a caro prezzo ad un’asta di Sotheby’s sempre da Brigitta che opprimeva un’intera parete (Eros si era ripromesso di disfarsene ma poi non trovava mai il coraggio necessario, temeva che la sua ex facesse un blitz senza preavviso e non trovandolo andasse su tutte le furie. La verità era che ancora la temeva, o forse sperava che un giorno o l’altro ritornasse da lui, nonostante fossero passati già quattro anni dalla loro separazione), un tavolino giapponese alto pochi centimetri, un tappeto cinese dai temi floreali. Entrando nella cucina la prima impressione che se ne traeva era quella di essere capitati in un ambiente perfettamente asettico. Tutta bianca e metallo cromato era dotata di automatismi futuristici come l’opzione di ordinare al frigo di aprirsi e porgere la marca di birra preferita già pronta all’uso o ricevere dal congelatore la pietanza consigliata dalla dieta settimanale (quel giorno passato di verdure e merluzzo olio e limone) da introdurre nel forno a microonde già predisposto con un programma ottimale. Per descrivere le camere da letto non sarebbe stata sufficiente un’intera giornata ma Eros, dopo che la moglie aveva deciso di lasciarlo portandosi dietro i figli e il cane, un bulldog di nome Lamberto, per andare a vivere con un morto di fame dello spessore di Goffredo Tulli, di professione ragioniere presso un’azienda tipografica (Eros ancora si chiedeva perché l’avesse fatto, forse il burino scopava meglio di lui, o forse ce l’aveva più grosso il che come si sa è di importanza fondamentale per un soddisfacente rapporto sessuale o forse conosceva tutti i segreti del kamasutra. Ma quello che lo faceva imbestialire maggiormente era che Edoardo e Magiara preferivano avere lui come genitore anche se non poteva permettersi di comprargli gli assurdi ammennicoli di cui facevano continua incetta quando stavano a casa e di cui le loro stanze, ora opportunamente sprangate, erano ricolme) si era ridotto a vivere nello sgabuzzino che aveva dotato di una misera brandina con una materasso in gommapiuma e un armadio a due ante recuperato da un vecchio casolare di proprietà dei genitori. Ad una parete aveva appeso una veduta di Perth in Australia, città all’estremo confine del mondo dove forse un giorno avrebbe avuto la forza di emigrare portandosi dietro solo la famosa valigia tenuta pronta per quell’evenienza. Una lampada stava sul pavimento priva di paralume e le scarpe erano allineate lungo la parete, una ventina di paia di foggia diversa che Eros adoperava a seconda delle occasioni ma di cui non si sentiva mai completamente soddisfatto riscontrandovi per ognuna un difetto, troppo larghe, troppo strette, poco funzionali, poco eleganti e via elencando.

Fece qualche passo sul pavimento laccato e una eco lugubre si diffuse fin nelle profondità dell’appartamento come in un antro misterioso, la gola di un leviatano che l’avesse inghiottito al pari del biblico Giona o di Geppetto o il rifugio di mostri succhiatori di sangue che si celavano dietro le rughe della roccia o stavano appesi alle stalattiti in attesa dell’oscurità per cominciare la caccia. Le luci della via occhieggiavano dalle finestre creando ombre profonde e il silenzio era totale, una completa assenza di rumori isolava l’ambiente da ogni intrusione provocando una irreale scissione fra esterno ed interno dove anche il minimo movimento era causa di una tempesta di rimbombi lugubri che acuivano il già profondo senso di sgomento. Perché continuava a sentirsi colpevole di tracolli finanziari, dovuti in parte anche a lui certo, distanti migliaia di chilometri eppure così moralmente vicini, delle accumulazioni di denaro da parte di pochi pescicani della finanza che gozzovigliavano a dispetto della fame di interi strati della popolazione propagandando una ideologia di lotta all’ultimo sangue, di individualismo sfrenato, di aggressione dell’uomo sull’uomo, di guerre insensate, colonialismo rapace e sfruttamento feroce di risorse che sarebbero dovute appartenere alla collettività? Quante volte si sarebbe sentito in dovere di giustificare il proprio cinismo ripetendosi che era così che andava la vita, che se non lo avesse fatto lui lo avrebbe fatto qualcun altro perché era proprio da quei soprusi che lui attingeva la propria ricchezza. Si trattava di una crisi di coscienza, una stupida crisi di coscienza che lo avrebbe trascinato ancora di più nel baratro della depressione?

Eros si soffermò ad ammirare la modella nuda ritratta nel dipinto del salone in perfetto stile iperrealista della quale anche il più sottile pelo del pube era stato riprodotto con certosina dovizia tanto che se ne riceveva l’impressione che fosse in rilievo rispetto alla tela, come se quella donna a grandezza naturale fosse una vera donna ma appiccicata su quel supporto per ricambiare in eterno lo sguardo dello spettatore offrendo impudicamente le proprie grazie intanto che fluttuava impalpabile nella penombra, la visione di una ninfa la cui bellezza avrebbe fatto perdere il senno ad un eroe mitologico giunto al suo cospetto mentre vagava alla ricerca della mitica cornucopia con la quale saziare finalmente la fame di ricchezza. Nel sentirsene attratto Eros avvertì l’eccitazione sessuale montare irresistibile, la voglia di abbandonarsi al turbinio dei sensi e quindi masturbarsi per ottenerne soddisfazione oppure ingaggiare una prostituta da coinvolgere in fantasie erotiche mercificate e fasulle per intensità e appagamento (spingi Eros, spingi in profondità) con il solo scopo di espellere dal corpo le tossine che premevano nel suo basso ventre.

Decise di uscire da quella casa e cominciò a camminare confondendosi in mezzo alla folla anonima per scacciare l’opprimente senso di solitudine. Dopo l’abbandono da parte di Brigitta non aveva più avvertito l’impellenza di accoppiarsi con una donna, come se il piacere non fosse stato più lo stesso e la ricerca di un connubio formalmente inutile. La sua era una libertà infruttuosa della quale a momenti quasi si vergognava e che lo costringeva a rinchiudersi sempre più in sé stesso e ad evitare incontri con altre persone. Si sentiva rabbioso e privo di prospettive, trascinato come una foglia morta dal vento della imprevedibilità. Camminò a lungo senza rendersi conto della distanza percorsa e della pioggerella che aveva cominciato a cadere silenziosa e persistente, si inoltrò in quartieri sconosciuti percorrendo anonime strade di periferia con marciapiedi illuminati malamente da radi lampioni, penetrando sempre più in un agglomerato di case buie e fatiscenti palazzi di alloggi popolari dimenticati e abbandonati, abitati da una fauna multicolore e marginale, individui senza identità e passato, radunati in branchi feroci per aggredire i deboli o nutrirsi di traffici illeciti a cui le autorità non davano nessun peso pur di liberarsi della minaccia dell’esondazione di quella feccia dalla limitata area nella quale erano stati circoscritti. Incurante dei segnali di pericolo che da ogni parte si levavano assordanti Eros proseguì nella sua passeggiata al limite di ogni logica e razionalità, quasi volesse sfidare la sorte in una prova mortale contro sé stesso e la stanchezza morale di cui si sentiva oppresso, svoltò dunque in un vicolo stretto e tetro, un budello occluso dai rifiuti di una società blasfema, maleodorante di non identificabili marcescente orride e sbucò in un’area più ampia e ariosa, una sorta di anfiteatro moderno circoscritto da cadenti strutture in cemento armato che altro non erano se non i piloni del basamento di un palazzo ipotetico che qualcuno aveva iniziato a costruire e mai ultimato, grigie colonne di calcestruzzo con la struttura in ferro esposta come dita adunche protese verso il buio della notte. Due esseri si materializzarono dal nulla, fameliche iene di quella giungla metropolitana pronte a sbranare la prima preda che fosse capitata a tiro. Eros si fermò a pochi metri da loro e quelli si scambiarono qualche frase in un idioma incomprensibile, arabo forse o forse qualche merdoso dialetto di qualche altrettanto merdoso villaggio dell’Africa ed avanzarono con aria minacciosa.

“Guarda che cosa abbiamo qui,” disse uno in uno stentato italiano guastato da stridenti fonetismi magrebini.

Era giovane, intorno ai venti anni, con i capelli molto corti, quasi rasati, e il viso smunto, di corporatura segaligna e lo sguardo sfuggente. Indossava una logora giacca a vento su un indumento difficile da identificare e jeans luridi. Sorrideva biecamente più per darsi un’aria da duro che incutere timore a chicchessia, uno dei tanti sbandati arrivati in Europa clandestinamente per inseguire un benessere che non avrebbe mai potuto agguantare e subito emarginato nei gironi dei dannati di una metropoli cinica e indifferente a qualsiasi richiesta di soccorso. Eros non si lasciò impressionare, infilò le mani nelle tasche del soprabito Ralph Lauren e rimase in attesa.

Il secondo non era diverso dal suo complice, solo più basso ma con lo stesso taglio di capelli e la stessa espressione da animale in fuga. Da una tasca del giubbotto di jeans tirò fuori un coltello a serramanico e ne sguainò la lama facendola balenare nel debole chiarore che riusciva a filtrare dalla strada attraverso la barriera dei palazzi muti e scuri. Non una finestra illuminata, non un suono tradiva un accenno di presenza umana, sembrava di essere precipitati in una dimensione aliena e mortale dove non esistevano regole né pietà ma solo ferocia e sopraffazione dell’uomo sull’uomo.

“Adesso tu mi dai il cappotto con il portafoglio che tieni in tasca e pure quelle belle scarpe che hai ai piedi se non vuoi che ti sgozzi come un maiale,” minacciò il teppista facendosi avanti.

Eros invece continuò a rimanere in attesa, era calmo e per nulla intimorito. Il cuore batteva normalmente e il respiro non aveva alterato il suo ritmo naturale, un brivido insolito però gli percorse la schiena simile a un piacere sessuale pieno ed eccitante che anticipava il raggiungimento di un’estasi sconosciuta, il piacere della morte e della violenza.

*

Il mattino successivo, mentre sorbiva il caffè comodamente seduto al tavolo della cucina di casa sua davanti alla televisione che trasmetteva il primo notiziario della giornata, Eros si soffermò ad ascoltare la notizia dell’uccisione di due teppisti rinvenuti cadavere in un vicolo abbandonato di uno dei quartieri più degradati della città. Secondo la polizia l’efferato massacro era da attribuirsi ad un regolamento di conti fra bande di extracomunitari per la gestione del territorio e lo spaccio degli stupefacenti. Eros sorrise fra sé, si sentiva soddisfatto e finalmente pieno di energia. Che cosa fosse successo in effetti non gli era abbastanza chiaro, nel suo ricordo permanevano le immagini confuse di una lotta all’ultimo sangue dalla quale era uscito vincitore. In effetti non gli era costata neanche troppa fatica avere ragione dei suoi avversari, troppo rozzi e deboli fisicamente, cani randagi debilitati dalla rogna e dalla mancanza di cibo e all’oscuro delle tecniche di arti marziali delle quali lui era un cultore come il Muhay Thai. La sola cosa che gli dispiaceva era che il suo prezioso soprabito di Ralph Lauren si era leggermente macchiato di sangue sulla manica destra e per evitare simili inconvenienti in futuro aveva in mente di attrezzarsi con degli indumenti più adatti alle circostanze. Quello che rimaneva ancora da chiarire era se uccidere due delinquenti di mezza tacca poteva essere considerato un reato o un atto di bene nei confronti della società a seconda dei punti di vista dai quali la si guardava. Non gli importava scendere nei dettagli, era successo e basta. Si era liberato. La voglia di vivere stava rinascendo dentro di lui, il cielo fuori era azzurro e il sole inondava di luce squillante la casa. Aveva sollevato le tapparelle e gli oggetti avevano assunto un aspetto del tutto diverso, più definito e anche gioioso. Sarebbe stata una giornata produttiva e mentre attraversava il salone lanciò un’occhiata alla ragazza del dipinto ripromettendosi di trovarne una simile quella sera stessa e spassarsela come ormai non faceva da troppo tempo, Brigitta era diventata un’ombra fumosa perduta nel profondo dei ricordi dal quale non sarebbe più riemersa. Si tenesse pure il suo morto di fame se le piaceva, al momento lui aveva ben altro a cui pensare.



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