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lavoro pubblicato domenica 5 novembre 2017
ultima lettura sabato 2 novembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Il posto dei Silenzi 2

di david87. Letto 279 volte. Dallo scaffale Pulp

 IL POSTO DEI SILENZI     LA LEGGENDA DI UN UOMO STRAORDINARIO     Era un venerdì sera come tanti, tiepido e senza nessuna sfumatura che lo differenziasse dagl’altri… se non per le solite urla dei miei.....

IL POSTO DEI SILENZI

LA LEGGENDA DI UN UOMO STRAORDINARIO

Era un venerdì sera come tanti, tiepido e senza nessuna sfumatura che lo differenziasse dagl’altri… se non per le solite urla dei miei colleghi che nell’altra stanza, come ogni venerdì sera, si scongelavano di dosso la loro solita fattanza, per dedicarsi alla dipendenza da gioco di cui soffrivano senza rimorsi, nell’attesissima partita di poker del venerdì sera. Io, invece, me ne stavo seduto sul divano alle prese con il mio solito zapping in televisione, sperando d’intercettare una delle puntate tra le mie serie tv americane preferite. Come avevo preannunciato, un venerdì sera come tanti.

In effetti, non sono uno che socializza tanto. In mia difesa devo ammettere che l’estro non è una qualità tra le mie attitudini. Mi manca proprio lo spirito di cameratismo che serve in situazioni come queste, come se fossi affetto un autentica disfunzione che si amplifica se si parla soprattutto di avere a che fare con i miei colleghi…

Non è che provassi una particolare indisposizione o uno speciale tipo di riluttanza verso di loro. A pensarci meglio, forse, avrei dovuto sforzarmi ad essere un po’più partecipativo, e magari, ogni tanto, concedermi anche un assaggio delle loro spassosissime serate, ma proprio non ci riuscivo…

Per prima cosa, non ero capace di farmi piacere le storie di Leonardo… Giravano tutte intorno alle presunte ventenni che si era scopato grazie al nostro lavoro, che secondo una mia stima personale, erano di numero molto distante da quelle in effetti si scopava davvero. E poi, non aveva senso giocare poker, scommettendo soldi veri, se allo stesso tavolo si sedeva Steven, il nostro collega soprannominato anche “Steven l’americano”. Come si smazzava eri già condannato, e non potevi fare altro che perdere…ed infatti perdevi. Lui vinceva sempre tutte le mani, era imbattibile… Anche se te avevi in mano un poker d’assi, lui vinceva lo stesso …e dato che spesso lavorava di venerdì sera, lui giocava e gl’altri perdevano. E lo sapevamo tutti che lui avrebbe vinto, quindi loro, evidentemente erano contenti di perdere….ma io non così tanto, e mi ci voleva una pazienza esagerata per affrontare le serate del venerdì… ma sfortunatamente neanche la virtù della pazienza è presente tra le mie attitudini.

-sai di quella volta che ci hanno chiamato all’appartamento dove c’era l’acqua alta un metro? parte all’attacco Leonardo verso i suoi colleghi, con quella sua voce piena di entusiasmi da vero cantastorie. Loro erano appena rientrati in caserma dopo l’ultima chiamata, pronti a spostarsi nella sala dove si sarebbe tenuta la famosa partita di poker di cui vi parlavo prima, mentre io me ne stavo svaccato sul divano a cercare un po’ di voglia di vivere…

-ma non era in via castiglioni?… lo provoca Gennaro

-esatto… la ragazza mora con i capelli a caschetto e la frangetta che gli copriva gl’occhi, te la ricordi?

-non ci ho fatto caso… ah aspetta! Ma chi, la figlia!? insiste Gennaro, stimolando sempre il vortice di cazzate che Leonardo era disposto a distribuire tra noi ingenui discepoli.

-prima che finissimo l’intervento, mi ha lasciato un bigliettino con il suo numero…. E ci aveva disegnato anche un cuoricino accanto… diciannove anni… sembrava tutta timidina eh! ed invece… era una tipa una da pelo e contropelo… tutta rasata… e una volta che gliel’ho messo dentro sembrava di indossare un guanto, credetemi…

Ci credevamo, certo…. e intanto Gennaro se la rideva, e mentre rideva ti tossiva in faccia una quantità di fumo allucinante per provenire da un paio di polmoni umani… neanche fosse una stufa a carbone… anche se era comunque in grado di spararsi quattro sigari interi durante le tre ore di poker, di quelli americani, cubani no, ovvio, costavano troppo. Solo per le feste di natale si concedeva una scatola di cubani, quando arrivava la tredicesima, sosteneva lui, prima che la moglie ci mettesse le mani sopra e riuscisse a sperperargliela, per far ingrassare ancora di più i due figlioletti, già irrimediabilmente obesi…. Ma io di come si gestisce bene una famiglia, cosa ne so? Ho una figlia di ventitré anni che vedo ogni due “Ere glaciali”… lei dice di essere sempre fuori di casa,, ma secondo me lo è anche un po’ di testa… lo so, non è carino detto da un padre… ma proprio non la capisco, ha sempre quell’atteggiamento sfuggente come se dipendesse il destino dell’intera umanità anche per un banale appuntamento dal parrucchiere… Capisco bene agli occhi dei figli che crescono, i genitori che invecchiano perdono appeal, ma a volte, quando mi viene a trovare, mi sento già chiuso in uno ospizio, segregato su una sedia a rotelle a sputacchiarmi pappine frullate addosso, tra l’ora delle pillole e quella del sonnellino… E poi ci sono i ragazzi, dannazione… e quella volta che c’è quello che se la porta a cena con il macchinone, poi arrivano le amiche che se la tirano via a ballare, poi ce ne è un altro di ragazzo, non quello di prima, perché lui serve per andare in giro per negozi perché lei lo ha convinto che quel vestitino le starebbe tanto bene addosso, e anche meglio quando poi se lo toglierà di dosso…. Forse sono troppo duro con mia figlia… si sta solo godendo la sua giovinezza ed io ne sono solo un po’ invidioso, o forse, vorrei che mi dedicasse solo un po’ più di tempo.... anche se infondo la capisco, anche quando è stato il mio turno, anch’io non sono stato un santo… Ero sempre in giro a bere e a combinarne di casini di cui ora è meglio tacere… ragion per cui non la stresso troppo per le nostre visite e mi limito a lamentarmi da solo proprio come un vecchio da ospizio ormai… se questo è il felice rapporto con mia figlia, ora tocca a quello che ho con la mia ex moglie… bè che dire, forse sarebbe meglio non vederla neanche ogni due glaciazioni….

Come in altre noiose storie familiari, alla fine, dopo che mi ha lasciato, lei si è risposata convinta di aver lasciato il marito giusto, quello che l’avrebbe delusa per tutto il resto della vita. Doveva per forza trovarsi un nuovo compagno che la rendesse di nuovo felice… ed io non lo capisco proprio cosa vuol dire per una moglie, essere felice… mi sembrava di essere sempre stato lo stesso sin da quando ci siamo conosciuti, a patto di una qualche mutazione transgenica di cui non mi sono accorto. Certo, con meno entusiasmo rispetto ai mesi dell’iniziali, ma solo Dio sa quanto questo sia normale… Invece, poi, comincia l’insoddisfazione, si ingrana con i litigi, arrivando l’incomprensione totale (soprattutto da parte mia, perché ci tengo a precisare che io stento ancora a capire che cosa lei intendesse con “quello che si è rovinato nel nostro rapporto”) per arrivare infine a sentirsi sparare in faccia odiosissime frasi tipo: “orma, non è più come prima, tu sei diverso…!”. Oppure l’irrinunciabile vittimistica sentenza “io non ti piaccio più”, per non parlare della sempre-verde “ti interessano tutto tranne che stare con me”, ed infine la più classica ed malefica di tutte, che vince il premio delle frasi da abolire nel vocabolario delle mogli affrante ovvero: “ormai mi dai per scontata”….

Tesoro, ormai mi dai per scontata…? Ma che cazzo dici oh!? E che dovrei fare? Far scoppiare in aria orde di coriandoli quando ti vedo la mattina con la faccia struccata che sembri uscita da un incontro di boxe?…oppure stappare lo spumante quando indossi il tuo straordinario pigiamone “anti-sesso”, che funziona così bene che te lo regalano nei supermercati, non lo devi neanche pagare…Pigiama, aggiungo, che inverosimilmente ha ogni donna nel fondo di un cassetto... attrezzo assolutamente controproducente nella vita di coppia ma che si è diffuso in ogni camera da letto, giusto per aumentare quelli che sono i misteri irrisolti della mente umana.

Mi scuso se i particolari di quello che è stato il rapporto con la mia ex moglie appariranno a dei cliscé, ormai conclamati da tutti. Ma se la realtà è questa un motivo concreto ci sarà… ed io, mi sa che ne sono un testimone vivente…

E per la cronaca, devo aggiungere che qui non si tratta di banale maschilismo.

Io avrò avuto tutte le mie colpe, e avrò di certo commesso tutti i miei errori, ma c’è una grande differenza tra me e lei… Io, mia moglie, l’avrò pure annoiata allo sfinimento, commettendo un errore fatale, ma di certo non l’avrei mai lasciata… Non avevo bisogno di nessun “pseudo-stimolo-rinvigorente” perché io, Marzia, l’amavo davvero. L’avrei sostenuta nei giorni più grigi della vita accompagnandola sempre per mano, e non lo dico per fare il romanticone, sono molto serio… Potevo anche passare il pomeriggio su una sedia a non fare niente con lei difronte a guardami come se fossi un’idiota, fatto sta, che a me bastava, bastava anche solo questo stare insieme per il resto della nostra vita…

Ma lasciando perdere ogni mio sentimentalismo, alla fine lei ha ascoltato il suo cuore, e il suo cuore diceva che io ero fuorigioco. Ha conosciuto un altro, poco dopo, guarda caso infatti sono certo di averlo già visto io quel Francesco, tra un sessione di fitness in palestra o una cena tra amici dev’essere già stato presente tra le nostre conoscenze…

Ho la mia personalissima teoria a riguardo e chiedo scusa ad ogni donna che dovesse risentirsi per le mie sentenze, ma se vogliamo veramente essere onesti con noi stessi, possiamo anche metterci in ascolto ed ammettere una santa volta che le verità più oggettive sono quelle che facciamo più fatica ad accettare. Ovvero che non tutte le donne, anche se non stanno bene con un uomo, non lo lasciano subito, ma si limitano ad aspettano…. Se la situazione migliora in loro favore; bene…. Altrimenti… beh, si cambia… si cerca altro… Soprattutto se sei sposata, o fidanzata da tempo… ovvio che non parlo di ragazze giovani ed indipendenti, forse mi rivolgo solo alla mia di generazione, fatto sta che mi sembra di aver notato che finché poi non ne trovano un altro uomo con cui sostituire il compagno difettoso, restano anche con due piedi in una scarpa... e è d probabile che sia anche una prerogativa degli uomini ma io sto raccontato la mia storia e non posso fare altro che analizzarla dal mio punto di vista… per questo mi scuso in anticipo se generalizzo e se qualcuno dovesse aversene a male, leggendo queste parole… dopo aver subito questo comportamento da parte di mia moglie, non ho potuto fare a meno di chiedermi: “ma se una donna dovesse farmi star male, io reagirei facendo le valige immediatamente”?…. Penso proprio di si! Dopo un po’ di tempo ed alcuni tentativi falliti… arrivederci e grazie!… lei no, alcune donne no! non lo fanno… l’ho già detto, loro aspettano… hanno bisogno di qualcuno accanto, soprattutto quando ci troviamo in una certa fascia di età… perché da sole non voglio e non sanno stare, e quando ci si ritrovano, si disperano… Quindi si mettono in cerca di un altro mentre trascinano il rapporto con te… C’è chi penserà che è solo un punto di vista ristretto, il mio… o che è una visione un po’ drastica delle dinamiche che portano una persona a decidere per la fine di un rapporto; ma io sostengo che questa è una delle differenze naturali tra l’uomo e donna e se parliamo dell’affrontare le relazioni, e quindi gli intrecci che siamo portati a tessere all’interno della nostra specie… bè, si, questa è una piccola verità oggettiva e dimostrabile, basta scavare nelle storie d’amore finite e si rimarrà stupiti nel apprendere che spesso succede così, per me è e rimane una questione puramente sessista ed antropologica…. Mi scuso di nuovo, ma l’ho detta, la dovevo dire… sono ancora troppo arrabbiato…

Per farla breve, la mia ex moglie se ne esce con un giorno che tra noi è finita, ed invece del solito pacchetto di lamentele, mi sciorina un discorso che si preparava da mesi probabilmente, da quando aveva iniziato a farsi mettere le mani nelle mutandine da quel Francesco… e che solo dopo oltre che alle mani gli aveva permesso di infilare qualcos’altro che la aveva trovato il coraggio di chiudere la storia tra di noi.

Ed è tra un valzer di false gioie e momenti di silenzi prolungati verso altri silenzi ancora più lunghi che sono passati dieci anni… lei sta ancora con quel Francesco ed io invece sono rimasto solo. Non faccio la vittima e né il poeta, più di tanto, nel corso della sua relazione non sono rimasto esattamente a guardare, ho avuto i miei flirt. Ho consumato notti d’amore con donne che bruciavano di passione per me. Femmine dal carattere amabile e dalle personalità brillanti che attiravano chiunque avessero vicino con il loro fascino, e particolare più importante, di lavoro facevano tutte le escort… va bene, ammetto che può sembrare da sfigato professionista, ma il più delle volte pagare quegli ottanta euro a prestazione ne è proprio valsa la pena. Alcune sono proprio magnifiche, altre sanno come muoversi, con una naturalezza che neanche le fidanzate vere possiedono… e quando si tratta di offrire il servizio…. Ho imparato cose nel sesso che non credevo nemmeno esistessero, e la parte migliore sta nel finale dell’incontro, stretta di mano non ci sono problemi… ognuno a casa sua… Con alcune sono rimasto un cliente affezionato, e queste splendide creature, che fanno sentire i clienti più fedeli e generosi come se fossero accanto ad autentiche fidanzate, sono la medicina necessaria per chi non riesce più a sostenere emotivamente una relazione. Ed io come vi stavo raccontando prima, dopo che la mia ex moglie ha messo a ferro e fuoco il nostro matrimonio, ho optato per sposare quel dolce e tenero mondo che è la prostituzione.

E mia moglie dal suo secondo compagno, cosa ha ottenuto? Dopo avere sottoposto mia figlia alla nostra separazione, dopo tutto il casino che ha comportato il nostro divorzio, voluto così tanto per andare incontro tra le braccia del suo amatissimo Francesco, che la faceva sentire di nuovo viva e bla bla bla, poi alla fine, ha pensato bene di stancarsi di lui… ed è tornata a vivere stesso identico ciclo che aveva passato quando stava come me. E sapete perché? Perché siamo umani… e se siamo fatti, che per me è meglio dire “destinati”, ad avere un certo modo di amare, perché si, le emozioni le viviamo esattamente con un modo tutto nostro in relazione alle nostre attitudini, proprio come viviamo il nostro modo di essere, allora che senso ha cambiare persona, se dovremmo prima essere consci di come siamo fatti e di come siamo portati a vivere le nostre sensazioni e i nostri sentimenti? Ad ognuno la sua risposta… e per chi penserà che le persone cambiano nel tempo, sappiate che la mia personalissima opinione a riguardo è questa: le persone non cambiano, cambiano le situazioni. E quando ci troviamo di fronte a realtà diverse che ci adattiamo ad esse, e al loro nuovo ambiente circostante… questo ci dà la percezione del nostro cambiamento interiore… ma è solo un illusione, non siamo cambiati… solo certe cose ce lo possono rilevare, ovvero le nostre costanti caratteriali, che non risentono dei cambiamenti esterni perché appartenenti unicamente al nostro mondo interiore… quante volte ci siamo accorti che quando si incontra una bella ragazza si tende ad intimidirsi?… esempio molto classico e valido per molti… non importa se la ragazza è diversa e se anche la circostanza in cui la conosciamo lo è… tutte le volte che abbiamo sentito la timidezza impadronirsi di noi era perché abbiamo la tendenza ad esserlo… ogni volta che un timido subisce il fascino della bellezza avrà sempre le solite reazioni… viso violaceo con sudorazione abbondante, accompagnato da balbettio patetico nel semplice tentativo di parlare…e sappiate che non tutti si intimidiscono davanti alla fragile bellezza di una donna… ce ne sono tanti che sanno fare molto di peggio... essere stronzi, fare i galletti…ecc…ecc..(giusto per sottolineare che la timidezza è un’attitudine da non confondere con le sensazioni d’imbarazzo che proviamo tutti nella vita prima o poi…. io mi riferisco alla timidezza caratteriale)… comunque sia, per non divagare troppo, chiudo qui il discorso, ma volevo dare la mia personale interpretazione della differenza tra attitudine e quelli che sono i comportamenti imparati grazie alle esperienze…

Io, ovviamente non conosco i termini di quello che è stato il motivo fallimento del secondo matrimonio della mia ex moglie… ma da quanto mi ha raccontato mia figlia, la mamma era semplicemente ripartita con quel suo modo si stancarsi della persona accanto a sé, molto simile ad un ciclo di stagioni che lei vive e che sfocia nella separazione dalla storia che aveva iniziato ripatendo da un ciclo precedente…. L’esatto circo che mi sono sorbito io e che si è ingollato anche quel Francesco che se prima aveva tutto il mio disprezzo, ora ha tutta la mia compassione, è tornato a dominare la vita di mia moglie… forse sarà vero quel che hanno convenuto molti psicologi sulle relazioni… ovvero, che quando rimaniamo delusi da una storia e quindi dalla persona con cui l’abbiamo interpretata, si attiva un meccanismo psicologico particolare dove si finisce a cercare nella persona nuova le stesse caratteriste di quella che abbiamo perso, così da poter ritentare di aver ragione sullo stesso tipo di situazioni che andranno a generarsi (in quanto il compagno nuovo e quello precedente hanno caratteristiche caratteriali simili) ma finendo invece nel cadere nello stesso identico errore e quindi arrivando allo stesso epilogo…

Io dopo la fine con mia moglie, come si può dedurre dal mio racconto, ho deciso di tranciare con lei ogni contatto, ed così che mi ritrovo a condurre la mia vita tra il lavoro di notte in caserma e la mia vita solitaria di giorno.

Il display del televisore segnava le 20 e 30, il turno era iniziato da un ora e mezza, e i miei colleghi erano già immersi nei preparativi della partita di poker. Io invece, avevo intercettato in Tv una doppia puntata di “Fringe” che stavano ritrasmettendo in questo periodo. Una serie che quando è uscita non ha goduto molta fortuna ma che quanto meno nelle prime due stagioni, a mio modesto parere, aveva dato il meglio… succedeva veramente l’impossibile e la narrazione era perfettamente bilanciata per rendere il tutto molto credibile… Credo che anche in questo caso si possa parlare di una di quelle inspiegabili anomalie per cui anche un progetto perfettamente riuscito non si sa affermare di fronte agli occhi del mondo come invece meriterebbe. Vale per tutto, dal cantante dalla una voce paradisiaca, che sa comporre musica e non ha mai venduto nemmeno un centesimo dei dischi che vendono quei ragazzini con il ciuffo che cantano in Playback, alla serie di cui vi stavo parlando.. certo è che finché si parla di arte si sa che è impossibile trovare per l’oggetto in questione un stima oggettiva del suo valore che sia inequivocabile per tutti.

L’episodio che trasmettevano l’avevo già visto ed era veramente avvincente, per giunta, il divano qui in caserma era di quelli di pelle morbidissimi che come ci appoggiavi le chiappe potevi star certo che non ti saresti rialzato nemmeno vedendo una di quelle escort di cui vi parlavo prima, neanche si fosse presentata nuda davanti alla porta. O forse, per la escort nuda si, dai, ma come unica eccezione. Per rendere la serata perfetta mancava solo un po’ di benzina. In servizio, non si può bere è ovvio, vi immaginate come vorrebbe dire, andare a spegnere un incendio da ubriaco? Ma come si dice, un bicchierino e basta non avrebbe ucciso nessuno…

Entro in cucina, e apro il frigo… non c’è niente a parte un mezzo sedano malaticcio che probabilmente avrebbe compiuto gli anni a febbraio insieme a mia figlia,. Nessuno comprava mai qualcosa che fosse utile per l’alimentazione di un organismo umani, questo era evidente, ma se andavi in cerca di alcolici, potevi star certo che una sorpresa si celava sempre nei posti più reconditi della cucina… infatti sotto il lavello, tra il lo sgrassatore e la candeggina si nascondeva timidamente una bottiglia d vino i rosso senza etichetta in un bizzarro tentativo di camuffamento in omonimo detergente. Afferrato il vino, decido che diventa di mia proprietà. cerco sulla dispensa un bicchiere pulito… Indovinate un pò? Sono tutti abbandonati come cadaveri nel lavandino, così prendo coscienza del fatto che il bicchiere non è tanto necessario… e con aria allegra e spensierata, mi sono poi diretto verso quello che è il miglior amico dell’uomo: il divano…. e fidatevi, non è mai stato il cane, ormai lo sanno tutti…

-no, perché non sapete che cosa mi è successo l’anno scorso!?… esordisce Leonardo al di là della porta con la sua voce a trombetta da narratore di storie di sesso, per il novanta per cento, inventate…

-e allora raccontaci che hai combinato, el matador! Lo esalta poi Gennaro con la sua di voce, spezzata, invece, dai colpi di tosse per via dei bronchi malandati. Un effetto accessorio e cancerogeno, proveniente dai suoi preziosi sigari americani low-cost.

-ero con Lerry… vi ricordate il tirocinante? ….quello che si è trasferito a Torino? comincia Leonardo a narrare, e grazie alla sottigliezza imbarazzante delle porte che rendeva possibile l’ascolto della conversazione, prestavo attenzione, come se fossi sintonizzato su una stazione radio.

-Siamo andati in via maggese, per quella fuga di gas… ha aperto una signora sulla cinquantina e dalla porta era uscito un puzzo di gas infernale, e noi l’abbiamo avvertita… “signora ma non ha chiuso il gas? È pericoloso! Dobbiamo fare in fretta! troviamo la perdita e procediamo sennò qui scoppia tutto!”

-vi rendete conto!?

No, non ci redavamo conto

-la signora non aveva chiuso il gas?!.

-Davvero, a certe persone il cervello non gli dice la verità… gli fa il verso Gennaro

-Comunque ci siamo divisi, Lerry in cucina ed io nella stanza della caldaia. Sapevo che l’odore proveniva da lì ma volevo essere sicuro che i fornelli non creassero problemi…Attivo il rilevatore di gas e mi metto a passare il dispositivo vicino ai raccordi dei tubi sotto la caldaia …alzo lo sguardo e…. cosa vedo?

-….e cosa vedi, cazzo!? la voce eccitata di Gennaro assume, ad intermittenza, mutazioni raggelanti per merito della sua tosse incastonata di catarri

-vedo i pantaloni di una tuta grigia, di quel modello a vita bassa che si chiudono con l’elastico…

-and chi was the girl eah? chi era? Chiede anche Steven l’americano nel suo creativo slang italo-inglese.

-i don’t known man… i don’t Know… sarà stata la figlia…- gli risponde Leonardo imitandolo.

-bè io continuo le rilevazioni, ed in effetti la perdita era notevole, bisognava agire in fretta. Ma quando mi alzo per andare a chiudere il gas e procedere con la riparazione… cosa vedo??

-e che cosa vedi!?

-la ragazza aveva infilato la mano dentro l’elastico dei pantaloni …

-ma come!?….e che faceva!?, non mi dire che se la sta-stava toccando? Gli chiede Gennaro tradendosi con un ironia che sapeva troppo di sfottimento.

-ah non lo so body, teneva la mano dentro e mi fissava… ed io dopo un po’ le chiedo: tutto bene? E lei mi risponde facendo di si con la testa, ma restava senza parlare. Una ragazza di un bellezza atipica per le nostre parti… c’era qualcosa di strano, come se tipo fosse svitata, ma al tempo stesso questo la rendeva ancora più sexy… Era una morona… capelli, neri, sopracciglia spesse.

-barba incolta… vi fa Gennaro

-la barba qui c’è l’ha solo tua moglie… gli risponde indispettito per fargli capire bene che non vuole passare per lo scemo che viene preso per i fondelli e che non se ne accorge tanto che è stupido.

-era una ragazza che nelle espressioni era cosparsa di tratti oscuri… se dovessi associarle un colore, uno alla sua personalità, sarebbe sicuramente il viola… non so come spiegarlo… Comunque, portava i capelli legati in un piccola coda stretta, che erano tanto neri da sembrare lucidi da quanto era intenso quel nero... La pelle era olivastra ma anche leggermente abbronzata da essere già scura, come portasse il segno del ritorno da un viaggio lungo da un posto dimenticato….

-Are you romantic, stasera? Gli chiede Steven

-macchè! Era scattato Leonardo per difendersi dall’imbarazzo che la parte rude del suo orgoglio maschile provava per quella più delicata e sensibile…

-ma se ometto tutte le descrizioni, non riuscite né a immergervi e né a godervi la storia… si era giustificato solo perché a volte è meglio mascherare dei lati di noi che temiamo che gli altri non possano apprezzare.

-….Dove ero rimasto? Aveva chiesto come per riprendere il filo di una antica leggenda di cui si perde il contenuto nei meandri dei particolari che poi cambiano nel tempo…

- e poi i suoi occhi…, neri ma profondi che a guardarli dentro potevi perdere la strada per tornare in te…. Lei non parlava, eppure la lingua suadente raccontava le parole che le orecchie di un uomo non si stancherebbero mai di ascoltare….

-Olè! e dai e su! E che ti sei mangiato a cena, un libro di leopardi?

-al massimo una raccolta di poesie…

- e con tutte questi arricciamenti, alla fine, ci sei arrivato al sodo?.... hai scopato o no? Lo mette alle strette il collega, quasi fosse una questione di principio.

-…. Ho capito, Gennaro ma se insisti a interrompermi, poi mi tocca comprare una scatola di psicofarmaci per riuscire a sopportarti….

Leonardo stava per cominciare a sentirsi offeso, il tono della voce che all’inizio era strombazzante per l’entusiasmo, a mano a mano che parlava di fletteva sempre più verso frequenze più basse, come andando verso un senso di delusione. Ricordava un accordo che in una melodia da maggiore a minore mantenendo la stessa dominante... Infondo Leonardo era solo un artista della “cazzata” a cui stava venendo negata la libertà di esprimersi.

-dai forza! sto zitto…. però continua dai, non ti interrompo più, promesso- si era scusato Gennaro capendo di aver pisciato fuori dal vaso.

-come on! lo stava spronando anche Steven.

Come in ogni artista, quando il suo ego viene supplicato dal pubblico, Leonardo non aveva rinunciato al proseguimento della sua esibizione.

-….Dove eravamo?... ah già, lei se ne stava con la mano nelle mutandine, sempre senza spiaccicare una sillaba … cristo santo, ce l’ avevo duro come il marmo di carrara.

-that’s amazing! Aveva esclamato l’americano, di solito non molto loquace ma evidentemente rapito dalle gesta del nostro eroico Leonardo.

-ora però descrivici la merce di grosso calibro! Abbiamo capito che aveva gl’occhi da pantera e i capelli bagnati di rugiada, ma del culo e delle tette, che ci dici? Facci una poesia anche su quelli ora! …si tratta di par condicio no?…. e forza dai?! Inveisce Gennaro con la sua solita eleganza da trattoria “magna e tromba”, come se fosse più forte di sé, l’istinto di frantumare i testicoli agli altri.

-bè indossava questa canottiera bianca sotto la felpa aperta, e indovinate un po’? Non portava il reggiseno. Si vedevano i capezzoli duri sotto la maglietta, come se avesse quei brividi per il freddo… era partito in quinta Leonardo dopo essersi totalmente convinto, grazie ai pezzi che aggiungeva ogni volta alla sceneggiatura, che quella ragazza fosse realmente esistita.

-“il mio ragazzo mi ha lasciato un mese fa, abbiamo fatto un incidente in motorino, avevamo fumato, ed io mi sono addormentata, gli ho fatto perdere il controllo della strada e ci siamo quasi ammazzati…. Da quel giorno non ha più voluto vedermi. Sono stata in ospedale quasi un mese, avevo cinque fratture, di cui due scomposte… mi hanno dovuto operare… guarda qui! Mi dice indicandomi con una sequenza di gesti eseguiti a memoria, le cicatrici delle varie suture. “Non esco più con nessuno, sono sempre sola… le mie amiche uscivano nella sua compagnia prima di conoscermi, ed ora mi ignorano.

È proprio un periodo di merda! mi sto annoiando a morte… non so più che fare… … Non riesco neanche a camminare bene, non solo per la gamba ma anche per questa brutta bruciatura … mi ha detto quella ragazza tutto d’un fiato... ero solo riuscito a dire che ero dispiaciuto per la sua situazione e le avevo augurato di far pace con i suoi amici ma lei si è alterata subito

“ah non mi importa un fico secco di loro, tanto erano solo delle stronze gelose! Cercavano di scoparsi il mio ragazzo dal giorno che ci siamo messi insieme… a quel punto ero rimasto in silenzio, stavo per alzarmi e raggiungere il mio collega quando lei mi ferma e mi chiede: “vuoi vedere la ferita?” ed io ingenuamente rispondo di sì, credevo si trovasse nell’addome, o che di un escoriazione sulla spalla al massimo…

-here we are… sale la suspance…

-… allora lei chiude la porta, quasi sbattendola, e con il pollice della mano destra tira giù l’elastico del pantalone fino a scoprire tutte le mutandine... Indossava un perizoma di quelli che davanti sono semi trasparenti, color azzurro, di quelli fatti dello stesso materiale dei collant.

“Vedi cosa mi sono fatta?” Sulla coscia aveva la chiazza di pelle nuova che aveva rimpiazzato completamente la bruciatura. “A volte, in un momento… stava cercando di inventare Leonardo parole ricordate, dette dalla fantomatica ragazza sventurata….

“….a volte è sufficiente un episodio che si ribalta tutto il tuo mondo… tutto quello che pensavo di provare per lui, tutte le nostre abitudini, i posti in cui mi piaceva andare… tutto finito in un secondo… Mi confessa

-io non riuscivo a muovermi, non sapevo che fare, o meglio, sapevo che avrei voluto fare, ma c’era la madre in casa e poi non so, quella ragazza sembrava davvero una spostata…. prima non parlava, poi mi ha raccontato metà tutta la sua vita in tre minuti… non sapevo che aveva in mente, se potevo partecipare al banchetto o potevo solo guardare… ma una cosa la so… ho avuto l’erezione che mi è diventato lungo come quello di un cavallo.

-esagerato- replica Gennaro

-d’accordo, come quello di un pony…

-mmm siamo comunque altini…. Meno…

-un cane di grossa taglia?!

-te lo concedo. Cristo santo, ma perché non capitano mai a me queste situazioni? come è possibile!? Si era messo Gennaro a imprecare condendo le sue parole di fata con la sua tosse uraganosa…

-e non l’hai massacrata!? Mannaggia a te…. Continuava….

-e te cosa avresti fatto al mio posto? Gli saresti saltato addosso come un canguro durante la stagione dell’amore?

-I canguri hanno una stagione dell’amore?

-credo di si…

-mah…

-E comunque non ho detto che la storia è finita… io non ho mosso un dito, è vero, anzi ero diventato tutto rosso come poche altre volte … però, ad un certo punto lei mi dice… “ma ti ho messo in imbarazzo?” Io le ho risposto di no mentre fissavo la sua vagina perfettamente davanti ai miei occhi, senza l’ombra di un pelo.

-“ah scusa forse è le mutandine trasparenti…”

-“ma no… non le avevo neanche notate…” le rispondo…

-Che gioco di parole patetico… Gli fa Gennaro.

Leonardo se la ride ripensando sua formidabile battuta.

-“le ho prese una settimana fa… scusa, non mi ricordavo di indossarle…. ma ormai la frittata è fatta” aveva detto lei

-“però visto che ci siamo, se ti va, ti faccio vedere meglio, tanto la mamma è di là, le ho detto che ti stavo dando un mano io” mi dive al quel punto…

-mi sa che ti stava dando più di una mano, fratello… insiste Gennaro

-that was a gift from the sky, dal cielo, man… partecipa anche Steven.

-ha spostato le mutandine, lasciandomi vedere la sua vagina senza batter ciglio… come se mi stesse mostrando una puntura di una zanzara

-“puoi metterci la lingua se ti va…la puoi assaggiare…” Mi ha chiesto alla fine…

Quando le sue bugie di un uomo in fase adolescenziale retrograda, probabilmente al servizio di droghe e tatuaggi di cui non aveva mai avuto il coraggio, erano arrivate a osare troppo contro la mia pazienza, su ragazzine che avevano la stessa età di mia figlia, non ho più resistito ad ascoltare. Era come se mi fossi liberato da un incantesimo, uno di quelli durante gli spettacoli di magia, dove si viene scelti tra il pubblico per essere ipnotizzati. Avevo preso coscienza del fatto che trovavo davanti alla porta scorrevole, reggendo una bottiglia di vino bianco che mi stava quasi congelando una mano, mentre stavo origliavo la loro stupida conversazione goliardia. Così mi sono sentito stupido anch’io. Non avrei dovuto far caso a quel che dicevano, tanto erano per lo più cazzate. E soprattutto era arrivato il momento tornare dal mio amato divano. Non riuscivo proprio evitarlo, quei tre mi davano veramente sui nervi. Accettandolo, forse, avrei trovato lo stato d’animo giusto per conviverci nel modo meno doloroso possibile, o forse era più facile ignorarli, come ero già specializzato nel fare.

Era il caso di rilassarsi un po’… d'altronde il venerdì sera può essere un turno molto lungo, se non lo si affronta nel modo giusto.

Per quanto si possa credere il contrario, le serate del week end sono le più tranquille della settimana e per questo le più lunghe. Dal momento che non ci sono eventi pubblici particolari, e non c’è nemmeno la necessità di inviarci un cambio da altre caserme, i turni in condizioni normali, arrivavano a durare anche dodici ore. Le nostre chiamate si limitavano al solito gatto incastrato nell’albero, allagamenti di cucine, fughe di gas e molto raramente qualche piccolo principio d’incendio… Eravamo molto lontani da quelle realtà che si vedono in tv sui pompieri americani che salvano orde di vite umane ogni giorno…. Per fortuna, il nostro lavoro qui era quasi senza rischi e come unità ce la cavavamo piuttosto bene… Inoltre c’era erano ben due le caserme, e noi eravamo la più piccola, anche eravamo la più vicina al centro storico, di conseguenza, la maggioranza delle chiamate, le trasferivamo al comando in periferia. In altre parole, noi svolgevamo la funzione di una piccola boa…

Mi ero appena seduto sul divano, il tempo di un paio di bicchieri di vino e le palpebre erano diventate più pesanti da sostenere del mio divorzio… e il sonno mi aveva colto come un fiore estirpato dalla terra da mani troppo avide di bellezza…

Quella sera però, la nostra tranquilla routine, stava per essere spezzata da un evento che avrebbe segnato la storia del nostro paese. A riportarmi la notizia se ne stava preoccupando la sirena della caserma che stava suonando l’allarme talmente forte che avrebbe arruolato anche i cadaveri caduti in una guerra... L’assordante suono di quella sirena invadeva ogni centimetro di aria, e avrebbe contribuito alla perdita, ormai prossima del mio udito. Mi ero risvegliato per il rumore ma non riuscivo a muovermi tanto che ero indolenzito.

-Cazzo, Dante alzati da quel fottuto divano, non hai sentito la scossa?

-Secondo te l’ho sentita? Ho specificato con gli occhi incollati dalle cispe e l’aria di un alcolizzato senza tetto…

-no, infatti, ma se per te va bene qui c’è stato il terremoto, e il centralino ci ha invitato già diciassette chiamate, in due minuti. Ora mettiti quella cazzo di giacca.

-ehi Batman, datti una calmata, non mi sembra che sia crollata la caserma, dammi un attimo.

Non appena sollevato il busto, la mia testa aveva cominciato a girare con se si trovasse in un labirinto ma dopo essere stata sull’ottovolante.

-ma quanto hai bevuto?

Provo a girare al testa verso il tavolino, ma la testa non si girava, girava solo per conto suo. Il modo perfetto di accorgermi che quelli di ieri non erano stati due bicchieri, era una bottiglia intera.

-tranquillo era mezza vuota- mento spudoratamente.

-allora mettiti in piedi. Hai cinque minuti.-

-zi padrone, agli ordini.

Mentre i miei colleghi erano già quasi tutti equipaggiati e se ne stavano aspettare me con aria di rimprovero, io cercavo di trovare ancora i pantaloni.

-Scendete intanto, se mi fissate ci metto di più…. mi fate venire l’ansia… sarò sul camion tra due minuti..

-Uno. Irrompe Leonardo.

Afferro la giacca, e controllo le tasche. La mia fiaschetta di ferro è nella tasca interna, la controllo agitandola… è piena della mia pozione speciale. Adesso, sono pronto ad lottare con ogni avversità…. Indosso la tuta con la velocità di un alcolizzato che butta giù uno shot le li raggiungo sul retro del camion.

-Ci dividiamo, a coppie, voi due scendete alla piazzetta, e noi andiamo al palazzo del congresso. La scossa, grazie al cielo, non ha fatto danni gravi, la gente però si è spaventata, la terra ha tremato dodici secondi. Andiamo per le case e rassicuriamo la gente… Dal comando stanno già inviando tre unità, possiamo coprire tutto il centro nel giro di tre o quattro ore. Mi raccomando siate cordiali e diamogli sicurezza, altrimenti sale il panico. Ci ragguaglia Leonardo, mentre è alla guida del mezzo a sirene spianate.

-Tu sei con Steven- mi indica lui

-Dopo facciamo i conti per il vino. Mi minaccia a scoppio ritardato.

Scendiamo alla piazzetta, la temperatura è quella di una perfetta serata primaverile, senza il bisogno di indossare o togliersi nessun indumento.

Guardo l’orologio, le lancette segnano la mezzanotte passata, non appena scendiamo la gente che si era radunata sulla strada, si volta verso di noi come se aspettasse impazientemente l’entrata in scena di un protagonisti di un film della Marvel, per essere finalmente messi in salvo.

-Buonasera signori, abbiamo sentito tutti il terremoto, siamo qui per accertarci che non siano stati danni alle case, che voi siate tutti tranquilli, perché dal centro della protezione civile è arrivata la conferma che si trattava di una sola scossa. Il peggio è passato e possiamo rientrare tutti nelle abitazioni e dormire sogni tranquilli. Avevo esordito eseguendo il discorso secondo il regolamento, sentendomi un oratore politico in un agorà greca ma ancora ubriaco dopo un lungo simposio

La nostra era una città di provincia e come tale i suoi abitanti avevano la stessa mentalità. Non succedendo mai niente, bastava che il suolo si concedesse una piccola scossa di assestamento che la vicenda entrava sulla bocca di tutti e se ne parlava fino a quando, nel futuro, ci si sarebbe ricordato di quella volta che la terra tremava, come se stesse arrivando il giorno della fine.

Le strade di Pienza, come in tutti gli altri centri storici d’Italia, erano piccole, strette e a ridosso delle facciate dei palazzi. Se il terremoto fosse stato di un’altra entità, per i cittadini non ci sarebbe stata via di fuga. Fortunatamente però le costruzioni, essendo tutte del periodo rinascimentale, erano per la maggior parte costruite con blocchi di pietra che per farle crollare ci voleva molto di più della semplice scossa di cui io non mi ero neanche accorto.

La gente si era preoccupata lo stesso e per precauzione era uscita dalle abitazioni come è consigliabile fare in questi casi, ma infondo, erano tutti consapevoli che non era accaduto niente di grave, c’era solo materiale nuovo per un’altra storia di paese. Dopo aver scambiato quattro chiacchere con quei “capi famiglia” che erano tra i più conosciuti e rispettati del centro, che emergono sempre nelle comunità di persone, in maniera del tutto spontanea in situazioni del genere, e dopo che avevamo finito di constatare che i danni alle palazzine erano pressoché nulli, che, alla fine, lo status di emergenza poteva considerarsi rientrato..

Si erano fatte quasi le quattro di mattina, il mio collega Steven era dentro l’ultima casa, per far visita a tutti nel modo più veloce possibile, e tornare in caserma ad un ora decente, ci eravamo divisi le strade che dovevamo controllare. A parte il gran trambusto per la situazione di allarme, la notte era fantastica, nessuna nuvola nel cielo, un cielo dipinto di stelle e un aria fresca e leggera..

E poi la notte, nella sua pienezza, aveva sempre su di me un fascino che mi avvinceva… era capace di far emergere dai miei pensieri tutta loro profondità… Con questa atmosfera, adoravo mettermi in ascolto di tutte le sensazioni che mi venivano trasmesse dall’ambiente che mi abbracciava.

La luna era quasi piena, e vestita di un luce rossastra, identica al riflesso del sole sulla sabbia al tramonto. L’aria mi sfiorava la pelle dolcemente e mi rilassava, regalandomi ogni suo respiro come fosse un pasto intero per l’anima. La temperatura si era abbassata di pochi gradi, da quando eravamo arrivati in piazza ma non abbastanza da sentire freddo. Stavo fumando una sigaretta, i troppi miei pensieri correvano e si litigavano dentro la mia testa, per avere voce. A volte iniziavo quasi a bisbigliare da solo per sfogare i tanti discorsi che si sovrapponevano dentro di me come una marmaglia di corpi in un’evacuazione disperata… Ero seduto su una panchina a pochi metri da dove avevamo parcheggiato il camion, proprio davanti alla statua del patrono di Pienza: Sant’Andrea d’Apostolo. Non sono mai stato un uomo di chiesa, ma devo confessare che tutta la compassione che riuscivano ad esprimere gl’occhi di quella statua era sufficiente a purificare ogni peccato di cui un uomo si potesse macchiare… mentre fumavo e contemplavo tutti gli odori, e i colori di quella notte, la mia attenzione era stata attratta da una finestra di una camera da letto, da cui proveniva una luce soffusa. Due bambine, di cui non potevo distinguere il lineamenti da qui, giocavano saltando sul letto. Probabilmente erano state svegliate dai genitori, pronti a trarle in salvo nel caso la scossa avesse causato qualche crollo, e che ora si sfogavano, probabilmente, non riuscendo più a prendere più sonno, eccitate per l’inusuale fuori programma.

Guardandole, mi era ripresa la voglia di parlare un po’ con mia figlia… Prendo il telefono, scorro i numeri sulla rubrica e trovo il suo nome… poi mi ricordo che sono le quattro di mattina, se non sta già dormendo, è a fare qualcosa di cui è meglio che vengo a conoscenza, quindi rinuncio. Spenta la sigaretta sotto gli scarponi che la frantumano a terra senza alcuna pietà, vedo che il mio collega stava tornato dalla sua ronda. Era il momento di fare rientro in caserma, avrei dormito fino alla fine del turno e il giorno dopo avrei telefonato mia figlia. Faccio alcuni passi verso l’autopompa, il mio collega stava già salendo sul sedile accanto a quello della guida, quando dalle viscere più recondite della terra, fuoriesce quella che sarebbe stata la scossa di cui ci saremmo ricordati per molti anni a venire… Inizialmente era durata solo pochi secondi come quella che c’era stata cinque o sei ore prima, ma sentivo già le prime urla e la gente che si accingeva ad uscire di nuovo dalle abitazioni, solo che stavolta non ci sarebbe stata via di scampo… Il tutto sarebbe durato pochi istanti ma di cui deve calibrarne bene il peso per raccontarli…. È appena sufficiente il tempo per vedere tutte quelle persone spaventate che corrono via dai portoni delle case che l’aria si era già riempita di paura. Il tempo si stava allargando e dentro entrava tutto quello che stava per succedere. Io non reagisco, forse per via dell’incredulità, forse perché sentivo che non avrei potuto fare molto per salvare nessuno, tantomeno me stesso. Gli occhi mi cadono di nuovo sulle due bambine….

La madre le spinge via dalla porta e poi sparire dentro la casa, schiacciata da un pezzo di soffitto. Le mura si disarcionano come carta strappata da due dita, le bambine urlano, piangono, ma vengono ignorate da tutti che, imperterriti, scappano per tentare di salvarsi la vita. Le due piccole rischiano di morire più per l’essere calpestate dalla gente che per colpa di qualche pezzo di muro. Le mie gambe hanno un reazione autonoma, non sento più la voce del mio cervello che mi suggerisce il da farsi, ma esplode dentro di me, solo l’istinto di correre verso di loro, come è esploso questo terremoto. Corro più forte che posso, urtando spalle e braccia di chi continuava questo tentativo vano verso un finale già scritto. Le urla diventano un unico suono e arrivano ai miei timpani come se provenissero da una bottiglia di vetro sigillata. Il fiato si spezza e i secondi della mia corsa si tagliano in fotogrammi ben distinti, ci sono quasi… le sto per raggiungere

L’intera facciata dell’ultimo piano si sta staccando dal resto del edificio come uno foglio di carta che cede il suo peso quando la colla non aderisce più. Sono a pochi passi, adesso distinguo i loro visi, le loro guance paffute….non avranno più di otto o nove anni.

Sopra la nostra testa, si disegna l’ombra gigantesca del muro che ci sta per crollare addosso, arrivo su di loro, ho solo il tempo di abbracciarle quando i primi calcinacci mi piovono in testa. Volto lo sguardo al cielo e calcolo il danno che il blocco di pietra procurerà alla bambine, gli spezzerà tutte le ossa. Il tempo per prenderle in braccio ed andare oltre il raggio d’azione della frana non c’è, e l’unica alternativa che mi viene in mente è stringere le bambine vicino alle mie gambe. Poi, con la schiena, le avvolgo per fare scudo ai loro destini. Sollevo il braccio destro per riparami la testa e con quello sinistro afferro le loro di teste così da non farle sporgere oltre la protezione della mia schiena. Ho solo un istante per sentire i loro capelli morbidi tra le dita che l’interno blocco di pietra cade su di noi seppellendoci totalmente.

Un colpo di tosse mi sveglia. E una fitta di dolore indescrivibile proveniente dal braccio destro mi fa svenire di nuovo.

-aiuto, signore. Aiuto. Dice la voce piccola e squillante di una delle bambine.

Mi tocca il viso, sento il sangue scivolare dalla fronte verso i miei occhi, lei cerca di strofinarlo via con il polso

-la mia sorellina, non parla. …. signore… la fai svegliare te, la mia sorellina?

Cerco di aprire gl’occhi ma è un impresa che mi richiede un sforzo a mala pena sostenibile. La polvere mi è entrata in bocca, e si è sedimentata in quantità industriale nei polmoni e nello stomaco.

-Signore… dice la bambina piangendo…

-signore, sta bene? Mi chiede appoggiando i palmi delle sue piccole mani sulle mie guance scavate dal tempo.

Il calore delle sue mani, scioglie lo strato di polvere che mi aveva ricoperto il viso. Lentamente, il contatto della sua pelle sulla mia, mi stava infondendo la forza di reagire, sembrava che quella bambina avesse il dono innato di trasmette energia vitale toccando direttamente l’anima. Era riuscita a guidare la mia coscienza fuori dal luogo in cui si stava dileguando. L’aveva rimessa insieme, come se l’avesse riattaccata riacciuffandone un pezzo dopo l’altro, affinché io potessi non abbandonarla..

-signore ho paura… stava sibilando al mio orecchio come se mi stesse rivelando un segreto

-…non mi lasci da sola, vero?

-no, non ti lascio da sola- rispondo con la voce quasi persa, ridotta a un sussurro, così come lo era la mia vita.

-la mia sorellina sta male… non riesco a svegliarla. Ho bisogno di aiuto…

La mia vista si era opacizzata a causa, forse per la pioggia di mattoni che si era rovesciata sulla mia testa… Metto a fuoco lentamente le immagine che ho davanti, e il corpicino della bambina che pareva essere più giovane di quella che mi aveva svegliato era sdraiato a terra, senza come fosse senza vita.

Speravo fosse solo svenuta, non portava segni di contusioni o di abrasioni di grave entità. Probabilmente se fosse stata colpita da nessuna scheggia o masso si sarebbe ferita, fortunatamente la mia schiena aveva funzionato come scudo.

Ero incastrato in una posizione strana, come se stessi trasportando un letto sulla schiena durante in trasloco… ed in effetti un grosso macino si trovava esattamente appoggiato su di me, non potevo muovermi… una buona parte delle mie costole erano spezzate, e sicuramente anche qualche vertebra era andata… se solo provavo a pensare di muovermi il dolore si faceva insopportabile, e mi toccava rinunciare. Il braccio con cui mi stavo proteggendo la testa è rimasto fregato dalla caduta di due pezzi di muro diversi, che lo hanno spezzato in due perfettamente. Non sento più la mano sinistra, era come se mi si fosse staccata direttamente dal braccio. Ero vivo per miracolo anche se sarebbe stato meglio morire nell’impatto, il dolore è così forte che svengo di nuovo.

-Signore, signore….

La voce della bambina arriva alla mia coscienza come un eco che nasce da un nero abisso e che attraversa metri di acqua per arrivare alla superficie.

-si…

-signore, aiuto, la mia sorellina si era svegliata prima… ha detto due parole ma poi si è riaddormentata di nuovo.

-aspetta.

Cerco di recuperare tutta la forza che ho in corpo per reagire, la vista va e viene indipendentemente dalla mia volontà, lasciando dei profondi vuoti ciechi. Sto perdendo dal costato una quantità di sangue che non mi permetterà di sopravvivere per più di un pugno di ore. Il corpo della bimba più piccola, giace tra le braccia della sorellina maggiore che, adesso le accarezza la fronte, cercando di scuoterla dal sonno che se la sta portando via… le parla, ma non sento cosa le dice e le sposta di lato i capelli mezzi di sudore e polvere, con una dolcezza senza fine.

-come ti chiami? Riesco a chiedere alla più grande.

-Rebecca

-ok, Rebecca ascoltami, non abbiamo tanto tempo….

-si, ma la mia sorellina?!

-Adesso pensiamo alla tua sorellina, non ti preoccupare… ma è necessario però che tu faccia tutto quello che ti dico però… Mi devi aiutare, d’accordo?

-d’accordo. Mi dice fissandomi negl’occhi con una determinazione che non vedevo negl’occhi di una persona da molti anni…

-tocca il collo di tua sorella con due dita, come si chiama lei?

-Giulia.

-Bene, tocca il collo di Giulia… il mio respiro si affanna facilmente con le ferite che riporto e la forza di completare una frase mi sembra un lusso che non mi appartiene più…

-ce-cerca di sentire…. Cerca di sentire se sotto le dita se c’è un rumore, come quando bussi ad una porta con il pugno.

-intendi il battito del cuore… così? Mi chiede appoggiando tutta la mano sulla trachea.

-si il battito, no, aspetta, più a sinistra, e più in basso di un paio di centimetri…

La bambina le toccava il collo disordinatamente come se il precisione dei suoi movimenti fosse andata in corto circuito.

-cerca di stare calma, non ci conosciamo ma si vede subito che sei un bambina coraggiosa… Dobbiamo capire insieme se quel rumore c’è ancora, è molto importante…

-ma non lo so, io non sento nulla… risponde la piccola Rebecca con un tono stracolmo di ansia e soffocato da alcuni singhiozzi di disperazione.

Respirando, sento il pezzo di muro che si è aperto un varco tra le mie costole, spingere con più veemenza…Ad ogni minuto che passava, la punta della roccia arrivava sempre più vicino ai polmoni come se gli fosse stato promesso un premio se avesse vinto una gara di velocità verso lo sfracello dei miei organi interni…. Poi, grazie ad un’idea, che mi illumina come un raggio di sole che sovrasta un ammasso di nuvole nere, mi ricordo di avere come me, la pozione magica nella tasca interna della giacca.

-ferma un attimo, lascia la tua sorellina.... devi prendere una cosa per me… ci risolleverà da tutto questo pantano…

Mi guardo attorno, e solo adesso percepisco con esattezza la gravità della situazione come se per una distrazione di quelle che si pagano care, non fossi stato in grado di capirlo prima. Siamo bloccati in tre o quattro metri quadri di una prigione fatta di macerie, veramente senza una possibilità di uscita.

-e che cos’è? mi chiede la voce della bambina che agiva di me come una fune a cui ero appeso tra la vita e la morte e che mi sosteneva a mezz’aria separandomi dal vuoto della fine…

-c’è una tasca interna nella mia giacca, dentro c’è una fiaschetta di metallo… prendila… Quello che ci serve è li dentro, per favore… le avevo chiesto con la voce stanca come un robottino che sta esaurendo l’energia delle batterie.

Rebecca aveva agiato il corpicino di Giulia su un cumolo di terra, con gesti molto lenti e inesorabili, che riportavano alla memoria quelle cerimonie orientali che inscenavano il trapasso delle anime, dal mondo dei vivi a quello dei morti. La nostra esasperazione era solo paragonabile alla nostra impotenza di fronte a questa situazione.

L’ossigeno ci arrivava attraverso gli spazi vuoti tra i mattoni in quantità sufficiente per poter respirare, ma l’aria era comunque densa di polveri e di certo non rendeva le condizioni di sopravvivenza facili. A Rebecca, aver lasciato sua sorella, anche solo per un momento, era costata una fatica emotiva senza confini, che le si era scolpita sul suo viso modellandolo come fosse una maschera di cera… la bambina aveva indossato l’espressione di chi fosse pronta ai rischi del suo atto eroico… ogni stato d’animo che l’attraversava le si disegnava sul viso istantaneamente. La piccola comincia a frugarmi le tasche con gesti precisi come se non volesse fare rumore.

-questa? Mi chiede la piccola agitando la fiaschetta, contenta di essere stata in grado di trovarla senza sforzi

-esatto. Adesso aprila, ma fai attenzione a non rovesciarla… potrebbe essere pericoloso… mi raccomando

Rebecca si accinge a svitare il tappo con la stessa agitazione di un artificiere che sta per tagliare il filo di disinnesco di un ordigno esplosivo. Svitato il tappo poi, annusa incuriosita il contenuto con molta più incoscienza.

-ma puzza! Sembra quella roba che beve ogni tanto il mio papà, quando litiga con la mamma... Aggiunge guardandomi storto

-no, tranquilla, non è alcol, come pensi… ma è di certo una sostanza che i bambini non dovrebbero bere a cuor leggero… almeno credo….

-è una pozione magica- avevo aggiunto cercando una definizione che avesse un tocco di affabilità per una bambina.

-non esistono le pozioni magiche, per chi mi hai preso? non sono mica stupida…Ora mi ricordo il nome, questa è grappa! Si arrabbia mostrando la sua tenacia che di cui ero allo scuro…

-e tu come diavolo la conosci la grappa?

-me lo ha spiegato la mamma, che finisce per arrabbiarsi sempre quando papà ne beve troppa- -certo che sei sveglia per avere nove anni.

-come sai che ho nove anni? Mi chiede lei facendosi tediosa nelle risposte…

-ho tirato ad indovinare.

-nove e mezzo- mi corregge.

-mi scusi- rispondo sorridendo ma ciò aveva provocato un rigonfiamento eccessivo della mia gabbia toracica con conseguente fitta di dolore stratosferico-allucinante, che se tiravo lo strillo che mi sono strozzato in gola, a quest’ora avrei disintegrato tutte le pietre qui davanti.

-allora devi far bere un sorso di questa pozione a tua sorella, e poi la dobbiamo bere noi un pochino.

-ma noi siamo piccole, non possiamo bere alcolici!

-senti Rebecca, la faccenda sta così… siamo intrappolati qui sotto a non so quanti metri, coperti dalle macerie. Nessuno può sentirci ne tanto meno vederci, potrebbero venire a salvarci anche dopo che saremo morti da un pezzo, e questo lo vorrei evitare. Ho tutte le ossa rotte, e non riesco muovermi di un millimetro… tua sorella, come puoi notare tu stessa, ha bisogno di rinvenire… e dopo di che dovete cercare di scavare in quel ammasso di terra, lì sulla tua sinistra, che è l’unico modo che avete per salvarvi da qui….

-e te signore? Non vieni con noi? Mi interrompe lei non riuscendo a dividere mai in una frase, le forme colloquiali da formali ad informali.

-stai tranquilla, non pensare a me...

-ma io da sola non ce la faccio. Mi risponde lei mentre l’espressione del suo viso si stava piegando, come se lo scoraggiamento potesse ostacolare il suo compito eccessivamente oneroso per una bambina di nove anni… E mezzo.

-ma se tu crei un uscita, io prima reggo questi massi e poi vi posso raggiungere…. Mento

-davvero?

-certo, voglio vivere anche io, che ti credi?- avevo rispondo sentendo il significato delle parole molto distaccato dal loro suono.

-svita il tappino e fanne bere un goccio a tua sorella.

-No, non posso dare la grappa a Giulia, ha solo quattro anni.

-ma non è grappa, è una pozione magica… ma sei testarda maledizione!

-non esistono le pozioni magiche…

-ti dico di sì, l’ha inventata mio padre molti anni fa… o per meglio dire l’ha scoperta mio padre… ha molti effetti, e non li conosco tutti.... ma lui l’ha usata una volta e mi ha assicurato che gli è servita a scacciare tutta paura in una situazione brutta come questa… le spiego cercando di non trapelare l’assoluta assenza di prove rispetto a quello che le stavo raccontando…

-sai cos’è la paura?

-quando non riesci a fare qualcosa.

-esatto, ma sai come avviene quel processo chimico nel nostro cervello che ci porta a provare quel blocco?

Lei scuote la testa in segno di negazione e di scarso interesse. In effetti non avrei dovuto dilungarmi molto nelle spiegazioni, ma parlare con queste bambine era l’unica cosa che mi restava.... Non è la morte di cui ci dobbiamo preoccupare nella vita, quella arriva per tutti e tanti saluti, ma ho realizzato che è come te ne vai quello che conta… Dopo la morte di mio padre, sette anni fa, mi sono accorto che nella mente e nel cuore delle persone che lo hanno seppellito era rimasto di lui, in pratica, un pugno di parole che ne raccontavano l’esistenza… è l’unico modo che abbiamo per ricordare le persone, quelle parole, una volta che te ne sei andato e che di te è rimasto solo un modo per ricordati…

“Quando era giovane è stato per tanti anni un fattorino, ha attraversato il mondo per consegnare oggetti preziosi di ogni genere, poi si è ammalato di cancro alla gola ed lì a poco è morto… aveva settantasette anni e due figli grandi” è all’incirca questa la lunghezza di quel pugno che racconterà chi sei stato per una vita intera… fa un po’ impressione a vederla sotto questo punto di vista, ma posso farne a meno… è un chiodo che si è conficcato dentro la mia testa e fisso continua a pulsare questa dando ossigeno visione della vita e della morte dentro di me, da quando mio padre se ne è andato… e se così e veramente, se per guadagnare pochi spiccioli di immortalità bisogna essere uomini che hanno lasciato un segno nel tempo, in quello che abbiamo a disposizione in questa esistenza, io che nella vita posso elencare solo miseri fallimenti: come il mio matrimonio e il rapporto scialbo con mia figlia… voglio almeno che in quelle parole ci possa essere dentro il sacrificio che sono disposto ad affrontare adesso…. Quello che permetterà a queste due bellissime bambine di continuare una vita che hanno solo appena conosciuto… nella speranza che il gesto che farò possa vestire di un senso nuovo tutto quello che ho vissuto, e che possa magari diventare anche un esempio per gli altri. Un gesto di autentico amore per la vita, che da troppo tempo sento essermi scivolato dalle mani senza riuscissi ad evitarlo…

-stai bene? Mi chiede la bambina rompendo il filo dei miei pensieri

-più o meno-

-Sembrava che parlassi da solo… succede anche a me a volte, un giorno ero in classe davanti a tutti i miei compagni e quando si sono messi tutti a ridere, mi sono accorta che stavo pensando ad alta voce.

-ovviamente… avevo sbuffato ripensando a tutte quelle volte che era capitato a me quando ero più giovane… da grande non smetti di parlare da solo, impari solo a mascherarlo bene quando lo fai, anche se non era questo il caso.

-che ti stavo dicendo prima?

-della paura

-… esatto, quindi la paura, come tutte le altre emozioni nasce da una reazione chimica dentro in nostro cervello… che a sua volta è diviso in settori. L’amigdala è l’area dove la sostanza della paura si genera… Spesso questo sentimento non è altro che un sistema di auto-difesa che il nostro organismo adopera per la prevenzione dei pericoli che metterebbero a rischio la nostra sopravvivenza. Devi sapere che come fanno tutte le altre medicine, che vanno ad interagire nelle reazioni dei processi chimici e organici che avvengono nel nostro corpo, questa pozione è in grado di opporsi al processo che crea la paura, e ci permette di poter utilizzare tutta la nostra forza fisica e psichica… e questo è solo esempio delle sue capacità di questa bevanda…

La bambina mi guardava come se fosse stata appesa a testa in giù per ore dopo un salto con il bungee jumping.

-e non l’hai neanche cominciata a bere la grappa. Mi sfotte dopo alcuni secondi del suo silenzio ancora esterrefatto.

-Sono stato troppo forbito?! Però, hai capito più o meno, dai!?

Rebecca mi guarda con la testa un po’ inclinata, come se stesse verificando se ero veramente uno spostato.

-questa è grappa. Dice infine, come se fosse la sentenza finale di un estenuante processo durato fin troppo tempo.

-e va bè allora è grappa… che ti devo dire? A volte voi bambine siete così cocciute… le ho inveito contro alzando troppo la voce, deluso per la sconfitta contro la mia impavida interlocutrice…

Un silenzio di rabbia passeggera, senza vero rancore, era trasudato dalle rocce e aveva separato le nostre coscienze, non più certe delle comuni intenzioni.

-Senti Rebecca, ho bisogno che ti fidi di me… lo so che è difficile…

-adesso di sicuro… mi risponde…

-Dai, ascoltami, niente più spiegazioni Psico-chimiche-auto-compromettenti, promesso… Ora cerca di fidarti però…

-anche la mamma ha detto che mi dovevo fidare, che dovevamo restare calme, che non stava succedendo niente di brutto, e invece…. Aveva confessato facendo venire a galla tutta la sua tristezza quando due lacrime grosse come gemme nascoste all’uomo perché di un bellezza a lui incomprensibile, le erano scivolate dai suoi occhi blu dello stesso colore del cielo....

-scusa, non volevo…

Improvvisamente, un colpo di tosse aveva spezzato l’eccessiva emotività nella nostra conversazione, era Giulia che stava riacquisendo conoscenza…

-ehi, Giuly, stai bene?

La piccola ci osservava con i grossi occhi neri, stanchi ma intrisi della loro profonda energia di cui si è pieni solo quando si è bambini…

Giulia continuava a battere le palpebre nervosamente ma non emetteva un suono come se le fosse stato imposto di tener cucita la bocca, mentre sua sorella le accarezzava le dolci guance baffute…

-Giulia, non sa parlare… o almeno non può…

-che significa?

-è muta da quando è nata. Dice Rebecca e un lampo di dolore con una velocità inaudita, mi squarcia le costole e arriva dritto al cuore, spaccandolo in due metà perfette… certo che se fosse dovuto al mattone che si era infilzato nel mio costato con la caduta dei massi sarebbe stato meglio…

-ma ci può sentire? Avevo chiesto a Rebecca ma era stata Giulia a rispondermi facendo cenno di sì con la testa.

-a volte le parole gli escono, ma l’ho sentita parlare pochissime volte, per la maggior parte dei giorni resta in silenzio…

-dev’essere un forma acuta di mutismo selettivo…

-credo di si, lo diceva anche la mamma…

-piccola… avevo sospirato…

Erano passate almeno un paio d’ore da quando era avvenuta la scossa di terremoto, e dei soccorsi non c’era alcuna traccia… dovevamo trovare una via d’uscita, ma la frustrazione generata dall’opposizione schiacciante che questa situazione aveva su di noi, non rendeva organizzabile nessun piano in particolare… Come avrebbero potuto due bambine tanto giovani trovare una breccia sotto tutti questi strati di macerie? Eppure non sembrava esserci nessun altra opzione. Non potevo farle morire in questo modo, dovevo farmi venire un idea… La pozione magica di cui disponevo era l’unico catalizzatore che mi avrebbe permesso di far uscire di qui queste bambine, ma non l’avevo mai utilizzata personalmente, non so che effetti avrebbe potuto avere in un contesto del genere… avrebbe potuto anche ucciderle, o creare loro qualche danno fisico o psicologico permanente… Per giunta, Rebecca, era più diffidente di una volpe, non l’avrei mai convinta a bere l’intruglio... dovevo trovare un valido escamotage…

-senti Rebecca, sai cos’è esattamente il mutismo selettivo?

-più o meno si, anche se lo scienziato sei tu…

-l’ironia per avere nove anni non ti manca di certo

-e mezzo… ha precisato lei

-e mezzo... ribatto io arrivando dietro di lei un secondo dopo e le nostre voci si erano contrapposte come in un controcanto di una canzone.

-lei non parla perché nelle situazioni di stress si chiude in se stessa, questa è una di quelle difese psicologiche che in certi casi il nostro corpo innesta automaticamente, ma se la pozione è stata in grado di sconfiggere l’inibizione della paura, in teoria, dovrebbe dare la possibilità a Giulia di superare il suo mutismo…. se non altro per qualche ora, finchè dura l’effetto… Le spiego anch’io stesso sentitomi poco sicuro della mia tesi, forse influenzato dal suo scetticismo.

Rebecca mi continua a fissare sempre con la testa leggermente piegata sulla sinistra, con l’aria seriamente preoccupata di essere rimasta intrappolato con un uomo diversamente-intelligente. Per la cronaca, anche Giulia ora mi fissava allo stesso modo.

-Prima dimmi chi ti ha dato una pozione magica… mi ordina cercando di mette alla prova la mia capacità mio giudizio attraverso questa risposta.

-oh… è una lunga storia…

-Non abbiamo impegni….

-eh… d’accordo…

La piccola Giulia si alza sulla schiena e sua sorella Rebecca la raggiunge a sedere e le avvolgendole amorevolmente il braccio dietro il collo. Sembrava che stessero a sedere su una poltrona reclinabile piuttosto che un cumulo di sassi, pronte ad ascoltare una storia che premettesse loro di spostare la mente da questi tre metri di prigione.

-è cominciato tutto molti anni fa… mio Padre aveva più o meno trent’anni e di lavoro faceva il fattorino. Era una persona molto allegra e gioviale, e dopo vari tentativi, aveva trovato un lavoro che facesse al caso suo, in quel momento della sua vita…. inizio a raccontare alle bimbe che rimanevano strette in un curioso silenzio…

-… mio papà aveva conosciuto la mia mamma cinque anni prima, ed erano subito andati d’accordo, e come si usava a quel tempo, quando si stava bene insieme e ci si innamorava, ci si sposava e si progettava di mettere su una famiglia insieme.... infatti tre anni dopo il loro primo incontro, la mia mamma è rimasta in cinta di me, quasi inaspettatamente… ma erano rimasti molto felici comunque e subito dopo avevano deciso di sposarsi…

Mio padre era un uomo molto semplice, il suo sogno era sempre stato quello di comprarsi una bella casa in mezzo alla natura e di vivere lì con la sua famiglia… niente di più. Purtroppo come spesso succede alle persone, tra i sogni che nascono dentro di noi e quello che effettivamente siamo spinti e capaci di realizzare, c’è una linea di confine che a volte risulta invalicabile e finisce per creare nel nostro percorso di vita due universi ben divisi… quello della realtà e quello immaginario dei progetti non concretizzati.

Quando sono nato io, mio papà, ha subito dovuto cominciare a lavorare per pagare le spese di quel piccolo appartamento di periferia in cui loro si erano trasferito e che era l’unico che i miei potevano permettersi…. Grazie a un suo amico era riuscito ad avere un posto fisso in un azienda che si occupava di “consegne dedicate”

-cosa vuol dire?

-In pratica, doveva trasportare oggetti molto preziosi, in ogni parte del mondo e in tempi molto stretti. Per esempio, un giorno, mi ha raccontato di aver consegnato in Russia, un panettone fatto d’oro con una cinta di diamanti alla base, come regalo di natale che un ricco imprenditore aveva fatto alla sua ragazza.

-ma l’oro non si può mangiare! Ribatte subito Rebecca, sempre sull’attenti sulla linea di difesa.

-certo che si può, era oro alimentare…

- e come faceva a mangiare i diamanti?

-non li mangiava, la cinta del panettone la si poteva estrarre e diventava una cintura meravigliosa per un vestito… un oggetto perfetto per una principessa… aggiungo cercando rendere più fantastica la storia.

Rebecca mi guarda sempre più allibita, ma la storia era di suo gradimento e mi lascia continuare…

-In effetti era un ottimo impiego. Era pagato molto bene e anche se gli orari erano sconvolgenti, in effetti, c’erano giorni che viaggiava senza sosta per arrivare da un capo all’altro del mondo e ce ne erano altri in cui restava a casa in attesa di una chiamata, questo gli concedeva il lusso di avere il tempo libero per dedicarsi alla sua grande passione… i fiori…

Le due bimbe continuano ad ascoltare in religioso silenzio, e solo qualche scricchiolo causato dall’assestamento delle rocce, sciupa questo stato di grazia momentanea…

I dolori erano costanti, e molto acuti, sentivo che era salita la febbre e probabilmente era anche molto alta, ma parlare spostava la mia concentrazione dalla mia situazione fisica, ad un anomalo senso di rilassatezza… So che può sembrare assurdo ma la consapevolezza di morire così, per come stavo vivendo negli ultimi anni, non lo percepivo affatto come un peso… Anzi, forse, sarebbe stato un modo per liberarsi da tutta la tristezza e il dolore che da tempo albergavano il mio cuore e di cui era l’ora di sbarazzarsi.

-si ma come è aveva la pozione tuo padre? Mi chiede spazientita Rebecca come se provasse un sadico gusto intellettivo nel interrompere il flusso dei miei pensieri non appena mi ci vedeva immergermi…

-ci sto arrivando…. Aspetta un secondo

-non voglio mica stare qui tutta la notte…. Mi rimprovera lei con un ironia geniale per la sua età e a giulia si apre un bel sorriso sulle labbra…

Rebecca, con il suo modo di scherzare, cercava di sorvolare l’ansia e lo sconforto per alleggerire il peso della tensione anche alla sorella. Era una bambina che nascondeva nel suo carattere un’umanità straordinaria.

-certo, mi scusi sua eccellenza… gli ho risposto e lei mi aveva sorriso aprendo il viso ad un espressione di solarità che avrebbe trasmesso gioia a chiunque…

-Comunque sia, stavo dicendo… ah si….una sera, mio padre era in viaggio con il suo furgoncino verso la Germania d doveva consegnare delle sostanze che gli erano state commissionate da un laboratorio in Italia …come ti avevo accennato prima lui aveva una grande passione per i fiori, ma focalizzata soprattutto per la produzione di tisane… Beveva tisane di continuo… il caffè non era contemplato dalla sua mente, esistevano infusi per ogni occasione, necessità o stato d’animo. Anche se in realtà è più corretto dire anche il caffè nasce come un infuso, ma poi si è abbiamo inventato l’espresso… ma questa è un’altra storia… mi nego da solo la mia divagazione…

Rebecca aveva scosso la testa in cenno di assenso, finalmente cominciavo a viaggiare sui loro stessi binari, a quanto pareva…

-Lui passava ore a prepararsi i vari infusi miscelando vari tipi di erbe, fiori e radici… la sera che era partito per la Germania si era portato dietro un termos caldo di tisana, era una delle sue nuove creazioni e aveva come effetti l’aumento della concentrazione e attraverso il rilassamento in maniera da spalmarla per le varie ore dei chilometri che doveva percorrere. Non so se quegli intrugli avessero veramente le proprietà che mio padre gli affibbiava fatto sta che quella sera accadde qualcosa di veramente incredibile. Da quello che ci ha raccontato, stava percorrendo l’autostrada da diverse ore, quando proprio di fronte a lui una raffica di vento fortissima aveva cominciato a spirare, lui si era allungato per bere un sorso della sua tisana e abbassando lo sguardo non si era accorto che gl’alberi al lato del guardrail si erano piegati al punto di affacciarsi sulla corsia di sinistra di quasi mezzo metro. Lui, per evitare andarci contro, aveva sterzato di scatto e una macchina che lo stava superando sulla destra ha strusciato sullo sportello del suo camioncino a centro chilometri orari… le sostante che portava erano sigillate dentro alcuni scatoloni ma l’urto aveva fatto saltare la protezione e dei vasetti di vetro che si sono frantumati rilasciando nell’aria uno strano mix di essenze. Purtroppo mio padre, non era riuscito a mantenere il controllo del suo veicolo ed era andato a colpire la coda di auto che si era formata davanti a lui. Fortunatamente, non si era ferito gravemente, aveva solo sbattuto il viso contro l’air-bag.

-che cos’è l’air-bag? Mi chiede lei adesso molto più addolcita per via della storia

-è un pallone che scoppia dal volante della macchina quando si fa un incidente, è capace di salvarti la vita.

Giulia si era addormentata sulle spalle della sorella, le sue guancette paffute, annerite dalla polvere, erano rotonde e sode come una mela.

-Lo sportello della macchina si era bloccato, e non si apriva… le sue gambe erano incastrate dalle lamiere del cofano accartocciate verso l’interno, lui cercava di uscire ma non c’era verso, non poteva muoversi… c’era una forte puzzo di bruciato.

-oddio… un incendio?!

-…già….

Cerco di riprendere fiato e di non far trapelare dal mio viso tutto il dolore fisico che a stento stavo sopportando, non volevo spaventarle più di quello che già non erano…

-insomma, quel furgoncino stava prendendo fuoco, ed il fuoco corre veloce sapete?!...agisce senza darti scampo, come la frana di prima…

Giulia non riusciva ad addormentarsi completamente, per via della tensione nervosa che aveva perfettamente aderito su di noi e che tornava a farci visita come un vestito troppo stretto che ad intermittenza costringeva il pensiero sempre su di sé… la bambina tentava di riposare la stanchezza socchiudendo gl’occhi ma restando sempre vigile. Non si voleva perdere la storia su mio padre, che ora era arrivata al suo punto più avvincente, quello dell’incendio

-Insomma, mio padre tirava pugni ovunque: sul parabrezza, sul finestrino, sullo sportello… stava impazzendo, non voleva morire bruciando vivo…

Sentendo le parole “bruciando vivo” Giulia si era tappata gli occhi con le mani come se avesse davanti a sé quell’immagine di un uomo che sta per morire arso vivo.

-ma non c’era niente da fare…. Aveva le gambe paralizzate e non riusciva ad imprimere forza ai colpi a sufficienza per sfondare il vetro…

-ma anche se lo buttava giù, come faceva ad uscire se aveva le gambe bloccate? Chiede Rebecca con la sua solita logica invadente.

-bè in quei casi, la paura, e l’ansia di farsi male non ci concede di agire sempre in senso logico… prevale l’istinto, che a volte è disordinato nel conciliare i pensieri con le azioni…

-io avrei urlato per farmi venire a salvare…

-probabilmente lo stava facendo, infatti se non ricordo male qualche automobilista era sceso per vedere cosa stava succedendo… invento per riparare alle falle nella mia storia

-il vento, però tirava era molto forte e non permetteva a nessuno di avvicinarsi, se il fuoco si fosse spostato improvvisamente con un colpo di vento in un punto dove c’era del carburante sarebbe potuto saltare in aria tutto… mi giustifico nella mia fantasiosa versione del racconto rispetto a quella che sarebbe potuta essere la ricostruzione dell’accaduto…

-insomma, il fuoco arriva fino al seggiolino dove era seduto mio padre, e quel punto lui era veramente disperato, non aveva né acqua né un estintore per difendersi dalle fiamme… la sua maglietta si stava per incendiare e si stava ustionando già il braccio destro, così aveva afferrato tutte le sostanze che c’erano negli scatoloni e aveva cominciato a tirarsele addosso per spegnere il fuoco…

-ma è una pazzia?! E se fossero state infiammabile come la benzina? O la grappa?

-forse lui sapeva che non lo erano….

-o forse tuo papà ha agito con quel famoso istinto disordinato che ti fa fare cose sbagliate… sostiene Rebecca in un’intuizione a metà tra prendersi gioco di me e l’assimilazione del concetto sull’istinto.

Un silenzio riflessivo cosparge i nostri corpi di distacco e per un breve periodo di tempo ognuno di noi era rimasto con i suoi pensieri, e con la sua versione del finale della storia su mio padre.

Il sangue che a piccole gocce scende dal mio costato, continua a togliermi energia vitale come se il mio busto fosse una parete che viene smantellata un mattone alla volta; con estrema lentezza sentivo scivolare via la vita dal mio corpo…

-e che succede? alla fin, si salva o no? Chiede Rebecca senza mai far caso che si possa portare anche pazienza nella vita..

-non proprio… tutto il camioncino aveva preso fuoco… rivelo senza tatto e l’espressione della piccola Giulia si cambia: da spaventata a terrorizzata…

-ma lui si salva, vero? Mi chiede Rebecca suggerendomi un lieto fine per la serenità della sorella.

-certo, altrimenti non ci sarebbe stata questa pozione…

-hai visto? Dice lei sorridendo alla sorellina piccola

-sentiamo come finisce… la incoraggia Rebecca, sostenendola emotivamente con il suo innato senso materno

-nella fretta di spegnersi il fuoco di dosso, mio padre, si era cosparso il corpo con tutte le sostanze che gli erano capitate sotto mano…. Le ripeto

-e quindi è riuscito a spegnerlo? Chiede Rebecca con la sua fastidiosa abitudine di interrompere.

-no, in realtà il fuoco è divampato e il camion è finito per scoppiare… la metto a tacere infastidito

-ma tuo padre era già stato salvato da uno dei pompieri, come te? Per questo non è morto… mi stava passando adesso Rebecca la palla della diplomazia…

-no, no, il furgoncino è saltato in aria con mio padre ancora dentro… rispondo scansandola dispettosamente.

Giulia si incupisce sempre di più e stringe sua sorella che da quando era nata era la sua roccia…

-Ma tu prima hai detto che tuo padre era vivo dopo l’incidente grazie alla pozione!

-non è vero… mento

-ho solamente detto che lui l’aveva usata una volta e che l’aveva scoperta e non che grazie ad essa si era salvato la vita….

La piccola Giulia comincia a piangere

-ecco Bravo ce l’hai fatta alla fine!. mi rimprovera Rebecca.

-Vedi cosa succede a non dare retta agli adulti?! Poi si arrabbiano e possono diventare più dispettosi di voi bambini, allora mi ascoltate adesso o continuate a fare di testa vostra?

Le due bambine mi guardano con l’espressione beffata di chi sa di non essere stato furbo come credeva..

Il dolore alla schiena era quasi sparito e con lui anche la sensibilità nella parte vicino alla ferita… non la sentivo quasi più, e questo non era un buon segno… erano passate si e no quattro ore da quando eravamo seppelliti qui, ma ogni idea che si formava nella mia mente per trovare un via di uscita appariva sempre più assurda.

-come vi stavo dicendo, mio padre non ce l’aveva fatta ad uscire, e i soccorsi ci hanno messo più di un ora per domare le fiamme che erano divampate tra tutte le macchine… ma è qui che successo qualcosa di veramente incredibile, quando tutto era sembrava finito ed i pompieri sono andati ad estrarre il cadavere di mio padre dalle lamiere incenerite che lui, invece, se ne stava li seduto era ancora vivo, a cercare di uscire da quel dannato furgoncino…

-ma come? Ma il fuoco non lo aveva bruciato?

-inspiegabilmente no, nonostante fosse stato esposto interamente alle fiamme e anche per diverso tempo, non era morto… era come se il fuoco non avesse avuto effetto su di lui, o almeno non pari a quello che avrebbe dovuto avere… mio padre ne era uscito quasi indenne, si era procurato solo qualche bruciatura superficiale…

-ma sei sicuro che fosse lì dentro o che il fuoco gli fosse veramente andato addosso…

-sicurissimo, è stato lui stesso a dire che stava briciando vivo ma era come se le fiamme non stessero funzionando su di lui, cioè lui stava bruciando ma era come se la sua pelle fosse diventata totalmente ignifuga… ed era riuscito a resistere anche al soffocamento che viene provocato dal fumo nella combustione dei materiali interni… di solito negli incendi spesso si finisce per morire prima di soffocamento che per l’effettiva ustione… è statistico… ma per miracolo lui era rimasto quasi illeso anche da quello… insomma se l’era cavata solo con qualche ustione sparsa in qua e in là…. Vi rendete conto?

Le due bambine mi osservavano come se avessero perfettamente inteso ma non fossero sicure di saper proseguire nel rapporto logico “causa-effetto” da me creato nella spiegazione dell’accaduto.

-e… e sono state quelle sostanze che si è tirato addosso a salvarlo? Chiede Rebecca con un filo di voce spaccato a metà tra l’insicurezza e l’incredulità

-esatto…

-ma allora cosa c’entra la paura, avrà inventato qualche sostanza resistente al fuoco…

-è qui l’inghippo…. Mio padre ha tentato di riprodurre la pozione per molti anni, dopo l’incidente … ha sempre sostenuto che fosse merito di quel liquido se il suo corpo era stato quasi invulnerabile al fuoco, ma ovviamente nessuno gli ha mai creduto sul serio… è comprensibile però, se qualcuno viene da te e ti racconta una cosa del genere, quale potrebbe essere la tua reazione? Pensi subito che colui te lo sta raccontando alla fine ci è rimasto sotto con i fumi di quell’incendio…

-ma è riuscito a ricreare la pozione o no?

-Ha fatto molti tentativi, ai quali ho spesso assistito… Mio padre si era fatto dare tutte informazioni su quelle sostanze che trasportava e per anni ha sperimentato la riformulazione di quel liquido provando centinaia di volte a ricalcolare le quantità che si era sparso addosso… Quando una domenica, mentre era nel suo giardino, come sempre succede nella vita di chi inventa qualcosa, la soluzione è arrivata inaspettatamente, pensando ad altro, per semplificazione…

-si era dimenticato delle tisane… irrompe Rebecca…

-esatto.

-ma anche dopo aver aggiunto la tisana ed essere riuscito a riprodurre quell’esatto odore che aleggiava in macchina prima che l’incendio esplodesse completamente, quando poi testato la pozione il risultato è stato negativo…

-come ha fatto a provare la sostanza, si per caso è infilato in una casa incendiata?

-no, si è semplicemente bagnato la mano con la sostanza e come ha passato l’accendino sotto il palmo ma quando lo hanno sentito urlare fino al laboratorio dove gli avevano rivelato la composizione di quelle sostanze che si è reso conto che mancava qualcosa di importante…

-Quindi non funziona…. E allora perché ti porti in giro questa fiaschetta? È grappa, lo sapevo!?

-nooo ti dico che non è grappa…. Mio padre ha cercato di convincermi e io credo che gli servisse anche per convincere se stesso, che mancava al successo della sua invenzione un ultimo ingrediente… dico accennando un po’ di suspense…

-e quale sarebbe…?

-non dire più grappa! L’anticipo, prevedendo il suo modo di ironizzare ormai già logoro da un eccessiva insistenza sulla stessa battuta.

-infatti volevo dire parmigiano… dice lei sviando su quanto di più semplice le era venuto in mente.

-…si tratta della paura reale di quello che è il pericolo che si sta combattendo… quello era l’ingrediente che mancava, nessun parmigiano, mi dispiace…

Lei mi sorride per una complice condivisione di furbizia…

-secondo le sue ricerche e dopo mille ipotesi sbagliate, l’ultima teoria valida che gli era rimasta era che mancasse all’appello una condizione irriproducibile autonomamente… affinché la pozione potesse aver effetto doveva essere assunta nel momento in cui l’istinto della paura, quella vera, viene invitato dal nostro cervello a tutto il nostro corpo… ci voleva proprio quel tipo di purezza che l’autentico terrore ha, per far si che nella coscienza si attivasse quel cedimento delle “difese umane” e che permettesse accedere a quei “Poteri straordinari” che il corpo umano cela in sé e che per noi sono ancora sconosciuti, in quanto si verificano solo in certe circostanze… un po’ come funzionano le interazioni tra gli elettroni nei salti dei quanti… ma questo forse è un discorso troppo complesso…. Ti basta sapere che tutto ciò, infine, ha reso possibile creare una reazione di invulnerabilità di fronte al pericolo che ci minaccia in un determinato momento.…

-ma come lo ha capito tutto questo tuo papà?

-per esclusione…. Ripensando all’episodio, papà mia l’unico elemento che mancava per ricreare le condizioni di quel era avvenuto era la strizza che aveva

-mmm, quindi signore, secondo te, non è solo per il fuoco vale per tante altre situazioni… per questo pensi che ora funzionerà la grappa?

-mmm… io non ne ho idea, ma almeno questo era quanto sosteneva mio padre. Per questo ho pensato di berla io, forse mi aiuterà a riprendermi e ad aiutarvi a scavare una via di uscita da qui… con il lavoro che mi sono scelto, una pozione magica da portarmi sempre dietro mi sembrava decisamente opportuno…

-ma non è sicuro che funzionerà?

-No, assolutamente…

-e quindi questo è il tuo piano per uscire da qui?

-più o meno…

-ok Giulia mettiamoci a pregare…

-perché tu ne hai un altro?

-bè si, io mi metto a scavare, ma tu beviti la grappa se vuoi…

-ma non è grappa, Cristo santo!

-si come ti pare… mi risponde lei da autentica futura snob

-me la passeresti? Come puoi notare sto reggendo mezzo monte Amiata, mi è concesso fare passeggiate al momento…

-tieni. Mi dice lei porgendomela vicino al viso in uno scatto del braccio quasi di sfida..

-e dai! Devi imboccarmi, se mi sposto anche di un centimetro questo masso sulla mia schiena si muove e tutte le altre macerie che si sono incastrate sopra tra di noi ci cascano addosso e saremo tutti fritti… anzi macinati…

Dopo aver sbuffato abbondantemente, con i gesti dolci e amorevoli che le appartenevano di natura mi aveva imboccato fino a farmi bere quasi tutta la fiaschetta.

-ti senti diverso….

-eh… non saprei…

-un po’ ubriaco?

-smettila.

-noi cominciamo a scavare- annuncia infine la piccola Rebecca ponendo fine a tutta questa manfrina sulle pozioni magiche…

Come due formiche, consce per natura che il loro compito da quando vengono alla luce è quello di scavarsi ogni anno un valido rifugio per l’inverno, anche le due sorelline, spinte dalla voglia di sopravvivere, si mettono a scavare tra le pietre, spostandole una ad una in una collaborazione perfetta di invidiabile sincronia.

Il tempo, in questo piccolo spazio buio passava come se lo percepissimo di una consistenza diversa dal solito, come se curvasse dalla materia rimpicciolendosi… non mi era possibile capire che ore si fossero fatte, potevano essere le otto del mattino come le dieci… è ovvio dire che in questa situazione il paradosso di non poter misurare il tempo, che per noi era fondamentale per calcolare le possibilità di sopravvivenza, opprimeva le nostre speranze al punte che ormai viaggiavano più su binari di fantasia che tenendo conto di possibilità tangibili.

Rebecca e Giulia, spostavano in silenzio alcuni piccoli sassi, con le loro manine impolverate e ferite da piccoli taglietti che i materiali più appuntiti gli provocano, scanditi da lamenti appena accennati. Le guardo in silenzio, osservo il loro coraggio, e senza volerlo, le lacrime dai miei occhi si erano messe sull’attenti sul ciglio delle palpebre, con l’orgoglio militare di chi non si muove per il profondo rispetto che nutre per colui a cui sta rendendo omaggio. Erano loro, le mie eroine…

La pozione non stava avendo nessun su di me nessun effetto, eppure di paura ne provavo a quintali, ma non mi sentivo diverso in nessun modo… se mi fossi spostato, avrei causato l’effetto “Shangai” e saremmo morti schiacciati in pochi secondi, mentre se non facevo niente le bambine da sole non sarebbe state in grado di salvarsi… forse sarebbero morte di soffocamento visto che l’aria entrava in quantità sempre meno sufficiente…

I pensieri sulla morte che ci aspettava attraversavano la mia mente con la stessa velocità e la stessa ineluttabilità con cui i fotoni di luce attraversano l’infino dell’universo…

Mi sentivo come se stessi attraversando un deserto a piedi, senza acqua e senza riparo, ma non potessi fare a meno di camminare finche le forze me lo permettevano…

-attente bambine- dico alle due giovani scavatrici che si trovano inermi davanti a un masso portante.

-se spostate sasso rischiate la frana, e poi non credo che ci possiate riuscire… le intimo di fermarsi mentre stavamo provando a spostare uno dei massi portanti

-e che facciamo adesso signore?

-aspettiamo

-cosa?

-i soccorsi che stanno arrivando….

-e come fai a saperlo?

-l’ho sentito alla mia radiolina... mento indicando con lo sguardo il cerca persone appeso alla mia cintura

-ma se è spento, e poi non sembra una radiolina… ribatte Rebecca

-è una radiolina ti dico, è collegata ad un auricolare che ho dentro l’orecchio destro, che era nascosto alla loro visuale avendo la testa piegata verso l’alto e l’orecchio appoggiato al masso… continuo strizzando l’occhio in modo che solo Rebecca lo potesse notare…

-ah si è vero… è una radiolina… mi regge il gioco avendo intuito solo dopo il motivo per cui stessi mentendo…

-Signore…

-si?

-sei un brav’uomo

-oh grazie… pensando che fosse un’altra mirabolante dimostrazione della sua abile ironia.

-… sei una persona buona…ti voglio bene… grazie, davvero… mi dice all’improvviso appoggiando i palmi delle sue mani sulle mie guance e con una dolcezza a mala pena sostenibile ai miei occhi, e poi, accosta le sue piccole labbra sulla mia guancia, a due centimetri dalle mie.

Le mie lacrime, a questo punto cedono come gli argini di una trincea minata già troppe volte dagl’attacchi del fuoco nemico…

-scusate, se non sono riuscito a salvarvi…lo avrei voluto tanto …

-lo so… dice lei

Giulia a piccoli passi si avvicina a me, timidamente, aspettando il suo turno, mi studia con i suoi occhi neri profondi come il cosmo, poi si allunga un po’ con il viso e si lascia andare in un piccolo bacio sullo stesso punto della guancia dove mi aveva baciato la sorella… senza bisogno che parlasse, il suo silenzio valeva più di tutte le parole che saremmo stati in grado di scambiarci…

Eravamo rimasti fermi, come se fossimo piantati a terra da radici secolari, e ci siamo chiusi un abbraccio di quelli senza il bisogno toccarci. I nostri sentimenti si erano disciolti tra loro come in uno di quei procedimenti culinari, di quelli che vengono ripresi nelle trasmissioni di cucina, per ottenere da un insieme di pochi ingredienti, una ricetta dal sapore unico; e così le nostre sensazioni avevano sostituito la loro inconsistenza materiale per diventare una rosa di fasci di luce virtuali, più avvolgenti di semplici braccia. Senza contatto, l’uno accanto all’altro, ci stavamo infondendo un amore che ci spogliava di tutto quello che adesso poteva essere solo “il resto”. Il mio cuore indebolito dalla tanta solitudine, si era ridotto ad un organismo inaridito e ingiustamente privato della sua funzione, ma ora grazie a quelle due bambine, stava recuperando la sua vitalità, cominciando a battere in quel modo che quando lo provi poi non lo scordi più…

Quel un ammasso di delusioni pesanti come il piombo, le uniche che da tanto tempo a questa parte avevo conosciuto e che mi avevano fatto scordare quanto fosse potente e importante, l’affetto che un essere umano può provare per un altro, si erano dissolte totalmente, e con una facilità da non crederla possibile…. Il tempo passava e nessuno di noi tre aveva niente da dirsi, così, ce ne stavamo buoni ognuno con i suoi pensieri, con le sue paure e i suoi segreti… Mi chiedevo cosa pensassero queste due bambine della morte, se fossero in grado già di sapere di che cosa si trattasse oppure se non avevano neanche avuto l’opportunità di prenderla in considerazione… osservavo la loro innocenza, che mi stupiva per il suo coraggio, non riuscivo a misurare quanto fossero davvero capaci di empatizzare con l’inevitabile fine a cui eravamo destinati, eppure c’era una forza o un’energia, insomma qualcosa di fisico che fuoriusciva dalla loro coscienza che mi trasmetteva una reale sensazione di sicurezza… o forse di pace…. Non saprei…. fatto sta che non sentivo più paura né per loro e né tanto meno per me…se fossimo morti l’uno accanto all’altro, quanto meno non sarei più stato solo…

PARTE 2

Il cumulo di terra e sassi davanti a noi si era smosso, facendo rotolare alcune pietre proprio sotto i nostri piedi.

-Crollerà tutto, vero?

-non lo so, non voglio mentirvi, sarà molto difficile venirne fuori… mi dispiace…

Le due bambine, forse già arrese all’idea che la loro vita potesse finire in quel buco, mi guardavano stranamente con un’aria che trasmetteva tranquillità.

-Dobbiamo cercare qui sotto- dice la voce grossa di un uomo che arriva ad un volume basso perdendo sul finale le frequenze alte come se perdesse potenza dopo aver viaggiato attraverso una galassia.

-hai sentito? Chiedo a Rebecca.

-chi è? chiede lei di riflesso alla sorella e nello stesso momento le rocce sopra il masso che stavo sorreggendo si spostano e con esse anche la punta che si era conficcata dentro la mia schiena si sposta, ma ancor più vicino ai polmoni, fino a toccarli, come un bambino che sfiora la tana dopo un estenuante partita ad “un, due, tre… stella”.

Con un colpo di tosse satanico avevo vomitato un grossa quantità di sangue, lo stomaco, probabilmente era già compromesso.

-Signore, Signore! Stai bene? Mi chiede Rebecca, strusciando con il polso la cascata di sangue che mi grondava dal mento

-Certo che sto bene… non si vede? Sputo sangue così tutti i venerdì sera… prima di andare a bere con gli amici… riesco a scherzarci pure sopra, tanto peggio di così non poteva andare.

-signore… mi chiama preoccupata la piccola Giulia che con l’avambraccio si era coperta il viso per nascondersi dalla vista del sangue.

-andiamo verso la torre, partiamo da lì- continua a dare indicazioni la voce che avevamo sentito prima ma che sembrava essere ancora più lontana adesso, forse di una galassia e mezzo.

-Bambine…. Urlate… vi prego… con tutta la forza che avete… urlate… ero riuscito a pronunciare, nonostante la quantità industriale di sangue che stava continuando ad eruttarmi dentro la bocca.

-vieni Giuli, mettiamocela tutta… adesso tocca a noi.

Le due bambine si tengono per mano e Rebecca urla chiedendo “aiuto” e raggiungendo delle note in falsetto che nemmeno Mina era mai stata capace di prendere. Giulia, provava ad aiutare la sorella ma la forza vocale non era di certo la sua arma migliore. Le grida venivano assorbite dalla terra e forse quell’uomo che dava indicazioni ai soccorsi ormai si era allontanato troppo per sentirle, infatti dopo alcuni minuti di strilla, l’inefficacia dello sforzo ci aveva buttato giù del tutto, dentro un vortice che shakerava impotenza e depressione insieme.

Volevo unirmi anch’io al coro ma mi reggevo in piedi per scommessa, non potevo di certo mettere in luce le mie doti canore al momento…

-se si allontanano troppo potrebbero metterci anche due giorni per trovarci… e non credo che avremo tutto questo tempo a disposizione qui sotto… mi sa che questa è la fine… mi lascio andare alla definitiva e triste verità, senza più trattenermi per far attenzione a non ferire le possibili speranze delle due bambine, che ormai, mi sa che avevano capito abbondantemente, a che finale stavamo andando incontro.…

Intervallavo le parole che riuscivo a dire per non lasciarle sole alla quantità inverosimile che stavo sputando, anche se non lo volevo ammettere io me ne sarei andato molto presto, e molto prima di loro, ormai respiravo a stento.

-bambine, vi prego venite qui…. Avevo chiesto loro con la voce stanca, e implorante per il supplizio che il buco dietra schiena mi stava infliggendo.

-Ma se ne sono andati! Maledizione… Adesso sì che non ci sente nessuno! Interviene Rebecca con gli occhi che piangevano le lacrime di rancore che le tagliavano il viso in quattro… quattro volti di rabbia.

Intanto Giulia stava tirando per la giacca per attirare la mia attenzione sul mio cerca persone scarico appeso alla cintura… infondo le avevo fatto credere che fosse una radiolina magica che serviva a chiedere aiuto in qualsiasi momento…. Mi stava teneramente indicando una soluzione, ai suoi occhi ovvia, e geniale..

-Siamo fritte. Maledizione! Continua a rammaricarsi Rebecca che adesso mostrava tutto il suo lato debole… lo aveva tenuto a bada per troppo tempo e anche fin troppo abilmente… lei non voleva terrorizzare la sorella più del dovuto, ma ora tutta la sua preoccupazione veniva a galla con gli interessi… come sempre succede quando si cerca di trattenere eccessivamente il proprio modo naturale di essere, e il suo era l’ansia.

-no… adesso ci penso io… vi state dimenticando della pozione…

-…ancora con questa storia?

-Rebecca, Giulia, venite qui… Adesso mi dovete fare una promessa…

-va bene signore- risponde sempre più obbediente Giulia rispetto alla sorella più grande.

-Giulia, chiamami Dante-

-va bene Dante- obbedisce di nuovo.

-sapete…la mia vita non è andata tanto bene…

Le due bambine si avvicinano a me e mi abbracciano quasi dispiaciute dalla notizia.

-perché? Mi chiede Giulia

-aspettate, e non interrompete, è necessario che ascoltiate attentamente le cose che ho da dirvi adesso… le redarguisco con un tono troppo aspro, perfino ingiusto…

-non posso stare qui a darvi nessuna lezione sulla vita, non ne ho la forza, e forse, non ce l’ho mai avuta… ma una promessa ma la dovete fare….

Un silenzio pieno di suspense e di sporca amarezza si era appiccicato sulla nostra conversazione interrompendola per alcuni istanti…

-quale promessa? Mi chiede Giulia con tono dimesso preoccupata di irritarmi.

-era tanto che la non sentivo parlare così a lungo, e tu ce l’hai fatta, signor Dante… grazie… dice Rebecca stringendo un po’ di più le sue abbraccia intorno al mio bacino

-Voi, non vi arrenderete fino all’ultimo secondo… voi lotterete e farete di tutto per uscire da qui, perché voi vivrete... scaverete in queste rocce con tutta la forza possibile… e quando sarete uscite da qui e continuerete la vostra vita, felici di essere vive ogni giorno che passa… per me, adesso, conta solo questo…

Ho commesso tanti errori, desiderando ed inseguendo cose che credevo fosse importanti, ma che non lo erano… il segreto della vita è arrivare all’essenza delle cose e non adeguarsi alla sua superficie… io in quella superficie ci ho navigate per molti anni e ciò mi ha fatto commettere tanti sbagli, soprattutto con le persone che amavo. Ho tanti rimpianti, soprattutto quello di non aver portato il dovuto rispetto ai miei sentimenti e a quelli delle persone a me vicine… e non solo alle persone, ma anche a molte cose… ma sapete, purtroppo, non credo di essere l’unico… il mondo è un posto complesso dove sopravvivere oggi…c’è tanta rabbia, tanta violenza e tanto dolore per come si è evoluto il modo in cui in mondo è più o meno vivibile, e so che questo a voi oggi non dice molto, e che queste parole vi sembreranno senza senso… ma voi siete il futuro…. ed un giorno queste parole un senso lo avranno e sarà anche molto importante… voi potete cambiare il mondo in meglio, e dal momento che io e la mia generazione lo abbiamo ridotto così male rispetto a come ci era stato tramandato dalla generazione precedente, voi purtroppo, adesso, non potete più tergiversare, ne tanto meno continuare così…. non avete più scuse… avete l’obbligo di fare meglio. Siete ancora in tempo, non lo dimenticate… Da migliaia d’anni, l’uomo fa questo… costruisce e distrugge, in un circolo senza fine… ed ora è arrivato per voi il momento di ricostruire quello che noi abbiamo distrutto… avevo concluso il discorso impiegando molto tempo tra un respiro affannoso ed uno sputo di sangue.

-Uscite da qui, e amate la vita, voglio che mi promettiate questo…

Le bambine mi guardavano come se le avessi costrette a sniffare della benzina, dopo aver fatto un after in un rave di musica elettronica

-allora… me lo promettete?

-promesso… mi rispondono le bambine quasi all’unisono come due soldati semplici che ricambiamo il saluto, sull’attenti, ad un loro diretto superiore.

-ok, adesso fate una cosa però… Promettetelo di nuovo…

Rebecca e Giulia, dopo aver appreso il vero significato di quella supplica, ed averlo assorbito, come se fosse il nettare di un segreto raro e prezioso per trascorrere un’ esistenza felice, che da oggi sarebbe stata comunque diversa, perché macchiata dall’esperienza che stavano vivendo, si erano lasciate andare in un pianto grande come il mare degli abissi, di un acqua tanto pura che nessuno può immaginarne l’origine. Le loro lacrime grosse come macigni bagnavano le miei ginocchia, mentre le piccole mi abbracciavano tanto forte, che ci tenevamo stetti anche la morte che avremmo incontrato. Le due piccole creature piangevano vai tutta la tristezza e la rabbia che ora sfociava da dentro di loro come un fiume senza argini. Giulia, in piedi all’altezza delle mie gambe e Rebecca ora in ginocchio continuavano a stringermi e a piangere aggrappate sul ciglio della salvezza, per non morire di dolore, dolore inferto da una ferita, quella del nostro addio, insanabile per la loro limpida anima…

-Adesso, andate…

-tu non vieni, vero?

-Mi dispiace… non appena trovate un varco cercate di risalire, e urlate il più possibile così che i soccorsi possono sentirvi e venire ad aiutarvi.

-ma tu cosa hai in mente? Mi chiede singhiozzando senza tregua

-basta Rebecca! Alzatevi su, mi avete scambiato per Gesù di Nazareth?! è inutile che mi stringete le gambe, tanto non ci sono miracoli in programmazione… appena finita la frase un colpo di tosse secca mi aveva fatto vomitare una quantità di sangue denso e nero come l’oscurità dell’oblio che si era spalmato a terra giusto per rimarcare che la mia esistenza era compromessa del tutto…

-Dante… pronuncia Rebecca con tutta la pietà per il mio corpo quasi senza vita…

-Signore… l’aveva seguita con un filo di voce, la sorella, che con gl’occhi neri e ormai lucidi mi abbracciava anche nel suo sguardo… occhi lucenti che brillavano come le stelle che nascondono la loro magia nello spazio incalcolabile dell’universo…

-Ad-adesso andate, non-non c’è più tempo… Giratevi, non vo-voglio che vediate…

-va bene- acconsentono le due piccole stringendosi le spalle e voltandosi per eseguire forzatamente quell’ordine che a fatica potevano sostenere.

-non voglio lasciarle morire così, non voglio. Non posso. Sono così piccole. Non voglio… mi ripeto come un mantra nella mia mente.

La roccia sulla mia schiena, premendo con uno spostamento millimetrico, mi perfora il polmone destro e s’infila sempre di più dentro il mio costato. Sento la punta della roccia mischiarsi con la mia carne fino a confondercisi… il corpo estraneo è definitivamente andato a convivere con i miei organi.

Il dolore invece che acuirsi, però, si appiattisce… improvvisamente anche l’udito chiude il contatto con i rumori attorno a me… non mi è più possibile sentire alcun suono… In pochi istanti, in pratica, divento sordo ma allo stesso tempo, sento recuperare la forza nei muscoli delle gambe, come se stessi subendo una sorta di mutazione transgenica.

Il mio corpo, invece di cedere stremato, sembrava stesse recuperando una parte delle sue energie, come se tutte quelle rimaste confluissero solo in alcuni settori del mio organismo.

Non so darmi la minima spiegazione scientifica per quel che sta accadendo, è come se il mio sistema immunitario stesse sovra producendo ed organizzando una difesa in grado di annullare le conseguenze delle ferite, sottraendo una sorta di “energia” da alcune funzioni fisiologiche per ridistribuirle ad altre…

Infatti anche la mia vista cede, le sagome delle bambine mi appaiono distorte e bagnate di colori troppo luminosi per essere reali, e allo stesso tempo il mio battito cardiaco accelera e si fa più pesante nel petto, come se stessero risuonando i colpi di una campana gigante…

Adesso, la percepisco chiaramente,… mi è completamente entrata in circolo… è un’energia che non mi appartiene, che va oltre alla natura umana, e che agisce come un agente estraneo ad essa, ma aderendo perfettamente ai suo processi di funzionamento, per sopperirne le mancanze, dandogli il sostegno necessario.

-non posso lasciale così, loro devono vivere, loro vivranno, ed io vivrò per sempre nei loto ricordi, sacrificando la mia vita, per la loro…

Il peso della roccia sulla mia schiena si annulla, adesso, sopra di me non percepisco nemmeno il peso di una piuma. I miei arti si sono incredibilmente induriti se fossero stati immersi in un vasca di acciaio fuso. Perdo totalmente il controllo dei sensi, il contatto con l’ambiente è sparito. Non mi rimane che concentrare tutta questa energia e incanalarla nell’ultimo sforzo.

Come un eroe che in quelle leggende antiche di prigionia si libera da catene che lo avevano richiuso per secoli, con uno scatto di potenza, con la stessa vena impavida, sollevando la schiena, spazzo via le pietre incastrate sopra di me, facendole quasi “eruttare” in superficie… ma proprio in quel istante, il mio cuore si ferma, l’ultimo dei miei respiri si spegne, e tutto quel doloro, finalmente, svanisce per sempre…

-Il Signore ci ha detto di non girarci e di stare attente ma io non capisco perché- dice la piccola Giulia alla sorella più grande mentre si asciuga le lacrime che, mischiate alla polvere sulle guance, erano diventare acqua sudicia.

-stai tranquilla, ti senti al sicuro con me?

La piccola risponde con un cenno di assenso.

-ma ora noi andiamo in cielo come la mamma?

-no, Giuly, ora noi scaviamo, e non andiamo affatto in cielo… Dante non si sente tanto bene. Ci ha chiesto non di non guardarlo mentre sta male… ed è meglio così, fidati…

-ma lui ci salverà con la sua pozione magica…

-Non credo proprio. Dice Rebecca guardando la fiaschetta a terra…

Giulia si abbassa e la raccoglie come se fosse un fiore di una bellezza poco conosciuta sul nostro pianeta, strappato senza motivo da un giardino che non ci è facile costruire nemmeno con l’immaginazione….

-perché l’hai presa? Domanda Rebecca a sua sorella

-perché questa pozione ci aiuterà, ce ne è ancora un po’.

-la vuoi bere? Ma sei impazzita, è grappa!? Dante, se non lo hai capito, ha lo stesso problema che aveva papà…

La piccola Giulia, indispettita, punta lo sguardo sulla sorella, non le permette di mettere in discussione quello che sostiene dal momento che lei rispetta sempre le sue opinioni quasi a prescindere. Ogni volta che Rebecca da sfogo al suo senso di giustizia, Giulia accondiscende, quindi pretende di ricevere indietro lo stesso trattamento.

-non è grappa. Io lo so.

-aspetta dammela un secondo. gli chiede Rebecca…

Si passa tra le dita la fiaschetta e nota anche una minuscola incisione sotto il tappo, sono tre cerchi che assomigliano a tre volti di luna quasi piena… le tocca con il polpastrelli per confermane la buona fattura dell’incavo, così piccolo, ma preciso nei contorni che stupisce, e poi va oltre, riesaminando l’odore del liquido mentre Dante è impegnato a bisbigliare da solo parole senza senso.

-ne sarà rimasto un sorso, si e no... che ne dici se la dividiamo!? Le propone Rebecca come offerta di pace.

Giulia acconsente.

-ma prima l’assaggio io.

Giulia accetta anche questa condizione.

Le due piccole ingurgitano le poche gocce di pozione rimasta, il sapore era simile ad un intruglio di erbe infuse nella benzina, se avessero dovuto fare un accostamento approssimativo.

-come ti senti? Chiede Rebecca a Giulia

La sorella minore si limita a fare spallucce con senso di indifferenza.

-almeno non era tanto alcolica come credevo, pensavo che ci saremmo sbronzate… ci scherza su Rebecca

-il sapore fa schifo. Definisce la faccenda Giulia.

Le due sorelle evadono mettendosi a ridere di gusto con una di quelle risate che contagerebbero anche una persona solare come Rami Malek in Mr Robot.

Improvvisamente, il rumore delle rocce che si smuovono mette in allarme le due piccole, che si voltano verso Dante e vedono qualcosa che rimarrà loro impresso per tutta la vita.

Il signore, quel pompiere che le aveva protette fino a quel momento, un uomo forse un po’ troppo stravagante e che racconta storie troppo fantasiose per un adulto, ma a cui era sono affezionate tanto, perché aveva capito che infondo era un uomo di buon cuore, ma che probabilmente era andato un po’ fuori di testa sentiva tanto la mancanza della famiglia, stava per togliere di mezzo quelle rocce che avevano condannando, i tre, fin ora, ad morte certa.

Le due bimbe si abbracciano per tentare di esorcizzare la paura e l’ansia… Dante ad ogni centimetro di roccia che alzava sembrava che perdesse un pezzo della sua umanità, assumendo un espressione spiritica con gl’occhi rigirati per lo sforzo, almeno loro pensavano che fosse per quello.

-qui crolla tutto, c’è il rischio di restarci secche… stammi vicino e non lasciami mai la mano. Rebecca avverte Giulia

Dante, vestito di questa potenza sovrannaturale, alla fine riesce a sbloccare quell’intricata prigione di sassi con un processo simile a quello che compie la pressione del vapore quando scoperchia una pentola.

Come se fosse intrisa di una polvere di miracoli, la luce del Sole, entra nel fosso, tagliata in fasci simili, a quelli di un’intricata trama, e neutralizza all’istante l’oscurità che abitava quella prigione… dissolvendo anche il senso di morte, che è l’ombra di ogni assenza di luce, in tutte le storie, sia quelle tra il bene e il male, che quelle in bilico tra ciò che è vita e ciò che non lo è, con un tale potenza, che solo un essenza divina poteva eguagliare….

Il calore dei raggi sfiora le guance delle due bambine, vestendo il loro visi di speranze che avevano abbandonato. La luce si fa spazio in quel metro di terra con un irruenza implacabile, ad ogni roccia che, Dante con la sua forza straordinaria faceva volare come stesse lanciando in aria coriandoli a carnevale. Sotto quella luce, che aveva il sapore di una volontà celeste, le macerie che ci avevano negato la libertà, prendevano ai nostri occhi, colore, e perdevano la loro spietata e subdola minacciosità.

Rebecca e Giulia restano incredule a godersi la meraviglia di questo spettacolo, facendosi accarezzare dal Sole senza essere coscienti che questo momento sarebbe stato uno dei più preziosi della loro vita.

Alle fine si sono salvate, sono vive, e ne stavano uscendo... questa era l’unica cosa che aveva davvero importanza.

Dante, che aveva perso ormai le sue sembianze umane si era recluso in un angolo di ombra per non spaventare le due bambine, visto che il suo corpo era ormai deforme. Inverosimilmente quest’uomo era stato in grado di spazzare via un peso tale che una gru meccanica ne sarebbe stata capace. Lentamente però, dalla superficie molti pezzi di muro, di legno e di rottami di altro genere stavano ricadendo nel fosso pericolosamente sfiorando quasi la testa delle bambine. Andavano ad ammassarsi l’uno sull’altro e avrebbero finito di creare una muro che avrebbe separato le due bambine dal pompiere.

-che succede? Correte! C’è stata un’esplosione lì!- avverte la voce grossa di un signore che viene seguita dalla sua ombra proiettata dal sole sulla parete del fosso.

Per un gioco di riflessi, il viso dell’uomo rimane senza identità, ma dalla giacca e l’elmetto le bambine capiscono subito che si tratta di un altro pompiere..

-Ci sono due bambine qui, forza muoviamoci, portate un’imbracatura! Dà l’allarme l’uomo verso una direzione impossibile da intuire dalla prospettiva di Rebecca e Giulia.

Le due piccole avrebbero potuto urlare rimarcando il loro bisogno di aiuto, o semplicemente esultare visto l’arrivo dei soccorsi, e invece, si erano limitate a lasciarsi andare nelle mani dei soccorritori, e ad aspettare che compiessero il loro salvataggio eseguendolo a regola d’arte, come erano certe che sarebbe stato… ma la loro calma, forse, non derivava soltanto dalla certezza di essere ormai al sicuro… Sembravano quasi si fossero risvegliate in una foresta incantata dopo un lungo sonno… era come se quel bagno di luce solare da cui erano state investite, le avesse toccate, non solo con il suo calore ma anche infondendo loro una sensazione di pace, che aveva bagnato di stupore i loro sguardi, come solo miraggio avrebbe avuto il dono di fare… grattando via ogni crosta di terrore che si era sedimentata nella loro coscienza.

Rebecca e Giulia dopo essersi agganciate l’imbracatura, con gesti lenti e precisi, erano state tirate fuori da quel piccolo pozzo di sassi e finalmente messe in salvo da quell’infame destino a cui il loro eroe, Dante, era riuscito a sottrarle.

-State bene?- Chiede il pompiere accarezzandole la nuca ad entrambe per scuoterle dalla loro espressione apparentemente inebetita.

-beh si, abbiamo passato giorni più felici- risponde Rebecca come se nulla fosse, pulendosi la polvere dal viso con la coperta che le era stata appena consegnata da un altro pompiere.

-c’è Dante lì sotto, lo dovete salvare… li redarguisce Rebecca come fosse un loro superiore quando che Giulia le pizzica il braccio per ricordarle dell’amico.

-chi è Dante? domanda il Pompiere

-è un pompiere, proprio come te…. ha sollevato le rocce da lì sotto, per farci uscire… siamo state intrappolati lì dentro per ore… se non fosse stato per lui saremmo già morte… dice Rebecca indicando il ciglio del buco.

-noi non abbiamo visto nessuno… sei sicura di quello che dici?... non è che..

-Certo! è ancora sepolto lì, mettevi a scavare immediatamente… lo striglia Rebecca con la sua conclamata irruenza…. -ma sei sicura? forse sei un po’ sotto shock… cerca di riposa….

-è lui che ci ha protetto fin ora ed è rimasto qui sotto, è ferito e potrebbe morire…perciò muovetevi!

-non credi che lo avremmo visto se ci fosse stato un uomo in fosso largo due metri? Chiede lui con una tono di voce gentile e comprensivo.

-Senti ascoltami bene. Dante è ancora lì sotto, ed io non mi sono inventata nessun amico immaginario. La vedi questa fiaschetta? Questa è una pozione magica! Anch’io non ci volevo credere… ok? Ma lui cinque minuti fa, quando vi ha sentito arrivare che abbiamo urlato come pazze sentire da voi, senza nessun risultato tra l’altro, lui si è trasformato in un non so che tipo di uomo con una super potenza che gli ha permesso di spostare tutte le rocce che tappavano la fossa dove eravamo seppellite. Solo che mentre alzava questi benedetti sassi, alcuni di essi sono precipitati dalla superficie e lo hanno sepolto prima che voi arrivaste. Quindi ti sto dicendo che potrebbe essere ancora vivo e che dovete scavare! Sono stata abbastanza chiara?! Lo redarguisce Rebecca sparandogli addosso la versione più famosa del suo sguardo omicida, con i suoi occhi verdi, così taglienti da sembrare esser fatti di diamante. Il Pompiere, un uomo alto con la schiena curva, un po’ anzianotto, con il viso dai lineamenti tanto marcati da poter essere stati scolpiti così solo dalle vicissitudini della vita, si passa davanti agli occhi gialli, la fiaschetta grigia con una faccia alquanto dubbia. E già lì, Rebecca sbuffa e rigira lo sguardo all’indietro, vicina ad un attacco di nervi. L’anziano pompiere, con la pelle raggrinzita come una maglietta che non hai mai conosciuto un ferro da stiro, avvicina il naso per sentire l’odore del liquido residuo rimasto nel contenitore, tentando così di ricostruire l’origine della bevanda.

-quindi secondo te, questa è una pozione magica?

-davvero… te l’ho già detto, anch’io non ci credevo, ma Dante ad un certo punto si è come trasformato in uno di quei supereroi… sai quelli che si vedono nei film tipo “i fantastici quattro”? Ecco si è comportato proprio come nelle scene in cui tirano per aria automobili come fossero freccette… è così che ha fatto saltare tutte le macerie per liberarci da quella prigione.

-una super potenza quindi… e l’avete bevuta anche voi questa pozione?

-un pochino si, ma sono alcune gocce. Dante ci ha tipo snocciolato una spiegazione scientifica sull’amigdala... roba che Giulia ha cominciato a parlare per farlo smettere…

-poche gocce e basta, però… siete sicure?

-si certo, è stata Giulia a chiedermelo… sta sempre zitta ma in questa testina ha un cervello grande come quello di un… di uno che ha un cervello parecchio grande… non so… non mi veniva nessuna esempio particolare … ma voi pensate di muovervi o ci facciamo un aperitivo qui?... vi ho detto che lì sotto c’è il nostro amico!... e forse è ancora vivo, la pozione potrebbe averlo salvato dal crollo delle macerie… però potrebbe essere ferito e non riuscire a muoversi…certo questa pozione ha dei poteri magici, ma questo non significa che è fa i miracoli…

-ma tu sei sicurissima, che ne hai bevute solo poche gocce!? Perché a giudicare dall’odore in questa fiaschetta, e dalla tua ilarità invadente, giusto dopo esser stata appena salvata dopo ore rinchiusa in un fosso, per me questa rimane grappa…

-Non è grappa, dannazione! È una pozione magica. Si ribella Rebecca mentre si siede sul ciglio del burrone.

-Dante, Dante! Ci senti? Lo chiama Rebecca urlando contro quel buco vuoto senza ricevere nessun segno di risposta.

La piccola Giulia si siede vicino alla sorella per constatare insieme a lei se c’era veramente la possibilità concreta che il loro salvatore potesse essere realmente sopravvissuto o meno.

I soccorsi, divisi tra squadre di pompieri, paramedici, e volontari setacciavano la distesa di rovine in cui il paesino si era diventato nel corso di quella sola notte… chi poteva scavava senza sosta, con le mani, con le braccia e con il cuore… tra le macerie e la polvere, cercando anime sopravvissute a tutto quell’orrore che si prostrava, davanti al occhi stanchi, inermi e bagnati di lacrime di tutte le persone che unite si stavano logorando di dolore per l’accaduto. La sensazione di devastazione era ormai una molecola che si era combinata insieme a quelle dell’aria che stavamo respirando. Non si trattava solo di semplice impotenza o un senso disperazione era qualcosa di più piatto che ti aggrediva sotto pelle… una sensazione stringente, come l’assenza di ossigeno che ti prende alla gola, che ti fa soffocare, spegnendo ad una ad una le tue cellule, e lasciando scivolare nell’antimateria del oblio, la luce nei tuoi occhi…

-è ora di andare, bisogna che vi porti dentro ambulanza, avete bisogno di essere medicate. esige il pompiere dalle bambine, ma le due piccole continuavano imperterrite ad osservare quel vuoto come se dipendesse da quel immobilità la prosecuzione delle loro regolari attività psico-emotive.

-venite via con me, i miei colleghi si occuperanno delle ricerche ma se insistete a stare qui a ridosso del fosso, non possiamo far avvicinare le scavatrici. Mente il pompiere con l’aria chi di crede poco alle sue stesse parole già mentre le pronunciava.

Rebecca e Giulia si rendevano perfettamente conto di quello che Dante aveva sacrificato per loro. Del Destino a cui era andato incontro per permettere alle due bimbe di proseguire il loro cammino, e forse un po’, inconsciamente era quella la ragione per cui non volevano accettare la morte di Dante. La loro immagine ricordava molto quella che si vede in certi film quando durante un funerale, i parenti del defunto restano ad osservare la tomba come se fosse un ostacolo troppo doloroso da oltrepassare, considerando il distacco della persona a cui si voleva bene.

-Forza bambine- le incita un ragazzo appena arrivato sul posto, accarezzando dolcemente Rebecca sulla schiena. La bambina dallo spirito combattivo, forse a volte anche un po’ troppo eccessivo, aveva dipinto i suoi occhi verdi, inondati di lacrime, fissi sul fosso senza riuscire a trovare la forza di voltare pagina. Spinta da un sentimento che aveva raggiunto la sua estrema purezza solo nel giro di una manciata di ore, la bambina ostentava tutta la sua caparbietà mostrando senza vergona tutta la debolezza del suo animo, di cui lei ne andava fiera, come era da prerogativa del suo carattere.

-mi daresti la mano

-Sono stato messo al corrente che il vostro amico Dante possedeva una pozione magica, non è così? Insiste il ragazzo che ad occhio era molto più giovane del suo collega… quello per primo aveva soccorso le due sorelle.

Il ragazzo sembrava non avere più di vent’anni. I lineamenti dolci del suo viso colpivano più dei suoi occhi celesti, cristallini come acqua...

-io credo molto nella magia, e se non vi disturba, sarei molto curioso di vedere la pozione…

-sempre che per voi vada bene… aggiunge il pompiere, notando nelle due bambine scarsa attenzione alla sue parole… Il giovano non distoglieva neanche un secondo lo sguardo liquido di dolcezza da quello di Giulia, non voleva abbassare il livello di fascino che le sue maniere gentili avevano sulla piccola. Per loro, lui, provava un profondo rispetto… quello che si deve a due bambine che avevano avuto la forza di resistere all’inferno che avevano appena passato.

-non ne è rimasta neanche una goccia. Risponde Rebecca a quel ragazzo soffocando l’incantesimo che lui stava creando per conquistare la fiducia di Giulia.

-Potrei vedere la fiaschetta ugualmente?

-ma se è finita che senso ha?

-per spirito curiosità, mettiamola così…

Rebecca dopo aver incontrato lo sguardo già innamorato della sorellina offre il suo benestare per la cessione del prezioso oggetto.

-Bambine, andate con lui, avete passato un momento terribile, è il caso che mangiate qualcosa….tra l’altro ho sentito che Giuliano conserva sempre nello sportello dell’ambulanza due leccalecca giganti panna e fragola, magari se andate con lui c’è il caso che quei due dolci siano stati messi da parte proprio per voi.- conclude il ragazzo con il suo tono di voce suadente come il canto di una dea.

Il ragazzo odora il contenuto della fiaschetta e si allontana quasi di soppiatto, disinteressandosi improvvisamente della situazione delle due bambine, che sembrava avere a cuore…. Ignora soprattutto di Giulia che da vero mascalzone, aveva fatto innamorare di sé per poi darsela a gambe, e anche del collega, ma non per semplice egoismo, il suo atteggiamento assomigliava più a quello di uno scienziato che deve tornare al suo laboratorio, per stilare i dati conclusivi di una ricerca che durava anni da troppi anni ormai…

Il ragazzo arrivato al camion, estrae una bottiglietta d’acqua da sotto il sedile, come se aspettasse da tempo di eseguire la procedura per filo e per segno… Comincia con il versare un po’ di acqua nella fiaschetta, dopo aver shakerato era pronto per testare il contenuto del suo lavoro.

-Mio Dio… esclama il ragazzo in un sospiro mentre passa in osservazione ogni cellula epiteliale del suo avambraccio… apparentemente non pareva aver subito nessuna mutazione genetica.

Nel frattempo, le due bambine, esauste come se avessero spostato travi di ghisa per una giornata intera, si erano alzate da quel ciglio, ed erano state accompagnate dal pompiere anziano verso l’ambulanza.

-Dì pure a quel bellimbusto di restituirci la nostra fiaschetta quando ha finito di giocare al “tizio me la svigno” o lo vado a cercare a casa…

L’anziano pompiere aveva risposto con una risata spontanea che non era riuscito a trattenere.

Le due bambine si erano accomodate nel retro dell’ambulanza insieme al pompiere che aveva dato ordine ai paramedici di partire in direzione dell’ospedale.

Né Rebecca e né Giulia avevano riportato nessuna ferita grave, solo piccoli graffi ma il signore era stato intransigente, dovevano essere portate via da quel luogo di disperazione. Come promesso sia a Rebecca e che a Giulia era stato consegnato un leccalecca gigante panna e fragola.

Il ragazzo, dopo aver assaggiato la pozione, si era stranamente messo in agitazione, e voleva raggiungere le bambine come se avesse qualcosa di importante da riferirgli, ma erano troppo distanti, e la sua reazione si era limitata ad un gesto brusco del braccio che nessuno aveva notato, e che assomigliava più a un timido saluto un po’ storpiato, che a un modo efficacie che attirare l’attenzione su di sé. Amareggiato, era tornato alle sue conclusioni e ai suoi pensieri…

-e come ha fatto all’inizio il vostro amico Dante di cui parlavate prima, a proteggervi dalla frana? Chiede il pompiere all’improvviso come se si fosse ricordato casualmente che doveva fare questa domanda, da prima…

-non so… lui ci ha abbracciate, è stato tutto molto veloce…. un grande pezzo di muro ci stava per schiacciare e lui è apparso dal nulla e con la sua schiena ci ha fatto da scudo… spiega Rebecca scandendo gli enunciati con gustosi tuffi della lingua nel dolce mondo dei leccalecca.

-beh… dev’esser stato un uomo molto forzuto se è riuscito a resistere all’impatto, e a sorreggere poi tutto quel peso… dice il pompiere alludendo alla fantasia che secondo lui ha usato Rebecca per inventare quel fantomatico eroe inesistente…

-evidentemente si… risponde la piccola lei realmente dubbiosa su come Dante sia stato capace di tutto ciò grazie ad una pozione magica, senza che gli sfiorasse la mente che il pompiere non la stesse prendendo sul serio...

-o forse, le rocce, quando sono crollate, si sono anche incastrate tra di loro casualmente… e la frana si è assestata da sola… e magari Dante non ha avuto quel ruolo da eroe che credete… Continua il pompiere a forzare la ricostruzione dell’incidente con una logica impertinente, giusto per insinuare in Rebecca il senso di colpa necessario a confessare che Dante era solo frutto della loro immaginazione.

-già… forse… fatto sta che se non ci fosse stato lui, chi le avrebbe tirate su quelle rocce? aveva risposto per le rime Rebecca avendo fin troppo chiaro l’obiettivo del suo interlocutore.

Intanto la piccola Giulia guardava, aggrappata al finestrino dell’ambulanza, la piazza che stavano lasciando… ogni cumolo di macerie, e tutta quella desolazione di cui erano densi, andavano rimpiccolendosi alla sua vista ad ogni metro che percorrevano verso l’ospedale… la piccola, aveva impressa sul viso la stessa aria afflitta degli innamorati quando non possono stare vicini alla propria metà, per cause più grandi di loro.

-e da dove proviene questa fantomatica pozione? Come poteva esserne in possesso il vostro amico? Continua il pompiere con il suo interrogatorio.

-all’inizio Dante mi era sembrato un bugiardo, capace di raccontare solo un sacco di storie, a cui io sinceramente non davo molto spago… infondo chi può sembrare davvero sincero quando ti dice che la pozione magica che tiene nel taschino, ci può salvare da una morte certa!? Chiede Rebecca con un linguaggio appena preso in prestito da coloro che stava ascoltando nelle ultime ore, e che di certo non apparteneva ad un bambina di dieci anni…

Le due sorelle si scambiano gusto il tempo di un occhiata e Rebecca capisce che deve aggiustare il tiro del suo discorso.

-devo ammettere che Giulia è stata molto più brava di me… lei gli ha creduto sin dall’inizio… devi sapere che anche se mia sorella non parla tanto, e che quando sta con gli sconosciuti, a volte, è anche peggio… perché si blocca proprio e finisce per chiudersi completamente agli altri, ma è sempre stata ferrata nel capire le persone… le basta uno sguardo e…

-è molto intuitiva quindi… gli suggerisce la definizione il pompiere e Rebecca annuisce in segno di assenso.

-quanti anni ha tua sorella?

-quattro e mezzo, quasi cinque… siamo nate vicine, il suo compleanno è il dodici agosto, mentre il mio è il ventidue.

-e tu quanti anni compirai il ventidue di agosto?

-dieci.

-sei già una signorina- dice il pompiere ma la sua esclamazione di perde nell’aria come un piccola quantità innocua di gas…

Il silenzio sceso tra di noi come una nebbia spontanea aveva, aveva diradato il nostro scambio verbale più per inadeguatezza che per volontà…. o peggio ancora, più per via della piccola quantità innocua di gas rilasciata nell’aria di prima che per volontà…

- però non hai risposto alla domanda … qualcosa sull’origine di quella pozione Dante ve l’avrà pure accennata… riparte all’attacco il pompiere

-beh, si, ha accennato tutta una spiegazione sul fatto che influiva su una parte del cervello che si chiamava…? Chiede Rebecca alla sorella che senza parlare ma solo con i suoi occhi le suggerisce la risposta.

-ah si, l’amigdala… hai ragione… conferma distratta Rebecca, non sicura di ricordare bene la spiegazione, ma convinta del consiglio muto della sorella.

-… se non mi sbaglio… insisteva sul fatto che la pozione aveva vari effetti, che dipendevano dalle paure che si provavano nel momento in cui la si assumeva… o comunque dagli stati d’animo che si provavano … infatti quando l’ha bevuta, all’inizio, lui non ha ottenuto alcun risultato… e noi infatti pensavamo che fosse tutta una bufala… ma poi quando ha sentito la vostra voce, è intervenuto l’effetto che gli ha dato la forza di spostare quel pezzo di muro che bloccava l’uscita da cui poi ci avete tirato fuori…

Il pompiere anziano ascoltava la storia di Rebecca con la lentezza che accompagna sempre la riflessione dei saggi.

-ma ti ricordi se ha specificato qualcosa se come ha ricevuto quella sostanza? È importante… Chiede il pompiere dopo alcuni secondi di silenzio a Rebecca. arrivando finalmente al fulcro della questione.

-perché mi fai tutte queste domande? si insospettisce alle fine Rebecca, per l’eccessiva pressione che esercita il pompiere.

-finalmente… stavo attendendo la tua reazione… perché è molto importante che io lo sappia.

-ma perché?

-lo capirai.

-ma io lo voglio sapere ora.

-ogni cosa a tempo debito Rebecca. È sempre così, bisogna saper aspettare… e poi non possiamo giocare d’anticipo, non possibile farlo.

-ma che stai dicendo?

-capirai anche questo… risponde il pompiere sorridendo.

Rebecca evita di ribattere lasciando cadere il senso della supposizione nella sua indifferenza.

Per tutto il resto del tragitto i tre erano rimasti in silenzio, contato solo con sguardi fugaci per tenersi sott’occhio a vicenda…. quando si vivono tali tragedie, il livello di ansia che ti assale poi crea un stato costante di allerta, dove anche un respiro fuori posto può provocare reazioni scomposte e fuori luogo. La ragazza che accompagnava i tre che era probabilmente una volontaria, non aveva eseguito nessun controllo medico né su Rebecca né su Giulia, e questo era già di per sé molto strano; le procedure in questi casi prevedevano ovviamente il contrario.

Le bambine erano rimaste sedute sul lettino con le gambe a penzoli come se dondolarle fosse l’unico passatempo che potessero concedersi per accompagnare il pensieri che stavano già assimilando gli eventi dell’ultima notte da un pezzo.

L’uomo, invece, se ne stava seduto per conto suo, con la testa leggermente abbassata come se stesse facendo un sonnellino all’ombra di un albero.

Si era svestito dei guanti del uniforme che ora portava appesi alla cintura… le dita dei guanti, ad ogni rigonfiamento della pancia, quando lui respirava, si piegavano come marionette stanche.

Teneva le mani salde ai manubri di ferro accanto alla sua sedia… Aveva mani tanto grandi che un solo dito misurava quasi la stessa circonferenza del avambraccio di Giulia. Mani con cui quell’uomo doveva aver scavato in continuazione nella sua vita, tante erano le piccole cicatrici sporche di nero che ormai erano tratti distintivi della sua pelle. Sembravano Mani che potevano essere più quelle di contadino che di un pompiere….

I capelli grigi di quell’uomo, ricresciuti come erbacce in un marciapiede, pendevano dal bordo del suo elmetto di servizio, facendo immaginare facilmente una calvizie estesa al centro della testa.

Ogni elemento fisico appartenente a quell’uomo, dava a presagire che all’interno dell’ambulanza stesse aleggiando una specie di malasorte… la sensazione che la sua fisicità trametteva era molto oscura… sembrava che stessimo assistendo al principio di un altro evento catastrofico e malvagio, il cui futuro protagonista sarebbe stato proprio quel pompiere, e che noi adesso che ne fossimo resi conto in anticipo, proprio grazie alla sua figura composta di particolari fisici brutti e disarmonici tra di loro… e che creavano questa cappa di terrore nel loro insieme, che tutti noi stavamo paurosamente respirando…

Giulia se ne stava impietrita ad osservare il pompiere cercando di risolvere l’enigma del rebus che i tratti fisici dell’uomo ci mettevano di fronte, per scoprire in cosa avrebbe mai potuto consistere la cattiveria di cui quel pompiere sembrava essere capace. Lo studiava di soppiatto, nascondendo le sue reali intenzioni dietro un viso fatto di stanchezza e non curanza, inscenando un’espressione tale che sembrava che lei si fosse svegliata dopo un sonno durato giorni, e che stesse cercando di recuperare ancora il contatto con la realtà… tutto questo Giulia, lo stava svolgendo attraverso un meccanismo mentale di cui era impossibile intuire né i passaggi e né le origini.

Solo il rumore delle curve dell’abitacolo che sterzava e macinava metri di asfalto faceva da sottofondo al nostro silenzio…. ma dopo alcuni minuti in quella situazione al limite tra l’onirico e il disagio che Giulia tira per lembo della maglietta la sorella, come se avesse trovato la soluzione e che fosse urgente da riferirle.

-non ti sembra che questo signore assomiglia un po’ a Dante? Chiede la piccola con un soffio di voce sibilato all’orecchio di Rebecca

-mmm… non proprio… o perlomeno non ci avevo fatto caso… forse gli assomiglia perché è vestito da pompiere anche lui… risponde Rebecca ad alta voce, richiamando l’attenzione di tutti e della conseguente rabbia muta di Giulia che non aveva intenzione divulgare il suo pensiero.

-c’è qualcosa che non va? Chiede il pompiere

-no, è che a Giulia piace fare il gioco delle somiglianze… risponde in maniera sbrigativa Rebecca all’intervento dell’anziano vigile del fuoco.

-e a che assomiglierei io?

-ma no a niente, ha detto che sembri un vecchio orso con il costume da pompiere- risponde, senza farlo di proposito, con la prima assonanza fuorviante che le era venuta in mente ma dai toni un po’ troppo offensivi.

-ah… un vecchio orso con il costume da pompiere… mitico io… risponde lui reinterpretando male uno slang giovanile che era totalmente dissonante sulla sua persona.

-ma quanto ci vuole per arrivare a questo ospedale? A pensare che lì è pieno di siringhe ed aghi mi viene voglia di buttarmi da questa ambulanza in corsa…

La sua domanda retorica insieme al suo modo di sdrammatizzare erano scivolati nel silenzio come se fossero ricoperti di sapone…

-… non abbiamo tempo da perdere, noi siamo donne d’affari… insiste Rebecca per averla vinta sull’imbarazzo dell’insuccesso della battuta precedente, cercando la complicità di Giulia, come se avesse optato su un classico nel modo di scherzare tra lei e la sorella.

-non manca molto…rompe il ciclo di ilarità il pompiere

-lo spero…

Dopo pochi minuti dopo l’ultimo scambio di parole tra i partecipanti del reality “viaggi infiniti nelle ambulanze” il veicolo si era fermato e aveva spento il motore.

-ci siamo- conclude il pompiere.

Le bambine scendono dai lettini e si accostano ai portelloni, frettolose di uscire dall’abitacolo e la ragazza dall’aspetto molto anonimo, per accontentarle, apre la porta del retro.

Quando Rebecca appoggia il primo piede quella terra battuta e desolata, che si perdeva per sconfinati chilometri davanti a sé, scopre che il posto dove si erano dirette non era affatto un ospedale…

-ma dove siamo? Chiede Rebecca al pompiere

-mi dispiace, non avremmo voluto che finisse così… non siamo riusciti a riportarvi indietro neanche stavolta…

-indietro dove? Sbaglio o dovevamo andare in ospedale per un controllo, o tu, magari, ti sei bevuto veramente il cervello?

-credetemi, ce l’abbiamo messa tutta… davvero…

-senti, stai blaterando frasi a caso da quando ci hai tirato fuori da quel buco, la vuoi smettere o ti devo colpire con il giornale?

-colpire con il giornale?

-si, dai giornale, ma non si può!...neanche questa chiappi… era geniale… i cani… i giornali ripiegati, padroni che si arrabbiano? Ci sei arrivato? ….oddio mi sta prendendo male… vado ad impiccarmi più in là, così magari mi rilasso…

Il pompiere guardava Rebecca con gli occhi stretti come se stesse analizzando al millimetro reazioni appena percettibili di un corpo alieno.

-bambine lo so non è facile da capire, immagino che non ricordiate niente, d’altronde voi qui non potete avere memoria… comunque sia, sappiate che siamo sempre stati diretti qui e che questo è il posto da cui provenite… ci siamo incontrati anche in altre occasioni… riuscite a ricordate anche solo un frammento? Che so, un immagine, anche appena accennata, o una frase per esempio…? Atre volte qualche leggera anomalia c’è stata…

-l’anomalia c’è, sei te! Ma da dove credi che veniamo? ….magari dalla foresta incantata… ah già, scusa, macché foresta! qui non ci sono alberi, anzi, qui non c’è proprio niente! Quindi ci puoi fare il piacere di riportarci indietro o di andare in un ospedale vero e di smetterla di fare lo psicopatico!?

-l’effetto della pozione sta finendo… è per questo che ci siamo ritrovati di nuovo qui…

La piccola Giulia era rintanata nel suo solito silenzio ma che stavolta aveva qualcosa di diverso. Era proprio l’atteggiamento che era cambiato, non solo non emetteva un suono ma comportava anche silenziosamente…. e tutto più o meno da quando la piccola era uscita da quel fosso, come se infondo lei avesse capito, come se avesse avuto sempre il dubbio su quello stava succedendo, ma non avesse avuto il coraggio di esprimerlo finendo poi con il reprimere la libertà del suo carattere, per paura che qualcuno alla fine si accorgesse della natura del suo grande dilemma… Adesso la sua confusione si era diradata, è vero, ma aveva anche lasciato spazio ad un’unica realtà, che tra l’altro, era piuttosto dura da accettare…

-Dante ci ha provato diverse volte a ritrovarvi, e questa forse è stata la volta in cui ci è andato più vicino… sono anni che ritenta, ma finisce per fallire sempre… non ne capiamo le ragioni, ma lui è un uomo testardo e continua imperterrito a riprovare… anche se è difficile sapere quanto ancora resisterà…

dovrà superare ancora una volta anche questa ennesima delusione e non so cosa ne resterà della sua forza d’animo stavolta…. io spero solo che riusciremo ad incontrarci di nuovo… e vi chiedo ancora scusa… magari la prossima sarà quella buona…. Aveva singhiozzato il suo saluto, il pompiere, che per le due bambine era senza senso.

Il cielo era sereno senza che nessuna nuvola turbasse l’atmosfera. La terra rossa e polverosa trasmetteva la sensazione di desolazione identica alla povertà stessa del suolo.

Improvvisamente, però, nonostante il cielo fosso sgombro, alcune gocce di pioggia avevano cominciato a scendere, e bagnando quella terra polverosa, gli davano un effetto diverso… non era una pioggia minacciosa che cadeva preannunciando un temporale, anzi, era quello che ci voleva per addolcire l’atmosfera tesa che si era creata tra noi.

-Dante avrebbe dato la sua vita per salvarvi… se quel giorno gli fosse stato possibile, ricordatevi solo questo…

-ma tu ora che farai, te ne vai? Gli chiede Giulia sempre con un filo di voce

-me ne torno a casa, Dante probabilmente mi sta già aspettando….

Un forte silenzio come il rumore di persiane che sbattono violentemente per colpa di una tromba d’aria, si era abbattuto su di noi separando il nostro saluto…

-non siate tristi, noi stiamo facendo tutto questo anche per voi, affinché non vada perso per sempre il vostro ricordo…

-se continui a dirci cose di chi non capiamo il nesso, mi sa che non parliamo la stessa lingua… ci vuoi dire almeno dove siamo?

-bè, se vi può far stare meglio posso provare a spiegarvelo… ma credimi, non sarà un concetto semplice da assimilare per due bambine

-mettici alla prova allora.

-…siamo in una realtà alternativa costruita dalla sua coscienza… quella di Dante…

-cos’è la coscienza? Chiede Giulia

-vedi? Gli fa il verso lui a Rebecca…

-una cosa che abbiamo dentro… simile all’anima… gli parafrasa Rebecca alla sorella, senza che possiamo sapere dove una bambina di dieci anni può essere venuta a conoscenza di un concetto di cui neanche molti adulti ne sanno qualcosa…

-più o meno… risponde il pompiere accettando un compromesso un po’ ecclesiastico per il suo modo scientifico di analizzare il tema.

-quindi vuoi dire tutto quello che è accaduto non è reale?

-non è esattamente così ma può essere un modo di vederla….

-potresti sforzarti un po’ di più, se non ti dispiace?… dove siamo finite, in uno di quei film tipo “un salto nel buio”, dove, invece che rimpicciolirci fisicamente ed entrare nel corpo di Dante, siamo entrate nella sua coscienza?

-conosci quel film a nove anni?

-prima di tutto nove e mezzo, tendente al dieci… secondo anche se sono piccola non significa che ho l’intelligenza di un alga… due più due riesco ancora farlo.

-e quando fa? La provoca lui dimostrando più infantilità di lei al momento…

-dodici. Ahah, che ridere…. Adesso possiamo rimetterci a discutere sul perché siamo finiti in una savana fatta di campi da tennis… ribatte lei brillantemente di rovescio…

-Voi non siete entrate da nessuna parte, siamo noi che vi stiamo cercando, casomai… Volevamo provare a riportarvi indietro, a capire dove siete sparite… in un certo senso, Dante è sempre stato convinto che siete ancora vive, per questo abbiamo inventato la pozione…

-ci hanno come rapito-barra- morte? …E magari lui ci sta cercando nei suoi ricordi, come per magia?...

-no, nessun rapimento né tanto meno nessuna magia… l’incidente è avvenuto e sappiate che lui è…

-È?

-è vostro padre…

-oddio questo… Dante non è mio padre, non ci assomiglia neanche un po’… uffa, saprò come è fisicamente mio padre? E poi mi sa che è rimasto ucciso quando è iniziato il terremoto… dice lei spostando il suo tono di voce dall’arroganza alla malinconia come se le parole che le erano uscite fossero appartenenti a due tonalità diverse ma unite da un accordo “pivot”.

-ti è mai capitato di sognare tua madre o una persona che conosci molto bene “diversa” dal solito? Per essere più espliciti come se avesse delle connotazioni fisiche o comportamentali che non gli sono mai appartenute nella normalità?

-tipo quando sogno la mia mamma con un braccio bionico che mi sta per prendere a schiaffi?

-tipo così…

-a volte si, ma sono incubi piuttosto…

-sono incubi perché ci tolgono le sicurezze in cui la nostra mente si ripara dal momento che sono immagini che abbiamo conosciuto precedentemente in una forma ben precisa…

-mi riferivo al fatto che la mamma mi prendeva a schiaffi… sai: braccio bionico, dolore… niente, vero?

-mmm no..

-e va beh… lascia stare dai…

-quelle immagini si “spostano” modificando la loro natura, non in qualcosa di completamente differente, ma sufficientemente da metterci confusione e paura… perché appunto hanno appena minato la nostra consapevolezza che il soggetto di fonte a noi è cambiato abbastanza da poterci trasmettere emozioni o sensazioni diverse da quelle di prima…

È diverso l’approccio che la nostra mente ha quando si confronta con qualcosa di sconosciuto e che deve imparare zero rispetto a quando, invece, deve distruggere l’idea che si era fatta precedentemente di quel qualcosa per costruirsene una più “aggiornata”…

Giulia aveva ingoiato le mie parole dentro uno sbadiglio di dimensioni considerevoli…

-ma questo è un altro discorso… può accadere che in questi scenari creati dalla coscienza alcuni particolari possono apparire deformati e quindi sembrano non appartenerci… ma non è detto che poi sia vero… anche se le visioni si astraggono e si diversificano rispetto all’oggetto che conosciamo, è possibile che abbiano comunque lo stesso significato concreto di come le intendiamo nel loro contenuto…

-in parole povere; può cambiare la forma ma il significato resta lo stesso?

-si esatto, può succedere…. In questo caso, la formula della pozione ha agito così… come la maggior parte delle volte… vi ha mostrato vostro padre sotto le vesti di un altro uomo e in una situazione completamente estranea al rapporto che avete sempre avuto con lui… di certo, nella realtà non si chiama Dante e soprattutto non è un pompiere, ma l’affetto e il coraggio con cui si gettato in mezzo alla frana per salvarvi è l’elemento “fisso” che ci lo ha distingue come tale rispetto ad una persona che poteva non essere lui.

-quindi questa è una teoria, non è sicuro quello che dici…

-c’è un ampio spettro di probabilità

-va bene ma non è sicuro, è solo probabile! e che senso ha tutto questo se non dà certezze? Quindi ci stai dicendo che noi siamo solo una sorta di “sogno” dentro la coscienza di Dante generato dalla pozione che lui si è bevuto, che tu e lui vi siete messi ad inventare, non si sa come, in una realtà che non è questa, per far in modo da capire che fine abbiamo fatto io e Giulia nell’altra realtà, perché nostro padre, che non si chiama Dante di là ma che qui, non si sa perché ma si chiama così, ci ha perso in un modo che non si è capito qual è… giusto?!

-a grandi linee…

-lo capisci da solo che se qualcuno ci sentisse, a parte la nostra accompagnatrice che è più muta di Giulia, ti prenderebbe per matto, vero?

-tesoro… nell’universo in cui viviamo, anzi, di cui facciamo parte di certezze c’è ne sono molto poche… in queste dimensioni che vanno ben oltre la nostra conoscenza, se riusciamo a distinguere solo i casi con un altro tasso di probabilità è già una gran fortuna… credimi che non è poco…

-è questo cosa c’entra con quello che ti ho chiesto prima?...

-quando Dante beve la pozione non ha la certezza matematica di sapere nella sua coscienza cosa accadrà, ma abbiamo studiato che c’è sempre un'alta possibilità di incontrarvi, anche se, essendo quel mondo fatto dello stesso materiale dei sogni, non sappiamo mai anticipare come vi mostrerete a noi e viceversa…. È più chiaro adesso?

-Non proprio-

-Ma questo è l’unico sistema che siamo riusciti a mettere a punto per tentare di capire come siete scomparse… è un processo molto rischioso in cui vostro padre, però, crede molto… e comunque si, si chiama Dante… siete voi ad averne conosciuto uno fittizio in questa dimensione che avesse un altro nome… questo è quel genere di variabili che non è sotto il nostro controllo…

In definitiva se noi con facessimo questi viaggi, il vostro ricordo si potrebbe anche perdere in per sempre, e rimanere legato solo ad una realtà come quella che avete intorno e che non esiste… beh adesso, non ringraziateci… continua il pompiere ignorando i capricci ribelli di Rebecca

-allora a Dante capita di trovarsi ogni volta come in quel film, “il giorno della marmotta”, finché non ci salva e ci porta via con sé, lui deve compiere da capo tutto questo ambaradan… se ne esce Rebecca più con la volontà di trovare somiglianze cinematografiche per evadere dal groviglio di congetture in cui si era cacciato il nostro ragionamento, che di assimilare quell’eccessivo concetto per una bambina. Anche se stiamo parlando della fin troppo sveglia, puntigliosa e saccente Rebecca.

-il giorno della marmotta…? Chiede sornione il pompiere-anziano-fantasma.

-si dai! quel film dove c’è quel signore che deve rivivere la giornata da capo ogni volta che va a dormire e non riesce ad uscirne finché non trova lo scopo di quel loop!

-non ho visto il film… comunque, come ti ho accennato prima, non siamo noi, o meglio non è lui a ricreare le condizioni dell’incidente, ma ogni volta lo scenario, gli eventi e pure i personaggi intorno cambiano… vedi… la coscienza è un luogo molto complesso, e fin troppo poco conosciuto dall’uomo stesso. Per darvi una spiegazione breve e di facile comprensione direi che è come se fosse un insieme dei due film che hai citato…

-Il giorno della marmotta e un salto nel buio?

-si, infondo è una spiegazione anche quella… ognuno potrebbe darsi una interpretazione personale ogni volta che assiste a quello che succede quando si beve la pozione. Aveva infine concluso il pompiere con l’intenzione di alleggerire l’argomento per non esasperarsi in un discorso che sarebbe potuto difficilmente non essere doloroso e indigesto per le due bambine…

-quindi in definitiva questa pozione a cosa serve? Sembra essere la cura di tutti i mali, ogni volta ha una funzione diversa, neanche fosse il fagiolo di Balzar… irrompe Rebecca di nuovo con la sua irrimediabile grazia…

-ha diversi effetti, in effetti… dice lui lasciando scorre il fluido delle conseguenze del gioco di parole su Rebecca…

-lo hai fatto davvero?

-già….

Il silenzio che separava quel triste sketch era tutto un programma…

-una delle sue azioni…. Riprende il pompiere come nulla fosse….

-….è appunto, quella di stimolare alcune zone del cervello in modi differenti… tra le tante anche l’ippocampo; che gestisce la memoria a lungo termine. È “probabile” che quello che nella sua memoria è il suo ricordo di voi due, abbia assunto delle connotazioni “fantastiche” di cui non ha consapevolezza ma che gli sia rimasta comunque la percezione di “dovervi salvare” come pompiere dalla frana, che potrebbe simboleggiare la vostra perdita, quando lui stesso è in verità vostro padre in “diverse vesti” … da qui il processo nella sua mente di sostituzione dai ricordi reali con quelli delle immagini che si sono generate nella sua coscienza dopo aver assunto la pozione… ora hai capito di cosa si tratta?

-no, però va bene… Dante ci aveva attaccato questa pezza sull’amigdala che non finiva più…. Dopo questa storia giuro che vado ad iscrivermi direttamente a neurologia..

-Dante può avervi detto molto cose, ogni volta è sempre un incognita, lui non ha il “pieno” controllo dei di ciò che accade dopo aver assunto la pozione… poteva essere anche solo un modo per stare un po’ con voi, visto che “fuori da qui” non gli è concesso..

-mamma mia… Giulia… alla fine mi sa che comincerò a credere che siamo morte davvero…

-è possibile… ma io mi terrei alla definizione di “disperse” se per voi non è un problema…

-ma si!...andiamo a fare una festa!

-festa?

-lascia perdere… si era arresa lei prendendo atto che a quel uomo, alla nascita, non gli avevano dato la capacità di reagire spontaneamente all’ironia.

-comunque nessuno ha mai trovato i vostri corpi… ma è ovvio dire che lui, dentro di sé, vuole credere che possiate essere ancora vive…

La pioggia pur essendo leggera, adesso, si era fatta più insistente e batteva a ritmo costante. Le due bambine osservano il cielo quasi a voler leggere un presagio e le gocce come gesto di magnanimità evitavano i loro occhi e le lasciano osservare la composizione quasi misteriosa, o per meglio dire occulta, che le nuvole avevano assunto. Il pompiere invece non se ne curava dell’atmosfera, come la sua presenza fosse appunto una proiezione proveniente da un luogo separato da questo.

-bambine…. Devo darvi una brutta notizia…

-dai, di solito non lo fai mai…

-proprio ora, l’effetto della pozione si è esaurito…

-e ci lasci qui da sole? ora noi che cosa facciamo… signore? Chiede Giulia con uno studiato broncio molto pronunciato

Il pompiere si mette in ginocchio davanti alla piccola e si toglie l’elmetto.

-tu sei il nonno, vero? gli chiede Giulia

-assomigli molto a Dante… quindi se lui è mio padre, tu dovrei essere proprio nostro nonno! Ma lui è morto prima che Giulia nascesse, o almeno così ci ha detto la mamma… interviene insistendo Rebecca nel ridondante quanto vano tentativo di collegare le parti di un mosaico di cui non comprende le facce nascoste…

-Rebecca ci sono alcune realtà che sono accessibili a noi solo quando si manifestano… quando siete scomparse, e non è stato possibile né ritrovarvi e né tanto meno sapere come fosse possibile che di voi non ci fosse traccia da nessuna parte, vostro padre, preso dalla disperazione di mesi di indagini che non portavano a niente, ha realizzato che non avrebbe mai potuto ritrovarvi…. diciamo…. con dei metodi tradizionali…. Essendo un appassionato di fisica teorica e biochimica ha pensato di cercarsi la soluzione da solo… dopo che ogni autorità ed ogni persona al fianco dei vostri genitori si era arresa, lui, per contrappasso, o per testardaggine ha proseguito a cercarvi mostrandosi sempre più dedito alla causa esponenzialmente ad ogni giorno che passava senza le sue figlie… racconta il pompiere, che si prende un momento di pausa per riordinare gli eventi salienti, collocandoli nella sua mente nel giusto modo di susseguirsi prima di esporli definitivamente.

-quindi… un giorno Dante è venuto da me, a parlami di una pozione che stava mettendo a punto, grazie ad alcuni ingredienti naturali appartenenti a delle piante che aveva notato nella mia serra.

-ma Dante ci ha parlato di incidente che aveva avuto suo padre e che la pozione lo aveva reso resistente al fuoco e che poi ha bevuto quella pozione che gli ha dato la forza di farci uscire da buco… riassume malamente Giulia come fa una bambina che non trova la precisione nel ricostruire le storie, per via poca esperienza nel esposizione orale, ma anche per la sua personale predisposizione alla fantasia, piuttosto che ai dettagli.

-Rebecca, sto cercando di farti entrare in quella bella testolina cocciuta che hai, che quello a cui avete assistito è fatto dello stesso materiale di cui sono composti i sogni… non devi dimenticarlo.

-uffa…

-Sogni e visioni che hanno creato una realtà…. e di solito il processo va al contrario.. si immagina per eludere la realtà… ma stavolta… e lo so che è difficile da capire, ma sei stata tu mi hai chiesto di spiegartelo… e quindi prova a non interrompere e vedrai che forse ti sarà tutto più chiaro…. Si altera il pompiere improvvisamente disgregando il suo impegno nella spiegazione con un gesto di stizza che gli fuoriesce dalla coscienza senza controllo come un pallone che tenuto forzatamente sott’acqua schizza via dalle mani.

Le bimbe probabilmente abituate a mettersi sull’attenti quando un adulto perde la pazienza, osservano il pompiere protette da un loro silenzio timido.

-scusate… dice lui mischiando le sillabe in un sbuffo di stanchezza.

Le bambine sembrano perdonarlo intraprendendo un atteggiamento adesso più quieto, pronte per la prima volta ad ascoltarlo veramente.

-Dante era diventato ossessionato all’idea che lui poteva ricreare e addirittura viaggiare dentro uno stato di coscienza che si trova nel mezzo tra lo stato di veglia e quello del sonno. Era tanto convinto di potersi avvicinare alle porte dell’inconscio da scrutarne i segreti… L’inconscio, si sa, che è una dimensione inaccessibile in stato di veglia. Ma è anche il livello più profondo che c’è in ogni essere umano, e quindi lui aveva teorizzato che se fosse stato capace di trovare un modo per entrare nel livello di coscienza superiore, appena più in superficie dell’inconscio, lui sarebbe stato in grado di trovare la strada ritrovare voi….

Dante aveva perso il controllo, era quasi morboso… continuava ad insistere che era possibile edificare le strutture di questa dimensione e il suo accesso… …. Scavando dentro di sé e continuando a farlo avrebbe creato lo “stato” in cui siamo adesso… ovvero “un rimbalzo di realtà probabile” di una realtà relativa e connessa emotivamente con quella da cui veniamo. Un mondo che fosse non esattamente al di fuori della nostro e né diverso, ma semplicemente nato da una parte di quello “originale” pur mantenendo una struttura indipendente…

La ragazza anonima che li aveva accompagnati nel viaggio in ambulanza continuava a starsene in silenzio con la sua immobilità. Ricordava una di quelle dattilografe, senza identità e dall’aspetto immacolato, sempre inquadrate all’inizio dei film americani durante le scene dei processi in tribunale dove l’attore brillante di turno si mette in mostra con le sue doti di avvocatura fittizie, mentre lei batte a macchina ogni singola battuta detta durante le arringhe.

-prova a pensare ad una coppia che durante un ballo della scuola si mette in disparte perché non ha voglia di stare in mezzo alla folla… magari in un angolo appartato, a ballare comunque, ma più intimamente… è una situazione fuori da contesto pur essendo nel contesto stesso, dico bene?… osservando il quadro generale del ballo, la si potrebbe definire semplicemente “una banale deviazione”, non è così?

Le domande retoriche del pompiere si perdevano come monetine lanciate nel mare.

-in definitiva, secondo vostro padre, l’unico modo per ritrovarvi era creare una realtà dove lui vi trovasse e vi potesse salvare e così facendo sarebbe arrivato ad intuire anche dove avrebbe potuto trovarvi nella realtà “regolare” dove siete sparite…. Ora è chiaro? Una teoria che aveva una sua logica se pensata la coppia che balla per conto suo alla festa… balla per conto suo, è vero, ma sempre sulle note della stessa musica su cui stanno ballano anche le altre coppie…

Le bambine annuivano come cyborg in corto circuito ormai asfissiate dall’eccessivo sforzo di concentrazione per resistere alla distruzione della loro sanità mentale, per via spiegazione ultra-palloso-tecnico-scientifica del pompiere. Stare dietro alle divagazioni dell’egocentrico discorso del pompiere, non era affatto simpatico per due bambine, anche se giusto dire, che se l’erano cercata.

-La relazione tra quello che è accaduto qui e il suo scopo è sempre stata questa: dare la possibilità a me e a vostro padre di cercarvi nella realtà, e la pozione è sempre stata l’unica chiave di accesso a questo processo… sembra avere concluso il pompiere che invece si concede solo un piccola pausa, e dopo aver ripreso fiato, riattacca a parlare facendo perdere le speranze alle nostre giovani bambine adesso degne di un encomio per la pazienza.

-…Infondo chi ha studiato Fisica, sa che la realtà è solo un insieme di “avvenimenti” come: i movimenti di energia, quelli di particelle, ecc… e non costituito da “cose” o “oggetti” come siamo indotti a credere per come ci appaiono. Prendendo questo concetto come premessa, se fossimo stati in grado di creare un evento all’interno della coscienza di Dante, come ciò che è appena avvenuto nelle ultime ore, il suo universo emozionale avrebbe potuto essere il ponte tra le due realtà, visto il legame emotivo profondo che lui senti nei confronti voi figlie… dice e si prepara per donare alle bambine un altro cesto di parole complicate e davvero pesanti da digerire…

-Purtroppo… è necessario un collegamento sentimentale autentico e molto inteso per generare l’impalcatura tra queste due realtà, ma come potete vedere Dante ci è riuscito… solo che c’è un elemento che alla fine ci allontana dal traguardo e manda tutto a rotoli… il “processo” finisce per bloccarsi sempre perché nella sua coscienza si costruiscono delle situazioni di pericolo dove voi e vostro padre venite sempre e comunque separati…. e quando poi lui si risveglia, non gli rimane altro che il ricordo di quello che ha visto senza riuscire a riunire tutti i punti e così realizzare dove possiate essere nella “sua realtà”… ma quando riuscirà, e lui prima o poi ci riuscirà a venire fuori da una di queste realtà insieme a voi, finalmente, sarà capace di farvi tornare da lui….

Le bambine fissavano il pompiere, con lo stesso sguardo vigile di chi si è fumato una discreta quantità di cristalli di metanfetamina, in un colpo solo.

La pioggia ormai batteva senza indugi, il cielo si era costellato di nuove nere che scontrandosi emettevano lo stesso rumore di una manciata granate esplose durante un assalto bombardiero. Il pompiere avvolge la testa delle due piccole con la giacca e le tira verso di sé spostandosi insieme a loro di pochi passi sotto il tettuccio dell’ambulanza… ed è in questo gesto di protezione che Rebecca istintivamente aveva capito di essere tra le braccia del nonno che non aveva mai conosciuto… lo stesso gesto che anche Dante compiuto quando aveva fatto scudo alle due bambine sotto la sua schiena proteggendole da una pioggia di mattoni, però… Rebecca sentiva esattamente la stessa sensazione di calore e di sicurezza che aveva provato stando accanto a Dante, stupendosi lei stessa di quanto fosse incredibile che l’affetto naturale di un familiare potesse infondere lo stesso insieme di percezioni… Forse non se ne era resa conto prima, per semplice distrazione, o perché non aveva voluto crederlo per colpa della sua solita testardaggine… o forse magari, era stato proprio per un dispetto del suo inconscio, fatto sta che ora ne era certa, adesso si che non aveva dubbi: Dante era suo padre… solo che fino a quel momento era stato mascherato in qualcosa di “diverso”….

Rebecca aveva anche realizzato che non avrebbe potuto riconoscerlo più, in occasioni future, né portar con sé, memoria di lui…anche se ci fosse stato un altro incontro. ed anche se le fosse stato spiegato di nuovo da capo tutta questa storia si sarebbe perso di nuovo tutto quanto…sarebbe stato inutile e tutto questo non lo riusciva semplicemente ad accettare… Improvvisamente una tristezza tanto densa da non potersi sciogliere nemmeno con tutte le lacrime che lei fosse stata in grado di raccogliere sui palmi delle mani, le avevano bloccato il respiro ed i pensieri… le bambine erano rimaste abbracciate a lui a lungo prima che Giulia trovasse la forza per spezzare quel tenero silenzio.

-Ti voglio bene nonno. Le confessa la piccola come se avesse riaperto uno scrigno pieno di affetto, che era sempre stato lì senza che lei ne fosse stata a conoscenza e disseppellito solo adesso dal profondo del suo cuore.

-in parte è anche lui una vittima del potere di questa pozione... Dante, viene semplicemente catapultato in una situazione incognita che è come l’incognita di un equazione… e per far tornare l’uguaglianza deve riuscire a riequilibrare i valori dell’operazione…. Un’assonanza con la “difficoltà della ricerca” a cui viene messo di fronte…. Dice infine il pompiere concludendo la ricostruzione logica di tutta questa storia.

-e perché tu sei qui a dirci questo cose, se siamo sempre dentro la sua coscienza?

-il viaggio in ambulanza è stato il catalizzatore che me lo ha permesso… la sua mente, in qualche modo, ci ha trasferito in un luogo a sé stessa non accessibile consciamente dove avrei potuto parlarvi di scenario che la sua stessa mente aveva messo a punto… mi puoi definire come una proiezione che si è “ribellata” e che è riuscita a cucirsi un piccolo squarcio di tempo insieme a voi dove potevo confessarvi cosa stava accadendo…

-ma sono stata io a chiederti spiegazioni!

-ma anche tu sei una proiezione della sua mente… i meccanismi nella coscienza di un essere umano non seguono esattamente quelli della logica…. Anzi… vi ho parlato fin ora di sogni proprio per farvi capire che forse, e sottolineo forse, in questi “paesaggi di realtà” le regole del gioco assomigliano appunto più alla logica dei sogni, che a quella razionale….

La pioggia improvvisamente aveva subito un brusco rallentamento, come fosse un’automobile che frena per non travolgere un ostacolo visto solo all’ultimo momento dall’automobilista.

-….Bambine… non posso più dilungarmi ancora… sono già stato abbastanza ridondante… il nostro tempo, ora, è davvero finito.

-ma noi non vogliamo stare sole…

-potrei stare qui a dare spiegazioni per giorni, tanto non servirebbe… è proprio uno di quei casi in cui ogni risposta ad una domanda ne apre altre ancora più complicate… lasciamo stare, credetemi… l’importante era darvi uno spicciolo di spiegazione… Afferma lui non comprendendo a pieno che non era di altre parole quello di cui le bambine avevano bisogno…

Le nuvole grigie iniziano a dissolversi come se spostate di forza dal vento. Il cielo si apre in un azzurro sorprendentemente intenso, con un estensione tale dà infondere la sensazione che allungando la mano se ne potesse assaggiare un pezzo.

Giulia, con il suo piccolo viso rotondo, guarda la sorella mentre con la punta del piede picchietta il terreno rosso sempre tenendosi aggrappata alla gambe del suo pseudo-nonno-virtuale, nonché padre di Dante.

Rebecca si fa catturare dall’incantesimo del colore di quel cielo che sembrava essere stato appena messo lì per dare accompagnare nel loro viaggio di ritorno le due bambine.

-Adesso che dobbiamo fare… ci separiamo qui? Chiede Rebecca spezzando il soave silenzio di cui si erano appena deliziati.

-ci scacci con il bastone eh? Lo provoca ancora Rebecca anticipando ogni emozione che gli occhi già bagnati di malinconia di loro nonno potessero mai voler trasmettere alle due nipoti.

-mi dispiace… riesce ad esprimere lui con quel tono di voce leggero, quasi danzante, come le molecole di un odore che si lasciano trasportare nell’aria.

-ah… va bene… vieni Giulia… si parte per il peregrinaggio. Si rivolge Rebecca alla sorellina con una battuta che svela il suo modo di aver compreso il loro ineluttabile Destino…

Ed era inutile vestirlo di ulteriori commenti che servissero sono a facilitare il processo di empatizzazione con cui la mente affronta la fine di qualsiasi cosa, e questo, due bambine, una di quattro e l’altra di nove anni e mezzo, sembravano appena averlo capito.

-magari cammina cammina che incontriamo Gesù… dice Rebecca sorridendo amaramente…

La risposta si era spenta prima di nascere nel silenzio.

-almeno un paio di apostoli e via… che ne so di quelli tra i meno famosi… insiste Rebecca in uno dei suoi tentativi di sdrammatizzare.

-non credo- la chiude qui lo spirito del solo-conosciuto-adesso nonno.

Giulia solleva lo sguardo per un ultima volta verso suo nonno come se volesse imprimere nella memoria il suo viso… poi si avvicina a Rebecca e le tende la mano, con un soffice sorriso disegnato sulle labbra di latte.

-aspetta un secondo. le chiede Rebecca che poi tira fuori dalla tasca del pigiama un elastico nero, ci immerge la mano dentro, lo allarga e portando le mani indietro si raccoglie i capelli sporchi in una piccola coda di cavallo.

-ora sono pronta.

Giulia le sorride…

E cominciano a camminare proprio verso la direzione in cui il sole aveva iniziato a brillare appena le nuvole si era diradate. La sua luce aveva un effetto tanto piacevole sulla pelle che bastava esserne accarezzati per sentirsi più leggeri, come se liberi da un peso che si è trascinato per troppo tempo ma senza rendersene conto… sembravano così allegre le due piccole nei loro passi mentre si allontanavano, che credo che adesso le definirei… non so, ecco… appena tornate felici…

IL FINALE

Il riflesso della luce solare attraverso le mie palpebre chiuse arriva ai miei occhi scomposto nei suo colori caldi. Il viola, il rosso, e il giallo si intersecano abbracciandosi dentro l’onda delle spettro magnetico a cui appartengono… e viaggiano fino ad insinuarsi profondamente nei miei occhi tanto da impossessarsene… Quei colori sono tanto penetranti da utilizzare appunto gl’occhi come porta di accesso, verso le soglie del mio inconscio, arrivando solo a sfiorarle… sento anche un cane abbaia con un tono grave, dev’essere uno di quelli di grossa stazza. Quel insistente modo di abbaiare, mi trasmette una sensazione di estraneità e familiarità allo stesso tempo, che mi confonde e che non mi permette di percepire un significato preciso del ambiente circostante… mi fa solo pensare, che quel modo aggressivo e pesante di attirare l’attenzione sia la manifestazione della sua paura nei confronti di qualcosa per cui la sta sentendo terribilmente… forse, è qualcosa di tanto estraneo che per lui sembra provenire da un mondo lontano dal nostro... Il sonno, che mi aveva tenuto segregato a lungo dentro la mia coscienza, sta sciogliendo le sue brame e lentamente sento riacquisire lucidità e il controllo dei miei pensieri, che dopo aver toccato i livelli più profondi di quel oblio che è dell’inconscio, non è da dare per scontato. Le palpebre cominciano a pesare meno e le dita delle mani si muovono dettate da impulsi istintivi come piccoli tentacoli staccati dalla resto del corpo…

La mia testa è “tappata” come se avessi sofferto un forte sbalzo di pressurizzazione. La sensazione era la stessa di quando avevo fatto quel un lungo viaggio per l’Australia… quando l’aereo era salito di quota, mi aveva provocato un violento intontimento…

Probabilmente avevo dormito molte ore… mosso da un gran desiderio di sciacquarmi il viso con l’acqua fresca, alzo la gamba per scendere dal letto e mi accorgo di essere sdraiato, invece, su una rete. La prima immagine che i miei occhi mettono a fuoco è quella di un bellissimo cielo azzurro impreziosito da rare nuvole bianche.

-ma dove sono?

Girandomi di lato, noto che gli estremi della rete sono agganciati a due alberi secolari eretti alle mie spalle, che gettano su di me, una parte della loro ombra…

Un intenso, e quasi pregante, odore di fiori, di cui è impossibile distinguere singolarmente i vari tipi che lo compongono, domina l’aria che sto respirando.

Fa molto caldo e sono sudato, non riesco a capire dove mi trovo fino a quando, appoggiando la pianta del piede sull’erba del prato che è tagliata con una cura quasi maniacale, che mi sovviene l’intuizione rivelatrice.

-la bella addormentata si è svegliata… si fa gioco di me, la voce inconfondibile di mio padre…

-mi hai fatto dormire sull’ amaca?

-scusa ma avevano finito i letti a baldacchino…

-ho tutta la bocca impastata… ma quanto ho dormito? Chiedo a mio padre che mi allunga davanti al viso, una caraffa di limonata con un bicchiere di plastica, con l’atteggiamento di un dio greco che corre in soccorso del eroe che ha sotto la sua protezione…

Mi attacco alla caraffa dimenticando le buone maniere e ingurgito la limonata preparata con proporzioni perfette di zucchero, limone e acqua. Mio padre, probabilmente, ci ha spremuto anche mezza arancia come sa che piace a me.

-sei il mio salvatore… gli confesso per l’ennesima volta da quando mi ha messo al mondo.

-lo so… risponde in tono zuccherato con l’abitudine di socchiudere gl’occhi come fanno i personaggi degli Anime giapponesi quando s’inteneriscono.

-…questa volta quando ho dormito? Gli richiedo

-quasi diciannove ore… sostiene lui dopo aver dato un’occhiata al suo vistoso orologio da polso.

-neanche tanto, l’altra volta è andata peggio… lo provoco con la voglia matta di raccontargli come è andata a finire, ma senza ottenere alcuno stimolo di risposta…

Un raggio di silenzio come quello del sole che ti abbaglia la vista per pochi istanti separa le nostre opinioni.

-quando finirà questa storia Dante? Mi chiede alla fine.

-chissà che non sia già finita… rispondo filosofeggiando…

-ti vuoi ammazzare?

-le voglio ritrovare…

-con una pozione magica?

-con questa pozione magica. Ribatto colpendo il pugno sul petto, a voler sottolineare l’importanza che la pozione ha sul mio orgoglio.

-se volevi fare brutti sogni, bastava un indigestione di fritto, o una bella sbronza di rum.. non c’era bisogno di creare miscugli con le erbe del mio giardino…

-papà, ti prego…. Non ricominciamo con la stessa discussione di sempre…

A quel punto mio padre, accusando una bella botta di sensi di colpa, assestata da me magistralmente, placa la sua vena polemica e si chiude in un espressione muta di disappunto.

-ho mal di testa, mi sento spossato… sono quasi più stanco di prima… dico per giustificare il mio colpo basso

-è normale quando si dormono troppe ore- risponde di rovescio smorzando la palla con sua fiera conoscenza delle funzioni fisiologiche umane.

-ragion per cui non ho voglia di discutere… è andata meglio dell’altra volta… ho trascorso molto più tempo con loro … stavolta ero una sorta di pompiere che le salvava da una frana dopo un terremoto… mi sono sacrificato per loro, e una pietra, alla fine, mi ha impedito di uscire da buco in cui eravamo seppelliti insieme… poi sono sparite nel nulla…

-e che cos’è Dragon Ball? Ma dai! Lo vedi che non ha senso tutto ciò… Neanche a Goku succedono tante… mi sfotte papà palesando la sua passione nerd per i fumetti che sfiora livelli a cui neanche certi adolescenti possono ambire…

Una lastra vetro sottile ma imperforabile ci aveva negato le parole che dovevano saziare la nostra fame di conversazione riducendoci a sentirci soli con le proprie riflessioni…

-io vado…

-quindi è stato tutto inutile?

-così pare…

-dove vai?

-a sciacquarmi il viso…

-ho bisogno di sgranchirmi un po’ le gambe… aggiungo con fare spigoloso

-perché non vai alla fontana delle Tre Lune in paese? Mi suggerisce stupendomi ogni volta con la sua capacità di leggermi i pensieri.

-stavo proprio pensando di fare una passeggiata da quelle parti…

-ci vediamo per cena?

-si, torno più tardi….con Margherita

-stai ancora con quella ragazzina?

-papà…

-d’accordo, fa niente, contento te…. Ci vediamo dopo… mi saluta incamminandosi verso casa con il passo elegante e disinvolto di una tigre che passeggia per la savana.

La giornata era calda e luminosa, guardandomi intorno, la perfezione, che la natura mi metteva davanti agli occhi, dimostrandomi ancora una volta di cosa fosse capace, componendo un ambiente verde tanto bello che nemmeno l’immaginazione avrebbe potuto creare, mi dava un senso di piccolezza e di serena impotenza di cui stavo godendo da un umile spettatore.

Ogni passo sull’erba tagliata con il suo profumo che andava a fondersi con l’inebriante odore di fiori, la luce che accarezza la pelle con una calma quasi inespugnabile, la vista addolcita di colori tanto nitidi e definiti che tutta la fatica psico-emotiva di quel viaggio andava sciogliendosi come un castello di cioccolata al sole.

Ero vestito con una maglietta bianca, ormai ingiallita da certe chiazze di sudore antico, e con un pantaloncino corto blu… il display del mio cellulare segnava le 18 e 37, mancavano un paio d’ore buone prima del tramonto. Sapevo di dover sbrigare molte cose, ma la più importante in ordine di priorità era quella di chiamare Margherita e avvisarla che avremmo mangiato dai miei genitori… eppure all’idea di sentire la sua voce, adesso, provavo rigetto… l’avrei sentita dopo, a ridosso della cena, non volevo sostenere il confronto con nessun essere umano, preferivo stare per conto mio… e gustarmi l’avvolgente sensazione di serenità che l’ambiente mi stava regalando, soprattutto dopo che l’ultima notte era stata tanto travagliata…

La fontana delle Tre lune era famosa in paese, perché ci scorreva un tipo di acqua così pura da essere molto rara al mondo… Molti turisti vengono qui solo per assaggiarla e per sentirsi raccontare dalla gente del posto, la leggenda delle Tre lune, per poche monete di mancia…

Molti secoli fa, un uomo che scappava da un passato funesto, alcuni dicono che fosse un schiavo, altri, che fosse un condottiero sopravvissuto all’orrore di una battaglia sanguinaria, ed altri ancora che l’avesse semplicemente disertata, era giunto arrivato qui, in fin di vita, per via di numerose ferite estese su tutto il corpo. Era un uomo alto dal fisico magro e longilineo, le sue spalle larghe lo facevano passare agl’occhi della gente, per un amante di lunghe nuotate… portava i capelli corti che erano di colore biondo tendente al rossastro, e molto ricci. Incrociando il suo sguardo, i suoi splendidi occhi azzurri parlavano di una magia rubata al mare dove lui amava immergersi…. Nonostante le due ferite più vistose, una alla spalla e l’altra all’interno della coscia destra, e nonostante la copiosa quantità di sangue che probabilmente aveva perso, lui continuava a marciare con coraggio verso la fontana con una postura fiera ed eretta, senza accennare un lamento. Arrivato alla fontana, le energie lo aveva abbandonato, dev’esser stato così esausto che si era lasciato cadere in ginocchio al suo cospetto… una giovane ragazza che era in compagnia di una donna più anziana di lei, e di un ragazzo appena adolescente, gli si erano avvicinati per prestargli soccorso… ma lui aveva iniziato a pregare con una tale voracità, che loro non ebbero il coraggio di interromperlo… Parlava in una dialetto appena conosciuto da quelle parti, ma la sua voce era tanto calda e limpida che sembrava stesse dialogando con una donna durante una notte di caldi piaceri piuttosto che essere un uomo sul punto di morire… da quel che i presenti riuscirono ad intendere, in quel suo monologo l’uomo diceva che lui non era più interessato a vivere, almeno non a tutti i costi… la ragazza giurò successivamente di averlo ascoltato lamentarsi di non essere scappato o sopravvissuto da chissà quale disastro, fatto che lo avrebbe reso contento di essere ancora vivo, ma solo di essersi dovuto difendere da due semplici persone che conosceva che per derubarlo di un pugno di monetine, lo avevano quasi ucciso a colpi di spada… ma come ho già sottolineato, ci sono più versioni e più giuramenti sul passato da cui quel uomo era scappato o piuttosto…. scampato… le sue parole erano simili a quelle che si usano in una confessione, ma piuttosto che parlare a un Dio qualunque. sembrava che stesse semplicemente parlando tra sé e sè… Diceva la vita, lui, la rispettava, anzi che l’amava molto, così tanto forse, che si era stufato di doverla passere sempre a superare tutte quelle prove così dolorose… da quelle più grandi come la fame, le battaglie, trovare riparo a quelle più sottili come sono i tradimenti, la solitudine… lui desiderava solo vivere una vita serena ed equilibrata, gli bastava poco infondo, ma più si guardava attorno e più si accorgeva che sia lui che gli altri uomini erano impegnati a fare ben altro…. I desideri più gettonati erano sempre gli stessi: avere più soldi, ricchezze, avere il potere su altri uomini, sulle donne… certe persone sono capaci delle più mostruose atrocità pure di ottenere quel che gli serve per sfogare le proprie voglie, le proprie perversioni, o le proprie frustrazioni… senza mai dover faticare onestamente… e questo atteggiamento era la naturale conseguenza di lotte, sofferenze e violenza… che si sviluppano sempre nei modi e per i motivi più assurdi, e mai giustificabili. Lui così non riusciva a fare a meno di chiedersi ogni giorno come fosse possibile che gli uomini, più cercavano di adoprarsi per aumentare il loro benessere (perché si, in teoria avere di soldi e sesso e godere di agi vari, dovrebbe rendere migliori le proprio esistenze)più finivano per peggiorare drasticamente la situazione sociale… (basta pensare alle guerre che poi non sono l’unica foce esemplare del male, purtroppo…. il male, spesso, è sottile e ti avvelena attaccandoti sempre subdolamente….sottopelle…)

All’ennesimo episodio triste della sua vita, da cui cercava di scappare, su cui ripeto, sono state confermate varie versioni, l’uomo era davvero sfinito, ma di quella stanchezza che ormai non è solo più fisica o psicologica ma che tocca ed assopisce l’anima… così lui si era seduto sul ciglio della fontana e con le mani aveva raccolto un sorso di quella acqua purissima, non per dissetarsi ma per cercare lavare via quel gigantesco senso di stanchezza spaventoso come una voragine sul suolo… Con sé, l’uomo portava un piccolo oggetto di legno che dondolava appeso al suo collo, con su incisi tre volti di tre lune. Sporgendosi troppo l’uomo aveva fatto bagnare il suo ciondolo che assorbendo il peso dell’acqua si era staccato dal filo e si stava perdendo sul fondo… e mentre l’uomo immergeva il braccio nella fontana per riprenderlo qualcuno degli spettatori, sostenne di avergli sentito pronunciare le seguenti parole:

“Io rifiuto la mia umanità, se deve essere questo, io non lo voglio più…. ora basta… io non voglio più essere un umano”….

E fu in quel momento che a quell’uomo accadde qualcosa di così tremendo che poi è diventato leggenda…

Iniziò a tremare vistosamente e l’intensità del tremore si faceva sempre più forte ad ogni secondo che passava… sembrava quasi che avesse le convulsioni…

Poi, dopo una manciata di minuti, così come aveva iniziato a tremare, allo stesso modo poi aveva smesso…

Su quel che sto per raccontare tutti gli spettatori erano in accordo ad un’unanimità, ovvero che senza alcuna ragione apparente, e senza un episodio scatenante, all’uomo si staccò il braccio destro dal corpo. Esatto proprio così… Un taglio netto di uno di quelli che sono le lame più affilate possono provocare, e il braccio dell’uomo era cascato a terra come una biscia che scivola da una siepe… niente sembrava averlo colpito, nessuno aveva visto qualcosa a cui attribuire la colpa… nessun oggetto contundente si era anche solo avvicinato all’uomo che aveva appena perso il braccio. Una pozza di sangue nero come il vino, e denso come la vernice si espandeva ai piedi di quello sventurato… le cui urla di dolore stavano visitando tutti i mondi conosciuti.

L’uomo era caduto in ginocchio ai piedi della gradinata, e afferrato il braccio mozzato stava provando a riattaccarlo all’estremità della spalla, come se fosse impazzito per lo shock… il pezzo di braccio ancora attaccato al corpo, grondava sangue come il telefono della doccia, aperto appena da una gomitata… quell’uomo faceva una pena terribile, in molti volevano aiutarlo ma il suo pianto che si mischiava con le urla e i lamenti, scoraggiava i soccorritori ad avvicinarsi…. Tutt’ad una tratto, nell’aria si diffuse una risata dal tono molto grave… tutti si voltarono in cerca della sua fonte, ma nessuno si accorse da che parte proveniva… tutti che rigiravano lo sguardo in ogni angolo di cielo come se stessero attendendo l’inevitabile pioggia di meteoriti che avrebbe posto fine alla vita sulla Terra, e nessuno che capiva da dove veniva quel modo sadico di ridere…

A quel suono, dopo alcuni secondi, se ne sommarono altre due. Una risata dal tono allegro, quasi cristallina, come quella di un bambino divertito dalle pernacchie innocenti di un genitore, e l’altra, invece, sembrava tanto triste e violenta che poteva essere scambiata per un pianto isterico, di un attore non ancora preciso nella recitazione.

L’uomo si rialzò stringendo nella mano il suo braccio mozzato. Un po’ alla volta i suoi singhiozzi e le sue lacrime andavano spegnendosi e il respiro, calmandosi… stava facendo ricorso a tutta la forza d’animo che aveva, dimostrando un coraggio che superava limiti nessun altro uomo avrebbe mai potuto raggiungere, in una situazione del genere... e poi al cospetto di quella fontana, sentenziò delle parole che in questo paese sono diventate un detto di uso comune.

“se questo d’essere il mio Destino… va bene così…”

L’uomo prese il braccio e se ne andò…. Un passo alla volta… un passo inesorabile verso un orizzonte che nessuno avrebbe mai conosciuto né tanto meno compreso, ma soprattutto verso un epilogo cui lui non si sottrasse. È inutile aggiungere che nessuno non lo vide mai più… però un'altra cosa da sottolineare c’è, e anche qui i pareri sono discordanti…. C’è chi crede che le lune incise ai piedi della fontana fossero stato scolpite quando fu costruita la fontana e che quell’uomo avesse con sé quel ciondolo, con su incisi gli stessi volti delle lune, per un motivo tanto oscuro quanto ignoto… ed altri, invece, che convennero che quei volti si erano incavati spontaneamente sul marmo non appena l’uomo lasciò la fontana così come era avvenuto il mutilamento del suo braccio… spontaneamente

Da quel giorno, per molti anni a venire, nessuno si avvicinò più alla fontana, era diventata un simbolo di disgrazia e di morte… finché, forse più per motivi di comoda ingenuità che di coraggio, alcuni fanciulli, sfidando l’orrore che la storia della fontana portava con sé, andarono ad abbeverarsi della sua acqua, spezzando il muro invisibile che aveva separato la gente del posto dal suo monumento simbolo. Così per empatizzare con il ritorno della gente alla loro abitudine di frequentare la fontana, si era aggiunta alla leggenda, che quell’acqua era appunto diventata purissima come puro era stato il coraggio e l’animo dell’uomo che aveva perso il suo braccio per guadagnarsi la sua tanto ambita distanza dalla condizione umana….

Accompagnato sempre dai miei fedeli pensieri, e dalle miei variopinte elucubrazioni mentali che sono già arrivato a ridosso della fontana… Il sole tende già verso il tramonto e le luci nel cielo regalano riflessi di luce allungati: il rosso dentro il blu, il viola che si estende…

Mi siedo sul ciglio della fontana di marmo dondolando il piedi sotto il volti delle tre lune… Ruoto il busto per arrivare a raccogliere con la mano destra un sorso d’acqua quando una sensazione mi pervade… come se mi cadesse qualcosa…

Arriva davanti agli occhi della mia mente la figura di un ciondolo, quel ciondolo come se dovesse scivolare a me dalla tasca…. Il battito del mio cuore accelera così come mi assale l’ansia che tocca il suo limite e la sento quasi implodere nel petto… poi realizzo essere stato solo uno scherzo dell’immaginazione, tutta la tensione evapora alla stessa velocità con cui mi aveva aggredito… è quasi l’imbrunire, devo chiamare Margherita, prendo il cellulare e digito il numero.

-Dante, ciao! Risponde lei

-ciao…

-Sono tre giorni che non ti sento, non hai letto i miei messaggi?

-eh si, scusa…. sono stato molto indaffarato…

-potevi almeno rispondermi, ci voleva un secondo… mi sono preoccupata per te…

-ma no!... e che c’è da preoccuparsi?

-vedi… non lo so… non sono spiegarlo bene… ma mi sentivo in agitata… forse avevo solo paura che non volessi più vedermi…

Un esitazione piena di silenzio mi aveva colto all’improvviso, e non mi aveva permesso di rassicurarla…

-eh così allora? Avevo ragione! Me lo sentivo…

-no aspetta! non fare la melodrammatica… sono stato davvero molto impegnato, non ho trovato il tempo di stare dietro al telefono… le rispondo con una sincerità costretta dall’assenza di altre scuse geniali a portata di mano.

Adesso è lei che esita…. come se cercasse di mettere da parte il rancore accumulato, per trovare la buona volontà di credermi, nonostante la voce del suo istinto le stesse rivelando che io stavo mentendo…

-senti… scusa davvero, non ti dicendo una bugia… in queste relazioni, non mi è neanche mai riuscito essere un falso, anche perché mi beccano subito… se non avessi più voglia di vederti te lo direi e basta! …e poi, che senso avrebbe nasconderlo?

-una congettura che non mi convince molto… di solito gli uomini ne traggono un’utilità pazzesca a mentire… soprattutto quando si tratta di metterlo al calduccio…. Irrompe la sua sottile volgarità indispettita dal sospetto che nutre verso di me.

-al calduccio?

-si nella topina, hai capito benissimo, perché…

-si, in effetti… era abbastanza chiaro- tronco la risposta piena di colori che stava per rivolgermi…

-ma io non sono molti uomini… e se avessi voglia di mettere il mio coso nella topina di qualcun'altra, lo starei già facendo e senza il bisogno di giustificarmi… rispondo parafrasando la sua accusa un po’ troppo grezza per i miei gusti.

Un pugno di silenzio aveva sdraiato a terra la mia partner…

-va bene, ok, hai ragione te…

-esatto, mi sa che ho proprio ragione io… divento autoritario adesso, ribaltando la conversazione in mio favore…

-…ed è anche per questo che ti volevo invitare a cena da mio padre… le propongo ma non appena finisco di chiederglielo scorgo in lontananza due ragazze dell’età di Margherita che mi fissano da lontano…

Non ne distinguo bene le forme… loro sono molto distanti ed io molto miope. Così, incuriosito, continuando a parlare con Margherita capire quando fare la cena dai miei, intanto, mi avvicino alle due ragazze senza voler dare a vedere le mie intenzioni… passeggiavo con aria vaga, quasi indifferente, forse un po’ stupida.

Inizialmente mi sembrava fossero lontane solo un centinaio di metri ma continuando a camminare era come la strada tra noi non si accorciasse mai…

Spengo il telefono, una volta finito di combinare con Margherita… e il suono di una risata grave si diffonde nell’aria… mi pervade la stessa sensazione di pochi istanti prima quando ero seduto sul ciglio della fontana così, seguendo l’istinto, mi metto a correre verso le due ragazze.

Progressivamente, come un motore che si è scaldato dopo la partenza di un veicolo, le mie gambe prendono velocità, finendo per farmi correre quasi al limite delle mie possibilità… sto sudando in una quantità vergognosa, come se non ci fosse un domani…e adesso vedo le due ragazze finalmente avvicinarsi, ma sempre stranamente, in una proporzione che non è relativa alla strada che avevo percorso… c’era qualcosa che non andava, o qui, le regole della fisica erano mutate, per farmi uscire di senno completamente, o non era cambiata nessuna regola gravitazionale e le mie percezioni erano inapplicabili all’ambiente circostante, perché ero già uscito di senno da un pezzo… ero sicuro di correre ad una velocità di almeno venti chilometri orari e invece ne consumavo una distanza di appena cinque…

La loro immagine, però, ora, si mette a fuoco… così come le sbarre del cancello grigio alto poco più di due metri che separa le due ragazze dall’ingresso del giardino della piazza… non mi ricordavo che fosse mai stato recintato… ed Invece, indovinate? ...Adesso lo è…

Alla fine della fiera però le raggiungo. Sono due ragazze di circa quindici e vent’anni… tutte e due more… una di loro mi stupisce per il taglio degl’occhi… Verdi ed enigmatici come quelli di un gatto.

Non trasferiscono sensazioni precise ma colpiscono come una carezza che cosparge di veleno la pelle, se non si pone attenzione, ci si può restare secchi…

Le riconosco subito, la loro immagine, per me, non avrà mai mistero…

-siete qui…

Le due ragazze mi rispondono con un cenno di assenso, ma io ho bisogno di sentire la loro voce… mi serve un ulteriore conferma di quello che so ormai che sta accadendo…

Serro i pugni tra due sbarre del cancello e vedo le mia mano essere cosparsa di alcune macchie violacee sui dorsi… la mia pelle è stranamente raggrinzita e anche più rossastra… come se fosse… ecco, direi… più vecchia.

-papà… sospira Rebecca puntando su di me i suoi occhi di cristallo incantatore su di me…

-ma che succede? Domando alle mie due figlie vedendole così felici e tese al tempo stesso nell’incontrarmi…

Giulia mi guarda con la stessa espressione timida di quando aveva quattro anni e mezzo, e in quello sguardo ora, tutto, mi sembra un po’ più chiaro

-io vi cerco da tanto…

-lo sappiamo…

-ma non ci riesco mai… vero? chiedo in una domanda retorica osservando le mie mani anziane che sono ancora forti mentre stringono le sbarre…

Una forza forgiata dal dolore e delle troppe vicissitudini della vita… mani stanche sì ma chiamate ancora una volta a lottare, e che non possono tirare indietro…

Giulia si gira di spalle per pudore e la sento singhiozzare… piange cercando si non farsi sentire… senza voler procurare altro dolore al suo vecchio padre…

-vi voglio tanto bene… lo sapete questo? Eh..

-anche noi papà…

-eri alla fontana?

-si… come sempre… gli rispondo…

-e ti sei dimenticato la pozione? Mi chiede come per ricordare ad una mente che ha perso la sua capacità di memorizzare, dentro i lunghi anni di un vita intera… una memora che difettosa ormai impasta i ricordi e stava finendo per perderne alcuni di veramente preziosi.

Guardo dentro le tasche dei pantaloncini e dentro ci trovo una fiaschetta di ferro… non mi ero proprio accorto di averla… La passo sotto gli occhi e vedo incisi sotto il tappo i volti delle luna identici a quelli che intagliati nel marmo della fontana.

-non ce l’ho fatta… mi sono perso anche stavolta…? Chiedo alle mie due figlie, mentre una lacrima scivola sul metallo della fiaschetta che stingo in mano…

A Giulia cadono le gambe e cade in ginocchio. Il suo pianto adesso è feroce come lo scorre di un fiume implacabile in tutto il suo impeto… il suo dolore tanto profondo che sembra nascere da un tempo remoto che non appartiene all’epoca che stiamo vivendo...

-non importa papà… stai tranquillo… non c’è problema… ok? Devi essere forte ora… non puoi crollare…Mi dice Rebecca che è l’unica che riesce sempre a mantenere un certo aplomb, anche in situazioni che rompono i limiti dell’emotività a cui è concesso resistere fisicamente ad una persona…

Giulia si raccoglie e capelli lunghi e neri in una coda di cavallo, e Rebecca, con le sue dita dalle le unghie smaltate di azzurro, accarezza il collo sottile della sorella, con una dolcezza che avrebbe potuto sciogliere tutto il male del mondo…

-ho sempre amato i tuoi occhi Rebecca…

-sono come i tuoi…

-forse più come quelli della mamma… ma lei non è venuta?

-no papà, non ci è riuscita….

-e come sta?

-bene… lo sai che venire qui richiede un certo livello di “emotività” e a lei non è stato concesso…

-da quanto tempo sono intrappolato qui?

-non lo so… qui il tempo, le emozioni e i ricordi funzionano diversamente…. Non saprei dirtelo con esattezza…

-Nella bellezza dei tuoi occhi anche il tempo ci potrebbe morire dentro. Le dedico questa frase romantica, e Rebecca, che di solito non è il tipo da smancerie, mi concede questo giro lasciandomi fare… solo per compiacermi, lo so, ma non importa… lei mi guarda con gli occhi appena lucidi, pieni di una compassione di quelle che hanno reso possibile a tanti uomini di credere ancora nel bene ed lì che capisco l’affetto che ci lega anche se lei non è predisposta ad esprimerlo…

-mi mancate tanto… le dico alla fine

Giulia mi guarda con lo sguardo teso verso il centro dei miei occhi, il centro di tutto, o poi accenna un breve sorriso…. mentre con i polsi si asciuga un po’ le guance appena solleticate dalle lacrime… poi, si alza in piedi, si fa forza, trova il coraggio e appoggia la sua mano sopra la mia, ancora stretta sulla sbarra del cancello…

-è tanto tempo papà che non ti vediamo, questo è l’unico luogo dove ci è possibile farti visita… le nostre vita vanno bene sai… io sto uscendo con un bravo ragazzo… si chiama luca, ha ventun anni… l’ho conosciuto con un’amica in un bar, ci troviamo bene insieme…è molto dolce come me… Rebecca invece diventerà una brava dottoressa… sai com’è lei… tutta precisa… inizia a raccontarmi Giulia come se fosse venuta a trovare un padre novantenne che vive in una casa di riposo…

-noi ti pensiamo sempre però… non ci dimenticheremo mai di te…

-lo so… Qui dentro la storia si è strutturata diversamente… ero io che cercavo voi… confesso alle miei due figlie che avevo vissuto un percorso “contrario”

-beh….essendo nella tua coscienza è possibile che tua abbia avuto questa percezione… che ti sia sembrato l’opposto… ma infondo, non importa.. quello che conta è stare insieme… ora, però, mi sa che dobbiamo andare…

Rebecca non batte ciglio… Guarda la sorella, le mie due figlie allungando il collo verso di me, mi baciano teneramente sulla guancia

-ciao papà- mi salutano quasi sovrapponendo le voci.

-ciao bambine- le dico trattenendo il pianto fino a riuscire a cedere solo su poche lacrime.

Poi Rebecca e Giulia si voltano, si prendono per mano, e cominciano a camminare dentro la terra rossa desolata che hanno di fronte a sé… sembra un deserto di cui non di può vedere la fine…

il cielo è azzurro e senza una nuvola… mi abbraccia come se il paradiso cadesse sulla terra per non nascondere più che fa parte di Lei… e mi porta via…. Vado in un posto diverso, che non mi è possibile comprendere, e ne immaginare… ma io ugualmente sorrido mentre piango, e mi lascio trascinare via, leggero… come fossi anch’io una nuvola, per capire come ci si sente per una solo volta… soltanto per questa volta, a non avere più peso…



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