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lavoro pubblicato domenica 5 novembre 2017
ultima lettura domenica 17 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Il posto dei Silenzi.... ultima parte

di david87. Letto 286 volte. Dallo scaffale Pulp

IL POSTO DEI SILENZI   ESISTE SOLO LEI     Erano venti minuti che continuavo a camminare invano, senza capire bene che direzione dare ai miei passi, come se fossi affetto da una disfunzione del mio sistema motorio, o forse più.....

IL POSTO DEI SILENZI

ESISTE SOLO LEI

Erano venti minuti che continuavo a camminare invano, senza capire bene che direzione dare ai miei passi, come se fossi affetto da una disfunzione del mio sistema motorio, o forse più di quello nervoso. Il sudore, che avevo prodotto in quantità abbondante, per via dell’agitazione e del mio famigerato giubbotto con le piume, si stava congelando sotto le folate minacciose del vento gelido di stasera. Non mi dovrei lamentare, infondo, il giubbotto stava compiendo il suo dovere. Non potevo certo colpevolizzarlo, l’avevo comprato orgogliosamente tre anni fa proprio perché i commessi di quel negozio mi avevano assicurato che era “l’over the top”. Multifunzionale, vantava di essere; anti-vento, anti-pioggia, anti-freddo, e probabilmente anche anti-esplosivo. Come ci camminavi trenta metri con tutte le cinghie ed i bottoni allacciati era garantito che, sulla pelle, ci potevi sentire il caldo dell’estate giamaicana. Il problema era che non trovavo il posto in questione, neanche su “Google Map”, che maligno, mi indicava che ero praticamente arrivato. I passanti ovviamente alimentavano la mia schizofrenia continuavano a ribattere alla mia domanda “ma dov’è questo maledetto ristorante?” con un'altra domanda “Ma devi andare dalla parte dell’ex carcere o del caffè letterario?”, ed io alla terza richiesta di soccorso, dopo essermi giocato il cinquanta e cinquanta, e l’aiuto del pubblico, avevo ben poca scelta che provare con la chiamata a casa… ma io ed il mio orgoglio non volevamo arrivare a telefonarle, e quindi ad ammettere vergognosamente che ero in ritardo di mezz’ora, perché ero sicuro di essere arrivato mezz’ora fa, ed invece era evidente che non era così. Quindi, per esclusione, mi conveniva ammettere che quello che era andato in tilt non era il mio sistema motorio…

Finalmente, dalla mia mente stressata e un po’ confusa da quella che era stata una giornata a dir poco esasperante, esce fuori un intuizione che sapeva di presagio. La seguo con tutta la fede di cui ero capace in questo momento, certo di sbagliare, ma mosso dall’ultimo tentativo disperato prima di fare quella telefonata con la coda tra le gambe, che come per magia, svolto un vicolo dietro una cartoleria, e mi ritrovo nell’ ampia piazzetta quadrata che avevo cercato più della fede in Gesù Cristo. Era il cortile della prigione, infatti era circondato da quattro mura di pietra altissime, qui, un tempo, i detenuti, venivano a spendere le loro ore d’aria liberi, svolgendo varie attività come lo sport, lo spaccio e le abbondati risse, che scandivano allegramente i loro giorni di pena da scontare.

Il ristorante maledetto era dall’altra parte della piazza, finalmente… l’insegna e le porte illuminate dalle luci di natale hanno acquisito il senso di un’allucinazione seducente ma oscura, come l’orizzonte della terra ferma per un gruppo di marinai che naviga da troppi giorni senza le scorte di cibo… ero così contento che e mi sembrava di aver trovato lo “Stargate”, all’interno del triangolo delle Bermuda, che aveva un altarino al centro su cui sopra era appoggiato il “Santo Graal” appena usato da Jim Morrison, per bersi un Henri Jayer Richebourg Grand Cru, Cote de Nuit...(che già dal nome avrete capito che costa un botto).

Entro nel locale che sembra essere mezzo vuoto, e c’è un signore ad aspettarmi all’entrata che mi accoglie come se avesse rivisto suo figlio che è tornato sano e salvo dopo una lunga guerra. Evidentemente i clienti scarseggiano in questo periodo….

-Buonasera… mi saluta allungando la “e” di “sera” in tre note diverse in una figura da quattro quarti.

Ha la voce roca e sporca di chi si fuma un pacchetto di sigarette nella pausa tra una sigaretta e l’altra

-salve, sto cercando una ragazza dovrebbe essere già qui da un pezzo, e che spero non sia andata via visto che sono molto in ritardo…

Il signore, adesso, non mi guarda giù più come se fossi un figlio, e nemmeno come un amico.

-è una ragazza mora, alta… avevo fissato il tavolo per due, ad un quarto alle nove, a nome “Gensi” sparo la mia arringa difensiva in maniera sbadata.

-ah è arrivato, finalmente!…. il damerino che la principessa stava aspettando…

Il signore sparge il mio imbarazzo ad alta voce, facendosi sentire anche dai camerieri e fino al palazzo di fronte, mentre mi avvolge un braccio intorno al collo, abbastanza inopportunamente.

Con quel suo fare da zio-non richiesto-grazie, mi accompagna comunque al tavolo sorridendo, forse anche per pararsi il culo perché segregato nell’angolino più sfigato del locale; sotto la finestra, vicino alla cucina.

Mi siedo davanti a lei, con le orecchie abbassate fino al mento e la guardo fino ad arrivare a toccare le sue labbra, senza aver il coraggio di incrociare i suoi occhi per la vergogna. Ma lei non dà l’impressione di essere arrabbiata, anzi, al contrario, mi sorride quasi divertita dalla nostra compagnia non richiesta, lanciandomi occhiate complici, come a farmi intendere che anche quando è arrivata lei, il nostro nuovo zio acquisito si era preso la stessa libertà confidenziale, in modo decisamente fuori luogo.

-Tommaso, Tommaso! Comincia a gridare il signore, con un forte accento del sud, come se stesso vendendo il cocco a pezzetti in spiaggia

Un ragazzo magrissimo con la schiena cura, e il viso nascosto da un caschetto tagliato male, probabilmente da una madre non-vedente, si avvicina a noi, guardandoci con gl’occhi piegati verso il basso, intuendo quello che ci stava passando per la testa. Era mortificato anche lui nonostante dovesse esserci abituato a scene del genere, ma sembrava che la sua sensibilità risentisse tutte le volte lo stesso livello d’imbarazzo quando lo percepiva nell’espressione di malcapitati clienti. Era condannato a mettersi sempre nei panni degl’altri, panni un po’ troppo stropicciati stasera…

-Porta a questi due bei ragazzi, due prosecchi e prendigli l’ordine , stasera abbiamo il granchi fresco! Dice facendomi l’occhiolino.

Il ragazzo annuisce e sparisce dalla nostro angolo dello sfigato, per andare verso il banco del bar, trascinando le sue scarpe da ginnastica bianche, andate ben oltre la loro usura, sperando che il proprietario si eclissasse il più presto possibile lasciandoci liberi di proseguire la serata senza la compagnia della sua proverbiale invadenza. Ed in effetti, dopo aver eseguito il suo show di introduzione, il signore se ne era andato a cercare nuove vittime a cui propinarlo.

-scusa, non puoi capire che giornata è stata… proprio una merda.. le dico d’istinto, senza stare attento al mio vocabolario. Lei passa oltre, e si mette in ascolto, stampando un sorriso leggero sulle labbra e portandosi un ciuffo di capelli dietro l’orecchio.

-non trovavo il posto, mi ricordavo che era in zona e mi sono detto “quando sono lì vedrai che lo trovo subito” ed invece… ma poi era incredibile, sembrava che la gente che passava si fosse messa d’accordo per farmi vittima di una congiura… Titolo della scena: “non diciamo a Leonardo dove si trova il ristorante ma indichiamogli sempre strade diverse…e soprattutto sbagliate….” non puoi capire, ero lì che sudavo… e mi era preso un nervoso… ma poi, è tutto il giorno che corro, anzi, che rincoro le cose, dalla minima cazzata alle tragedie infinite… Tipo stamattina per esempio, mi ero appena svegliato, e volevo prendere un semplice caffè come tutte le altre normalissime mattine, e invece no! Mi si è rotto il manico della moka in mano, e dopo che lo avevo appena preparato con cura… e sono finito al bar a fare colazione… per non parlare della giornata che ho avuto in negozio… tutto il santo giorno a ripiegare magliette… perché ogni volta che passava un cliente qualsiasi, anche che aveva comprato già comprato vestiti da un’altra parte, doveva entrare pe forza e buttare all’aria tutto il banco, così anche tanto per fare, così tanto ci sono io a piegare roba.… hai presente, quando hai la sensazione che ogni cosa fai non è affatto produttiva ma serve solo a riparare qualcosa che è stato fatto male prima? E che magari ti tocca fare anche di fretta, perché non ne hai il tempo e allora sai che ne stai buttando via altro perché la stai facendo di nuovo male e che quindi dovrai rifarla ancora e poi ancora, e ti senti così sotto pressione da odiare tutto e tutti?! Ecco si, questa è la descrizione perfetta di quel che è stata la mia meravigliosa giornata di merda... le finisco di sputare addosso tutte le parole che mi erano salite in bocca dallo stomaco. Sospiro cercando di ritrovare la calma, più per cercare di non mettere a disagio Viola più del necessario, che per me stesso…

Passano alcuni secondi pieni di silenzio, tirati nello spazio vuoto tra di noi, come un pugno di dadi da un giocatore d’azzardo.

-eh…. Sospira lei ma in modo più trasognante, quasi per solidarietà

-scusa...- le stavo per dire

-Mi ha abbracciato…

-come, in che senso?

-quando sono arrivata… mi ha visto, mi è venuto incontro e mi ha abbracciato… forte… come se mi fosse successo qualcosa di brutto e volesse consolarmi…

-ma chi?

-il tipo di prima… il proprietario, almeno penso sia lui…

-e cosa ti ha detto?

-niente… mi ha solo abbracciato… dice lei scuotendo la testa e rigonfiando le guance d’aria prima di scoppiare a ridere.

Ce la ridevamo come due bambini che sapevano di averla fatta franca anche se hanno mangiato troppe caramelle, superando decisamente il limite che gli era imposto dai loro genitori.

-eh… che tipo, si… e poi mi sa che è fradicio come una spugna… ahh c’è il granchio signori, venite! Camminano pure sui muri… fanno acrobazie stasera, solo qui per tre euro un più anche un biglietto della lotteria… il vincitore potrebbe portarsi a casa un granchio che se ne va in bicicletta da solo… senza le rotelle! Gli faccio il verso solo per gustarmi Viola che continua a ridere, con il viso che prende le forme della gioia e il suono della sua risata, che alle mie orecchie, ha il sapore di una melodia che azzera tutte le mie facoltà critiche…

Apriamo il menù che il ragazzo con il caschetto tagliato male, e con lo stesso entusiasmo di un deportato, aveva lasciato sul tavolo insieme ai due prosecchi di qualità discount.

Mentre sfogliavo le pagine dove erano elencati i piatti, e notavo che c’era un equilibrio perfetto tra la quantità di piatti di carne, quelli di pesce e i tipi di pizza consigliati, che mi ero anche reso conto che era la prima volta in due mesi che io e Viola ci eravamo messi a sedere in un ristorante, l’uno di fronte all’ altro, come se fosse un vero un appuntamento… Si, certo, c’erano state altre occasioni in cui avevamo mangiato insieme, dopo il cinema, o in casa con amici, come quella volta che siamo andati a mangiare la torta, alla festa di laurea di quella sua amica di cui non mi ricordo il nome… ma mai così, mai un appuntamento “formale” o forse, è meglio dire… “romantico…”

-Prendiamo il granchio che balla sui muri?! Mi chiede lei con il ciuffo che spunta dal menù e dipingendo i suoi occhi verdi, cosparsi di rare perle blu, su di me… l’intensità del suo sguardo illumina il mio rancore per la vita come la luce della luna quando rischiara le notti d’amore estive.

-e certo, e quando ci ricapita…

-e come vino?

-faccia una bottiglia di bianco…

-ci facciamo consigliare dal nostro amico…?

-ne sei sicura? Gli sussurro sporgendomi verso di lei…

-mmm…. Sceglie te, è meglio… dice lei dopo aver pensato alle conseguenze di un suo intervento maccheronico..

-vada per un vermentino… gli dico come se ne conoscessi veramente le caratteristiche.

-e di secondo?

-mah…. Dico passando il dito sui secondi di pesce, molto poco convinto…

-guarda che poi arriva l’orco della confidenza…

-no, no aspetta… non voglio che venga qui di nuovo… dividiamo una frittura e una patatina fritta, sennò ci appesantiamo troppo…

-per me va bene…

Il cameriere vedendo che ci eravamo messi d’accordo, si trascina verso di noi di tre passi, scattando come le lancette dei minuti di un orologio da muro senza batterie.

Poi, prende i menù facendo oscillare la schiena come se fosse seduto su una vecchia sedia da dondolo girata verso il pavimento, ci sorride, ormai nostro complice, e senza chiedere nulla se ne va… Aveva origliato la nostra contrattazione sul da farsi per la cena, e se questo è un modo di fare professionale… non dico altro… sono profondamente sdegnato, ma mi sta simpatico e gliela perdono…

-Insomma, mi dicevi che questa giornata è stata proprio un inferno, eh? Mi chiede lei per dare di nuovo il via alla conversazione.

-davvero… un insistente e costante fastidio in tutto quello che dovevo fare… mi sono sentito tutto il giorno insofferente, quasi patetico ai miei stessi occhi…

-addirittura…

-sono finito ad un certo punto a non sopportarmi più, è stato come portare ai piedi un paio scarpe più piccole di un numero per una giornata…

-ahhh… pensa che a me fanno venire la voglia di farmi un pediluvio, i tacchi, anche solo a vederli… indosso sempre quelli più grandi di un numero e dopo mezz’ora li comincio ad odiare… figuriamoci…

-alle donne, non dovrebbero piacere le scarpe con i tacchi?

-non ti credere, fanno parecchio male i piedi dopo un po’, poi dipende dall’abitudine che hai, dalla sopportazione personale del dolore….

-accidenti… e allora perché lì metti?

-perché sono belli, e ci fanno sentire sexy… mi risponde prendendomi in giro come se solo uno stolto potesse avere il coraggio si chiedere ad una ragazza, una cosa del genere.

Un attimo di silenzio, e torna il proprietario con la bottiglia di vino tra le mani e con un sorriso a quattrocento denti… Si ferma inebetito davanti a noi e ci fissa, senza dire nulla.. muovendo solo le pupille, da lei a me, da me a lei…

-nooo… aveva cominciato ad ululare la voce della mia coscienza, che aveva preso le mie sembianze in versione ridotta in scala 1 a 20, dentro il mio cervello.

-ahh… rrragazzi…(credetemi, non è un errore di battitura, lo ha detto davvero con tre erre) allora il vermentino avete ordinato!? Con il Granchi!?

-Il Granchi!...Oddio, ma come ci sei finito davanti a questo tipo qui!? Mi accusa l’omino delle mia coscienza rosicchiandosi le unghie impaurito….

….eh, perché il vermentino con il Granchi, non va bene? Ribatto un po’ confuso.

Viola a stendo riesce a non mettersi a ridere, ma lo sforzo prolungato è piuttosto evidente ,dal momento che il suo viso sta attraversando tutti i colori dell’arcobaleno. Ciò, probabilmente. metterà a repentaglio la garanzia del risultato, soprattutto se il proprietario continua a parlare così.

-quindi abbiamo sbagliato…? insisto

-ah ve bè, dai vi perdono dai… sempre sti vinu tuscani che non sapono di nulla… di acqua e kanzonaru…

(Giuro che non so cosa vuol dire “kanzonaru”, ma penso che sia un mal comune, perciò, come si dice; mezzo gaudio).

-avrebbe consigliato qualcos’altro? Chiede Viola, questa volta con un leggero eccesso di sadomasochismo.

-davvero?

-dai sentiamo che ci suggerisce… mi provoca ridendo… e il proprietario se la ride alla grande insieme lei, senza cogliere una distinzione fondamentale; ovvero, che stiamo ridendo di lui e non con lui.

-eh… c’è un vino della Calabbria…

-e te pareva…. Si sdegna l’omino della mia coscienza.

-e come si chiama, questo vino della Calabbria!?

-Tommaso! Tommaso! Urla il proprietario tanto per…

Il ragazzo si avvicina come se fosse pronto a sottoporsi al giudizio di Dio, dopo un vita fatta di peccati e malvagità.

-Portagli u’vino nostru, due bicchieri…Forza. Gli urla mentre ride divertito

Ma Tommaso, non sorride.

Anzi per poco piange, ma al banco, a prendere i due bicchieri ci va lo stesso.

Poi, torna, ce li porge e noi assaggiamo i contenuto con tanto di finto interessamento.

-a me sembra vino normalissimo… mi suggeriscono sia l’omino della mia coscienza che gli occhi di Viola, che non la smette di prendersi gioco di questo signore un troppo singolare.

-che dici?

-è fruttato! Dice lei

-a me sembrava un po’ acido… mi suggerisce un po’ spaesato, l’omino della mia coscienza che di certo non mi sta aiutando in questo frangente delicato.

-già… è fruttato… asserisco, sperando che assecondandoli io possa evitare di provocare una delle variopinte reazioni del proprietario.

-va bè, vi ho fatto assaggiare l’eccellenza del mio paese… la Calabbria…

-pensa io credevo che venisse dal Friuli-Venezia-Giulia invece… rema contro l’omino della coscienza portandosi via mattoni importanti dal muro della mia pazienza.

-ma è giusto che ora vi apro il vino che mi avete chiesto. Dice in un lampo di lucidità mentale il proprietario.

Torna da noi con la bottiglia che avevamo ordinato, e la apre, tirando fuori da cappello magico gesti elegantissimi, come se fossero stati automatizzati in anni di esperienza… Anche se non lo credevo possibile, il tipo, deve aver lavorato come cameriere in strutture a cinque stelle, non c’è altra spiegazione, per come possa aver affinato la sua tecnica quasi affascinante…Poi, inverosimilmente, ci accenna un sorriso, quasi inibito, e si dilegua dal nostro tavolo, lasciandoci la sensazione di essere stati serviti dallo Spirito Santo.

-un tipo così singolare non si vede spesso in giro, eh? … commenta subito Viola

-pensa che io comincio ad avere paura che torni…

-dai, su! infondo è simpatico…

-no sul serio, la storia del Granchi ha spostato definitivamente i miei equilibri mentali già fragili oggi, non credo che sarò più in grado di comportarmi normalmente…ma poi, hai visto il cameriere? Quel ragazzo sembra uscito da una di quelle storie di violenza domestica dove il padre fa dormire il figlio piccolo in una cella frigorifera, gli dà da mangiare scarafaggi e lo pesta ogni tanto per passare il tempo…

-certo che sei polemico eh!?

Lascio cadere il guanto di sfida.

-Però, in effetti, non è il ritratto della felicità… recupera poi lei

-ma ora non pensiamo più a loro, pensiamo a noi… a parte la giornata di oggi, che non credo che la ricorderai come la più emozionante della tua vita, per il resto, che mi racconti? Mi chiede comunque dolcemente incuriosita dalle mie vicissitudini…

Credo che Viola sia la prima ragazza con cui esco, che mi fa tante domande incentrate su di me… le ragazze con cui sono sempre uscito, era molto più attente ai loro bisogni, e ai loro stati d’animo più che hai miei… e devo dire che questo suo modo di essere premurosa mi fa stare molto bene…

-mah… il lavoro… va…, è sempre uguale, noiosa routine… ma almeno, è stabile.. e di questi tempi è una fortuna… avrei voluto altro per la mia vita, ma bisogna anche identificarsi nell’attuale società e nelle possibilità che questa ultima offre al momento… insomma, mi accontento perché so che è saggio farlo… non sono i tempi giusti per rischiare investimenti.

-e cosa avresti voluto fare d’altro?

-ma non lo so, per me, è sempre una questione di stimoli… sai, a volte, mi pento di non aver fatto l’università… in casa mia, purtroppo, non c’erano molti soldi… anzi non ce n’erano e basta.. e per studiare avrei dovuto comunque lavorare… e al tempo, non avendo un indirizzo che mi attirasse particolarmente, ho lasciato perdere… in più, vedi, come ti dicevo… non ne vale la pena… al giorno d’oggi, che tu sia un medico, un ingegnere, un commesso… guadagnano tutti mille euro al mese su per giù… ma con una sola variante… e con la testa che hai a vent’anni quando esci da scuola, però non sei in grado di vederla…non puoi renderti conto di come vorresti far evolvere la tua vita, pensando alle possibilità di carriera… essere maturo abbastanza da essere consapevole che trovare una professione che ti permetta di diversificare o di crescere nella gerarchia con cui è strutturato un ambiente, è fondamentale per avere soddisfazioni nella professione…e poi, all’inizio, fare il commesso mi piaceva… ha cominciato a pesarmi solo un paio d’anni fa…

-e perché?

-perché ti accorgi che l’unica cosa a cui puoi ambire dopo anni di lavoro, è diventare responsabile, cosa che non farei mai… o magari aprire un negozio, altra cosa che non farei mai…

Lei si limita a fissarmi con il suo rossetto rosso che si piega sotto l’espressione sensuale delle sue labbra…

-se fai il responsabile, ti danno duecento euro in più al mese, e devi dare il sangue… lavori sempre, non stacchi mai… passi tutto il giorno in negozio… e se poi succede qualcosa, sei appunto responsabile… e quelle sono solo menate, non c’è niente di stimolante nel risolvere ritardi di consegna e chiusure di cassa che non tornano… secondo me tanto stress per quella cifra non ne vale la pena… un conto è se te ne danno duemila, allora posso devolvere la mia vita professionale alla causa, almeno per un po’, ma non te li danno… quindi meglio evitare… E aprire un negozio poi, senza girarci troppo intorno, tra crisi, concorrenza ed internet, sarebbe un suicidio economico, è più facile vincere al gratta e vinci senza averlo comprato.

-puoi sempre cambiare settore, fare un corso per specializzarti in qualcosa che ti piace fare… dice lei cercando una vana soluzione alla mia apatia congenita.

Nel frattempo arriva il cameriere con il caschetto tagliato male, sempre con il suo mordente da far invidia ad un lottatore di quelli che si spaccano le ossa nelle “gabbie”, reggendo con una mano, una padella fumante appoggiata su un tagliere di legno e con l’altra, due piatti.

-ecco a voi il Granchio…

-eh no, si chiama il “Granchi”, sennò non ha lo stesso sapore di quello che abbiamo ordinato.. lo provoco io

Il cameriere mi guarda come se gli avessero tolto una benda dagl’occhi dopo molte ore buio…

-niente, stava scherzando… era una cosa tra di noi… mi difende Viola, sorridendo al cameriere che si sente ringalluzzito dall’aver provocato in lei una reazione gentile verso sé stesso.

-comunque buon appetito… ci liquida frettolosamente…

Ora che ci facevamo caso, era la prima volta che ci parlava stasera… Aveva un forte accento calabrese, come il proprietario… In questo ristorante doveva essersi manifestato uno di quei tipici agglomerati spontanei, umano-antropologici, di chi impianta le radici in un'altra città. Detto questo, noi, prima di buttarci a capo fitto sul nostro “Granchi”, eravamo rimasti raccolti nel nostro silenzio, ognuno assorto nei suoi pensieri, un po’ impressionati dallo scenario che gli elementi di questa serata avevano contribuito a viziare. Ci eravamo riparati sotto lo stesso evidente stupore, perché avevamo comunque dato per scontato, che il cameriere avesse perso la voglia di parlare molti anni fa, per via dell’ esposizione protratta ai notevoli traumi psicologici, dovuti alla sopportazione costante del suo capo, ed invece pareva essergli simile sotto certi aspetti, seppur in maniera sottile

Rientrati nella realtà, avevamo continuato regolarmente la cena. Dapprima avevo sporzionato il Granchio, per me e per Viola, e poi ci siamo limitati a procedere la cena con l’alternare di forchettate di spaghetti che mangiavamo soddisfatti, ad una conversazione fatta di sconclusionate frasi che edificavano proiezioni solo illusorie sul mio eventuale ed improbabile futuro…

-potresti fare l’architetto, andare in Australia e progettare interi grattacieli.

-nooo, Viola te l’ho detto, se devo fare l’architetto lo faccio solo di intere basi aereo-spaziali su Marte… sennò niente… Eravamo arrivati a vaneggiare prendendola sul ridere, tanto non avevamo voglia di trattare argomenti troppo seri… non era la serata giusta, anche se alcuni suoi spunti, forse, li avrei dovuti prendere in considerazione sul serio.

Finito il Granchi e finito il vino era tornato il cameriere, che adesso, non sapevamo più se ci odiava o se ci voleva bene…

-tutto a posto ragazzi?

Noi ci eravamo limitati ad annuire e ringraziare per evitare altri incidenti diplomatici.

Dopo aver sparecchiato abilmente la tavola, senza lasciare nemmeno una briciola di pane sul tavolo, il ragazzo si era ripresentato da noi con il menù dei dolci.

-tu che prendi? …sembrano tutti buonissimi… dice lei scorrendo il dito sul menù

-panna cotta al basilico con pesche sciroppate, e… ma per tiramisù destrutturato, che si intende?

-…che sul piatto ci sono i biscotti, un ciotolino di caffè freddo, la crema di mascarpone e il cacao e velo potete costruire voi… risponde in tono stanco e svogliato il cameriere come se l’emotività gli fosse finita nel tiramisù destrutturato.

-ah… carino… poi c’è la creme brûlé, flan al cioccolato con crema Chantilly… sono proprio indecisa, sembrano uno più buono dell’altro… che facciamo?

-un flan al cioccolato e un tiramisù?… e poi magari due caffè…

-a me va benissimo…

Il cameriere segna tutto sul suo taccuino, così Viola gli riconsegna il menù dei Dessert, ed è lì, nell’istante in cui la vedo girarsi di profilo, che la realtà si spezza in favore di quella che posso solo definire come un’esperienza che trascendeva da una situazione semplicemente romantica fino ad arrivare alla sublimazione della sua bellezza.…

I suoi orecchini a forma di stelline dondolavano dai suoi lobi sottili ed illuminavano il suo viso come fosse una stanza… i suoi occhi verdi entravano in mezzo ad ogni mio centimetro di pelle e ci nascondevano tutte le emozioni possibili, come fossero un tesoro mai scoperto… poi però, si presenta davanti a noi un’altra cameriera con due bicchieri in mano, e la magia della neve si spezza. Peccato… vero?

Mi era parsa di vederla all’ingresso all’inizio della serata… la ragazza ci porge i due calici, ci sorride, e subito un metro dietro di lei, in piedi come uno stoccafisso, mi accorgo che ci aspettava l’immancabile proprietario, che ci stava fissava da un pezzo con il suo sorrisetto stampato in viso, che ricordava molto l’espressione di Checco Zalone quando fa il deficiente…. Speravo solo che non si avvicinasse e che fosse lì per controllare che la ragazza avesse portato termine il compito assegnatole. E per fortuna, i miei desideri erano stati esauditi, infatti, i due se ne sono andati un secondo dopo, in cucina, scattando al comando di un agglomerato di urla demoniache che provenivano da lì, e che inveivano contro l’assenza del personale di servizio.

Finalmente soli, io mi gustavo il vino, che tra l’altro, era un passito e che stava già facendo il suo lavoro, aiutato in buona parte, dalla bottiglia in due che ci eravamo scolati prima, con il Granchi.

Adesso, nessuno dei due aveva più voglia di aggiungere parole a quella serata… preferivamo goderci la compagnia reciproca in silenzio.

Sembravamo due marionette spente, che non avevano più nessuno che avesse voglia di muovere i loro fili e che non gli era rimasto altro da fare, che inghiottire il tempo… l’una di fronte all’altra…

Il taglio dei suoi occhi, la linea del collo sottile, il grazioso orecchio su cui teneva abbracciato il ciuffo di capelli biondo cenere, assomigliano alla composizione di una tavola dipinta di getto e che che sarebbe stata un capolavoro… un universo di linee e di colori che convivono lasciandosi il limite dei proprio spazi, con rispetto, riconoscendosi ognuno necessario all’altro, per sostenere la magia di quell’insieme…

-sei bellissima… le dico…

-grazie. Mi risponde come se le avessi regalato solo una cortesia di circostanza…

-No… no Viola… parlo sul serio…

-su cosa?

-che sei davvero bella…

Lei ora mi guarda con più attenzione… e gli occhi le si vestono di un velo lucido

-credimi… non lo dico solo per farti un complimento e basta… mi sento così, cioè… non so lo spiegare bene…ma.. ma mi sono accorto di una cosa… ecco… proprio ora, di come il tuo viso e le tue labbra… cioè…tu sei bella come un miracolo… come qualcosa che non esiste…

Il suo viso, al mio pronunciar di queste parole, si accende di gioia come un albero di Natale addobbato di fili magici di luce, per ore.

-Ecco, è come se quando ti guardo assistessi ad un qualcosa che può esistere solo nella fantasia… ma invece, tu sei qui, davanti a me, e questo mi fa… mi fa sentire come un bambino, eccitato e su di giri solo perché ci sei tu qui… continuo a battere la strada giusta.

Lei mi guarda addirittura spaesata, come se stessi sbugiardato un suo intimo credo o come se più probabilmente, mi fossi bevuto il cervello, magari in qualche maratona di film troppo melensi. Forse stavo esagerando, è vero, anche se quello che le stavo confessato non mi pareva che le dispiacesse tanto… anzi, si vedeva che la lusingava…

-lo so che non mi credi fino in fondo, ma come è possibile spiegare a parole qualcosa che uno sente essere già di per sé, essere più grande di qualsiasi descrizione che gli possa incollare addosso?… a risultare veramente sinceri se realizzi che la ragazza che hai di fronte a te è la cosa più affascinante che ti è capitata nella vita?

-ecco, questo sa un po’ di attaccamento morboso… mi fai paura così… risponde lei sorridendo..

-grazie… ed io che stavo cercando di consegnarti tra le mani, le ragioni del mio cuore…

-no, è che non ci si sente fare dichiarazioni del genere, a cuor leggero, tutti i giorni… poi sembra qualcosa di finto, di recitato…

-hai ragione, non lo nego… darebbe quest’impressione anche a me, ma, forse, appare così è vero, solo, però, perché gli ho voluto dare un nome, almeno per questa volta… sono così belle certe sensazioni, quando stai bene con la ragazza che hai accanto, che per una volta ho desiderato qualcosa di etereo, di divino… e l’unico modo era dargli un nome, per renderlo eterno, dento di me, a prescindere da come andrà tra noi due più avanti… e comunque grazie…

-di cosa?

-di essere qui, con me… non so cosa ho fatto per meritarlo, o se è stata solo fortuna… ma io mi sento felice… davvero…

Forse, mi ero fatto prendere troppo la mano ed ero andato oltre i limiti consentiti, infatti la osservo e non la vedo davvero convinta, anzi, quasi avessi ottenuto l’effetto contrario, avendo scavallato il confine massimo anche per la più romantica delle ragazze. Fatto sta che dopo alcuni secondi dopo, come un temporale che improvvisa dal cielo, i suoi occhi si allagano sui miei, ed una lacrima, sottile come un filo di seta che le veste la guancia le cade dal viso, dritta come una tenda ai lati di una finestra. Lei continuando a non parlare, intreccia una gamba sulla mia, sposta il viso sul un lato… mi fissa per un po’, concentrata sui suoi pensieri… poi lascia scivolare la sua mano sulla mia, accarezzane il dorso delicatamente…

-Potresti essere fortunato stasera… mi confessa tirando fuori una malizia che non credevo.

-ah si?…

-già… stai andando davvero bene, e quando mi sento così, poi mi vengono in testa delle strane idee che forse non dovrebbero …

-ohhh…. Adesso il gioco si fa interessante…

-mmm mmm… annuisce lei serrando le labbra…

-paghiamo subito il conto?! Le chiedo.

-e non mangiamo il dolce?

Devo ammettere che ho dovuto far ricorso al tutto il mio autocontrollo possibile per sedare i miei ormoni già in festa come fosse l’ultimo dell’anno, per rispondere così..

-si, lo mangiamo, figurati, ma poi andiamo via… correndo, possibilmente…

Lei mi sorride compiaciuta…

Il cameriere, dopo un tempo ragionevolmente lungo, che ai miei pensieri, soprattutto a quelli sconci era parso non finire mai, era arrivato alla fine con i dolci e i due caffè insieme…

-scusate, ma in cucina sono un po’ intasati…

-come i water…

Lui si era decisamente indispettito per la battuta …

-Leo…

-scusa, giuro, era l’ultima… posso pagare il conto?... così sparisco, e non dò più fastidio…

-lascia, offro io… mi dice lei cercando di bloccare la mia mano che apre il portafogli.

-ti pare? Faccio il mitico io

-ti prego, non insistere… s’impone lei tagliando via di netto la mia voglia di ribattere…

-d’accordo…

Dopo aver mangiato, ed aver salutato il cameriere velocemente, senza neanche aggiungere un suono, siamo andati alla cassa…

-ah, Viola allora come hai mangiato?!... ci chiede il proprietario

-grazie zio, siamo stati bene…

-come zio….?

-già… è il fratello di mia madre… mi sono dimenticata di dirtelo…

-non ci voglio credere… stai mentendo..

-come mentendo?! Questa è mia nipote eh! Esclama lui con il suo solito filo di voce.

-mia madre è nata qui a Firenze e di conseguenza anche io, ma di origini siamo tutti Calabresi…

Ora, non c’è bisogno che mi dilunghi tanto in estemporanee descrizioni, potete immaginare come mi sono sentito… era davvero suo zio… avevo appena fatto una delle più belle e magistrali figure di merda della mia vita. Un qualcosa di veramente meraviglioso…. e che non avrei dimenticato tutti gli anni che mi restavano da vivere… ci avrei potuto organizzare intere tournée di spettacoli comici per prossimi vent’anni… non so per quale sadico motivo, ma Viola mi aveva tenuto allo scuro di tutto, lasciandomi fare e continuando a ridere garbatamente alla mie battutine da vero mongoloide… Questo è guardare in faccia alla realtà.

-ah…

Ero diventato Viola… cioè, viola di colore, non Viola la mia ragazza, letteralmente in tutto il viso… e stavo anche sudavo come un orangotango, che non so se sudano tanto, ma io si, come se fossi dentro una sauna ed era questo quello che contava, non l’orangotango e né i suoi livelli di sudorazione.

Il proprietario, e quindi lo zio di Viola, mi fissava con lo sguardino inebetito, forse solo perché ora ero io l’ebete ai suoi occhi e lui mi stava imitando…

Ovviamente suo zio non ci aveva fatto pagare, anzi, gli avevamo raccontato che era tutta la sera che io lo prendevo in giro e lei mi assecondava, fortunatamente l’aveva presa bene, anzi, si era super divertito, quasi scatenato come un bambino autistico sulle montagne russe. (sempre con grande rispetto per i veri malati) E come avessimo navigato in un bel paradosso, alla fine, avevamo ripiegato tutti su un paio di prosecco in più…

Alla fine, intorno alle undici e mezza, io e Viola siamo usciti dal ristorante, tenendoci per mano…

-dove andiamo adesso?

-bè, se vuoi facciamo un giro a Fiesole, possiamo andare alla terrazza dove si vede tutta Firenze…

-… mi piacerebbe ma io sono a piedi… molto a piedi

-anche se lo eri solo un poco, era uguale, tanto la macchina ce l’ho io…

-sei in macchina? Non mi era nemmeno passato minimamente per la testa… come del resto, non avrei mai immaginato che il proprietario del ristorante fosse tuo zio…

-ancora non ti è passata?!

-certo che me lo potevi anche dire… manco vi somigliate

-ah… ma che ti importa? ci siamo divertiti dai

-io un po’ meno, verso il finale

-ma si! tutti qui fanno il verso ai calabresi… è un cult, non c’è da rimanerci male… se lo si fa solo per scherzare e portando rispetto… dov’è il problema?!

-…sarà… ma io quando eravamo davanti a lui e tu gli ha detto “grazie zio”… lì, mi volevo seppellire sotto un metro di merda calda-fumante...

-è stato bellissimo… se la ride lei facendo scintillare la sua bocca come se avesse delle lampadine a 60 watt dentro i denti, ed io, con quel sorriso lì, potevo perdonarla di tutto, anche se non mi aveva avvertito che andavamo a mangiare da suo zio, che avevo abbondantemente sfottuto tutta la sera, solo per fare il simpatico agl’occhi di lei.

Eravamo saliti sulla sua cinquecento rossa, una macchina bellissima. Tanto bella luccicava al buio, sembrava uscita da una concessionaria venti minuti fa. Conoscendo Viola, probabilmente, gliela avevano consegnata mentre noi stavamo mangiando al ristorante… Anzi, mentre lei stava mangiando. Io, invece, ero impegnato a fare l’idiota con stupide battute campaniliste su suo zio… Comunque sia, la carrozzeria brillava davvero, almeno come i denti di Viola, probabilmente ci avevano applicato all’interno le stesse lampadine. Io che mi sento a disagio se una macchina, o una camera, non sono trattate come uno sgabuzzino, stavo seduto con la schiena dritta come un Marines uscito dal film Full metal Jacket, per paura che anche la pelle del sedile potesse sgualcirsi o magari, aversela a male, per qualche mia battuta fuori luogo.

-Dai, non è così, grave te l’ho detto… eri divertente…

-se lo dici tu…

-non vorrai mica rovinarti la serata per questo?!

-no, è che… dai, ci sono rimasto male.

-o non vorrai rovinarti la sorpresa che ho per te, quando arriveremo a casa…

-No, Leonardo, non rovinare la sorpresa… arriva puntuale l’omino della mia coscienza, a proteggermi da me stesso. O forse, era tenuto in ostaggio dai miei ormoni, e voleva proteggermi da me stesso… tutte e due.

-ok, non ci pensiamo più… tanto ormai è andata…. e poi tu zio non mi sembrava che se la fosse presa. È uno dei nostri… provo ad autoconvincermi.

-direi proprio di si.. è sempre stato un tipo gioviale, ci sa stare allo scherzo…

Lei guidava con una calma atipica, non che andasse particolarmente lenta, direi, che andasse piuttosto spedita ma eseguendo manovre precise e ben calcolate… la sensazione era che la macchina non fosse in movimento… aveva il dono della guida rilassante.

-Non mi parli un po’ di te? Mi è sembrato di monopolizzare la conversazione solo su di me, cosa che se qualcun altro facesse con me, mi darebbe fastidio.

-se vuoi… ma non c’è molto da sapere… risponde, come se alternasse i tempi del dialogo con quelli di guida, meccanicamente.

-C’è sempre qualcosa da sapere…

-beh, il lavoro procede normalmente, ti avevo detto che aiuto mio padre con i suoi affari… Dal tono della voce sembrava che Viola non né volesse proprio sapere di parlare di sé, si stava sforzando perché glielo avevo chiesto…

-non importa dai, mettiamo un po’ di musica, e ci rilassiamo un po’…. Propongo saggiamente

Il resto del viaggio era trascorso all’insegna del silenzio… Dentro di me, provavo sensazioni molto contrastanti …un’inquietudine radicata in me come un virus che attacca un organismo sensibile... Da una parte, era come se cercassi più parole possibili da scambiare con lei, per sentirmi più sicuro della nostra sintonia…, come se volessi verificare che fossimo veramente d’accordo sulle questioni che ognuno di noi riteneva importanti nella vita… insomma, avere la certezza che viaggiassimo sulla stessa lunghezza d’onda… infondo, è questo quello che si fa quando si cerca di conoscere bene una persona… ma dall’altro, era come se lei, inconsciamente, non ne avesse bisogno ed in una qualche maniera lo stesse evitando… io, di conseguenza, cercavo riparo proprio in quella sua forma di sicurezza, per non rischiare di irritarla… sembrava che fossimo incastrati in un loop a due binari divergenti, di dipendenza ed indipendenza emotiva allo stesso tempo, senza farlo di proposito… forse, era proprio colpa di questa corda invisibile che dapprima veniva strattonata prima in un senso, e poi in un altro, che ogni tentativo di dialogo tra di noi, adesso, si era prosciugato…

Arrivarti a Fiesole, contro il programma che ci eravamo prefissati, io e Viola avevamo superato la piazza principale che portava alla terrazza dove credevo che fossimo diretti. Per non spezzare quell’atmosfera già carica di tensione e densa di eccitazione, con stupide domande da ansioso principiante, e che risultassero perfino noiose, rischiando di rovesciarmi sulle gambe un intero vaso di scarsa virilità, ero rimasto zitto, aspettando di capire cosa avesse in mente lei.

-stiamo andando da me… mi confessa come avesse appena letto nei miei dubbi.

Io avevo annuito senza aggiungere una sillaba.

Dopo alcuni minuti ed un’autostrada di pensieri che si diramava intorno al nostro silenzio, eravamo arrivati in una stradina sterrata e molto stretta, dove, lei con un telecomando che teneva vicino al cambio, aveva aperto un cancello verde, che oltrepassiamo. Parcheggiata la macchina, scendiamo ed entriamo in quella che è una casa colonica bianca a due piani. È molto buio e si vede poco, ma per quel poco che si vede devo ammettere che la casa è una meraviglia. Ovviamente eravamo presi da ben altro che il bel mirar della struttura architettonica della palazzina, così abbiamo saltato i convenevoli e ci siamo diretti dritti verso il portone d’ingresso. Camminavamo come fossimo due coinquilini che condividevano l’appartamento e che si erano conosciuti da pochi giorni, e rientrando in casa, ognuno dalle loro vite, ci eravamo per caso incrociati all’ingresso…

-Puoi appoggiare pure lì il cappotto, se vuoi… mi indica lei, una sedia a caso vicino tavolo della cucina.

La casa non era molto grande, ma si respirava un atmosfera calorosa e accogliente… era arredata da una costellazione di mobili di legno di qualità, e decine di scaffali pieni di libri, che ad una rapida occhiata erano per lo più; guide turistiche e manuali geografici…

-vuoi qualcosa da bere?

-si… dell’acqua per favore… non c’è nessuno in casa?

-i miei sono fuori per lavoro, sono quasi sempre sola …

-mi avevi detto che si occupano di turismo…. se non sbaglio, lavorano con dei tour operator… dicevano le mie parole che mi risuonavano vuote, prive di interesse alle mie stesse orecchie…

-si, più o meno… la loro attività è un po’ complicata da spiegare, ma il settore sì, è quello…

-e tu come li aiuti?… continuo tediosamente, senza poterne fare a meno.

-…in pratica, cerco le informazioni che gli servono, e li aiuto nell’archiviazione delle pratiche

-mmm… avevo concluso, non sapendo veramente più cos’altro aggiungere…

Entriamo nella sua camera da letto, aprendo la porta, come due detective che si apprestano a scoprire il luogo del delitto dove l’assassino aveva nascosto i suoi cadaveri dall’inizio della storia, prima che si arrivasse all’inevitabile epilogo.

La camera era piccola ma molto ordinata come tutto il resto della casa. Sulla scrivania erano impilate autentiche torri di libri, sempre sul tema dei viaggi. Solo il letto e la sedia da erano tenuti come se fosse realmente la camera di una ragazza; abitavano una quantità di vestiti sparpagliati ovunque, in modo molto analogo al mio. Di scarpe, davanti all’armadio, ce ne saranno state almeno venti paia, da quelle con il tacco, passando da quelle da ginnastica, e per concludere, dulcis in fundo, con vari tipi infradito.

Sopra il letto, c’era anche una tavola di legno con un affissi centinaia di post.it

-mettiti pure comodo, vado a prenderti l’acqua…

Mi ero seduto sul letto come se fosse il mio primo giorno di scuola, era la prima volta che Viola mi portava a casa sua… sentivo una strana sensazione di mistero, mista a questo disagio eccitante… Davvero non capivo cosa mi stava succedendo… di solito in queste situazioni sono molto più rilassato

Intanto, il tempo se lo portava via l’attesa, ed io per ingannarla, mi ero messo a sbirciare i post it sopra il suo letto.

C’erano scritte frasi affettuose, alcune di semplice esistenzialismo, altre giocose, ed in certi casi, invece, si sfiorava anche l’alta filosofia... ed erano scritte con diverse calligrafie e firmate insieme alla data.

“Non dare peso a quello ti innervosisce oggi, quello che ti sembra importate ora, domani non lo sarà più”

Un'altra molto bella, scritta con una calligrafia femminile, recita:

“chi rifiuta il sogno deve masturbarsi con la realtà”

All’improvviso, sento stringermi alle spalle, con un abbraccio pieno di calore, la sua pelle morbida e sicura mi aveva completamente avvolto, come una coperta data a chi è rimasto al freddo per troppo tempo…

Viola appoggia la sua guancia sulla mia spalla, e le sue mani, senza chiedere il permesso scivolano, dal petto a dentro i miei pantaloni.

-mah…

-non dire niente.

Obbedisco.

Mi sgancia la cintura e la sfila, poi tocca ai bottoni dei jeans cedere il passo… lei si toglie il golf… ed intanto il mio pene stava diventando duro come lo scudo di Capitan America.

-Ti piacciono le frasi?

-alcune sono belle..

-rispondi con un si o con un no…

Annuisco, colpevole della mia solita ingenua logorrea. Cattivo Leonardo, dovevi capirlo prima, bastava un si o un no.

Viola mi abbraccia di nuovo e sento i suoi capezzoli duri battermi sulla schiena.

Prende il mio pene in mano e comincia a scivolarci le dita sopra, lentamente… rimango a guardale, senza fiatare.

Lei avvicina le labbra al mio orecchio…

-Ti piace?

-molto.

-Posso fartela con i piedi se vuoi…

-cosa…?

-quello che ti sto facendo con la mano adesso… però con i piedi, è meglio…

-va bene…

-o preferisci che l’assaggio con la lingua?

-prima con i piedi…

Aveva dei piedi bellissimi, molto curati, le caviglie sottili… lo teneva tra i palmi dei piedi e lo massaggiava, si vedeva che la cosa la divertiva molto, non aveva smesso un secondo di guardarmi sorridendo con gli occhi languidi…

-puoi venirmi in bocca se vuoi…

-Preferirei finire sui piedi…

-ok, però, prima devi sbattermelo in faccia.

-cosa?

-il tuo cazzo… sbattimelo sulle labbra, più forte che puoi, me lo merito…

Il display del mio Smartphone segna le 11 e 03, mi sveglio con la stessa energia di chi avesse vissuto un’intera vita precedente a questo sonno, nella più profonda solitudine e in un pianeta con il doppio della gravita di questo, Alzo il piumone, e mi accorgo che ho una gamba di Viola tra le mie, quindi i miei testicoli sono pericolosamente sopra il suo ginocchio, sembrano noci in equilibrio su un tavolo. Non ero nella migliore delle posizioni, anzi, se lei tirava la gamba su, anche solo di tre centimetri, Viola avrebbe creduto di aver avuto la sua prima esperienza lesbica, la scorsa notte. Mentre io rischiavo pesantemente le mie virilità, lei dormiva beata, con l’aria trasognante da bambina. Invece, a me non era rimasto altro che pregare, che il bagno si tele-trasportasse in camera, visto che avevo la vescica piena come il vulcano di Pompei poco prima che eruttasse… Non volevo svegliarla, ma non volevo nemmeno pisciarmi addosso, però se facevo un movimento troppo brusco, senza stare attento al suo ginocchio, potevo dire addio all’idea fare figli in futuro…

-Devo andare in bagno, puoi spostare la gamba? Le sussurro dolcemente nell’orecchio per non essere mandato a cagare.

Lei si sveglia e senza neanche aprire gli occhi, con le sua labbra cerca le mie, e mi bacia…

-aspetta un attimo…

Lei si gira di lato, facendo scivolare la sua gamba verso il basso seguita dall’esultanza festosa dei miei testicoli.

-Infilamelo dentro….

-vuoi farlo ancora?

-dai, ti prego ne ho voglia…

-va bene, d’accordo…

Un po’ impacciato, con il mio pene in mano, cerco la sua vagina, ma lei sembra agitarsi e rifiutare il mio tentativo di penetrarla…

-non lì, aspetta però…

Viola, stizzita dalla mia goffaggine, alla fine, porta giù la testa sotto le coperte, e si infila tutto il mio pene in bocca… lo tiene tutto dentro per un po’, poi ci passa bene anche la lingua… sto quasi per venire, ma lei, senza preavviso, con un braccio solleva tutte le coperte e mentre con uno slancio delle anche, si allunga verso il comodino, per aprire un cassetto e tirare fuori una bottiglietta di plastica. Si versa qualcosa di trasparente nelle mani, spalmandoselo come una crema, e poi torna ad accomodarsi di fianco a me, girata su un lato, come se dopo aver litigato, mi tagliasse fuori dandomi le spalle….

-Dammi- dice prendendo il mio pene in una mano unta di olio, ma senza voltarsi.

-che devo fare?

-mettilo qui, nel culo… mi ordina aprendo le natiche…

-sissignora… ma non ti faccio male?…

-non ti preoccupare… tu infilalo dentro tutto…

Ed io eseguo senza ribattere. Le vengo dentro.

-grazie. Avevo bisogno di farlo così. Mi dice baciandomi in fine sulle labbra

Contenta lei….

Andiamo a farci un’altra doccia, la seconda da ieri sera…. Mentre ci laviamo, Viola mi guarda negli occhi e mi sorride spesso, abbassando ad intermittenza lo sguardo a terra, come se le fosse venuta fuori un’insolita timidezza, come reazione, dopo avermi mostrato la parte più perversa del suo carattere… Le mancavano gli orecchioni da Sambernardo giganti che le coprivano il viso, e la gocciolina appesa sopra la testa come si vede nei manga giapponesi, ed avevamo raggiunto perfettamente la rappresentazione del suo stato d’animo attuale. Dovevo assolutamente svuotarmi la vescica da circa due ore, così mi allungo verso il water.

-Che fai? Devo uscire?

-devo solo fare pipi.

-allora falla qui. Ti vergogni?

-Nella tua doccia mi sembrava maleducato.

Lei risponde con un espressione tra il malizia e la beffa, come se dicesse “tutto qui quello che sai fare?”

-lasciati guardare.

-Va bene.

E cosi mi ero messo a pisciare sotto la vigilanza di Viola.

Poi lei con uno scatto fulminio: come un cane che mette la lingua sotto il getto di una fontana in un parco, appoggia la lingua per leccare la mia pipi.

Dopo di che ci siamo asciugati e lei era rimansta in accappatoio, mentre io stavo indosando i jeans, senza i boxer ormai inutilizzabili…

-Andiamo a fare colazione ad un bar?

-non posso, mi dispiace, vorrei ma ho del lavoro da sbrigare…

Ci resto un po’ male per il suo rifiuto, e lei non potendo ignorare la mia espressione da cane bastonato, si offre di prepararmi del caffè, e di mettere a disposizione anche delle fette e biscottate con la nutella, un compromesso, per me, accettabile… Così facciamo una colazione in grande stile, perché quello che doveva essere un contentino per non scaricarmi come una cassa di pesce al porto, diventa la colazione del mulino bianco. Viola finisce per mettere sul tavolo di tutto, aprendo sportelli di credenze e cassepanche di cui neanche lei, prima, avrebbe mai sospettato l’esistenza… Sembrava Natale, anzi il Natale è meno appagante di solito… si parte con del succo di arancia, di pera, di mela, pane ai cinque cereali, poi marmellata di arance, di fichi, Nutella, yogurt alle fragola e alla banana e delle merendine confezionate, uova e pancetta, toast…. I clienti più affezionati degli alberghi a cinque stelle, di solito, vengono mandati qui a fare colazione…

Per concludere il Brunch, degustiamo anche un cappuccino fatto con una moka gigante, un strana, tipo a forma di mucca e colorata anche a chiazze bianche e nere, perché sennò non sembrava abbastanza credibile.

Dove l’hai presa la moko-mucca?

-deve averla regalata a mia madre, una sua zia, penso per il compleanno…

-ah… comunque Grazie, ho fatto la colazione migliore della mia vita, infatti mentre mangiavo, se te ne sei accorta, piangevo anche dalla gioia… non volevo che finisse, capisci?!

-ahah… bene sono contenta… e dimmi un po’ che programma hai per oggi? Mi chiede lei

-beh è domenica… non lo so, forse vado a trovare un mio amico in serata, ogni tanto ci vediamo per un aperitivo… ma in realtà non ho voglia di fare niente, vedremo… tu, invece?...

-oltre a dover lavorare, intendo… le chiedo dopo essermi ricordato mi aveva già detto in cosa era impegnata oggi

-non lo so… non so quanto tempo mi porterà via quello che mi ha assegnato mio padre stavolta, c’è molto da fare… e poi, forse, tra una settimana sarò in viaggio con lui, anche per dare un po’ di riposo alla mamma…quindi…

-capisco… beh, se vuoi ci possiamo vedere stasera… sul tardi…

Lei mi guarda inclinando la testa verso sinistra, dev’essere un abitudine che ha quando deve fare progetti nella mente e scegliere bene le parole prima di pronunciarsi in merito.

-facciamo così, se mi libero, e non sono troppo stanca, va bene, ci vediamo… ti mando un whatsapp o ti chiamo, insomma, vediamo dopo…

-ok, d’accordo… le rispondo gasato dalla sua disponibilità nei miei confronti.

Una volta finito di mangiare, lei si alza dal tavolo e torna verso la camera mentre io sparecchio e comincio a lavare piatti come se mi sentissi in dovere di farlo per ripagare la sua generosa ospitalità… mentre finisco di sistemare la cucina, lei torna con i capelli sciolti, ancora umidi e l’accappatoio aperto… vedo le sue tette esprimersi, ballonzolando senza indugi davanti a me, come se a Viola starsene nuda di fronte a me le venisse totalmente naturale, solo la sua vagina si nasconde in ombre e lembi di accappatoio, meno disinvolta, ma sempre esposta al vento, senza troppe vergogne. Mi concedo di guardarla intensamente, con diversi rivoli di bava alla bocca che mi penzolavano fino al mento, tanto che tra poco avrei avuto bisogno di un secchio. Lo so, sono tendenze da maniaco semi-professionista, ma non ne posso fare a meno, lei è, per me, veramente troppo bella. E stavolta, molto saggiamente, mi risparmio la gavettonata di complimenti che invece le avevo esploso in faccia ieri a cena; un po’ per una forma di soggezione, ma anche per evitare di esagerare con il mio zerbinismo nei suoi confronti.

Viola, mentre mi faccio tutte le mie seghe mentali, giusto per facilitarmi la vita, intanto apre l’accappatoio e mi mostra bene bene la mercanzia… solo dopo quello a me era sembrato lo stesso tempo che ci vuole per circumnavigare un buco nero, che lei si decide ad infilarsi le mutandine, ma sempre con molta calma e i movimenti da pantera…

-ora mi sparo.

-come?

-no, niente, dicevo che ti sta bene l’accappatoio…

-beh, è solo un accappatoio… sostiene lei, ed infatti, se ne libera come un mago che si priva del suo mantello…

Poi si avvicina a me, restando a due passi dai miei occhi…

-anche tu sei bellissimo… mi sussurra come se fosse dotata di una percezione dei pensieri e dei sentimenti altrui, e con un dono così, diventa impossibile mentirle.

Poi mi bacia delicatamente sul collo, fino a far scivolare la sua lingua dentro la mia bocca…

-però, adesso vattene, che se resti qui, oggi finisco per non fare niente. si lamenta un instante dopo, mentre aveva già cominciato a montarsi addosso tutti gl’altri indumenti; dal reggiseno fino alla giacca, come se stesse assemblando la corazza di un robot.

Non mi resta che raccogliere il giubbotto che avevo parcheggiato sulla sedia di cucina, e avviarmi verso l’ingresso…

-a stasera allora…

-ti chiamo dopo… mi dice sempre spostando di lato il viso

Esco di casa e alzo subito lo sguardo al cielo, come a ringraziarlo di così tanta bontà nei miei confronti… Era disteso e senza l’ombra di una nuvola, e mostrava tutto il suo azzurro, fiero, come se quel manto fosse la dimostrazione della sua capacità d’immenso splendore… Il sole si limitava a riscaldare questa giornata autunnale con i suoi raggi, mascherandola da giornata primaverile…

Ad ampie boccate respiro l’aria di collina, così pulita, senza smog, che sembrava un’aria totalmente diversa da quella che respiravo in città… la facevo entrare nel mio organismo per purificarlo da tutto lo stress dei giorni precedenti… e da tutti i brutti pensieri che si accavallano sempre nella propria testa, quando pensi ai problemi quotidiani, nella tua vita, e a tutto ciò che vorresti fare per sistemarli, pur sapendo che a volte che non puoi… mi volevo godere a pieno questo momento infinito di pace… e forse anche di innamoramento… Infatti, mi si era stampato in faccia, il classico sorrisetto de deficiente, di chi sa di avere le farfalle nello stomaco. E con loro, mi ero messo in marcia verso la piazzetta principale di Fiesole, da dove avrei preso poi l’autobus per tornare a casa, senza che nemmeno mi fosse balenata nella testa, la scocciatura di dover fare tutta quella strada a piedi, senza che lei mi avesse offerto di accompagnarmi… in effetti, ci stavo pensando, e mi pareva strano, ma andava bene così, nelle ultime ore avevo avuto anche troppo, era giusto farselo bastare.

Erano molti giorni che pioveva… io non sono il tipo di persona che tiene molto conto delle previsioni, ma era evidente che in questo periodo avrei dovuto cambiare strategia, visto che ogni volta che uscivo di casa, era una fustigazione costante… strade sempre bagnate, pozze profonde come laghi, e pioggia fitta come fosse il giorno del castigo… Un ombrello avrebbe fatto davvero comodo stasera. Se non altro, non era stato un inverno tanto freddo, anche se negli ultimi due giorni, quella che era praticamente sempre stata pioggia, si era trasformata in neve, che a Firenze, è un evento raro come un ex parlamentare che rinuncia al suo vitalizio d’oro; massiccio, purtroppo.

E ne era venuta giù anche parecchia stanotte, certo, non così tanta ci si può immaginare in montagna, ma al lato dei marciapiedi, se ne poteva contare, quasi una decina di centimetri che per noi, gente di città era già motivo di allarme-pre-apocalisse … Mentre le condizioni atmosferiche agivano come meglio credevano, intanto, a lavoro, io avevo avuto la mia solita giornata di merda… giusto per darvi un aggiornamento in tempo reale. Avevo girato una nuova puntata della tragicomica serie Tv; piega i vestiti, e ripiegali quando te li spiegano. Un episodio molto simile a quello di ieri, e probabilmente a quello che sarebbe stato trasmesso domani… Per oggi, però, avevo finito, e stavo finalmente tornando a casa, dopo essere già stato al supermercato delle 20, che sapete benissimo essere quello esclusivo dei maratoneti (perché tutto si accalcano alle casse prima che chiuda, cercando di prendere tutto ciò che gli manca, quindi correndo sempre, sia alle casse che per i corridoi) nonché quello dei sigle per sempre, e infine molto adatto ai lavoratori incalliti; che sono coloro non hanno mai tempo per qualcosa di divertente o di socialmente utile, se non ha a che fare con il lavoro.

Per la cena di stasera avevo optato per la sfigatissima “pasta con pesto confezionato” per quelli che non hanno voglia d cucinare mai; buona vero?… Già, niente male… ma devo anche ammettere che ultimamente, mi sentivo anche un po’ meno depresso del solito, figuratevi, e potrei anche sbottonarmi un po’, affermando che stavo quasi cominciavo riprendermi…anche se il periodo che avevo passato da quando lei era sparita nel nulla, era stato davvero tremendo… Poche altre volte avevo sofferto così. Lo so, lo so, che succede in molte storie. Si conosce una persona che ci piace, ed una delle due si innamora e l’altra no, e che poi il casino… però come tutte in le cose brutte, quando poi ci capitano personalmente, le devi comunque affrontare; con tutto il dolore, la rabbia, il rancore, e l’insofferenza che si portano dietro… Quindi sì, ho tutto il diritto di lamentarmi, e di fare tutta la patetica autoironia voglio, e tutta l’autocommiserazione che mi spetta, senza nessuno sconto.

Ho provato a superarla, esternando il mio dolore con chiunque avesse due orecchie per ascoltare, o anche solo una per fare finta di sentire… ho tentato di trovare una risposta valida al suo misterioso comportamento, o un modo di empatizzare con l’accaduto… ma niente… Non è servito a una mazza. Mi sono dovuto sorbire tutto l’iter della vittima appena sfornata, fresca di abbandono insensato, con tutto il pacchetto completo. E mi ha fatto un male cane… Ho rimproverato a me stesso di aver sbagliato qualcosa, forse di averla desiderata troppo e di averla spaventata per questo che ne so… sono finito per aprirmi completamente agli altri, piangendo di essere stato lasciato senza una ragione, senza una parola che me ne spiegasse il motivo… ho pregato ogni giorno che il mio telefono squillasse e che ci fosse lei dall’altro capo della linea, ho sperato con tutte le mie lacrime e il mio cuore, che tornasse perché ci aveva ripensato… ma tanto la frittata era fatta. Erano tutte cose che già sapevo e che si sanno già, ma che come tutti in queste situazioni, non le volevo accettare. E stavo solo sprecando tempo ed energie fondamentali, che sarebbero dovuti servire, invece, a trovare la forza di ripartire… il famoso coraggio di voltare pagina… Ormai, lei aveva fatto la sua scelta... e la sua scelta era stata di stare senza di me. Se ci fosse stato anche solo un modo per entrare dentro di lei, diventare un microscopico enzima, e convertire quella brutta idea di me che le si era ossidata in testa, a tal punto da convincerla ad allontanarsi definitivamente da me, l’avrei fatto, e a qualsiasi costo… ma non c’era stato niente da fare che arrendersi all’evidenza.

Per le strade non c’era anima viva, se incrociavi un passante, lui ti guardava a sua volta, come se ti volesse rimproverare: ma tu che ci fai qui?! Non lo vedi che non c’è nessuno?! Si, è vero lo so, che ci sono anch’io e potresti dirmi la stessa cosa, ma non farci caso, non ci rendiamo conto di quello che stiamo facendo, per cui almeno te, torna subito a casa. Poi ti raggiungo anch’io, cioè, non a casa tua, nel senso che vado anch’io a casa mia… e ognuno proseguiva oltre continuando ad addentrarsi per deserte strade invernali fiorentine…

L’orologio segnava le 20 e 35 di questo atipico martedì sera, e la gente già aveva difficoltà ad andare a lavorare al mattino, di certo non si metteva ad affrontare vento, pioggia o neve, per starsene a spasso senza una valida ragione. Ma io concentrato solo sulle mie ragioni, da autentico ribelle, decido di sedermi ad una panchina della piazza adiacente alla strada per arrivare a alla al mio palazzo. Sono esausto, e decido di sedermi prima di andare a comprare le sigarette, cosa alquanto fondamentale prima di rientrare.. mi fermo a tirare un po’ il fiato… Davanti a me, c è uno scivolo sui cui sta giocando una bambina, accompagnata da due ragazze, forse una giovane mamma, con una sua amica… è una scena un po’ insolita vedere una bimba fuori a quest’ora giocare con due ragazze giovani, ma infondo cosa m’importa?… Non sono affari miei. Con loro c’è anche un grosso cane nero, sdraiato ai piedi di una vecchia altalena arrugginita.

Non era solo la perdita di Viola che mi buttava giù, era tanto tempo ormai che mi sentivo imprigionato in un cerchio senza uscita… ogni volta che provavo a fare qualcosa di buono per me stesso, od ogni volta che mi sembrava di aver trovato qualcosa che fosse una fonte di felicità, accadeva subito qualcos’altro che me la strappava via, e che mi riportava al punto di partenza… Va da sé, che non mi sono auto-suggestionato di essere un portatore sano di Sfiga nera, ed una convinzione del genere non l’acquisisci tenendo di conto solo di un paio di episodi… affatto. Se devo essere sincero, erano già un paio d’anni che le cose andavano male… e vuoi una volta per il lavoro, come la collega che non sopporti, o il capo che è stressante… vuoi che magari, i soldi che non ti bastano a fare quello che ti serve, o che gli amori si sono rivelati fallimentari o semplicemente inadatti… insomma, la sensazione era quella che qualunque cosa che si potesse considerare solo positiva, e senza controindicazioni, ecco, quella non capitava mai..

Se questa era la vita che doveva affrontare da qui in avanti, sinceramente non sapevo con che spirito ci sarei riuscito… e se vi può sembrare esagerato quello che dico, avreste dovuto camminare con me, in questi ultimi due anni, giorno dopo giorno, delusione dopo delusione… il tutto condito da una serie di sacrifici totalmente inefficaci, che alla fine non sono serviti mai veramente a nulla, visto che hanno cancellato nemmeno uno dei rammarichi di cui mi visto ogni giorno… e mentre tutte queste consapevolezze navigano nel mare in tempesta che è la mia coscienza in questo momento che mi ritrovo il muso del grosso cane nero, vicino alla mano, appoggiata alla panchina, che cerca per farsi una carezza da solo.

-sei depresso anche te, confessalo?! Chiedo al quadrupede..

-ehi, Gastone! Vieni qui… urla la bambina con tono squillante dai colori turchesi, mentre raggiunge a passettini minuscoli e rapidissimi il suo cane, manco fosse la sorella “speedy gonzales”,che comunque dal suo punto di vista, era più un cavallo, viste le dimensioni.

-Gastone? Domando al cane, e lui abbassa il muso straliciando un suono come dire “non puoi biasimarmi, non è colpa mia”

-ma, non c’era un nome un po’ più figo, tipo jack?… insomma, più moderno?! Gli chiedo mentre lui in tutta risposta si era già di girato altrove, perdendo interesse su di me e dandomi le spalle per mostrarmi il didietro.

-Vieni Gastone, dice la bimba, pedinata dalle due ragazze che la raggiungono a corsa, guardandomi terrorizzate con occhi demoniaci, come se volessero salvarla da un drogato che le aveva appena offerto della caramelle, in un modo un po’ troppo ambiguo...

-ciao- le saluto per dimostrare la mia innocenza

Una delle due ragazze, con una fisionomia che non mi è nuova ma che copre il mistero della sua identità, in buona parte, per via di un cappello di lana e di una grossa sciarpa, mi guarda incollando sul mio viso, i suoi profondi occhi blu. Li fa oltrepassare al di fuori di quella sorta di maschera in cui si nascondeva, insinuando in me solo il dubbio di una curiosa familiarità.

-ciao… mi saluta l’altra ragazza, più bassa, e con un sorriso forzato, a denti stretti, solo per togliermi l’eccessiva confidenza che secondo il suo intuito, stavo per prendermi…

-vieni Azzurra, andiamo a giocare sullo scivolo.

-Ma che bel nome è Azzurra…

Ora i loro occhi diventano due fucili di precisione.

-cazzo, questo non lo dovevo dire… penso

-in realtà, il cane si è avvicinato… tutto qui… non ho fatto niente, forse gli sto simpatico… mi giustifico guardando l’animale che mi tradisce ignorandomi nel momento del bisogno, standosene in disparte, per i fatti suoi.

-ti piacciono i cani? Mi chiede la bambina.

-alcuni si… non sono un grande amante… ma in linea di massima… come hai detto che si chiama?

-Gastone…

-ecco, ma Gastone sembra uno di quelli intelligenti… rispondo mentre il quadrupede era impegnato a leccarsi le zone intime.

Un silenzio freddo come quello che aveva congelato i nostri giudizi, ci aveva lasciato perplessi mentre Gastone stava effettuando con calma, la sua accurata pulizia dei genitali.

-diciamo che è un cane pulito almeno…

La ragazza con la sciarpa mi sorride, o almeno credo… lo posso solo dedurre dalle sue guance che si allargano. Poi si siede accanto a me, ma non per starmi accanto, si guarda bene di tenere la giusta distanza, con la schiena protesa in avanti, sul ciglio della panchina per giocare con il cane, che si rianima subito di gioia ed entusiasmo quando è lei a cercare la sua compagnia, e non io.

-fa molto freddo, e… e a quest’ora non c’è nessuno in giro… come mai sei venute a giocare al parco a quest’ora?…

La ragazza mora più bassa che ormai mi odia, e ciò è abbastanza evidente dai suoi occhi che s’iniettano di sangue ogni volta che apro bocca… come se ogni parola che pronuncio le suonasse come una cesta di volgari insulti consegnata agli affetti a lei più cari.

-un grande inizio… sussurro…

-Andiamocene, mi snobba la più bassa… amabile come la bambina dell’esorcista…

-e tu perché te ne stai qui al freddo, da solo?

La ragazza porta dietro l’orecchio un ciuffo di capelli neri e quel gesto che mi riporta subito alla mente Viola…

-non lo so, mi sono fermato un po’ a riflettere, ne avevo bisogno…

-potevi andare a casa a riflettere… infierisce… la ragazza con la simpatia di Smigol.

La ignoro abilmente, cercando di evitare conflitti verbali a cui non ho voglia di partecipare

-sono solo stanco, sono appena tornato da lavoro… ho avuto una giornata pesante, e avevo bisogno di stare un po’ all’aperto, niente di che…

Il cane, come se avesse capito le mie ragioni senza doverle stare ad ascoltare, viene verso di me marciando con la testa abbassata, avvilito come se percepisse sulla sua stessa pelle, le sensazioni tristi che mi attanagliavano. Così, si avvicina alle mie gambe, per farsi accarezzare, ed io lo coccolo un po’… Gastone voleva darmi la sua comprensione, e farmi capire che lui, inverosimilmente, era a conoscenza di tutto… Era come se questo cane fosse capace di assorbire tutti gli stati d’animo di chi aveva vicino, soprattutto se caratterizzati da un’ emotività particolarmente accentuata. Ed in questo caso, erano quelli che gli stavo trasmettendo io. O più semplicemente, aveva intuito che il mio cuore si era spezzato, e che la rabbia che sentivo, andava a braccetto con la paura che non sarei più riuscito a farlo funzionare tanto facilmente. Non come prima di quello che era accaduto con Viola…

-sei un bravo cane, il nome non è il massimo, ma sei un bravo cane lo stesso…

La bambina mi sorride..

-mi sa che gli stai simpatico…

-chissà che gli è preso!? Si chiede la strega di Blair provocandomi, ma io sono un professionista a fare orecchie da mercante quando voglio.

-quanti anni hai? chiedo alla bimba

-sette. Mi risponde mostrandomi il numero con le dita…

-allora sei una bambina già grande…

-eh si… faccio la seconda quest’anno…

-e sai contare fino a cento?…

Scuote la testa…

-fino a cinquanta… confessa

-è un bel risultato comunque… pensa, io alla tua età non arrivavo a venti…

-si vede… mi fa il verso la ragazza mora…

-falla finita… la zittisce la sua amica, indispettita dalla antipatia gratuita della bambina di the Orphan.

-e tu come ti chiami? Mi chiede la bambina, quella buona.

-Leonardo… e tu? Chiedo alla bambina…

-io Azzurra, piacere…

-piacere allora… le stingo la manina.

-io sono Francesca, si presenta la ragazza seguendo a ruota la piccola.

-è mia nipote… aggiunge

-ah…

-mio fratello la lascia a dormire da noi ogni tanto… e lei è la mia coinquilina Jessica; che quando viene chiamata in causa tira il naso all’insù con quell’aria da spocchiosa da prenderla a schiaffi fino a domattina.

-Jessica… senti…che ne dici se facciamo la pace?! Le propongo

Lei mi guarda con aria disgustata come se avesse bevuto del vino bianco aperto da tre mesi mischiato con la pipì. A Jessica non la raccontavo giusta, è inutile girarci intorno, anzi, per l’esattezza aggiungerei che le stavo abbondantemente sulle palle. Ma si sentiva obbligata a mantenere il minimo decoro sindacale, per compiacere la sua coinquilina Francesca, e rispettare così l’equilibrio del loro rapporto, che comunque si mostrava come positivo e saldo. Fatti tutti questi calcoli, Jessica mi stringe la mano, che nonostante i guanti, trasmettono lo stesso freddo delle sue intenzioni nei miei confronti.

-che ti è successo?… perché sei così giù di morale? Mi sorprende la domanda di Jessica come un bagliore di luce che ferisce gli occhi abituati a tanta oscurità.

-hai una faccia che sembra che sei stato investito dalla macchina di un tuo amico, dopo che lo avevi aspettato per partire per le vacanze insieme….

Ecco ora sembra ritornata il normale gelo tra di noi, per un attimo mi stavo sentendo quasi a disagio, e comunque, almeno fa battute fantasiose.

-il problema non è l’umore di oggi … è stato tutto quest’ultimo periodo un po’ troppo duro da affrontare per le mie forze…

Lancio la fune dell’amicizia a quella che era stata la mia antagonista fin ora, dal personale e immeritato oblio in cui Jessica mi aveva segregato.

-ci sono momenti in cui bisogna calmare i pensieri, fare ordine nella propria vita, eliminando le erbacce che hanno contagiato il nostro cammino, e poi ripartire. Esegue su di me una diagnosi psicologica Francesca…

-anche Gastone si è accorto che eri un po’ triste… mi confessa la bambina che mi sorride mostrando la dolce fessurina degli incisivi davanti.

-eh si… a volte capita ai grandi di sentirsi un po’ depressi…

-per questo che si è avvicinato a te… perché vuole consolarti… è molto affettuoso, lo fa anche con me quando sono arrabbiata, o quando mi metto a piangere… condivide con me, l’amore per il suo cane Azzurra, con una maturità inaspettata da una bambina…

I bambini, certe volte, hanno la capacità di sorprendere, con questi sprazzi di saggezza che illuminano interi abissi, nelle coscienze…

-mi sa… che ti servono un po’di palle di neve anche a te. Fanno sempre bene. Mi suggerisce Francesca passandomene una che aveva appena appallottolato.

-mmm… rimango indeciso senza troppo conto dell’occasione. A Firenze non nevica mai, e questo può incuriosire a tal punto da spingere qualcuno ad uscire anche solo per giocare a palle di neve, nonostante ci siano zero gradi. E poi sono così carine con me, che sarebbe di cattivo gusto continuare ad essere restio ad un po’ di svago.

-sai che forse è una buona idea… dovremmo costruire un pupazzo, però… suggerisco

-ma non c’è ne abbastanza di neve per questo, ci avevamo già pensato noi… rientra nel suo corpo la matrigna di Biancaneve (Jessica) dopo che mi aveva fatto credere di essersi allontanata dal suo ruolo, per andare a infastidire altre vittime, in altri luoghi.

-e allora faremo una matriosca.

-e cos’è una matriosca? Chiede la piccola Azzurra.

-ma niente, era per dire che facciamo un pupazzetto di dimensioni ridotte… le spiega Francesca.

La bambina al sentir pronunciare la parola “pupazzetto” oppure “ridotte”, non lo sapremo mai, reagisce come se le avessero acceso una micetta dietro la schiena. Parte alla ribalta, correndo a zig-zag, che neanche a “Benny Hill”, verso il cespuglio che recintava il giardino e dove si era accumulata più neve, intenta a tutti i costi a cominciare il nostro fantasmagorico gioco.

-Vieni Gastone, facciamo una matriosca di neve! Urla la bimba mentre svolazza felice verso la neve ed il cane che la insegue abbaiando.

Non so se perché gli aveva trasmesso il suo entusiasmo se l’aveva spaventato visto che Azzurra sembrava si fosse trasformata nella bambola di “Chucky”…

-Io vado a casa, devo studiare… ho l’esame lunedì… si arrende Jessica per via della mia schiacciante vittore sull’ignobile terreno emotivo in cui lei si era voluta giocare il match di stasera con me.

-ci vediamo dopo, io resto mezz’oretta a giocare con Azzurra, e poi rientriamo.

-allora ciao… se non ci rivediamo… stai bene… la prendo in giro bonariamente

Le mi dà le spalle, mostrandomi il dietro, proprio come aveva fatto il cane prima, forse erano accumunati dalla stessa intelligenza, o da un certo tipo tratti somatici, fatto sta che aveva un culo più apprezzabile del suo carattere…

-Allora andiamo anche noi a fare questa matriosca di neve? Mi chiede Francesca mentre si alza, tendendomi la mano…

Un lembo della sciarpa si abbassa e come in un incanto di un film arabo, il suo viso viene scoperto, lasciandomi senza fiato, per tutta la sua bellezza, che se ne era rimasta repressa sotto il velo, per tutto questo tempo…

-Viola?!

-cosa Viola, la sciapa?... no è grigia!

-no è che mi sembravi Viola.

-a meno che non mi sia fatta un acido stamattina, senza accorgermene… si solleva la sua frase sulla mia, sotterrandola del suo valore.

-no, per Viola, intendevo il nome … sei… maledizione! Mi arrabbio con stesso esibendo un gesto si stizza quasi teatrale

-è che sei proprio identica ad una ragazza che conoscevo… le confesso realizzando di aver cominciato a balbettare…

Lei mi guarda se cercasse di trovare la comprensività giusta, per a suo agio ad un ragazzo con seri problemi di alcol come me.

-Cavolo d’essere stata una importante questa Viola, sei sbiancato… sembra quasi che hai visto il fantasma di Jessica…

-ahah, questa era bella…

Era incredibile, Francesca sembrava la gemella di Viola separata alla nascita … Avevano gli stessi lineamenti del viso, uguali in ogni particolare… solo il colore dei capelli era diverso, quelli di Francesca erano più lunghi e neri… ma per il resto erano davvero identiche, e la conseguenza probabile di tutto ciò, era che il mio shock attuale stava per trasformarsi in un attacco di cuore.

-beh, diciamo che quello che c’è stato tra me e con quella ragazza, è uno dei motivi della mia profetica allegria…

-sopporti flagellanti pene d’amore?

-no… è solo un po’ di alterazione della flora intestinale.

Lei sbuffa un sorriso.

-eh si, purtroppo è così… tra l’altro è da a crederci, tu le assomigli davvero molto…

Francesca non batte ciglio, nel venire a conoscenza di aver avuto una sorella gemella da piccola… Non l’aveva mai conosciuta, perché Viola, era stata sicuramente rapita all’ospedale, da una di quelle coppie che non possono avere figli, non c’era altra spiegazione.

A differenza dell’inespugnabile impassibilità di Francesca, a me, invece, era toccato l’impianto del mio primo Bypass.

-Andiamo, raggiungiamo Azzurra… che quella bambina al posto della gambe ha due rotelle, quando si mette a correre faccio fatica addirittura a starle dietro… che se le succede qualcosa, mio fratello mi espianta gli organi e li vende al mercato nero. Dice Francesca

Come nel finale di un film horror, dove la protagonista riesce a liberarsi del suo maniaco persecutore, Francesca si libera definitivamente della sciarpa, che teneva imprigionata tutta la sua femminilità, probabilmente a dispetto della religione islamica a cui era devota. Anche se ammetto che questa era più una mia nefandezza psico-complottistica, che un suo status reale.

Ed intanto, lei mi prende la mano…

Senza avere la minima intenzione di oppormi, la seguo e andiamo mano nella mano ad accarezzare il cane cane che saltellava eccitato, come se avesse trovato chili di cocaina, in mezzo ad un carico di vestiti sporchi che cercavano di trafugarla. La piccola Azzurra, nel frattempo, lavorava coscienziosamente alla raccolta di neve, faticando molto per via del piumino ingombrante che le limitava i movimenti, e che la faceva sembrare una stella di natale inamidata.

Ma, nonostante le difficoltà, la matriosca di neve stava venendo bene, e Azzurra ne sembrava soddisfatta. Per non parlare, appunto, del loro cane-assorbi-umore che era gioioso da dare fastidio, sempre finché Francesca ovviamente, gli infondeva sana vivacità con la sua vicinanza…

Io stavo lì, e mi sentivo un po’ a disagio in quel quadretto familiare. Come se fossi la pedina del gioco della “Dama”, appoggiata per sbaglio nella scacchiera degli “Scacchi”. Non potevo fare a meno di chiedermi come a volte si finisce casualmente in certe situazioni che non ti riguardano proprio … Un’ora e mezzo fa, ero in negozio a ripiegare gli stessi vestiti per la quattro-milionesima volta, con il mio solito giramento di coglioni ergonomico. Mentre adesso, invece, stavo facendo un pupazzo di neve in miniatura, con una bambina appena conosciuta ma molto simpatica, il suo cane, e la sua zia belloccia; che era anche la fotocopia della ragazza di cui mi ero innamorato, nonché l’artefice della mia depressione recente. Davvero strana la vita. Ma quel loro modo di essere, e quel modo di stare insieme, sia tra di loro che con me, aveva generato in me una sensazione di torpore che si stava insinuando in angolo della mia coscienza. Era un calore moderato quello che sentivo dentro, ma in grado di sciogliere un po’ alla volta tutte le emozioni negative delle scorse settimane. Anche se non facevo parte delle loro vite, l’affetto che si scambiavano, su di me, però, stava avendo l’efficacia di una panacea. Mi avevano fatto evadere dall’immensa voragine che si era aperta nel mio cuore, ed in cui sentivo di sprofondare ogni mattina, appesantito dalla rabbia e dal rancore nei confronti di Viola. Un’impasse psicologica da cui rischi di non uscire, se non trovi Amore in un'altra persona o in un’altra situazione, o se non metti a segno almeno uno degli svariati tentativi di suicidio, pensati come ultima soluzione alle tue sofferenze, se la volgiamo mettere sul tragico esagerato.

-e tu… e tu come stai? Chiedo all’improvviso a Francesca come quando ti accorgi che sei sicuro di aver preso le tue chiavi di casa prima ed invece erano quelle della macchina del tuo coinquilino.

-…credo bene… si… infondo non mi posso lamentare…

-problemi di cuore anche per te?

-mah, non direi… piuttosto un po’ di apatia sentimentale… questo forse si…

-mmm… capisco…

-che vuol dire apatia? Chiede Azzurra

-…mmm… Vuol dire “continua a fare il pupazzo di neve, impicciona che non sei altro, che queste sono cose da Grandi” le risponde Francesca accarezzandole il berretto di lana portandoglielo sopra gl’occhi.

La bambina sorride prendendola bonariamente in giro, come se fosse lei che inventa le storie per gli adulti, e non viceversa.

-e che fai nella vita?... di lavoro intendo… insisto a scavare.

-ho finito di studiare da poco, mi sono laureata in scienze del turismo, ma sto ancora lavorando da mio fratello...

-non mi dire che tuo fratello lavora per qualche Tout-operator, magari insieme ai vostri genitori…?!

-no, perché? Giacomo ha una piccola Gelateria, che fa anche da caffetteria in inverno, gli dò una mano lì, ormai da qualche anno, …

-ah ok… sennò davvero mi si squagliava il cervello…

-e perché scusa…!?

-no, perché quella ragazza di cui ti parlavo prima, beh, lei lavorava con i suoi genitori nel campo di viaggi e del turismo… sarebbe stato un paradosso allucinante se avevate anche quello in comune, forse anche più del fatto che siete già fisicamente uguali…

-addirittura uguali?....anche di fisico? Dice lei alzandosi in piedi di scatto, mostrando una siluette solo intuibile sotto i vari strati di vestiti che indossa, compreso il giubbotto…

-non saprei, sei tutta vestita, ecco l’ho detta… cioè… come faccio a giudicare?

Lei sposta la testa ed il mento all’ indietro, flettendo leggermente la testa di lato, come se avesse visto un conduttore spogliarsi in diretta tv e continuare a presentare come se niente fosse, sotto gli occhi attoniti degli ospiti.

-… si dai, non volevo dire… va be insomma, hai capito cosa intendevo... mi difendo dal suo silenzio stupefatto.

-si in effetti, non mi hai ancora visto nuda.. mi provoca lei, colpendo a gamba tesa il mio imbarazzo per l’insinuazione fuori luogo, ma inserendo tra le righe una caldissima speranza con quell’ “ancora”…

-aspetta gli facciamo i capelli con le foglie del cespuglio… si interrompe Francesca che scorgo con la coda dell’occhio sua nipote, che si è incagliata proprio sul finire della sua opera, senza riuscire a trovare un buon livello di rotondezza per la testa per pupazzo.

-e invece te che lavoro fai? Poi mi chiede

-il commesso… rispondo con il tono di chi avesse rilevato ad un nuovo arrivato in cella, il motivo della propria detenzione.

-dai, non è così male… no?

-Insomma… c’è di peggio è vero… diciamo che il mio giudizio non è tanto attendibile ultimamente, tendo a vedere tutto un po’ nero… quindi non saprei

-un po’ come sta capitando a me nelle relazioni…

-ti sei lasciata da poco, vero?

-magari…

-e allora che è successo?... sempre se posso chiedertelo…

-è una storia lunga e noiosa..

-sta con un vecchio- interviene Azzurra…

Non posso fare a meno di scoppiare a ridere

-Azzurra, ma stai un po’ zitta!

-questa bambina è il mia comica preferita…

-ma è un vecchio, è vero! Insiste la bambina mentre applica in vari modi le foglie sulla testa pupazzo finendo sempre per scombinargli la pettinatura, ogni volta meno convinta dell’acconciatura precedente.

-ehhh…. Sono finita con il padre di un mio amico… confessa sbuffando

-ah… una storia delicata…. Commento cercando di nascondere i miei pregiudizi al riguardo.

Non impazzisco per questo genere di relazioni dove corrono forti differenze d’età… ho sempre creduto che nei rapporti dove una delle due figure ha l’età del genitore, scatena, inconsciamente, nella più piccola, la possibilità e il tentativo immaginario di recuperare un rapporto perso in passato, oppure di “sanarne” uno danneggiato, con uno dei due genitori, o perfino con entrambi… mentre per la figura “adulta”, oltre ad una questione di “vantaggio sessuale”, si ricerca in quella più piccola, un rifiorire della propria giovinezza ormai perduta. Momenti che magari non si era goduto a pieno a suo tempo, o che aveva amato particolarmente e di cui voleva riassaporarne i profumi e le sensazioni.

-Non mi dire che era sposato?

-no, …separato in casa… pensa te che situazione…

-immagino… e come è andata? Se non sono troppo indiscreto…

-È cominciata per caso, come in tante altre storie… sono a studiare da questo mio amico, un giorno che anche era il ragazzo di una mia amica, ed entrambi miei compagni di corso…

Il padre, Lorenzo, tornava dall’ufficio proprio all’ora in cui eravamo abituati ad incontrarci per queste sessioni di studio… e spesso cenavamo tutti insieme…

In quelle occasioni ho avuto l’opportunità di conoscerlo e mi è piaciuto da subito. Lorenzo è un uomo brillante, sempre con la battuta pronta… e ha una certa eleganza, un certo fascino… e quella che prima era una casualità, quella di trovarsi a mangiare insieme, in poche settimane era diventato qualcosa di premeditato da entrambi…

-Vi facevate trovare puntuali per la cena, insomma?!

-beh si, e poi si sa come vanno certe cose… è successo tutto di fretta…Un giorno, la mia amica e il suo ragazzo sono dovuti andare all’ospedale, perché un loro amico aveva avuto un incidente in motorino… ed io invece che tornarmene a casa, come avrei dovuto fare, sono voluta restare lì ad aspettarli… Mi sono fatta una doccia, cosa che mi era già capitata a casa di questa mia amica, e che per me era una cosa normalissima, … solo che quando sono uscita dal bagno, mi ritrovata lui davanti… ed il resto te lo puoi immaginare…

-hanno fatto un bambino… la sfotte in modo magistrale Azzurra. (grazie di esistere)

-non abbiamo fatto nessuno bambino! Non è che tutte le volte che si fa l’amore escono i bambini… la pancia non è il cappello di un mago…

-ma questa bambina sa già come si fanno i figli?

-questa bambina ce lo può anche disegnare, accidenti… alla storia della cicogna non ci ha mai voluto credere… è piccola, ma dentro questo corpicino a stella marina, c’è un donnina matura più arguta di una lince…

-perché hai detto che era separato in casa?

-perché la moglie viveva ancora in casa fino a poche settimane fa…

-non dirmi che se n’è andata quando ha saputo della vostra relazione?

-aspetta, il bello deve ancora venire….

La guardo come se avessi avuto il mio primo incontro ravvicinato con un alieno che ha appena visto un alieno, a sua volta.

-faccenda complicata eh?! Mi scuote cercando di riportarmi sulla Terra di e di farmi chiudere la mia bocca spalancata come un ippopotamo che ha appena subito una paralisi facciale

-eh, non c’è male… riesco a dire

-e comunque a me non sembra che si tratti tanto di “apatia sentimentale”

-ora ti spiego il perché…. Tra loro, intendo Lorenzo e la sua ex moglie, non che andassero d’amore e d’accordo prima.… diciamo che non sono stata esattamente io la causa della loro rottura…lei si faceva già abbondantemente i fatti suoi, con un’altra relazione che portava avanti da chissà quanto tempo… e forse ha usato proprio la nostra situazione per giocarsi la carta della vittima… chi lo sa?! Il punto è che quando ha saputo di noi, aveva il pretesto giusto. È andata su tutte le furie…

-diglielo che vi siete tirate anche i capelli! Irrompe Azzurra con l’aria soddisfatta a metà dopo che aveva trovato il giusto compromesso tra l’esecuzione del pupazzo, il tempo impiegato, e le risorse a disposizione.

-Questa bambina dovrebbe andare a registrare una puntata di uomini e donne.

-si ma ora le tappo la bocca con tre giri di nastro isolante.

-e insomma, c’è stata anche la rissa...? certo che non vi siete fatte proprio mancare nulla…!

-è stata lei a provocarmi e ad alzare le mani per prima, io mi sono limitata a difendermi…

-l’ha massacrata… esulta Azzurra

-sei brava a fare a pugni…? Allora devo ricordarmi di non farti incazzare…

-naa.. per le donne è diverso… quando ci picchiamo, di solito, si tratta di graffi, morsi e tirate di capelli… tanti capelli, dopo che Laura mi si è attaccata alla testa, mi sembrava di essere diventata la sorella di Gerry Scotti … che iena, sembrava che stesse tirando la corda di un campanile… capisci?! ho dovuto incattivirmi… però che soddisfazione, gliele ho date di santa ragione….

-così mi fai paura davvero…

-non sono una tipa violenta, ma quella volta lì… era come se mi fossi trasformata in un’altra persona… è stato un attimo… mi si è spenta la luce davanti agl’occhi e ho cominciato a tirare calci come se facessi l’airone d’acqua di Nanto… mi fa lei il verso del personaggio di Shu della serie animata di Ken Shiro, che mi sono ricordato essere tale solo grazie a Google.

-meno male che non vi picchiavate duramente….

-eh… ma lei si era attaccata ai capelli, come facevo?! Non volevo finire ad avere la testa come Shrek, dovevo difendermi ad un certo punto era come se si trattasse di vita o di morte…

-Addirittura?

-beh… hai capito che intendo… o sopraffacevo la mia avversaria, o venivo sopraffatta. E a quel punto, era diventata una questione di istinto, e di sopravvivenza, o entrambe…

-capisco… insomma vi siete pestate a sangue…

-beh più o meno…

Un silenzio molto fine, che non disturba come uno spettatore in un cinema, attento al nostro dialogo, si avvicina a noi… e lo sentiamo quasi respiraci addosso, ma non lo consideriamo un pericolo, lo lasciamo agire. Anche perché se disturbasse, ho paura che Francesca gliela farebbe pagare a son di pedate.

Lei ora, mi guarda con quei occhi verdi che bevono l’anima come le parole di odio… e poi mi prende la mano e la tiene dentro la sua… Azzurra finge di giocare ancora con il pupazzo ma la vedo che sorride, anzi, non la vedo ma so che lo sta facendo, mentre continua a riempirsi le mani di neve anche se il pupazzo lo ha già finito da un pezzo.

-certo che si è fatto un po’ tardi… e fa sempre più freddo…

-In effetti, mi sa che dovremmo rientrare Azzurra, Sono già le dieci…

-Va bene, altri cinque minuti però… peccato, perché te e Leonardo siete innamorati…

-certo che non perdi tempo…

-Azzurra, se non la smetti ti faccio diventare un pupazzo anche a te! La rimprovera Francesca, un po’ in difficolta vista tagliente sincerità senza filtri della bambina, a volte anche un pò troppo scomoda da gestire…

-ma se prima hai detto a Jessica, guarda come è carino quel raga… dice la bimba

-mmm… chiudi la bocca- le ordina Francesca tappandole letteralmente la bocca con una mano.

-aggiungilo su whattsapp- riesce a dire Azzurra, in un suono storpiato dalla mano di Francesca che impedisce alle sue labbra di articolare le lettere correttamente.

Sono così buffe… e per almeno due ore hanno portato via le ombre di Viola dal muro dei miei pensieri , perciò decido che se gli fa piacere, vorrei incontrarle di nuovo… magari anche solo per giocare un altro po’ …

-beh è ora di andare… sentenzio, separando Azzurra e Francesca dai capricci si rivoltavano contro.

-lo stai facendo scappare… la rimprovera la piccola

Io non posso fare a meno di ridermela cercando di non risultare di parte.

-no, la verità è che domani mattina devo lavorare… poi, non mi sveglio e succede un casino in negozio…

-Azzurra, vieni qui un secondo... chiedo alla bambina

Lei si alza dal suo personalissimo Ganesh di neve con la frangia del cantante dei Tokio hotel, muovendo le braccia come se remasse per darsi la spinta in avanti. Si avvicina a me con un espressione piena di esuberanza, pronta a lanciarsi in un abbraccio. È un concentrato di ilarità alta un metro…

-sei una bambina bella e simpatica lo sai, vero?

Lei mi risponde facendo di “si” con la testa come se stesse parlando con il suo personaggio Tv preferito che aveva sempre sognato di incontrare.

-vieni…. La prendo in collo.

Adesso lei mi guarda con una timidezza che non mi era sembrato proprio appartenerle fin ora…

-diventerai davvero bellissima, come una principessa… sai proprio come una di quelle che indossano quei vestiti giganteschi, pieni di pietre preziose, e che vanno ai quei fantasmagorici balli con il principe più coraggioso di tutto il regno?…

-quelli che salvano le principesse dai draghi malvagi andando a cavallo? Chiede conferma lei per vedere se ha capito bene di dove stiamo andando a parare.

-brava, esatto, proprio quello, ne conosci un altro?! Potresti vivere in una di quelle fiabe, che si vedono anche al cinema, come raperonzolo, la conosci?

Azzurra rimane in silenzio.

-va’ ancora di moda? Chiedo a Francesca e lei scuote fa spallucce, come se il paragone infondo potesse essere abbastanza azzeccato.

-....la principessa che ha i capelli biondi come i tuoi, e il sorriso luminoso come il sole…. Sono sicuro che sarà così…

Lei abbassa i suo profondi occhi colo nocciola verso il mento, che diventano rotondi e grandi come due pianeti mentre la sua mente si perde nei sogni di un tempo futuro, e troppo lontano, che forse mai si realizzerà, ma che resterà sempre con lei, anche nei suoi momenti più bui, quando la vita le mostrerà le carte della realtà e della disillusione … ma intanto, quello che conta adesso, è che sorride… sorride mentre sogna, rigonfiando appena le guance, su cui si formano due piccole fossettine, anzi, una e mezzo, l’altra è solo appena accennata.

-lo pensi davvero? Mi chiede come se mi rivolgesse una preghiera

-eh si…ma solo perché sei una bambina speciale…

Nell’ascoltare quelle parole, Azzurra, senza poterlo trattenere, questo gesto, si butta su di me avvolgendomi le braccia delicatamente al collo, sfidando e vincendo la battaglia contro il suo piumino inamidato-super stretto, e mi abbraccia con un affetto vero… autentico.

-ti voglio bene… mi sussurra nell’orecchio e poi mi dà un morbido bacino sulla guancia, prima riappoggiare gl’occhi suoi sui miei, e per poi, lasciarsi scivolare a terra per concedere al momento clou della situazione, lo spazio dovuto… ovvero quello del saluto tra me e Francesca, perché si, Azzurra, aveva già calcolato tutto…

-beh allora io vado… le dico

-se vuoi ti lascio il mio numero… ti posso mandare un whatsapp quando sono fuori con questa principessa, un po’ birbante.

-certo, direi che sarebbe perfetto…

Le lascio il numero, lei lo annota sul suo Smartphone sempre con la stessa abitudine di spostare di lato la testa mentre si concentra…

-Allora ciao… sussurra a bassa voce prendendo la mano di Azzurra.

-ciao…

Mi volto, ma dopo solo un paio di passi, mentre stavo già riavvolgendo il nastro dei pensieri per rivedere con gli occhi della mente, la serata che avevamo passato, nelle sue scene più emozionanti, che sento la mia mano venire tirata all’indietro.

Non faccio in tempo a girarmi del tutto e a focalizzare l’immagine davanti a me, che Francesca mi dà un bacio sulle labbra, preciso e netto come un’incisione…

-Grazie… mi saluto e poi si mette correre per ritornare da Azzurra che alza i pugni al cielo in segno di vittoria.

-Aspetta. Le chiedo…

Ma lei non si gira, prende per la mano sua nipote, si scambiano uno guardo complice e pieno di tenerezza, e se ne vanno per le strade fatte di asfalto e neve di questo gelido martedì d’inverno… verso una notte che ci avrebbe tenuti lontani e che ci avrebbe separato fino al momento in cui ci saremmo di nuovo di rivisti, finalmente, per un nuovo giorno di sole…

Sono cosciente, ma l’assenza di luce dove si sta ancora cullando il mio sonno, e il torpore delle coperte, mi avvolgono come strette sfasciature, che reggono le strutture fragili della mia coscienza… Sto respirando aria di pace, e non voglio farne a meno… mi protegge, mi tiene abbracciato e vorrei che questo sonno durasse per sempre… e che non dovessi più tornare là fuori ad affrontare le vicissitudini di una vita che ti presenta sempre il conto, per quello che fai e per chi sei… ho già dormito molte ore, ed il suono gracchiante e metallico della mia radio sveglia, insiste a ricordami che devo proprio alzarmi. Anche se io farei qualsiasi cosa per restare dentro questa atmosfera senza tempo, senza che il suo scorrere conti veramente qualcosa.

La bolla che regge l’equilibrio dell’incantesimo di cui sono vittima e fautore, viene assaltata da pungenti aghi che sono i rumori del mondo esterno, e l’infinito ripetersi del suono della sveglia non sta di certo aiutando, rompendo la pace residua, e forse anche un'altra cosa…

È inevitabile, è l’ora di iniziare anche questa giornata, anche se solo l’idea di alzarmi dal letto mi stanca come l’idea di reggere tutto il peso del mondo. Ma tanto ormai, l’omino della mia coscienza è già in piedi, fremente, come un bambino di fronte al letto dei genitori la mattina di Natale…

Vado a tentoni con la mano sul comodino, cercando alla cieca l’esatta collocazione sorgente di quel fastidioso allarme, per poi scaraventare il grazioso oggetto che lo produce, brutalmente contro il muro, in un gesto elegante ma deciso del mio imminente attacco isterico.

Il suono si fa’ più insistente come per dispetto, così, accade quello che proprio non doveva accadere… ovvero, apro gli occhi…

Sono in camera mia, e già questo è un bene.

Solo una flebile luce verde, colorata dalla vernice delle persiane, entra nella stanza, spezzando il buio, mio caro amico…

La radiosveglia è spenta, dev’essersi spaventata, non emette alcun suono, la colpisco un po’, come è uso fare alle migliori radiosveglie per testare se respira, ma la piccola non apre bocca…e dato che la mia stanza non sembra che aver subito mutazioni transgeniche che le diano la capacità emettere suoni spontanei dal nulla, devo essermi sbagliato. La sorgente di quel tedioso insistere deve provenire, da un’altra zona della casa.

Non riesco a calcolare quanto sono stato in coma precisamente, mi sento ancora molto stanco, vecchio e confuso; ma solo fisicamente, mentalmente sono conscio da un paio d’ore, emotivamente, invece, sono morto da un pezzo… Potrei pensare che ne sono passate dieci di ore, oppure tredici, non saprei proprio, la mia percettività del ambiente esterno è andata in vacanza…

Di nuovo, il rumore assordante, e stavolta lo riconosco subito: è il campanello, cazzo, era facile. Indosso un pantaloncino e una maglietta alla velocità della luce e vado verso la porta, ancora saltellando.

-Amore! ma ce l’hai fatta- mi rimprovera una ragazza vestita da postina, con un casco bianco allacciato in testa degno di una vera astronauta, che cerca di spingermi di nuovo dentro casa; come se volesse rientrare nella navicella madre al più presto.

-Viola?

-ma che dici? È rosso! Forse, più simile al bordò ma sempre di un rosso si sta parlando- mi risponde lei mostrando una ciocca dei suoi capelli.

Le sorrido, e le mi risponde con lo stessa espressione come andasse per imitazione.

-Topino, pensi che posso entrare un secondo in casa nostra, o devo restare qui alla porta a cercare di venderti una fatiscente enciclopedia degli anni ‘80?!

-prego capo… la lascio entrare defilando il busto.

-come sei a casa? Le chiedo cercando di investigare sul perché mi suona strano e familiare al tempo stesso se mi chiama “Amore”.

-mi sono presa una pausa, dovevo consegnare delle lettere in zona e sono in orario… e poi ho pacco per te, quindi ho pensato di portartelo di persona…

-un pacco per me?

-si, una busta… non aspettavi niente?

-mah.. eh… non lo so… le rispondo cercando di metterle idee sospettose in mente, tante quante già ce ne sono nella mia.

-insomma non ti piace il mio nuovo colore!?... ieri mi sembrava che tu lo gradissi molto… insinua lei al di là del banco della cucina dove si è messa ad armeggiare tra gli scaffali.

Io mi limito ad annuire… e penso di nuovo a Viola… sono identiche …

-che giorno è scusami?

-il quindici…

-il quindici di…?

-il quindici Aprile, duemila sedici, , Firenze, Pianeta Terra … altre informazioni? Ma che hai, ti sei fumato quello che c’era in questa bustina? Mi chiede facendo scintillare una confezione presa dallo scaffale sopra i fornelli e che mi è del tutto estranea.

-no, perché che cos’è?

-naa, niente un regalo di un signore indiano che vedo sempre davanti al bar dove prendo il caffè-

-ti regala la droga?

-Droga non penso, dice che è un erba si può fumare o bere come un infuso.

-pensa te… l’hai mai provata?

-non, in realtà, non mi fido tanto… per questo lo stavo chiedendo a te… sembra che ti sei fatto…

-ma va? di mattina?! è che mi sento un po’…

-confuso?! Mi anticipa lei..

-mah… si.. cioè boh, non lo so…forse più stanco direi… è che ho dormito male…invento cercando di far riassumere al viso di questa ragazza, un’espressione meno da detective scontroso e più da fidanzata comprensiva ed amorevole.

-beh, io quando dormo male, mi ricordo lo stesso che colore di capelli aveva il mio ragazzo la sera prima, visto che magari si era fatto rosso apposta per me, dopo essere stato supplicato fino allo sfinimento, e pregato che quel colore lo eccitava pesantemente… e mi ricordo anche più semplicemente in che mese siamo, ma per quanto riguarda te, a me non sembra…quindi…. Te lo chiedo meglio, sei sicuro di stare bene?

-si, dai…Elisa, non fare la straccia-cazzi per favore… ogni volta è così, ma che ho fatto per meritarmi il terzo grado anche stavolta?! ….già, mi sono alzato storto poi ti ci metti anche te…

-Almeno il mio nome te lo ricordi, sennò ti lasciavo i soldi per la prestazione di ieri sera e me ne andavo, te lo dico… e poi tu sei uno straccia-cazzi. Stronzo.

-beh però ieri, lo stronzo è stato bravo eh?! Faccio il sornione, senza ricordarmi assolutamente niente di questa ipotetica notte sfrenata di sesso, ma solo per spostare la sua attenzione su un altro argomento…

Lei beve un bicchiere d’acqua dal rubinetto, come è sua abitudine fare, io di solito, l’acqua l’acquisto sempre in bottiglia, quella di Firenze, per chi ci vive da tempo, sa che non è il massimo da bere.

-vieni qui… mi invita lei tra le sue braccia.

Elisa punta i suoi occhi verdi dentro i miei, per leggerli e per trafiggerli, poi si lega le mani dietro la mia cinta…

-sei stato un toro….

-ma sono della Bilancia…

-ahah… spiritoso… guarda perché devo tornare a lavoro, ma se trovo dieci minuti dopo, mi fermo da qualche parte, mi metto lì e me la rido a crepapelle. Mi sfotte.

Elisa fa scivolare una mano sul mio sedere e mi strizza una natica così forte che manca poco esce fuori il succo. E con l’altra, invece, grazie a Dio in modo più delicato, ma sempre deciso, prende in mano tutto il pacco… di conseguenza il pene diventa lungo come i suoi capelli. Più o meno dai.

-no, no, sei proprio un toro, devono averti registrato male all’anagrafe…

-sei in escandescenza ora?… questo è bene… devo aver fatto proprio un ottimo lavoro ieri, chissà magari possiamo replicare anche stasera…

-no, stallone mio, stasera sono con la mia amica Viola…

-Viola?

-si Viola… non te la ricordi?...

-mmm… no, non esattamente.

-dai, non fa ridere… è sempre con me…

-mmm-

-va be, te ti sei fumato una canna di stufa, veramente… mi rimprovera lei quasi sdegnata.

-senti, vacci piano con questo senso dell’umorismo! se non me la ricordo non è che mi devi stressare l’anima…

-no, non te la stresso, tranquillo, ti rompo direttamente le palle. Mi aggredisce lei con un tono davvero acido più di quello solforico.

-stai calma, con quella lingua da vipera… e vedi di smetterla, sei una maleducata…

-ma falla finita te! È da quando sono entrata dalla porta che ti sopporto con questo atteggiamento da ritardato traumatizzato…

-ti giuro che se mi offendi di nuovo…ti giuro che ti faccio chiamare la polizia, stavolta… la minaccio in un impeto di rabbia, che si era abbattuto improvvisamente su ogni mio globulo rosso come uno zumami

-e che hai intenzione di fare? Di picchiarmi per caso!? … e vedi di fare poco il suscettibile! ….che sembri una di quelle vecchiette isteriche che non trombano da quando Dio, ancora non aveva capito cosa farsene di quelle due costole... Mi trafigge la sua lingua tagliente come la una mannaia che spezza l’osso di una bistecca.

Lei, si volta e se ne va verso la cucina dandomi le spalle come se non fossi degno di guardarla negli occhi mentre litighiamo.

-sei proprio una cazzo di stronza… e quella lingua la dovresti usare solo quando mi succhi il cazzo, e non per dire queste cattiverie! Mi abbasso al suo livello, inveendole contro con una volgarità che non fa parte del mio linguaggio.

-vaffanculo- mi urla,

Elisa mi tira una scodella di plastica che schivo come un pugile fa con un gancio

-e vai a fare in culo, te. Stronza del cazzo.

E dopo l’ultimo verso della mia poesia, inizia la tragedia. Lei scoppia a piangere, mentre urla, si lamenta, e si contorce… non si sa, non si capisce bene… e intanto mentre lei è impegnata con la sua scenata tanto che c’era anche Mario Merola che sta lì a guardarla e pensa “Cazzo! questa si che è Brava”, io, invece, vado a svaccarmi sul divano ed un cerchio alla testa mi si deposita intorno alle tempie, aggrappandosi come una corona di spine che si fissa intorno mio cranio….

Lei continuava a fare la pazza urlando e sbraitando, ed io non potevo fare altro che starmene rinchiuso nel mio silenzio, aspettando che Elisa finisse di scaricare le batterie. Erano passati almeno venti minuti così, prima il nostro silenzio e la nostra rabbia trascendessero al livello successivo… Io mi sentivo sempre più confuso come se fossi sopravvissuto ad un incidente stradale e fossi appena uscito da uno stato di coma durato mesi, mentre Elisa, invece, era sempre più incazzata e preoccupata dal mio comportamento; non capiva cosa c’era sotto, è quando per una donna è così, è un vero disastro.

Questa frizione si era insinuata nella nostra comunicazione ed era impossibile da indentificare dall’interno, e quindi impossibile da combattere. Non ci rendevamo conto che bastava smetterla di inveirci contro e di accusarci reciprocamente, e che invece, era necessario invertire la tendenza dei nostri stati d’animo, e trasformare il sovraccarico di energie che stavamo utilizzando, per alimentare il nostro nervosismo e scaricarci addosso tutte queste tensioni, in uno sforzo utile al riavvicinamento dei nostri sentimenti, quelli che ci avevano sempre unito….. ci eravamo ridotti ad essere vittime di un cerchio che si non chiudeva più e ci lasciava dentro un certo senso di impotenza molto scoraggiante per una coppia.

Non avendo più voglia di sopportare quello stato di elettricità di cui si era vestita l’aria in cucina, mi alzo lasciando il mio miglior amico (il divano) e vado a trovare il mio secondo miglior amico (il bagno).

Lei ancora molto arrabbiata con me, con quando hai appena avuto un confronto televisivo con Vittorio Sgarbi, sfoga la sua collera sbattendo tra di loro pentole, piatti, e roba simile…Sembrava stesse tenendo un concerto di tamburelli appositamente per alimentare il mio mal di testa. Al di là della casa, intanto io apro il rubinetto del lavandino e aspetto che l’acqua diventi calda, fissando la mia immagine allo specchio, come spesso si fa quando ci si riconnette con sé stessi. La pelle del viso sembra scivolare verso terra, e la mia espressione mi appare così stanca, come se si fosse spenta dei suoi colori naturali… Immergo il viso nell’acqua, con molta cura sperando che il calore agisca catalizzatore ad un miglioramento del mio stato d’animo attuale, ma ciò che ottengo, in definitiva è solo un po’ di rossore… L’espediente ha aver avuto lo stesso effetto rinvigorente di quando provi a vincere soldi al gioco delle tre carte per strada. Poco male, visto che oggi non devo lavorare ho tutto il tempo per riprendermi, infatti penso mi sdraierò sul divano come una l’orso che si è “sdraiato” su Di Caprio in “The Reverant”, e poi sfascerò di video giochi. Mentre torno in cucina con l’entusiasmo di chi sta iniziando una giornata in cantiere che durerà dodici ore, mi accorgo che i rumori in cucina sono cessati, probabilmente Elisa deve essersi stancata di giocare a “X-Factor delle stoviglie”

Così, felice come un pre-adolescente che ha appena scoperto la masturbazione, mi sparo sul divano stile pallina colorata del “paintball” su una corteccia d’albero, e attacco a giocare ad un picchia-duro per sfogare la mia vena violenta, almeno virtualmente. Sto massacrando il terzo avversario a furia di “hadoken” a ripetizione, che si avvicina Elisa e rimane impalata ad un metro da me come un iguana che aspetta che il predatore passi oltre al suo raggio di azione.

-Senti… scusa, non volevo aggredirti così… sono stata un po’ cattiva… se non te la ricordi Viola non importa, era solo che mi sembrava strano e mi dispiaceva un po’… ma non è una tragedia… quindi smettiamola con questa discussione… posso farti il caffè della pace? Ti va? Mi chiede lei tirando fuori quella è che la sua proverbiale intelligenza mediatico-emotiva, che mi è familiare come l’aroma del caffè che mi stava già riempiendo i polmoni…

-se proprio devi farlo, lo bevo.… rispondo da finto offeso

Lei sorride abbassando un po’ la testa, e questo mi porta alla mente il sorriso di una bambina davanti ad un pupazzo di neve, soddisfatta del suo operato, o forse, di qualcosa che va oltre, ma che non mi è dato sapere… e mentre i miei pensieri vagano nell’illusione che non si mostra per la sua natura, tra ricordi e fantasia, il mio avversario a “Street fighter” ne approfitta per farmi un mazzo gigante. Un k.o. fulmineo conquistato a calci e pugni, tirati con una cattiveria importante, diventa un po’ troppo eccessivo per il mio sano agonismo in 2D, così indispettito spengo la console. Non me ne va bene una oggi.

Elisa torna da me con la tazza di caffè fumante in mano, che era evidente che aveva già preparato prima di chiedermi se lo volessi… si sentiva in colpa e si era avvantaggiata con la sua offerta di scuse perché sapeva di aver esagerato.

Si accoccola vicino a me, con la tazza di caffè davanti a sé come fosse una damigella che tine il suo mazzolin di fiori che serve quasi solo da ornamento al suo vestito. Sta in silenzio e mantiene la giusta distanza da me, per evitare di fare mosse pacifiste troppo avventate, nel caso non mi fosse già passata… mi studia con la stessa prudenza di un gatto che deve capire se fidarsi o meno della persona che gli tende il cibo dalla mano.

-ti amo.

Io non rispondo… Attendo.

-Scusa… ti prego, mi sono lasciata andare... ho perso il controllo… Posso tornare stasera a dormire qui? Mi chiede molto ironicamente, visto che comunque la casa è sua.

-ci penso

-posso aspettare...

-mmm….pensavo di chiamare un’altra per stasera…

-ah si?

-si…. magari quella Viola di cui parlavi…

-vuoi che sento se è disponibile?…

-grazie e fai in fretta, per favore… sono un uomo molto ambito sul mercato delle Viole.

-certo, faccio veloce… ma posso almeno darti un bacio, o devo guardarti mentre lo dai a Viola?…

-sono indeciso, aspetta un secondo, ci rifletto…

Lei aspetta davvero

-va bene ti do il permesso… puoi baciarmi, ma solo un pochino, non devi consumarmi… per stasera intendo, nel caso venisse Viola.

-ok, faccio piano…

Lei si allunga sulla della schiena, appoggia la tazza sul tavolino davanti a noi, e poi apre mano aperta sul mio petto.

-ti amo tanto. Più della mia vita… dice in uno slancio di romanticismo ottocentesco.

Poi, mi bacia con le labbra un po’ bagnate e lasciando entrare nella mia bocca la sua lingua. Ha sempre un buon sapore, come le fragole…

-Elisa… io davvero non lo so cosa mi prende oggi, e sappi che non ho fumato niente ieri sera, tantomeno una canna di una stufa… però so che hai ragione… è come se non mi sentissi io… mi sento come se un parassita stesse co-abitando il mio corpo, e quando cerca di prenderne il controllo, la mia coscienza si disperdesse come la nebbia…

Lei socchiude gli occhi…

-va bene, ti credo… forse sei stanco, e devi solo riposare un po’..

-e volevo anche aggiungere un’altra cosa… non è vero che sei una “stronza del cazzo”.

-grazie, lo apprezzo molto. Nemmeno tu sei ritardato…

Annuisco soddisfatto abbastanza per lo sforzo della sua nuova diagnosi.

-tieni il pacco… mi sorprende lei, nel bel mezzo delle nostre “effusioni-post-litigio” passandomi la busta imbottita che lei aveva appoggiato sopra il tavolino del salotto, e di cui mi ero dimenticato l’esistenza.

-ah grazie, è un regalo...? ci scherzo su..

-si…

-e non lo devo dividere con nessuno?

-no, promesso-

Cerco la scritta dove si leggono i dati del mittente… ma non lo trovo.

-non c’è il mittente?!

-no…

-ma non è strano?! si può inviare un pacco anonimo?…

-beh si, una volta che viene controllato il contenuto alla posta, se non è antrace, perché no? È una scelta del mittente non rivelare la sua identità…

-e tu non l’hai aperto?

-a dir la verità, avrei voluto, ero super curiosa, ma non volevo indispettirti… se tu l’avessi fatto a me, mi sarei arrabbiata… è una violazione della privacy…

-prima che ti scaldi di nuovo, sappi che non ho niente da nascondere…

-ne sono certa, altrimenti il pacco l’avevo aperto…

-ah… fiducia condizionata quindi…

-chiamiamola fiducia femminile…

-capisco…

-beh io vado, devo tornare a lavoro- mi annuncia le sue intenzioni quasi avesse fretta di lasciarmi solo con quella busta ignota.

-va bene, sicura che non sei curiosa? Nemmeno un po’?! le chiedo rigirandomi quell’affare tra le dita, ormai più che sospettoso che fosse lei mittente…. Magari proprio di una sorpresa che mi vuole fare..

-no… preferisco lasciati da solo, sono cose tue…

-e poi sono in ritardo… si tradisce con quel tono che sa di una scusa bella e buona…

-d’accordo, come vuoi… assecondo la sua falsa omertà abbandonando la busta sul divano…

Lei si alza, e si prepara con una cura fin troppo meticolosa per chi deve uscire a consegnare della posta in motorino.

-torno per le quattro… vuoi andare stasera da Alessio e la Sara? Mi hanno chiamato prima, e non ho potuto risponde ma sono sicura che volevano uscire… che faccio, li richiamo?

-per me va bene… cosa pensavano di fare, secondo te? Il solito aperitivo?

-non lo so, magari per variare, si può fare un giro, ci infiliamo in un pub per una birra…comunque c’è anche da fare un po’ di spesa prima, vai tu o vuoi che passo io dopo il lavoro?

-posso andare anche io, tanto non ho programmi.

-mancano diverse cose… ti ho lasciato una lista attaccata al frigo. Come se sapesse già che mi sarei offerto, sa bene che non mi dispiace andare al supermercato, ma mi sta prendendo con le buone…

-tranquilla faccio io…

-vuoi un po’ di soldi?

Il mio sguardo da uomo che non fa mancare niente alla sua donna, specie se si tratta una cinquantina d’euro di spesa, vale la mia risposta…

-va bene, a dopo. Chiude la conversazione

-a dopo.

-ti amo, te lo avevo già detto?

-si-

-be te lo dico di nuovo. Ti amo

-ti amo anch’io-

L’accompagno alla porta, ci fermiamo sulla soglia, e lei mi accarezza il viso… mi fa quasi venire i brividi, poi mi sorride, mi bacia in bocca, ed infine si gira e se ne va verso il cancello a passo spedito…

Chiudo, contento di porte rimare un po’ da solo a riflettere su come io ed Elisa ci siamo arrivati a sollevare questa questione infinita che ci ha portato a litigare così ferocemente. Ho l’immagine di questa Viola che mi si ripresenta spesso davanti agli occhi ma che giuro di non ricordare esattamente come l’ho conosciuta… poteva essere ad una festa, anche molti anni fa, o un appuntamento al ristorante… a me pare di conoscerla da sempre ma di essermi dimenticato al tempo stesso l’episodio in cui lei, per me, è diventata presente nella mia vita, almeno nei miei ricordi… un po’ come quando conosci una ragazza bellissima con cui magari non succede niente ma che ti rimane impressa nell’anima…e quando poi ti capita di conoscerne altre, in futuro, che le somigliano, ritrovi in loro sempre l’immagine della ragazza che avevi conosciuto quella volta, come una fiamma di si riaccende dopo pause in cui era stata solo brace… ma niente di più… una sorta di nostalgia molto romantica, ma solo immaginaria… non saprei proprio come definirla… e poi l’atteggiamento di Elisa così schivo riguardo al pacco…tutto un insieme di cose che non mi quadra affatto. Se cerco di trovare una logica a questi pensieri, mi sembra solo di vedere degl’ingredienti mescolati male, che hanno come risultato un altro groviglio di sensazioni confuse e asettiche.

È inutile insistere a tentare di trovare una soluzione adesso. Mi sembra di dover montare la carrozzeria di una macchina con i pezzi di uno scooter… un po’ complesso.

Mi lancio sul divano per aprire la busta eseguendo un meraviglioso tuffo ellittico come uno di quei pesci che cattura Sampei ad ogni puntata, capaci di volare in aria sempre più in alto e più lungo di quello dell’episodio precedente , e una volta atterrato, apro il pacco stracciandolo con una certa irruenza da schizoide, a caccia di un indizio soddisfacente sul misterioso comportamento di Elisa.

C’è una scatolina dentro. Come quelle che contengono i gioielli…

-mio Dio, mi vuole sposare…

Dentro trovo anche un biglietto, chiuso da un sigillo di cera rossa.

-ecco perché era nervosa…, Questa è roba seria, magari voleva chiedermi di sposarla ed io non ci ho capito nulla… mi ha lanciato dei segnali che non avrò captato, e forse, lei non aveva il coraggio di parlarne apertamente… anche se, infondo, che senso aveva fare tutta questa pantomima? Lei sa bene che sono contro il matrimonio ma avremmo potuto discuterne diplomaticamente… più o meno…Certo che i tempi sono cambiati, mi ha pure preso un anello. Apro la scatolina…

-Ma non è un anello…è una collanina d’oro. La sollevo davanti ai miei occhi come se volessi valutarne il valore, in un gesto simile a quello di un direttore d’orchestra che dà il via all’inizio della Sinfonia.

Appeso al piccolo filo d’oro è appesa una bellissima “V” d’oro rosso, che al riflesso della luce cambia colore e si tinge di Viola…

-V…. Viola?

Sul biglietto c’è scritto in stampatello maiuscolo:

“ESISTE SOLO LEI”

Le lettere che componevano quell’enunciato minimo, avevano preso una forma cubica nella mia mentre e ognuna di esse faceva un spostamento in avanti mentre quella accanto si ritirava indietro come se eseguissero un “ola”. Rimbalzavano da un estremo all’altro della mia mente con un danza di un titolo che si muove su uno “screen saver”. Ora quella che era la confusione che albergava in me fino a pochi minuti fa, era diventata la rivelazione di un mistero che si era appena trasformata in un’ossessione. Come acqua imbevuta da un fiore, Viola, per tutto questo tempo, si era eclissata in me, facendosi assorbire dal mio organismo, e mostrandosi solo nei momenti di saturazione della mia parte maschile. E solo adesso mi era chiaro l’inganno in cui lei mi aveva trascinato giorno dopo giorno, accompagnandomi subdolamente, nella sua tela di ombre, ben studiate al dettaglio e mostratemi solo per farmi sprofondare nelle sabbie mobili di quella che era la realtà in cui voleva farmi affondare… mi sentivo come l’ex dipendente di una banca che viene ingaggiato da una banda di rapinatori per farsi dare i codici di accesso di tutto lo stabilimento, ma che viene tradito e ucciso, proprio all’atto finale della spartizione del bottino… Come ho fatto a non capirlo fin da subito? Eppure era così semplice… Lei c’era sempre stata… era una parte di me, che non volevo più ascoltare… ma come succede ogni volta che tenti di ignorare la voce della tua coscienza, Lei, si fa sempre più pressante ed insistente…. fino a farti quasi impazzire.

Sono tutta bagnata, anzi direi proprio fradicia, questo liquido caldo che si è appiccicato in ogni centimetro della mia pelle, non è acqua: è più denso... i miei denti digrignano ferocemente, vorrei poterli fermare, percepisco la mia volontà, ma è come se non riuscissi a far recapitare l’ordine dal mio inconscio, al mio sistema nervoso periferico Dentro il mio organismo deve esserci un’interruzione di rete… sarebbe bastato che quel semplice impulso elettrico avesse raggiunto i nervi che regolano i movimenti involontari, che le mie arcate dentali avrebbero potuto congedarsi da tutto quello sfregamento massacrante. Ed invece si sfregavano tra loro come se fossero pagate. Purtroppo, è un’insana abitudine che ho preso già un po’ tempo fa e che dà il peggio di sé nei periodi più nervosi. E finisce che spesso, quando dormo, le mie inquietudini si divertono a far macinare i miei denti di cui un giorno rimarrà solo il ricordo… Apro gli occhi, e quello che vedo dovrebbe far smettere di circolare il sangue nelle mie vene. Sono in un luogo che non mi ricordo di conoscere, e di cui non ho neanche la più pallida idea di come ci sono finita, ma che allo stesso tempo, non mi trasmette una totale sensazione di estraneità. Forse, per questo la paura che si dovrebbe sentire quando ci si sveglia in un luogo di cui non si sa praticamente niente, non entra a circolare nel mio corpo. Mi sento come se fossi stata anestetizzata dalle mie percezioni e la visione di tutto questo sangue è solo un dato di fatto, adesso.…

Mi sollevo sui gomiti, abbastanza da permettermi di guardare verso l’orizzonte… Non c’è la presenza alcun suono, eppure tutte le cicogne che sono davanti a me, si agitano sbattendo le ali incattivite e dovrebbero aver creato un tale frastuono da essere ben udibile. È uno spettacolo tremendo, le ali che si impregnano di sangue quando toccano il lago rosso su cui zampettano agitate. È come se fosse un stagno di sangue quello in cui ci troviamo e saranno più di una ventina le cicogne che ci sguazzano dentro insieme a me. Oltre non c’è niente. Solo un infinito bianco che si estende a perdita d’occhio. Non so cosa fare, sono ancora intontita devo essere state incosciente molto a lungo… mi alzo lentamente in piedi, sono completamente nuda, ma questo non mi fa sentire a disagio, anzi, direi il contrario, è l’unico elemento di libertà che avverto al momento… Con le mani, cerco di pulirmi il viso e inavvertitamente alcune gocce di sangue mi finiscono in bocca… è dolce e alcolico… non è sangue, o quantomeno non ha il suo sapore… piuttosto, pare esser vino. A voler essere precisi, alla vista e al tatto è, senza ombra di dubbio sangue, ma il sapore è quello del vino. Mi inginocchio e raccolgo nei palmi delle mani un po’ di questo strano-liquido-alieno. Vorrei verificare di cosa si tratta esattamente, ed escludere che sia stata una disfunzione del mio senso del gusto a credere che fosse sangue al sapore di vino. Dovrò ingerirne un altro po’, non c’è altra scelta, ma l’idea non mi conquista molto… bere un liquido che alla vista e al tatto è sangue ma che sa di vino, non è proprio come ordinare il mio drink preferito nel sabato sera ideale. Mi faccio forza, mi tappo il naso e ne bevo un sorso… è sicuramente vino caldo anche se è denso come il sangue e ha il suo stesso colore… i suoni spenti intorno a me si riattivano come se qualcuno dall’esterno avesse premuto il relativo tasto del telecomando che regola il volume, all’interno di questo posto. Il ticchettio delle cicogne da sordo è diventato assordante. Proteggo le orecchie tappandole con i palmi delle mani, ma il suono trafigge facilmente i miei timpani, che arrivano in pochi istanti al punto di forarsi e fino a lasciar entrare quel suono nel cervello e a squagliarlo…

Finalmente mi sveglio … sono ancora completamente bagnata, sì, ma di sudore stavolta… a tal punto da aver impregnato tutta la mia parte di lenzuola. Mi giro sull’altro fianco per controllare se ci sono ancora cicogne in vista, ma fortunatamente, sulla destra, trovo solo il suo corpo, coperto dentro la metà dalle lenzuola in cui si è avvolto. Lui è ancora perso nel sonno tanto che la sua schiena assomiglia alla carcassa di un orso, accasciato a terra, dopo essere stato abbattuto dai fucili di grosso calibro, di alcuni cacciatori professionisti.

Non mi permetto di svegliarlo volontariamente e ne di fare un banale rumore che possa comprometterne lo stato in cui si trova la sua coscienza…

Il suo corpo sembra abbandonato sotto strati infiniti di sonno, pesanti come pelli e stratificato fino al un punto che li avessimo sollevati tutti, avremmo trovato l’accesso per un’altra dimensione. E non possiamo varcare quella soglia adesso, appartiene ad una storia di cui è meglio non vedere od ascoltare neanche l’inizio…

Decido di andare in bagno a farmi una doccia. Apro la porta della camera molto lentamente, ed il mio cuore accelera i battiti ad ogni centimetro dell’angolo di apertura che mi conquisto. Mi sento come un bambino che si intrufola nella camera dei genitori dopo aver fatto un brutto sogno, solo per vedere se sono ancora nel loro letto a dormire, anche sa di non poterli svegliare se non vuole essere punito, ma che ha bisogno di vederli lo stesso come unica prova essere tornato alla realtà dal mondo dei sogni tetri…

Cammino a piedi nudi per il corridoio e prima di arrivare allo specchio che precede la porta del bagno, inizio a calpestare alcuni petali che sono sparsi nel pavimento…

Petati…

Ne raccolgo un paio, ma al buio non riconosco la specie a cui appartengono ma intuisco il colore dal loro manto setoso… sono viola… Alcuni colori, hanno una porosità precisa, su certe superficie, come il petalo di un fiore, appunto.

Questo significa che è arrivato il momento di scendere nella stanza del sotterraneo. Entro nel bagno e mi faccio una lunga doccia bollente per rinsavire i sensi e lavare via quello strato appiccicoso di sudore che mi si era vestito addosso come una pellicola trasparente… apro l’acqua e regolo la temperatura, il getto della doccia mi abbraccia come un amore troppo invadente e riporta alla mente quello stagno di sangue che nutre la mia inquietudine che tocca il suo limite prima che io decida di dissolverla del tutto… ho bisogno di toccarmi un po’, ma solo per favorire il rilassamento, perciò, non mi infilo il dito dentro, ma massaggio solo il clitoride. In pochi secondi, sento già i nervi distendersi come una rete che viene liberata dai suoi attracchi. La leggera sensazione di eccitazione è il palliativo perfetto che cura il mio stato di agitazione, sciogliendolo e facendolo scivolare nello scarico della doccia insieme all’acqua… Dopo essermi masturbata, e dopo aver finito lavarmi e asciugarmi, esco dal bagno restando in accappatoio e prendo la direzione delle scale.

Mentre le scendo appoggiando le piante dei piedi in modo che aderissero sul marmo di ogni scalino, una leggera brezza si era sollevata spontaneamente come fosse il risultato di un insieme di spifferi, che uscivano nelle pareti, e che avessero dato il via ad una danza. Ad ogni passo che percorro, mi accorgo che la quantità di petali gettati sul pavimento si infoltisce fino a diventare quasi un tappeto, una volta toccata la soglia della porta. Entro e noto gli spifferi erano cessati, come se un esercito avesse deposto le armi per via di un ordine inaspettato. In compenso, nella stanza arieggiava un’atmosfera fredda come l’inverno più profondo mai visto. Sembrava che non fosse riscaldata da anni. Era una stanza molto piccola, dalla forma rettangolare, con un letto ad una piazza, sistemato nell’angolo infondo a sinistra, ben fornito di coperte di lana e cuscini di ogni taglio. Oltre al letto, c’erano solo un tavolo sulla destra, una sedia di quelle da esterno con il sedile fatto di paglietta, ed un enorme specchio con la cornice in stile gotico. Giusto per non far rabbrividire più del dovuto.

Ogni singolo centimetro delle pareti era tappezzato dalle foto del viso di Lui, dove spiccavano sempre i suoi occhi verdi che mi puntavano, come se volessero scaricare addosso un maleficio. Mi sentivo tanto osservata dalle sue foto come non mi sarei sentita se lui fosse stato qui a due centimetri dal mio viso.

…Chissà dov’è Leonardo adesso…

Non sapevo se o quando lo avrei rivisto. Non potevo sceglierlo; né tanto meno sapere come o dove sarebbe successo… sapevo solo cosa dovevo fare se volevo che attirarlo verso di me.

Erano migliaia le foto, che ritraevano il suo volto con espressioni sempre molto serie, e quasi minacciose. Come se lui odiasse la mia presenza, dentro di sé, ma non potesse fare altro che accettarla suo malgrado.

Mi tolgo l’accappatoio, e rimango nuda. Fisso ogni angolo del mio corpo allo specchio posto al centro della parete. Il mio involucro è una visione triste…. smorta.

Devo lasciarlo tornare.

I miei capezzoli diventano duri come due chiodi… i miei occhi verdi, sbiaditi come un ritratto che ha perso il suo vigore sotto il peso di anni di polvere, si allagano di lacrime; lacrime che li fanno brillare, ora, ancora di luce, come non credevo sarebbe mai più potuto accadere.

Se non lo rivedo presto, rischio di sparire, rischio di non vederlo mai più.

Vicino allo specchio c’è un manichino a mezzo busto, e il collo sostiene il peso della collana per il suo etereo valore, un gioiello raro come il metallo di un’altra galassia. La sollevo con due dita, e la “V” di Viola, riflette le sue sfumature di colore illuminando di raggi tutta l’atmosfera asettica della stanza. Appoggio la “V” sul mio sterno, e il suo potere è subito riconoscibile; mi sento come se fossi stata abbracciata da mio figlio dopo aver perso un padre. Sto attenta che il gancio sia ben collegato all’occhiello e sistemo la collana in posizione simmetrica rispetto ai contorni del mio corpo. Adesso è arrivato il momento di lasciare questa realtà e di tornare da lui.

Alzo le pesanti coperte imbottite che rivestono il letto, ma le lenzuola si vedono a stento, sono quasi sotterrate dalla miriade di petali che compongono la figura di un fiore al centro. Sembra uno di quei macabri simboli che aprono oscuri portali verso il male o l’ignoto, in quei lugubri riti satanici di cui ogni tanto si sente urlare la morte delle vittime.

Mi infilo sotto le coperte, e mi accorgo di aver iniziato a tremare, ma la sensazione setosa dei petali sulla mia schiena mi fa da scudo alla paura. Chiudo gli occhi, la luce si perde un secondo alla volta lasciando spazio alle tenebre a cui vado incontro con tutto il coraggio che posso raccogliere. E dentro tutto quel buio alla fine ne scorgo la sagoma. È lui, i suoi occhi verdi mi illuminano i passi da percorrere come un faro nella nebbia… Mi lascio andare verso la sua ombra, abbracciando ancora una volta quella parte di me con cui sono sempre stata condannata a condividere un solo involucro... ed un solo corpo.



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