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lavoro pubblicato domenica 5 novembre 2017
ultima lettura mercoledì 22 novembre 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IN MISSIONE IN SUDAMERICA - Il viaggio del midollo osseo dal Brasile all'Argentina

di MariellaBergamini. Letto 588 volte. Dallo scaffale Viaggi

Sono un volontario trasportatore di midollo osseo e cellule staminali. Ecco il racconto della mia prima missione in Sudamerica. Si è conclusa felicemente, ma ci sono stati alcuni imprevisti. Nel bene e nel male sono le persone che fanno la differenza..

Dedicato Ad Ari

Gli angeli della vita

(Questo paragrafo esplicativo è comune a tutti i racconti delle missioni)

Da tempo svolgo attività di volontariato in qualità di trasportatore di midollo osseo e cellule staminali presso il Nucleo Operativo di Protezione Civile di Firenze (NOPC). Parto da Firenze, dove sono nata e vivo, vado nella località di prelievo, che può essere in Italia o all'estero, e ritiro le cellule staminali o il midollo osseo prodotti dall'anonimo donatore. Colloco una o più sacche in un piccolo frigorifero a temperatura controllata e le porto nella città del paziente, a cui verranno trapiantate per la cura di una grave patologia ematica. Il mio compito consiste nel garantire la sicurezza di tutto il trasporto - con particolare riguardo ai controlli negli aeroporti, in quanto le cellule non possono passare attraverso i raggi X - e monitorare le temperature del frigorifero. Il frigo contiene alcune mattonelle per il ghiaccio, che noi in Toscana chiamiamo "i siberini", una sonda che registra le temperature e dei panni isolanti. Le cellule staminali devono essere conservate fra i 4 e gli 8 gradi centigradi, ma soprattutto non devono mai congelare. Anche il midollo osseo è opportuno che rimanga fra quelle temperature. Se la temperatura non si stabilizza su un valore compreso nell'intervallo di riferimento devo intervenire per aumentarla o ridurla, a seconda dei casi. Non posso mai separarmi dal frigorifero contenente le cellule e devo prestare massima attenzione ad eventuali criticità, perché da me dipende una vita umana.

Tutti i passaggi cruciali della missione vengono comunicati in tempo reale alla centrale operativa, mediante un programma di tracciamento, il tracker. La centrale è autorevolmente diretta da Patrizia, che noi volontari affettuosamente chiamiamo "La Capa", o meglio, "La Hapa", con la c e la p strascicate tipiche dei fiorentini. Ci supporta ininterrottamente, h/24, 7 giorni su 7: un'attività di questo tipo richiede necessariamente un coordinamento forte e continuo.
La responsabilità del trasferimento delle cellule è comunque affidata al volontario trasportatore. Purtroppo, nei rigidi e complessi sistemi di gestione del traffico aeroportuale, il trasportatore costituisce un elemento anomalo. Incontrare una persona che ti aiuta, oppure una che ti mette in difficoltà, può fare la differenza sostanziale sull'andamento della missione. Ma per noi il fallimento della missione non è contemplato, perché senza il trapianto il paziente morirebbe. Essere trasportatore di midollo osseo e cellule staminali è indubbiamente una grossa responsabilità, ma la soddisfazione di aver portato a termine con successo una missione è ancor più grande. Costituisce la molla che spinge noi volontari, "gli angeli della vita", "gli angeli senza ali", ad andare sempre avanti, anche in contesti e momenti storici non facili, come quello che stiamo vivendo.

Dopo avervi raccontato delle missioni a Tel Aviv a Luglio 2016 (www.ewriters.it/leggi.asp?W=108660), a Boston a Dicembre 2016 (www.ewriters.it/leggi.asp?W=112279), e del trasporto interno in Spagna a Giugno 2017 (www.ewriters.it/leggi.asp?W=116215), che sembrava tranquillo, ma non lo è stato, ora è la volta della mia terza missione intercontinentale, svoltasi fra Brasile ed Argentina nell'ultima settimana di Agosto 2017. Sapevo fin dall'inizio che sarebbe stata una missione impegnativa. Come di consueto, per ragioni di riservatezza non posso indicare la città di prelievo, una località interna del Brasile, ed ho aggiunto qualche "appunto di viaggio". Ho riportato anche qualche accenno personale, perché noi volontari abbiamo una vita quotidiana che lasciamo alle spalle tutte le volte che andiamo in missione.

Infine, chi volesse saperne di più su altre missioni e sulle attività del NOPC può trovare tutte le informazioni sul relativo sito e sulla pagina Facebook. E se chi legge volesse candidarsi per diventare donatore/trice e/o volontario trasportatore ci contatti liberamente!

La finta missione "da pensionato" in Spagna a Ferragosto

Sono un funzionario pubblico e utilizzo le mie ferie per svolgere le missioni. Per questo motivo vanno attentamente programmate in anticipo. Da oltre vent'anni prendo le ferie in Luglio, perché in Agosto preferisco rimanere in città a lavorare. Quest'anno però, per impegni professionali, sono stata costretta a spostare le ferie alle prime due settimane di Agosto. La prima, come di consueto, la trascorro ospite di un'amica abruzzese. La seconda la metto a disposizione per le missioni. La mia collega, invece, ha prenotato la settimana di Ferragosto, che capita molto bene, in quanto il 14 è lunedì e quindi c'è il ponte. Durante il mese di Luglio, però, Patrizia mi comunica che le missioni della seconda settimana di Agosto sono tutte coperte, mentre ha una criticità sull'ultima settimana, per una missione in Sudamerica che vorrebbe affidare a me. È una novità, finora sono sempre stata il corriere per la Spagna. Sono onorata e anche molto curiosa del Sudamerica; anche di mettere alla prova lì il mio spagnolo. Quindi, benché di solito preferisca fare due settimane continuative di stacco, cambio subito il piano ferie: mi rilasso la prima settimana di Agosto, poi rientro le tre centrali e quindi faccio missione l'ultima.

Ma nella nostra attività ci sono sempre imprevisti. Patrizia mi richiama a fine Luglio, mentre sto partendo per l'Abruzzo. Mi dice che, ferma restando la missione di fine mese, avrebbe anche una richiesta urgente per la settimana di Ferragosto. Si tratta di un trasporto interno in territorio spagnolo, la classica missione che il nostro Presidente chiama "da pensionato", ossia a basso livello di criticità, per quanto possibile data la nostra peculiare attività. Io quella settimana devo lavorare. Ma c'è da portare il midollo osseo a un bambino di 24 mesi, come si fa a dire di no? Noi volontari ci vantiamo di rispondere sempre sì ad ogni richiesta. Dico a Patrizia che cerco di prendere due soli giorni di ferie, il 16 e il 17, attaccandoli al Ferragosto e rinunciando al giorno libero che in genere abbiamo dopo ogni consegna. In pratica una volata in Spagna: vado, prelevo, consegno e torno subito.

Chiedo quindi alla mia collega, Presidente della locale Croce Rossa Italiana (CRI), se posso andare in ferie io per due giorni sulla preziosa settimana di Ferragosto che lei ha prenotato con largo anticipo. Ovviamente non il 14 Agosto di ponte. Paola è sempre molto carina e disponibile, ma deve chiedere al marito, anch'egli volontario CRI e quindi sensibile all'argomento. Che però lavora su turni, per cui, a sua volta, deve mettersi d'accordo col suo collega. Lascio quindi la richiesta in stand by per qualche giorno. Finalmente la situazione si sblocca. Per dare a me la possibilità di partire, almeno tre persone hanno riprogrammato le loro ferie. Patrizia mi chiede se sono sicura di non voler rimanere un giorno in più a Barcellona, città da cui riparto. Ma io preferisco rientrare subito, sia per risparmiare un giorno di ferie, sia per concentrarmi sulla missione successiva, che non sarà per niente "da pensionato". Le chiedo quindi di prenotarmi il volo di rientro per giovedì 17 Agosto la mattina. Arriverò a Barcellona dalla località di consegna la sera precedente, giusto il tempo di dormirci. Ho l'albergo vicinissimo alla Rambla, all'altezza del mercato della Boquerìa.

Parto il giorno di Ferragosto. Un Ferragosto alternativo.... Sia il giornale "La Nazione" che una TV locale dedicano un servizio ai volontari che sono lontani da casa in quel giorno di festa, fra cui ci sono anch'io: www.lanazione.it/firenze/cronaca/trapianti-volontari-trasporto-1.3333355 e www.youtube.com/watch?v=nwn7CtS53aQ. La missione, stavolta, non presenta criticità durante lo svolgimento. Consegno e raggiungo Barcellona per trascorrere la notte. Il giorno successivo, a metà mattinata, percorro a piedi il tratto di Rambla fra la Boquerìa e Piazza Catalogna, da dove si prende la navetta per l'aeroporto.

Rientro a Firenze in orario, alle 16. Dato che è presto, vado a fare la spesa; il negozio ha un piano seminterrato, dove non c'è linea. Appena risalgo col carrello il mio cellulare inizia a squillare. C'è anche un nutrito elenco di chiamate e messaggi. Patrizia mi sta richiamando. Mi chiede dove sono. A fare la spesa, perché? Anche gli altri volontari hanno chiesto insistentemente mie notizie, ma per circa un'ora non sono stata raggiungibile. Apprendo da lei che a Barcellona, sullo stesso marciapiede che ho calpestato poche ore prima, si è scatenato l'inferno, causato da un attentato terroristico. Mille pensieri si affollano nella mia mente: se non avessi rinunciato al mio giorno libero, se avessi avuto il volo più tardi, se ..... Sono fatalista, non era il mio momento.

A seguito di questo episodio, alcuni amici mi suggeriscono di farmi assegnare solo missioni in Italia, ritenuta più sicura. Apprezzo la premura e l'interessamento, ma il terrorismo si nutre proprio di paura e di odio. Da parte mia, non avrà né l'una né l'altro. Rientro da Barcellona di giovedì pomeriggio. Il venerdì della settimana seguente riparto senza alcun dubbio per quella che era fin dall'inizio la mia missione, la prima in Sudamerica: prelievo in una località interna del Brasile e consegna a Buenos Aires. Mi aspettavo fin dall'inizio una missione complicata, ma lo sarà molto più del previsto.

La faticosa partenza per il Brasile

Ancor prima della partenza la missione è caratterizzata da imprevisti. Ho approfittato dei pochi giorni che sono stata a casa per portare i miei gatti dal veterinario. Abbiamo avuto l'estate più calda del secolo e a fine Agosto siamo ancora sui quaranta gradi. Il mio gattone anziano, Champagne, l'ha accusata parecchio, anche a causa dei suoi annosi problemi renali. È dimagrito ed il veterinario mi propone di fare un controllo generale appena possibile. Ok, ma glielo riporto appena rientro dalla missione. Ormai sono troppo a ridosso, parto sabato. Il giovedì mattina chiedo il piano di volo a Patrizia, perché ho degli impegni il sabato mattina e voglio essere sicura che la partenza sia fissata nel tardo pomeriggio. All'ora di pranzo Patrizia mi chiama dicendomi che c'è stato un disguido e, in realtà, il mio aereo è prenotato per venerdì pomeriggio, ossia un giorno prima rispetto alla mia agenda. Avverto subito mio fratello che parto un giorno prima e disdico tutti gli appuntamenti. D'altronde non ho alternative. Il giovedì sera, ancor prima che tiri fuori il trolley, i miei gatti sono agitati. Hanno già capito che parto. Ma come faranno?

Per non utilizzare un altro giorno di ferie, il venerdì mattina mi alzo prestissimo ed entro in ufficio alle 7,30, in modo da poter uscire per l'ora di pranzo. Vado in sede a prendere il frigo e la cartellina della missione. Quando esco la macchina non riparte. La lascio lì e torno velocemente a casa. Durante la settimana di missione un vicino telefonerà più volte chiedendo la rimozione della macchina ferma e minacciando anche di chiamare i Carabinieri. Inutile cercare di spiegargli che sono in missione dall'altra parte del mondo. Sempre lo stesso giorno, il mio telefono va in tilt, per cui prendo quello di riserva. Rivolta della tecnologia? Meno male si è guastato prima della partenza. Infine, c'è un problema a casa da risolvere, frutto della stupidità umana. Ma in questo momento proprio non posso, la partenza è imminente.

Il mio volo prevede un solo scalo a Francoforte e da lì un volo diretto verso la destinazione di prelievo, in Brasile. Dato che soffro molto il jet lag sono contenta di viaggiare in notturna, così lo tollero meglio. All'aeroporto di Firenze un ragazzo mi chiede incuriosito cosa trasporta il frigo. Al momento c'è solo l'apparecchiatura tecnica, però a giorni trasporterà la vita. Ci imbarchiamo, ma l'aereo non parte. Stavolta la colpa non è del nostro piccolissimo aeroporto, che crea frequenti problemi di dirottamento su aeroporti più grandi, ma del maltempo su Francoforte. Sembra incredibile, noi abbiamo 40 gradi! Chiedo alla hostess, che però non è in grado di dare una risposta. Mi dice solo che tutti i voli su Francoforte sono in ritardo, per cui probabilmente lo sarà anche il mio per il Brasile. Speriamo. Finalmente si parte. In volo le ribadisco la mia necessità di non perdere quella connessione, ma senza risultato. Arriviamo a Francoforte, faccio una corsa verso il gate insieme ad un'altra trentina di passeggeri diretti in Brasile, ma ha appena chiuso. Proviamo anche a rivolgerci alla polizia aeroportuale, ma inutilmente. Ci incamminiamo quindi verso l'assistenza Lufthansa per farci riproteggere.

Nell'aeroporto c'è una bolgia infernale, con centinaia e centinaia di viaggiatori rimasti a terra e tanto di Protezione Civile che distribuisce acqua e panini. Mi metto in fila. Una fila lunghissima, tipo quella agli Uffizi (il maggior museo di Firenze) senza prenotazione. Quando è il mio turno, dopo oltre 2 ore, scopro di aver perso un sacco di tempo inutilmente. Infatti solo allo sportello mi dicono che riproteggono esclusivamente i voli in Europa. Tutti gli altri passeggeri dovranno tornare in aeroporto il giorno successivo. Mi aspetta un'altra fila per ottenere il voucher per l'albergo. Cerco di parlare con un responsabile, finalmente intercetto una flight manager Lufthansa. Le spiego la situazione. Secondo lei la mia non è una riprotezione prioritaria, in quanto probabilmente sono già stata assegnata al volo analogo a quello perso, ma in partenza la sera successiva. Provo a rispiegarle perché non posso slittare la mia missione di un giorno. Non è granché interessata. Mi suggerisce solo di tornare in aeroporto la mattina successiva, con tutta calma, quando mi sono alzata e ho fatto colazione, per chiedere di essere riprotetta su un volo precedente. Dal suo tono capisco che perderei solo ulteriore tempo. Mi appresto quindi a fare la fila per il voucher per l'albergo. Anche qui sono in attesa moltissime persone, tipo l'Accademia (il secondo museo di Firenze) senza prenotazione. La fila è di circa un'ora, anche perché il sistema computerizzato di assegnazione fra camera e richiesta è sovraccarico e quindi lentissimo. Quando è il mio turno si sta avvicinando la mezzanotte. La signorina allo sportello appare distrutta dalla stanchezza, ma è molto gentile. Decido di fare un tentativo. Le spiego la situazione, chiedendole aiuto, anche se lei è preposta alle sole prenotazioni alberghiere. Mi prenota un volo TAP fino alla località di prelievo con scalo a Lisbona in partenza alle 6,15 della mattina successiva. Però, essendo di un'altra compagnia, non può emettere il biglietto. Ce la faccio ad essere in aeroporto non più tardi delle 4,30? Rispondo di sì e spero che non mi venga assegnato un albergo troppo distante. La ringrazio infinite volte. Oltre ai voucher per l'albergo e per i taxi, mi dà un voucher per comprare cibo. Però sono già tutti chiusi; lo investo in cioccolata. Arrivo in albergo e naturalmente ci sono anche molti altri passeggeri. Altra mezz'ora di fila. Faccio il check in alle una di notte e chiedo di prenotarmi un taxi per le quattro. Sì, fra tre ore, confermo all'incredula impiegata, che mi guarda con aria di compatimento. E non sa che sono in piedi dalle 5 del giorno prima. In albergo non tocco nemmeno il letto. Faccio la doccia e aspetto in poltrona. Mi consolo pensando che comunque dormirò in aereo.

Alle 4,30 sono nuovamente in aeroporto. Altra fila al check in della TAP. Arriva il mio turno. La prenotazione c'è, ma scopro che non è stata confermata da Lufthansa, probabilmente a causa del caos della notte precedente. Devo andare alla biglietteria Lufthansa, che però apre alle 6, mentre il check in chiude alle 5,45. Non riuscirò a prendere questo volo. Ennesima fila alla biglietteria, ci sono già persone in attesa. Oltretutto il sistema con cui vengono chiamati i numeri è incomprensibile. Sembra quello delle poste italiane, dove passano tutti gli altri e il tuo numero non viene mai chiamato. Però siamo in Germania. Vengo servita dopo oltre un'ora di fila, intorno alle 7,30. Sono tre ore che sono in aeroporto. Illustro per l'ennesima volta la mia situazione. L'impiegata si scusa per l'errore di Lufthansa, ma inizialmente non comprende tutta la mia urgenza di partire. Finché non le spiego che i siberini devono passare quanto prima i controlli di sicurezza, altrimenti si scongeleranno e non potrò più portarli con me. Se Lufthansa non mi avesse fatto andare inutilmente in aeroporto così presto li avrei lasciati in albergo fino al momento della partenza. L'impiegata allora si dà davvero molto da fare e trova l'unica soluzione possibile per farmi arrivare in giornata: da Francoforte a Londra, da Londra a Rio de Janeiro, da Rio alla località di prelievo. Considerando che sono partita da Firenze, il giro di due continenti su 4 voli. Alla fine della missione mi troverò a redigere il rimborso spese in 4 valute diverse. Però c'è un problema: per Londra c'è la lista di attesa. Lei chiama il gate, spiega la situazione e dice alle sue colleghe che devo assolutamente prendere quel volo. A me invece dice di sbrigarmi ed utilizzare la fast lane, perché sono davvero precisa coi tempi. La ringrazio moltissimo e corro verso i controlli di sicurezza. Non sono particolarmente contenta di volare da Heathrow dove, quando sono andata a Boston, mi hanno fatto buttare via i siberini. Ma non ho altre alternative: è prioritario prendere quel volo ed arrivare in giornata.
Arrivo quindi ai controlli di sicurezza e guadagno la fast lane. Ma il dipendente addetto ai controlli mi contesta la presenza dei siberini nel frigorifero. Gli spiego che sono congelati, ma non cede. Chiedo di parlare con un poliziotto, che all'inizio crede che io sia tedesca, per via della taglia "comoda" e dei colori chiari. Quando gli dico che sono italiana inizia a fare delle battutine in italiano "questi no buoni". Gli rispondo sempre in inglese; non ho davvero tempo da perdere. Il poliziotto non intende ragioni. Secondo lui i siberini si scongeleranno durante il viaggio e io ne farò un uso improprio. Gli spiego che senza quelli non sono in grado di fare il prelievo di cellule. Per lui non c'è alcun problema, posso ricomprarli in Brasile. Gli spiego che non sono in grado di comprare articoli analoghi in una località interna del Brasile, di domenica, dove è inverno e non parlano l'inglese. Interviene anche il primo addetto alla sorveglianza, che probabilmente si è già pentito di avermi bloccata. Gli mostra il mio tesserino di riconoscimento del NOPC, cerca invano di farlo ragionare. Provo a dire al poliziotto che se non posso fare il prelievo una bambina morirà. Fa spallucce: non gliene importa chiaramente niente. A lui interessa solo che i siberini non vengano imbarcati. A quel punto gli chiedo di identificarsi. Non fa una piega: prende un biglietto di segnalazione della Bundespolizei e ci scrive sopra le sue generalità. Gli dico che, se la bambina morirà a causa della mancanza del mezzo refrigerante, lui ne sarà il responsabile e io lo denuncerò. In realtà, so bene che è una minaccia inutile, ma sono arrabbiata a causa di tanta ottusità. Se avessi tempo, chiederei di parlare con un suo superiore. Ma non posso rischiare di perdere l'ultimo aereo che può portarmi in Brasile in tempo utile. Quindi gli lascio i siberini.

Mentre corro verso il gate relaziono a Patrizia, che mi chiede di inviarle subito il nominativo del poliziotto, per valutare se inoltrare un reclamo. Giungo al gate che stanno già imbarcando i passeggeri. Una delle hostess al banco vede il frigorifero e mi domanda "La signora Bergamini?". Oh no! Che altro c'è adesso? Sono ancora in lista di attesa e non ho il posto sull'aereo? La mia resilienza è già stata messa a dura prova. "Sappiamo che lei ha un'apparecchiatura speciale per un trapianto. Si accomodi prima degli altri, così può sistemarla con calma." Meno male, l'umanità esiste ancora. Ringrazio e salgo sull'aereo. Nel sistemare il bagaglio trovo una boccettina di smalto per le unghie, liquido, rimasta per sbaglio nella borsa per la fretta di partire. Lo scrupoloso poliziotto tedesco che ha fatto tante storie per i siberini non se n'era accorto.
Dopo molte peripezie, finalmente riesco a partire. Faccio scalo ad Heathrow e da lì mi imbarco per Rio de Janeiro. Non dormo da oltre 24 ore, per cui crollo di stanchezza non appena metto piede sul volo intercontinentale. Al risveglio, decido di vedere un film. Scelgo "A spasso con Bob" e provo nostalgia per i miei felini, rimasti a casa accuditi da mio fratello. Sono preoccupata per Champagne, speriamo che si rimetta.
Da Rio de Janeiro prendo un altro volo verso la destinazione di prelievo. Arrivo che è ancora sabato sera, mentre in Italia è già domenica mattina. Ci ho impiegato "solo" un giorno e mezzo ad arrivarci, ma ce l'ho fatta. Sono in Brasile.

A caccia dei siberini

La mattina successiva è una bella giornata di sole. Sembra primavera, più che inverno. C'è gente che balla per strada e si diverte. Assisto ad una manifestazione politica. Anche se non capisco il portoghese, è chiaro che la protesta riguarda un politico corrotto. Tutto il mondo è Paese. Però qui la manifestazione è molto più divertente che in Italia, con persone vestite da ladri che ballano sotto la bandiera brasiliana volteggiando sacchi pieni di soldi. Ma io ho un compito ben preciso: cercare i siberini per il prelievo di domani. Chiedo in albergo dove posso trovarli, mostrando loro una foto. Scopro che non sanno nemmeno cosa sono. In Italia sono un articolo molto comune, che vendono nei supermercati e nei negozi di casalinghi. Ma qui siamo in Brasile, in una località interna, lontana dal mare, poco turistica. Oltretutto è inverno ed è domenica. Molti negozi sono chiusi e io, per motivi di sicurezza, non posso allontanarmi dal centro. Provo a chiedere anche all'ufficio informazioni cittadino. La signorina cerca l'articolo su internet, perché anche per lei è sconosciuto. Dopo avermi suggerito di comprarlo on line mi indirizza comunque ad un supermercato, ma niente nemmeno lì. In farmacia si trova esclusivamente il ghiaccio secco, ma per il nostro protocollo non lo possiamo usare, ghiaccerebbe troppo le cellule, uccidendole. Valuto anche le fasce di gel refrigerante, ma sono rischiose pure quelle.

Nel frattempo gli amici in Italia mi sostengono in tutti i modi. Si sono davvero mobilitati: chi chiede ad un'amica brasiliana come si chiamano in portoghese le tavolette per il ghiaccio e me lo scrive, chi mi manda la lista delle farmacie e dei supermercati aperti vicini all'albergo in cui cercare, chi scomoda il parente emigrato in Brasile per avere maggiori informazioni, chi, anch'egli volontario NOPC, mi racconta come ha affrontato una situazione analoga: riempiendo bottigliette con l'acqua ghiacciata. Anche se sono quasi a 10.000 Km. di distanza da casa, non mi sento sola: i miei amici sono con me e mi sostengono. Uno addirittura si offre di portarmeli subito, prima di capire dove sono. In questo modo trascorro la prima giornata della mia vita in Sudamerica. Inutile dire che il poliziotto tedesco ha tutte le mie maledizioni. Devo imparare qualche parolaccia anche in quella lingua. In Brasile l'ostacolo della lingua ci mette del suo. Come mi avevano anticipato, parlano solo portoghese. Né inglese né spagnolo. A volte capiscono meglio l'italiano, forse per la presenza di qualche anziano emigrante in famiglia. Quindi mi presento nei negozi sventolando un foglio con la stampa dei siberini e il nome in portoghese scritto sopra. Alla fine della giornata appare chiaro che non è possibile trovare i siberini lì, come temevo fin dall'inizio. In realtà, è assai probabile che l'ospedale possa fornirmeli, come già è successo a Boston. Però non posso averne la certezza e, essendo domenica, i numeri di telefono che ho squillano a vuoto. Non posso rischiare un ulteriore imprevisto, perché se l'ospedale non potesse fornirmi i siberini non potrei effettuare il prelievo, con tutte le conseguenze del caso. Come dice il nostro Presidente, noi trasportatori dobbiamo sempre avere un piano B, e a volte anche un Piano C, perché il fallimento della missione non è ammesso. Perciò compro delle bottigliette di plastica piatte trasparenti, che avevo già adocchiato nel primo supermercato in cui mi ero recata, tolgo l'etichetta, le riempio d'acqua e le chiudo con la pellicola trasparente. Non è la soluzione ottimale, però in emergenza può funzionare, tenendo conto che la distanza, anche considerando lo scalo a Buenos Aires, non è enorme e che trasporto midollo osseo, per il quale c'è una maggiore tolleranza per la temperatura rispetto alle cellule staminali. Nel caso di Boston, invece, una soluzione di questo tipo sarebbe stata impensabile, dovendo affrontare un viaggio intercontinentale con le cellule staminali, tanto che avevo ottenuto dall'ospedale gli speciali siberini a lunga durata, che sono fatti di gel.Chiedo quindi alla reception dell'albergo di mettere le bottigline nel congelatore fino al giorno successivo. L'impiegato è molto gentile, ma inizialmente non capisce perché non posso metterle nel mio frigorifero in camera e poi mi dice che non è possibile mettere cibo nel frigo dell'albergo. Allora apro la busta, gli mostro una bottiglietta, gli spiego a cosa serve e che è necessario che siano tutte perfettamente congelate per domani. Finalmente si decide a prendermele.

La mattina successiva, fortunatamente, trovo una ragazza molto più sveglia alla reception. Le chiedo la cortesia di telefonare in ospedale per conto mio e chiedere se possono fornirmi i siberini, perché non sono sicura che parlino inglese e non possono esserci fraintendimenti. Capisce al volo la situazione e si attiva. L'ospedale prende tempo per verificare e richiama l'albergo mezz'ora dopo. Tutto a posto, possono fornirmi loro i siberini. Fissiamo il prelievo per il primo pomeriggio. Sempre la solita fantastica ragazza organizza il servizio di autista, che mi accompagnerà all'ospedale, aspetterà e poi mi accompagnerà all'aeroporto, così non perderò tempo a chiamarne un altro, visto che sono abbastanza precisa coi tempi per prendere il volo per Rio. Perfetto, finalmente le cose cominciano ad andare per il verso giusto. La ringrazio e le dico che farò subito il check out, per ritirare la valigia alle 14, insieme alle bottigliette con l'acqua ghiacciata, che butterò via solo quando vedrò i siberini. Quindi l'impiegata mi fa un'ultima cortesia: mi lascia la stanza disponibile fino a quell'ora, in maniera che io possa usufruirne liberamente. E mi ringrazia per tutto quello che facciamo. Esco allora per una passeggiata, per rilassarmi dopo due giorni di tensioni e prima di affrontare la vera e propria missione, che in realtà non è ancora iniziata. Rientro alle 14 e chiedo di recuperare dal congelatore la borsa con le bottigliette ghiacciate. Che non si trova. Dalla reception mi chiedono se per caso non l'ho lasciata nel frigo della camera. Gli ribadisco che deve stare nel congelatore, l'ho consegnata all'impiegato la sera precedente, raccomandandomi che ce la mettesse. Finalmente la borsa riappare dal ristorante. A temperatura ambiente. Non è stata neanche messa in frigorifero, le bottigliette sono esattamente uguali a quando le ho riempite. Il mio Piano B, accuratamente studiato, è stato vanificato da una dimenticanza. Non oso pensare cosa sarebbe successo se il poliziotto tedesco non mi avesse sequestrato i siberini, obbligandomi ad allertare preventivamente l'ospedale. Mi sarei trovata ad un'ora dal prelievo del midollo osseo coi siberini caldi e liquidi e nessun'altra alternativa immediata, mentre ora me li fornisce l'ospedale. Va a finire che mi toccherà ringraziarlo.

Il prelievo del midollo osseo

Salgo sul taxi e arrivo in una clinica privata, dove fortunatamente parlano tutti correntemente l'inglese. C'è una persona che mi aspetta alla reception, per condurmi nell'area dedicata ai prelievi. Quando arrivo nel laboratorio, le dottoresse si meravigliano che io abbia il frigo con me. Spiego che sono i siberini che mi mancano. Stamattina, dalla telefonata dell'albergo, loro invece avevano capito che avevo perduto tutto all'aeroporto, per cui si sono fatte prestare il frigorifero da un altro ospedale. Meglio così. Però bisogna aspettare la dottoressa responsabile, che desidera assistere alla consegna, ma è stata trattenuta in riunione. Il problema è che non ho molto tempo a disposizione prima del volo. Oltretutto, quando sono arrivata, il giorno precedente, mi sono resa conto che in quell'aeroporto di frontiera non parlano l'inglese, per cui devo calcolare tempi più lunghi ai controlli di sicurezza. Il mio accompagnatore telefona per sollecitare. Finalmente arriva la dottoressa, scusandosi per essere stata trattenuta. Intanto è già trascorso un altro quarto d'ora. Portano la sacca. Una sola, ma grossa, perché si tratta di midollo osseo, più voluminoso rispetto alle cellule staminali.

Fra i compiti del trasportatore rientra anche il controllo della documentazione, sia al prelievo che alla consegna, con particolare attenzione ai codici del donatore e del paziente. Il donatore deve essere rigorosamente anonimo. Conosciamo però alcuni dati, che ci servono per fare dei controlli incrociati. Dobbiamo scongiurare qualunque errore umano, che potrebbe costare la vita al paziente. Invece del paziente, oltre al codice, nella maggior parte dei casi conosciamo anche nome e cognome, che ovviamente teniamo riservati, così da poter effettuare un doppio controllo documentale. Anche se ci sforziamo di pensare che dietro a quei nomi c'è una persona, il paziente rimane quasi sempre uno sconosciuto per noi. Spesso ci domandiamo com'è andato il trapianto, ma difficilmente riusciamo a saperlo. Il nostro motto è lo stesso dei donatori di midollo osseo: non importa per chi lo fai, ma perché lo fai. In questo caso la mia paziente si chiama Ariadna. La donatrice è una giovane mamma brasiliana. Mi piace pensare che questa donna ignota, che ha già donato la vita una volta, sia stata così generosa da donarla una seconda volta. Ad una bambina sconosciuta, che d'ora in poi è come se avesse due mamme. E che sia un'altra donna, venuta apposta dall'altra parte del mondo, a portarle il dono della vita.

Le dottoresse mi consegnano anche una busta aggiuntiva con le analisi della donatrice, dicendomi che i controlli in aeroporto sono particolarmente accurati in Brasile, per cui potrebbero chiedermi anche questa documentazione. Non sognavo altro. Tenendo d'occhio l'orologio iniziamo a controllare la documentazione (prodotto, quantità cellulare, temperatura, ...), codice della donatrice sui documenti e sulla sacca, codice della paziente sulla documentazione .... Fermi tutti. Mi accorgo che sugli ultimi due documenti il codice non coincide. E neanche sulla sacca. È l'incubo di ogni trasportatore. In questi casi bisogna sospendere la procedura ed avvertire immediatamente la centrale operativa, come nel caso disgraziato che da qualche parte sia riportato il nome del donatore. La dottoressa responsabile sbianca. A quel punto propongo di ricontrollare attentamente insieme tutto una seconda volta, compresi i dati della bambina. Infatti, dai documenti che ci hanno mandato risulta avere 9 anni, ma secondo me il peso indicato è eccessivo per quell'età. Il NOPC aveva già segnalato la discrepanza all'ospedale. L'età è ininfluente, ma dal peso del paziente dipende la quantità di cellule necessarie. L'adeguatezza della quantità cellulare è un altro dei dati che dobbiamo controllare in sede di prelievo.

Dai controlli innanzitutto emerge che la paziente ha 13 anni e non 9, quindi il peso è congruo. Per quel che riguarda i codici, ci rendiamo conto che fino a un certo punto tornano, ma negli ultimi due documenti e sulla sacca è stato saltato un 7 nel codice della paziente, che risulta quindi visibilmente più corto di un numero. Il nome coincide, gli altri dati pure, è un chiaro errore di battitura, il famigerato "copia e incolla". La dottoressa fulmina con gli occhi una delle sue collaboratrici, sicuramente quella che ha compilato la documentazione e le ordina di provvedere immediatamente alle necessarie correzioni. Mi chiede se sono d'accordo. Ovviamente sì; anche per il lavoro che faccio sono abituata a distinguere un errore formale da uno sostanziale. E non intendo far saltare un trapianto per l'ennesima distrazione in terra carioca. Ormai ci sono quasi abituata. I brasiliani sono molto sorridenti e simpatici, ma ho capito che vanno controllati passo passo! Ora è tutto a posto. Viene ristampata, rifirmata e rifotocopiata la documentazione corretta, rietichettata la sacca. Un'altra mezz'ora volata via. Impacchetto la sacca più velocemente possibile e di corsa mi faccio riaccompagnare all'auto che mi sta aspettando.

Verso Buenos Aires

Sono veramente al limite coi tempi e c'è molto traffico. Fortunatamente l'autista parla bene lo spagnolo. Gli spiego il mio problema e si districa egregiamente fra il traffico. Arriviamo all'aeroporto. Mi reco al check in, dove parlano solo portoghese. Cerco di spiegare, anche a gesti, che ho bisogno del sedile sul corridoio, per poter controllare meglio il frigorifero. Aisle in inglese, ma non capiscono. Pasillo in spagnolo, niente. Provo corridoio, in italiano. Sì, certo, perché non l'ha detto subito? Ecco. Imparo che in portoghese si dice corridor. Mi salutano, sempre sorridendo. Arrivo ai controlli di sicurezza. Dato che il frigo ora contiene il midollo, non può più passare ai raggi X. Mi reco dall'addetta ai controlli di sicurezza, che ovviamente parla solo portoghese. Dalla sua espressione capisco che non ha mai visto una cosa del genere finora. Speriamo bene. Fortunatamente non crea alcun problema. Dà un'occhiata al solo foglio di accompagnamento in portoghese, fa finta che queste situazioni le capitino tutti i giorni e mi fa passare, senza farmi aprire il frigo. Me la cavo in cinque minuti. Riesco ad imbarcarmi all'ultimo momento sull'aereo per Rio grazie all'abilità del tassista e alla velocità dei controlli aeroportuali. Se mi avessero fatto aprire il frigo avrei perso l'aereo e quindi la coincidenza per Buenos Aires. A volte basta veramente poco a fare la differenza.

Arrivo a Rio de Janeiro. Devo rifare i controlli di sicurezza, ma almeno non c'è la barriera della lingua, qui parlano inglese. L'addetta ai controlli, appena mi vede, mi chiede dov'è l'incaricato della compagnia aerea che deve accompagnarmi. Sgrano gli occhi, le spiego che viaggiamo da soli. Insiste dicendo che i corrieri devono essere accompagnati da personale della compagnia. Le faccio vedere la documentazione da cui risulta che la compagnia aerea è al corrente di chi sono e cosa trasporto, il cosiddetto "OSI". Sembra convincersi e chiama due poliziotti, che fotografano meticolosamente tutta la documentazione di autorizzazione al trasporto ed il mio passaporto, a cui dedicano particolare attenzione. Li incuriosisce il visto per la Cina. Dico loro che quella, una volta tanto, è stata una splendida vacanza, non una missione. Non dedicano alcuna attenzione al frigo. Meglio così; nel frattempo la temperatura si è stabilizzata, se non si apre è l'ideale. Almeno quello non mi crea problemi. I due poliziotti ringraziano e se ne vanno. La signora dei controlli riscrive a sua volta tutti i miei dati e quelli delle carte d'imbarco. Mi domando il perché di questa procedura, è la prima volta che vengo "schedata". Se fossi una terrorista potrebbero sempre dire "Sappiamo chi ha fatto cadere l'aereo, è stata la signora bionda italiana, abbiamo le foto del suo passaporto."? Comunque l'importante è salvaguardare il frigo. Se lo desiderano possono fotografare quello che vogliono: carta d'identità, patente, tessera della piscina... Non ho niente da nascondere. Passo oltre e finalmente mi imbarco per Buenos Aires, la destinazione di consegna.

Un incontro emozionante

Arrivo che è notte e sulla città imperversa un forte temporale. Chiedo all'agenzia ubicata presso l'aeroporto un autista per condurmi all'ospedale pediatrico. Il viaggio dall'aeroporto all'ospedale dura circa un'ora, sono distanti una novantina di chilometri. Ho quindi tempo per parlare con l'autista. Si chiama Davide. Ha una bambina piccola ed è molto colpito dalla nostra attività. Nel frattempo fuori continua a piovere incessantemente. Non ho mai visto i fulmini così da vicino. Quando arriviamo all'ospedale, Davide insiste nel non volermi lasciare da sola, di notte, sotto la pioggia battente, in un sobborgo di Buenos Aires. Si offre di aspettarmi per portarmi in albergo. Gli dico che non so quanto tempo ci vorrà. Non importa, mi aspetta comunque. Gliene sono davvero grata. Vado al pronto soccorso. La persona all'accettazione non è al corrente di una consegna di midollo. Gli mostro la documentazione: l'ospedale è quello. Gli suggerisco di chiedere alla banca del sangue, oppure a ematologia. Chiama una collega, che si dà molto da fare e, alla fine, mi indirizza dalla dottoressa Vanessa, in reparto. La dottoressa mi spiega che consegne nella notte non sono molto frequenti, per cui è mancato il collegamento con la portineria. In effetti è solo la seconda volta in due anni che mi viene richiesta una consegna notturna urgente.

Insieme alla dottoressa ed alla sua collega c'è un signore con una maglietta bianca con una scritta rossa. Mi colpisce perché ha le sovrascarpe. Penso che sia una persona che lavora lì. Appare molto contento e partecipe della cosa. Facciamo tutti i controlli e consegno la sacca. La mia missione è finita. È stata davvero pesante. Sono stanchissima e desidero solo andare a dormire. Anche il telefono di servizio si è scaricato, uso il mio per lanciare il codice di fine missione sul tracker. Sono le due di notte passate. Mi rimane però da fare la foto della consegna. Utilizziamo queste foto per far conoscere la nostra attività e incentivare la donazione di midollo, ma anche per trovare nuovi trasportatori. Mi levo la giacca e la maglia per mostrare in foto la maglietta del NOPC. Il signore che ha assistito alla consegna mi chiede se ho caldo. Gli spiego che devo fare delle foto in cui si veda anche la maglietta dell'associazione di volontariato. È ancora più contento. Mi mostra la sua maglietta, su cui c'è scritto "Una médula para Ari." E sotto "Dona vida en vida". Viene invitato a farsi per primo le foto con me. Fotografa quindi il frigo e la sacca col midollo. Quando sto per andarmene, mi ferma, mi dà la mano e dice "Gracias, la médula es para mi hija". "Grazie, il midollo è per mia figlia". In quel momento, come in un puzzle, rimetto insieme tutti i pezzi: la paziente si chiama Ariadna ("Ari"), le sovrascarpe, la gioia all'arrivo del frigo, la premura del personale ospedaliero, la maglietta "Una medula para Ari" "Dona vita in vita". Il tutto riassunto in un'unica frase "Il midollo è per mia figlia". Un'emozione incredibile. Ho appena conosciuto Pablo, il padre della mia piccola paziente. Rimango pietrificata dall'emozione, non riesco a dire una parola. Penso che il mio babbo avrebbe fatto lo stesso, aspettando il midollo durante la notte. La nonna di Ari, Telma, mi dirà in seguito che erano stati molto in apprensione per questo trasporto, affidato a una volontaria, quindi a una persona come loro. È più che comprensibile, ma ancora non conoscevano la nostra tenacia!

Ad altri volontari è capitato, seppur raramente, di incontrare parenti in attesa. Per me è la prima volta. Come ho scritto sopra, anche se ci sforziamo di pensare che dietro il paziente c'è una persona, per noi rimane sempre un nome ed un cognome e non sappiamo più niente di lui. Stavolta invece è diverso. Ho l'opportunità di conoscere Ari e la sua splendida famiglia e posso avere notizie di lei fin dal giorno successivo, quando vedo la sacca che ho portato che viene infusa. Perché "Una médula para Ari" è anche una pagina Facebook, in cui c'è tutta la storia di Ari: https://www.facebook.com/UNAMEDULAPARAARI/.

Passeggiando per Buenos Aires

Arrivo in albergo che sono ormai le cinque di mattina. Nei due giorni successivi visito Buenos Aires. Il tempo si è messo al bello, ovviamente freddo (dieci gradi contro i quaranta di Firenze). Vado, tra l'altro, in Plaza de Mayo, imperdibile soprattutto per chi, come me, ha studiato scienze politiche. Sinceramente me l'aspettavo più grande, forse per il carico emotivo di cui è intrisa, però ha molto fascino. Poi l'immenso Rio della Plata, che ti fa dimenticare di essere un fiume, il Porto Madero, il quartiere italiano "Palermo". L'ultima mattinadecido di andare al cimitero monumentale della Recoleta. Cerco la tomba di Evita Peron, ma non riesco a trovarla, perché sono di fretta. Il suo mito mi affascina da molto prima del film con Madonna, almeno da quando vidi quello in due puntate con Faye Dunaway e James Farentino nel 1981. Spero di poterci tornare con più calma.

Una sera vado a cena in un ristorante italiano, infrangendo per una volta la regola di non cercare la cucina italiana all'estero, perché ne rimarrei delusa. Ma ho il privilegio di andare a cena da uno dei più grandi chef italiani, che è un caro amico di una mia amica aretina. Il mondo è davvero piccolo. Sono trattata come un'amica e non come un'ospite. Ceno meravigliosamente con lo chef, Donato, la sua famiglia e alcuni loro amici di origine italiana che abitano nella Terra del Fuoco. È proprio la punta estrema del mondo e per noi italiani ha un fascino particolare. Chissà se capiterà mai una missione là! Un aspetto che mi colpisce dell'Argentina è il profondo spirito religioso, che qui in Italia abbiamo un po' perso. Oltre, ovviamente, alla devozione verso Papa Francesco, il Papa di origine italiana arrivato dalla fine del mondo. er quel che riguarda la lingua, lo spagnolo che si parla in Sudamerica è diverso dal castillano che ho studiato a Firenze, prima all'Università e poi all'Istituto Cervantes. Un po' come l'americano e l'inglese. Il fatto di aver avuto un'insegnante di Santo Domingo l'ultimo anno ha sicuramente aiutato, però alcuni suoni e vocaboli sono diversi. Mentre capisco senza problemi lo spagnolo in Spagna, anche grazie al fatto che ci capito spesso, in Sudamerica faccio più fatica. Mi manca l'esercizio, per cui è proprio necessario che torni in Argentina per migliorare!

Il lungo rientro

Arriva infine il giovedì pomeriggio e io devo ripartire. Davide, il gentilissimo autista di quella notte di pioggia, mi accompagna all'aeroporto. Servirà anche altri volontari le settimane successive. Per noi è importante avere appoggi fidati. A riprova del fatto che tutto dipende dalle persone che incontriamo, nel viaggio di ritorno nessuno mi contesta i siberini congelati. Né all'aeroporto di Buenos Aires, dove i poliziotti stanno smontando dal turno e mi fanno cenno di andare avanti mentre sto tirando fuori il computer dalla borsa. Né, tantomeno, all'aeroporto di Francoforte, dove l'addetto ai controlli mi prende come al solito per tedesca, poi si mette a fare battute sul mio cuscino a forma di donut, chiedendomi se si mangia, infine domanda dove sono diretta. Gli dico che sto rientrando a casa, a Firenze. Il frigo proprio non gli interessa.

Il lungo viaggio Buenos Aires - Francoforte, di 13 ore, è in notturna. Ora mi aspetta solo l'ultima breve tratta, un'ora e mezzo da Francoforte a Firenze. Sono quasi a casa. Durante il volo mi assopisco. Sento il comandante dire qualcosa, ma non ci faccio caso. Oltretutto i piloti degli aerei sembrano sempre parlare un inglese incomprensibile. Però cconosco bene quella tratta: mi sembra che siamo in volo da troppo tempo. Apro gli occhi e vedo il mare. Sulla tratta Francoforte Firenze non c'è il mare. Riconosco il porto di Livorno e capisco: ci hanno dirottati su Pisa. Causa vento. L'aeroporto di Firenze Peretola colpisce ancora! Quindi non è ancora finita. Ci vuole un'ora per recuperare i bagagli, perché non ci sono sufficienti addetti. Altri 45 minuti per aspettare il pullman. Il tutto, ovviamente, senza che venga data alcuna informazione. Mi faccio carico di due coppie straniere disorientate. Sulla superstrada troviamo anche un incidente. Buenos Aires Francoforte 11.494 Km. 13 ore. Francoforte Firenze 732 Km., (via Pisa in tutto 808) 6 ore, praticamente la metà. Non c'è male. Arrivo a casa alle 19. Considerando il fuso orario, sono passate 24 ore da quando ho lasciato l'albergo a Buenos Aires. Riesco solo a trovare la forza per andare a dormire.

Conclusioni

Nel frattempo è arrivato Settembre. Col NOPC abbiamo organizzato un evento per pubblicizzare la nostra attività ed incentivare la donazione di midollo osseo, che ha fruttato anche un nuovo trasportatore. In quest'occasione racconto i punti salienti della missione in Brasile. Per chi è interessato, questo è il video: www.youtube.com/watch?v=cdg6KWum3sE.

Riprendo la mia quotidianità: recupero la macchina, ricompro il telefono, lavoro, tengo un corso, metto in cura il gatto, ma purtroppo la creatinina continua inesorabilmente a salire. Continuiamo a lottare.

Le notizie più belle vengono da Buenos Aires. Il midollo portato dal Brasile ha attecchito subito e bene. La compatibilità del 90% ha sicuramente aiutato. Ora Ari sta molto meglio e risponde egregiamente alle cure. Saperlo è molto importante anche per noi volontari. Ci dà la forza di andare avanti nelle avversità, rispondendo alla domanda "Perché lo faccio?" quando tutto sembra remare contro.

A Ottobre faccio un'altra missione interna in Spagna, stavolta davvero "da pensionato". Un'altra analoga mi aspetta a fine Novembre. All'inizio di Dicembre dovrei tornare in Argentina, dove finalmente sarà estate, mentre qui è inverno. a mia prima missione in terra Argentina è speciale e rimarrà sempre nel mio cuore, anche se è stata finora la più impegnativa.

Ad Ari dedico questo lungo racconto del viaggio del suo nuovo midollo, donato da una sconosciuta mamma brasiliana e portato a Buenos Aires da una volontaria italiana. Noi abbiamo terminato il nostro compito, ora sta a te. Ari, prendi la tua vita e fanne un capolavoro. Ti chiedo una sola cosa. Ora prendi tutto ciò che ti serve per guarire, senza sentirti in colpa. Nel momento in cui potrai, restituisci il bene che hai avuto, nel modo che vorrai. Non importa come, né dove, né quando. Non importa a chi. Sicuramente non a me: a quell'epoca sarò una signora invecchiata coi suoi amati gatti. Né tantomeno alla generosa donatrice, che rimarrà sempre sconosciuta a tutti noi. Ma troverai senz'altro chi e come, da qualunque parte di mondo, in quel preciso momento, avrà bisogno proprio di te. Quando serve prendi, quando puoi rendi. Così mi hanno insegnato i miei genitori, così cerco di fare io. Rimetti sempre in circolo il bene. Il nostro motto è "Non importa per chi lo fai, ma perché lo fai". Perché è l'indifferenza il peggiore dei mali. Tu non voltarti dall'altra parte. Sii colei che fa la differenza. Tutte le volte che puoi.



Commenti

pubblicato il lunedì 6 novembre 2017
IdaDainese, ha scritto: Ho letto con vero piacere anche il resoconto di questa tua missione! Grazie al tuo stile allegro e frizzante il racconto è divertente e pieno di colpi di scena come un'avventura di Indiana Jones, ma allo stesso tempo la costante attenzione ai fatti non lascia dimenticare al lettore il motivo che sta alla base del viaggio. In questa missione il crescendo surreale delle disavventure è stato davvero da cartone animato in cui ti viene da bloccarti sbalordito e dire: "Nooo! Non è possibile!" Ho provato un brivido al pensiero del marciapiede di Barcellona calpestato così poco tempo prima e ho sorriso al tuo non sentirti sola grazie all'aiuto di amici lontani così presenti nel tuo momento di difficoltà. (Arduo non passare per eccentrici dopo aver sbandierato la ricerca di oggetti alieni in tutti i supermercati della zona!). Ammiro il tuo sangue freddo (che non credo sia frutto solo dei corsi che hai seguito) sia nel non accapigliarti con gli ottusi sia nel non impazzire per quel procedere sul filo dei minuti, in bilico tra "preso" e "mancato". Le tue missioni ci trasportano in un mondo grottesco dove la maggior parte della gente cade dalle nuvole, capisce e interpreta a proprio modo (e non è questione di lingua), dove capitano meraviglie poetiche (le tre figure di donna donatrice, ricevente e volontaria, l'incontro col padre), dove ci emozioni fino alle lacrime con quel tuo splendido finale. Grazie per questi tuoi racconti che divertono, fanno conoscere sempre di più e danno visibilità sempre maggiore, grazie per coloro che ispirerai a diventare donatori e volontari, grazie per essere "mamma" di tante nuove vite; auguri perché tu possa incontrare sulla tua strada sempre più persone come Davide e sempre meno gente come il poliziotto tedesco di Francoforte. "Quando serve prendi, quando puoi rendi."

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