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lavoro pubblicato domenica 5 novembre 2017
ultima lettura mercoledì 11 settembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Il posto dei Silenzi

di david87. Letto 386 volte. Dallo scaffale Pulp

L’I-phone delle Illusioni e la leggenda di un uomo straordinario sono due storie diverse, è vero, ma sono anche la mia personale rappresentazione di un’idea. Quella che unisce alcune teorie sul funzionamento dell’universo rubate dalla fisica quantistica,

IL POSTO DEI SILENZI

L’I-PHONE DELLE ILLUSIONI

Parte 1

-Chiara, vorremmo che ti sedessi, io e tuo padre abbiamo qualcosa di importante da dirti. Aveva detto mia madre in un tono così serio che non sembrava appartenerle.

Mi ero seduta sul divano, ero ancora in pigiama e come tutte le mattine, da un mese a questa parte, dovevo fare prima la doccia, poi la colazione… e infine andare in biblioteca a studiare per l’esame d’ammissione all’università, quindi ero già in un ritardo clamoroso.

-tu sai bene che le cose tra di noi non stanno andando per niente bene, non te lo abbiamo mai nascosto, sei abbastanza grande e matura per affrontare questo genere di problemi in famiglia.

Mio padre le stava accanto come se fosse una statua di cera inchiodata a terra, in esposizione al pubblico.

-Mamma, vuoi farmi il discorsetto dei genitori che ti vogliono bene lo stesso?... perché, io preferirei saltarlo se fosse possibile…. Avevo interrotto la mamma, sperando di evitare l’imbarazzo di quelle parole a tutti e tre.

Papà rideva di gusto con la testa abbassata come se scherzasse tra sé e sé. Adoravo vedere il suo sorriso bianco che si apriva in mezzo alla barba folta come una ferita accidentale. Sorridendo, papà, riusciva sempre ad emanare una sensazione di serenità, di una purezza tale a cui non si riusciva ad avvicinare neanche una sorgente d’acqua. Gli volevo un bene dell’anima, nonostante quel che stava per succedere, per me, sarebbe stato sempre il migliore dei papà.

-Chiara, stiamo cercando di dirti una cosa molto più seria di quello che pensi, lo so che non parliamo mai di queste cose, ce la siamo sempre cavata noi quattro, alla fine… ma stavolta sono davvero preoccupata… Penso che questa situazione richieda che tu mi ascolti attentamente... continuava mia madre con il suo discorso che diventava più allarmante ad ogni parola detta come la lama di una spada che si affila sempre di più ad ogni sfregamento con la pietra.

-Daniele, ora puoi confessarle quello che hai combinato… ha poi ordinato la mamma a papà con un autorità da cui lui non si poteva ribellare.

- Vedi cipolla… non so come spiegartelo perché, sai, credo che sia piuttosto complicato…

Si, mio papà mi chiamava così… cipolla… è un uomo sarcastico ma poteva scegliere un soprannome un po’ meno…. Vegetale, ecco… Mi ha sempre raccontato, si da quando ero piccola, che quando sono nata, la forma della mia testa era identica a quella di una cipolla. E così, questo è diventato il mio nome, soprattutto ogni volta che papà mi deve parlare da genitore.

-ho fatto un casino….

-un grosso casino… tesoro. La sua espressione era di una serietà che non presagiva davvero nulla di buono.

-dai diglielo, ma che aspetti? dobbiamo stare tutta la mattina qui? lo interrompe la mamma spazientita. Lui la guardava come se si sentisse tradito, capiva la sua rabbia ma voleva solo un po’ più di comprensione, si sentiva già abbastanza mortificato da solo.

-forza papà, devo ancora farmi la doccia

Un onda di silenzio magnetico si era intrufolato nelle nostre coscienze, lasciandoci senza la logica della discussione.

-ho perso tutto. Non abbiamo più un centesimo. Dice come se fossero le sue ultime parole prima del esecuzione.

-che vuoi dire con abbiamo perso tutto…? Niente separazione? Niente “Dai Chiara aiuta tuo papà a fare i bagagli”?

I miei genitori si erano scambiati uno sguardo complice come se si suggerissero di essere più pazienti con una ragazza con evidenti problemi di autolesionismo.

-No Chiara, niente di tutto questo… forse sarebbe stato meglio… aveva risposto la mamma senza essere esattamente cosciente di quel che aveva detto.

Adesso, il loro sguardo di complicità si era sciolto come una barra di stagno per le saldature idrauliche sotto la fiamma ossidrica.

-tuo padre ha avuto la meravigliosa idea di investire tutti i nostri soldi su un libro di stupide foto di cui non importa un fico secco a nessuno… ma come ti saltato in mente? mi chiedo io… aveva detto lei rivolgendosi nell’ordine prima a me, poi a papà e in fine a se stessa.

-si chiama Gerard Dupoìt. Puntualizza papà.

-Chissenefrega di come si chiama quell’effemminato di uno psico-fotografo-fallito. Adesso chi li restituirà i soldi alla banca? Il tuo amico?

La loro reciproca comprensività era si era spezzata del tutto come un guasto ad una linea elettrica, e la lingua della mamma, sembrava impossibile, ma si era fatta ancora più tagliente.

-se la smettete di litigare e mi dite cosa è successo, forse riesco a capire meglio. cerco di sedare i miei genitori.

-scusa cipolla hai ragione.

Anche la mamma mi chiamava in quel modo, ma meno frequentemente.

-Tuo padre ha avuto la bella idea di investire tutti i nostri risparmi e non solo, in un libro di quel fotografo di culi aperti! E tanto per mettere la ciliegina su questa montagna di merda, si è fatto anche finanziare venti mila euro dalla banca. Bisogna essere dei geni per piazzare certi colpi… Aveva detto ripreso mamma mentre papà rigirava gl’occhi al cielo. La sua lingua adesso sembrava un kalashnikov.

-prima cosa, non sono culi, ma ritratti…. E secondo di poi, sono diciassettemila euro, non venti mila.

Dopo la precisazione di papà, la mamma si era tolta una ciabatta e manca poco che tenta di sopprimerlo.

-Mi sa che tua madre è di cattivo umore. replica lui rivolgendosi a me e proteggendosi esageratamente il viso con le braccia.

Papà rideva e scherzava come sempre, senza prendere troppo sul serio il guaio in cui si era cacciato, anche per non far preoccupare troppo la mamma che sapeva soffrire d’ansia. Ma io lo conoscevo bene, aveva il viso stanco come se fosse invecchiato di dieci anni dopo una sola notte senza sonno. Le occhiaie gli si erano gonfiate al punto che pareva che gl’avessero incollato due pesce sciroppate sotto le palpebre. Scommetto che non riusciva proprio a dormire, probabilmente la notte era tormentato dai pensieri.

-tesoro, il libro è andato male, e questo lo avrai capito, sono in causa… ma lo sai come vanno queste cose… tutto va per le lunghe e alla fine dei conti non recuperi mai tutti i soldi spesi. E stamattina mi ha telefonato pure il direttore della banca…mi hanno messo alle corde, devo rientrare di almeno dieci mila euro entro due mesi, altrimenti mi fanno chiudere.

-cristo santo papà! ma… ma come è potuto succedere? non hai mai sbagliato un libro in vita tua… avevo detto come se non credessi veramente possibile un suo investimento fallito.

-mi sa che c’è una prima volta per tutti, cipolla…. Ho scommesso tanto stavolta, troppo… è che quel tupo insisteva per le immagini stampate in carta fotografata…. Venticinque mila euro solo per quello scherzetto. E poi tutte le altre spese… è che Gerard sembrava così sicuro che mi è venuto naturale accontentalo, credevo che ci avrei guadagnato parecchio… In più, c’è da dire che l’anno scorso, lui aveva venduto le sue opere ad un ottimo prezzo alla mostra dove l’ho conosciuto… i clienti facevano a botte per un suo pezzo… mi ero convinto che sarebbe stato un buon affare… e invece… ho preso una bidonata assurda, come se me l’avessero anche battuta sulla schiena, la bidonata, capisci? Adesso, pare che invece non se lo fili più nessuno…

-ma non tu puoi far ridare niente da lui?

-è complicato da spiegare, te l’ho detto cipolla… spenderei di avvocati inutilmente, infondo sono investimenti a rischio… e lui… nel suo conto corrente alla fine, non ci ha lasciato neanche le lacrime per piangere. È stato furbo.

-Di quanto siamo indebitati? Diglielo. Aveva detto la mamma con lacrime di rabbia che traboccavano sulle sue guance. Era furiosa come non l’avevo mai vista.

-sono quarantamila euro in totale.

-e ora dagli anche l’altra buona notizia… che non ci possiamo permettere le tasse dell’università per colpa tua. Aveva inveito la mamma che era esplosa in un pianto che mi metteva a disagio come fossi una bambina a cui veniva imposto di dormire tutte le sere con la luce spenta pur avendo paura del buio.

Mamma continuava a colpire papà con il pugno contro petto, come se la questione dell’università fosse vitale. Aveva sempre creduto nell’istruzione ma questa rabbia era qualcosa che andava oltre a questa storia, era evidente c’era una seconda verità che non volevano svelarmi, una ragione più importante ma che forse non ci è dato conoscere in questa storia.

-Sfogati amore mio, passerà anche questa… ne abbiamo passate insieme, in qualche modo ne verremo fuori anche stavolta... andrà tutto bene, credimi… andrà tutto bene… continuava a ripetere come una canzone che finisce sfumando.

E questo, all’incirca, è l’inizio di come mi sono ritrovata ad indossare questa stupida uniforme orticante. Erano solo le sette di mattina e mi aspettava un turno di dieci ore, a due settimane dal Natale, già tre brutte notizie tutte di un fiato. …. Un inferno.

-Chiara sei pronta? Di là è pieno di gente, sbrigati! Ci serve una mano in profumeria. Aveva urlato la mia collega Marisa al di là della porta.

Odiavo questa camicia quasi più di questo sadico cardigan super pizzicante. Credevo che fosse solo una leggenda che esistesse un maglione fatto di tessuto che ti fa scorticare la pelle… ed invece lo stavo indossando davvero. Era piacevole come essermi fatta un bagno nuda tra le ortiche. Non riuscivo a smettere di grattarmi. Ma riuscivo ad odiare ancora di più, il fatto che avrei dovuto rimpiazzare gli scaffali di prodotti, per tutto il santo giorno. E odiavo ancor più di tutto il fatto che non avevo scelta, e che mi toccava farlo per forza. Non potevo tirarmi indietro dopo quello che era successo a casa, dovevo mantenere l’equilibrio familiare. Sentivo come se la responsabilità fosse mia e che all’improvviso tutto dovesse gravare sulle mie spalle, come questo cardigan. Non volevo esserne capace e non ne avevo voglia, ma dovevo… Tutta colpa di quel francese che aveva infinocchiato tuo padre, come diceva la mamma. Stamattina odiavo anche me stessa, come odiavo il mio ciclo mestruale puntuale come un orologio svizzero, e il ciuffo di capelli che aveva deciso stare secondo una sua precisa volontà. Avevo gli stessi capelli di Cameron Diaz in quella famosa scena con Ben Stiller dopo aver usato il “gel” che gli pendeva dall’orecchio.

Poi, la ciliegina sulla torna… Appena uscita dallo spogliatoio, ero rimasta incredula alla vista della folla urlante di donne e con figlie adolescenti al seguito, che aspettavano in fila per accaparrarsi: rossetti, acqua di colonia e mutandine… Era come essere vittima di un’illusione, neanche la domenica in piazza San Pietro, durante l’angelus del papa, c’era così tanta gente.

-Grazie papà. Avevo detto come se fosse il finale di una preghiera, prima di lanciarmi nel mucchio.

Mio padre si era sempre occupato di pubblicazioni di libri d’arte. Erano passati già più di dieci anni da quando aveva aperto la sua casa editrice. Nulla di extrasensoriale ovviamente, anzi, la sua, la definirei, un’azienda modeste dimensioni e senza molte pretese… ma da qui a dire che avrebbe fallito una pubblicazione e che ci saremmo indebitati in questo modo, ce ne passava… eppure… Mio padre amava il suo lavoro, quella piccola “dispensatrice di emozioni” come la definiva lui, era come una seconda figlia, il suo orgoglio, dopo di me e Leone, senza ombra di dubbio. Invece, a mia madre non è gli che andasse molto a genio. Era sempre stata dell’idea che l’editoria, soprattutto nel campo dei libri d’arte, era un settore dove i soldi e il tempo che si investivano, non rendevano neanche la metà di quello che si poteva ottenere lavorando in un qualsiasi altro ramo. C’è da dire però che, anche se è vero che la mamma non sopportava quell’attività, amava mio padre di un amore così forte e solido che era finita per accettare anche il suo lavoro. Certo, le discussioni non mancavano, come non mancavo i suoi tentativi di dissuaderlo nel continuare a lavorare nella sua editrice, ma alla fine si era arresa all’evidenza dei fatti. Papà avrebbe continuato a fare il suo lavoro e lei lo aveva accettato; uno dei tanti compromessi della vita di coppia. Io non la biasimo, infondo non era facile convivere con un uomo che non garantisse soldi regolarmente in casa…. ed io e mio fratello, sapevamo cosa volesse dire sulla nostra pelle…. Ma come si dice, al cuore non si comanda… e alla fine dei conti, per quanto mamma potesse non essere d’accordo con lui, poi, alla fine, accettava tutto… lo amava da impazzire, come me del resto, e quando si ama, credo che si possa passare sopra tante cose, forse a tutto… Papà, tra i suoi meravigliosi difetti, aveva anche uno strano rapporto con il denaro, lo si poteva definire uno spendaccione professionista. Ad onore del vero, è più giusto dire, che aveva uno spirito di conservazione delle risorse monetarie un po’ troppo distorto. Era come se guadagnare soldi, lo confondesse. Non li sapeva proprio spendere… e questo era un problema. Quando un libro gli fruttava molto, lui correva a comprare cose….tante cose, troppe cose, le cose più inutili. Ne aveva proprio bisogno, una sorta di istinto che era costretto a seguire, radicato sotto pelle, come un impianto artificiale. Non comprava solo pensando a sé stesso, anzi, era un uomo molto generoso e metteva sempre me, mio fratello Leone, e la mamma, al primo posto, però, lui era capace di andare al supermercato e spendere trecento euro tutti insieme, senza comprare niente di quello che ci servisse veramente.

-Ho comprato dell’ottimo vino per festeggiare- diceva lui aprendo la scatola di cartone da sei bottiglie.

-ti sei ricordato lo Scottex?

-no … diceva rispondendo lui con il sorrisetto stampato in viso mentre si passava tra la mani l’etichetta della bottiglia.

-benissimo, rispondeva mamma.

Lei aveva dovuto imparare ad arrangiarsi negl’anni. Per far fronte alle mancanze di papà, aveva messo a punto una tecnica quasi infallibile. Quando lui incassava i primi soldi dopo una pubblicazione, lei metteva in scena la sua “serata speciale”. Si faceva bella per lui, gli cucinava una gustosa cenetta e poi mandava me e a Leone a guardare la televisione in salotto. Mi ordinava di tenere mio fratellino incollato alla Tv per almeno due ore. Potevamo fare quello tutto quello che ci andava, bere succo di frutta fino al vomito, o che so, ingerite cioccolata come se non ci fosse un domani, dare feste con la confraternita delle signore del vicinato… non importava cosa, la parola d’ordine era stare lontano dalla camera da letto. Ho capito solo qualche anno dopo, il motivo per cui non dovevamo interromperli per nessuno motivo, a meno che non si trattasse di un decesso, pestilenza, guerra o fine del mondo anticipata. E quando poi i miei si trovavano nella fase “coccole post copulazione matrimoniale”, che mamma riusciva a scucire un po’ di soldi a papà. Seguiva una vera e propria scaletta. Partiva in quinta con l’elenco dei vestiti che ci servivano, partendo dalle scarpe fino ad arrivare al buco per i miei orecchini. Lui, stremato, afferrava l’assegno e lo girava direttamente a lei, che saggiamente invece di regalare i soldi al primo commesso super-sorridente di un negozio qualunque, li avrebbe messi da parte per i momenti di carestia. Ma come ho già detto, la tattica era “quasi” infallibile… stavolta però non era applicabile al danno.

La situazione che si defilava per me era semplice: almeno per quest’anno avrei dovuto rinunciare all’università. Avrei passato i prossimi mesi a lavorare senza sosta, e forse, impegnandomi con anima e corpo, sarei riuscita ad entrarci con un programma fuori corso, l’anno prossimo. Avevo pianificato tutto, al negozio dovevo giusto fare turni massacranti, che andavano dalle nove alle tredici ore al giorno. Dovevo lavorare come se per me il presente fosse un momento costantemente posticipato in là nel tempo, un futuro sempre troppo sfuggente da raggiungere. Infondo, Il trucco era non pensarci… cercavo solo di convincermi in ogni istante che questa non era la mia vita, e che stavo regalando un anno del mio tempo ai miei genitori, in attesa di potermi costruire un futuro in cui potessi fare quello che desideravo e dove i miei giorni sarebbero tornati a contare qualcosa anche per me. Restavo in attesa di una felicità solo immaginata, se non altro, sperata.

Il negozio, ovviamente, era sempre pieno di clienti, era come se in dieci ore di turno se ne lavorassero quindici tanto era impegnativa la mole di lavoro da svolgere. E menomale che eravamo in tempi di crisi… probabilmente la vanità di noi donne non voleva saperne di cedere alla restrizione dei mercati. Forse, non era neanche d’aiuto che il negozio di cosmetici si trovasse all’interno di un centro commerciale grande come una città ed inaugurato appena un anno fa. Non c’è da crederci a raccontarlo così lo so, ma stava andata tutto veramente uno schifo.

Anch’io ci tenevo molto ad entrare all’università, era sempre stato il mio sogno studiare medicina… Non mi ricordo esattamente quando ho cominciato a desiderarlo, a volte penso che sia successo durante il primo anno di superiori, quando mi sono rotta la caviglia in palestra. Ero letteralmente inciampata sul pallone da basket che era rimbalzato davanti a me, mentre stavo correndo in difensa. Un azione durata non più di un secondo: rimpallo sul tabellone della mia squadra e subito dopo la mia pianta del mio piede e il pallone si sono incontrati aderendo perfettamente proprio come il piede cenerentola con la sua scarpetta di vetro. Solo che il finale è stato un po’ diverso… gli spettatori della scena hanno avuto solo un istante per stupirsi di fronte all’ottima fattura del salto mortale all’indietro con cui mi sono fratturata la caviglia, per la precisione in tre punti. Quando mi sono risvegliata all’ospedale, con la gamba fasciata fino al ginocchio che tanto era gonfia da sembrare un cannone, e con la mia mamma che mi guardava con un espressione tagliata in due tra preoccupazione e rimprovero, avevo realizzato il danno che mi ero procurata. Il dottore che mi aveva visitato era il classico un uomo di mezza età, un po’ calvo all’altezza delle tempie e dal viso dai tratti comuni; ma le due caratteristiche fisiche, con cui penso tendessero ad identificarlo gli altri, erano la sua altezza da gigante buono e i suoi modi straordinariamente gentili. Non so spiegarlo bene, se fosse solo una questione di tono di voce o di maniere, forse si trattava proprio di un tipo di energia “positiva” che il dottore era in grado di trasmettere agli altri. Sembrava quasi fosse nato con il talento di rassicurare il prossimo. Il giorno che mi ha visitato, è stato probabilmente uno di quelli che sicuramente ha messo un punto preciso sul percorso del mio destino, un po’ come un tatuaggio sulla pelle. Da lì in poi, qualcosa era cambiato nella mia coscienza, si era formata un impronta che non avrei più potuto ignorare, come un seme piantato in un terreno già fertile. Se prima mi ero solo sentita curiosa di conoscere i meccanismi del corpo umano, seguendo solo quelle passeggere intuizioni del mio carattere, da quel giorno, avevo iniziato a seguire scrupolosamente, quel mondo fatto di analisi, dimostrazioni e sperimentazione. La medicina era diventata per me, un percorso di fede.

Quindi, a conti fatti, cercando di collocare gli eventi all’interno di un quadro generale come quello della vita, anche se mi dovevo sacrificare per un anno infondo non importava. Dovevo stringere i denti ed andare avanti, come fanno tante altre persone. Quando riuscivo a pensarla così, beh si, quelli erano i giorni buoni.

In questo periodo, per me, le giornate passavano senza identità, ognuna simile alla precedente e fin troppo uguale a quella successiva, tanto che era passato un mese dalle feste, ed in negozio nulla era cambiato, si continuava a lavorare senza nessun altra emozione da sottolineare. Ha dimenticavo l’unica buona notizia; avevano mandato via la ragazza che aiutava durante il periodo natalizio. Giusto per puntualizzare la mia situazione, devo ricordare che il mio stipendio consisteva in 938 euro al mese, straordinari inclusi. Proprio così, ed ogni accenno di protesta da parte del personale era già stato preventivamente soffocato dalla minaccia precisa di potersi recare direttamente in direzione della porta se le condizioni non gli andavano a genio. Le ore extra le avremmo recuperate durante l’estate quando ci sarebbe stata meno gente, sostenevano i proprietari. A me non importava molto di cosa sarebbe successo ad Agosto, a me servivano i miei fantasmagorici 6 euro e 78 ogni ora in più che passavo lì dentro, che oramai sarà pur chiaro che non mi venivano riconosciuti. Non bastava che il mio compenso fosse già suddiviso a metà, una in casa e l’altra che dovevo risparmiare, ma non mi venivano pagati nemmeno gli extra… mi ritrovavo in una situazione davvero difficile, per non definirla nell’altro modo, quello più francese.

Non è che fossi arrabbiata con i miei genitori, era la prima volta che chiedevano il mio contributo in vent’anni e io ero felice di aiutarli, ma quel lavoro che mi aveva procurato Cinzia, l’amica di mia mamma, era veramente troppo da affrontare. Così, non vidi nessun altra soluzione possibile che cercare un altro impiego. Tutte le mattine, prima di entrare in negozio bevevo un cappuccino con una mano, con l’altra cercavo qualche annuncio sul web. Per quanto cercassi senza demordere, dopo altre tre settimane mi ero arresa all’evidenza, sprecavo solo tempo. A parte qualche patetica offerta come rappresentate porta a porta, di altri impieghi seri non ce n’era neanche l’ombra. Solo in questi momenti, si comprendono i veri effetti della crisi economica. Solo chi aveva le spalle robuste da anni andava avanti, gl’altri, erano già sepolti sul campo di battaglia.

Ma io, di certo, non sono il tipo di ragazza che si dà per vinta. Dovevo trovare qualcosa che mi garantisse più denaro lavorando meno ore, mi serviva il tempo per studiare altrimenti non avrei mai passato il test d’ingresso. Ero costretta a farcela, a trovare qualcosa che potesse migliorare la mia vita.

Ed un giorno, come succede in molte altre storie, in un momento che poteva essere identico a tutti gl’altri, invece, è arrivato quello che ha dato la svolta alla mia strada per rendendola diversa.

Era una domenica mattina di febbraio, faceva un freddo quasi irreale, così penetrante da congelare anche le idee. Una volta al mese, in inverno, mi recavo nella lavanderia a gettoni vicino a casa per fare il lavaggio del piumone. Dopo aver compiuto tutti i passaggi necessari ad avviare la lavatrice come se potessi farlo a memoria, mi ero seduta come sulla panchina ad aspettare come al mio solito con l’e-book aperto sulla biografia del famoso tennista “Andrea Agassi”. Leggevo poche righe alla volta e poi interrompevo. Non riuscivo a capire se avevo problemi a concentrarmi o se la storia era troppo intensa per riuscire ad assimilarla se non a piccoli bocconi. I miei pensieri, allineandosi alle parole di quel libro, mi stavano spingendo sempre più dentro alla vita di Andrè. Volavo nei campi dove lui aveva giocato… lo vedevo ancora bambino che si impegnava negli allenamenti disumani cercando di resistere per non deludere il padre tiranno, anche se un bambino come lui non capiva tutto quel accanimento. Vedevo poi, i soldi dei premi, le notti goliardiche di sesso e alcool dopo le vittorie… sentivo il suo cuore scoppiare nel petto di fatica quando una partita si giocava allo stremo delle forze, sentivo la solitudine nello spogliatoio prima di scendere in campo, sentivo il caldo dei paesi lontani dove si giocavano i tornei… c’erano tante emozioni: la delusione, la stanchezza, la gioia, la rabbia… tutto compresso in un cubo che assumeva il peso specifico di un metallo, prima di essermi servito sul palmo di una mano, come una caramella impacchettata che si porge ad un bambino curioso. La storia racchiusa dentro questo libro era un esperienza di vita. Mentre leggevo, ogni tanto, alzavo la testa dall’i-book e sospiravo profondamente per aiutarmi a vestire sulla mia pelle, la sua; il rumore della lavatrice tornava e poi spariva di nuovo, come se la mia coscienza cercasse di nascondersi dalla realtà ma venisse continuamente raggiunta. Il mio sguardo, fisso su un tabellone di legno sopra la lavatrice, in uno di quei momenti dove la storia di Andrè se ne andava e l’ambiente circostante tornava a pulsare, che era arrivato il punto che avrebbe creato quella fase della mia vita. Lo avevo intuito come il cacciatore che sente l’odore della preda. Era un bigliettino, piccolo e sbiadito, quasi sepolto da altri annunci tra i più recenti e variegati: vendesi motorino, macchina, cane, nonna, di tutto… e poi ce ne erano altri simili ma io ero stata attratta solo da quello, senza una ragione precisa.

-Cerco una ragazza, di ventun anni con i capelli castani per un servizio fotografico. Offro un ottima paga. Si richiede massima disponibilità. Richiede l’annuncio. Io avevo ventun anni tra due mesi, ero castana e che avevo bisogno di soldi non lo starò neanche più a dire. Mi sarei anche dovuta insospettire, sembrava esser stato scritto apposta per me, ma certe volte le verità se sono scomode non ci va di considerarle.

In basso a sinistra del fogliolino c’era un numero di telefono, senza nessun nome come referente. Le cifre erano tanto piccole da essere impossibili da distinguere se non da pochi centimetri. Di solito, il numero, negli annunci, viene messo in risalto, mentre questo era stato segnato come se non dovesse attirare troppo l’attenzione. Più i particolari erano insoliti e più l’idea di telefonare mi attirava. Per esempio, il fatto che il biglietto lo avevo notato immediatamente… così dal nulla, come fosse un fazzoletto colorato tra un bucato di vestiti bianchi, mi dava la conferma che inconsciamente volevo per prendere l’iniziativa della chiamata. E anche se ero certa che non avrei dovuto farlo, avevo preso il telefono dalla borsa e avevo composto quelle cifre, proprio come reagisce un’argomentazione al suo contrario…

-Agenzia GR buonasera. Risponde la voce di una donna

-salve, sono Chiara, ho trovato il vostro annuncio in una lavanderia, mentre facevo il bucato e ho pensato che…

-si presenti tra una settimana alle 10 e un quarto davanti al palazzo di vetro. Puntuale. Mi interrompe sul colpo come se fosse una persona che avesse l’abitudine a disinteressarsi a quello che gl’altri avevano da dire.

-quale palazzo? Avevo chiesto.

-appena dietro la statua del Grigio…

-e dove si trova questa… non avevo finito di fare la domanda che la conversazione si era già conclusa.

Inutile descrivere i tormenti che avevo vissuto durante la settimana. Nei primi giorni ero stata molto combattuta per via di quel appuntamento, e anche molto brava a convincermi che sarebbe stato meglio se non ci fossi andata … ma con il passare del tempo, l’opportunità che mi presentava quell’incontro, aveva insinuato in me un’inquietudine angosciante che non riuscivo a giustificare neanche a me stessa. Un desiderio che cercavo di espellere dal mio organismo come una malattia. Anche se poteva essere qualcosa di pericoloso e poteva succedere qualcosa di spiacevole, il mio istinto mi diceva di rischiare, e la ragione di desistere. Forse era un atto un po’ imprudente presentarsi lì senza conoscere i dettegli, ma in fin dei conti poteva essere solo un po’ d’ansia dovuta alla mia insicurezza, continuavo a ripetermi… poteva andare anche tutto bene… ed per di più nel biglietto, tra le poche parole era stato specificato: Ottima paga, cosa assolutamente da non sottovalutare …

Avevo deciso di non parlare a nessuno di questo appuntamento se non a Claudio, il mio ragazzo. Lui era d’accordo, appoggiava spesso le mie iniziative, era un ragazzo paziente e molto pacato e sosteneva che non ci fosse niente di male nel farsi scattare delle foto. Io gli avevo chiesto di accompagnarmi il lunedì seguente davanti al palazzo di vetro e lui si era reso subito disponibile, così alla fine, ho optato per correre il rischio.

Guardando su google, avevamo scoperto facilmente dove si trovasse il posto e pur essendo pieno di uffici e di negozi nei dintorni, io, di quella zona della città, non avevo mai sentito parlare, ma questo poteva essere un dettaglio insignificante.

Così, io e Claudio, ci siamo presentati con dieci minuti d’anticipo davanti alla famosa statua… Era una mattina con un cielo di un azzurro così denso che il suo colore sembrava non avere limiti d’intensità. Per essere i primi marzo, il sole riscaldava fino a bruciare quasi fosse una giornata in pieno agosto. Il tempo passava lento e silenzioso come il fruscio di un nastro quando lo si riavvolge delicatamente per non rovinarlo.

-Nervosa? Mi aveva chiesto Claudio infilando i guanti nella tasca del cappotto.

-non lo so… questa situazione fa venire ansia ed eccitazione a momenti alterni…

-ma no dai! stai tranquilla… non è nulla di che.

Dopo quasi quarantacinque minuti di poche parole e di un silenzio nervoso, che ci avvolgeva come un’aura, Claudio aveva cominciato a fissare il display del telefono insistentemente.

-Chiara, mi sa che questa qui non si presenta. Mi vomita in faccia lui, la sua tagliente verità. Io mi ero limitata a guardarlo come un moglie che deve dare ragione al marito, suo malgrado.

- È che…

-hai una lezione, vero? gli chiedo

-si alle 11 e 20, mi dispiace lasciarti ma non pensavo di fare tanto tardi… non mi era neanche passato per la testa di dirtelo… se parto adesso, però, riesco ad arrivare in tempo.

-vai pure.

-non ti pesa tornare a casa da sola, vero?

-no, prenderò la metro, saranno si e no sette fermate da qui. Vai, non i preoccupare, ci sentiamo stasera… ceniamo insieme?

-ok… scusa eh ma scappo… mi aveva detto prima di darmi un leggero bacio bagnato sulle labbra e di mettersi in cammino.

-stasera pizza allo “00”. Mi aveva urlato da lontano che la sua voce era già un eco mentre io avevo risposto con un saluto di quelli che si vedono nelle scene dei film, alle stazioni dei treni: agitavo stupidamente il braccio. Un sospiro e stavo per tornare alla mia vita di sempre che giusto il tempo di girarmi per prendere la direzione della metropolitana, che un’ombra si e avventa su di me come se volesse assimilare il mio corpo.

-Chiara Cristallini?- aveva chiesto una voce di donna provenire dall’alto della montagna di ombra

-si, sono io- avevo alzato gl’occhi e una sagoma avvolta dai contorni di luce solare si era materializzata davanti a me.

-mi scusi per il ritardo, c’è stato un contrattempo in agenzia. Continuava la donna ma le parole le uscivano stranamente impastate come se provenissero da una traccia audio di un nastro che si stava bruciando.

-può seguirmi, se vuole. Io mi chiamo Clarissa.

Spostando lo sguardo dal riflesso del sole, i contorni e i colori della sagoma avevano preso la forma di una ragazza di circa trent’anni. Non camminava a piedi, si muoveva guidando un segway, quel dispositivo di trasporto a due ruote elettronico che si usa molto nei parchi e nei centri storici delle città. La sua voce era distorta perché parlava con un enorme bastone di liquirizia in bocca.

Senza altri indugi, Clarissa si stava dirigendo verso il palazzo di vetro ed io la seguivo come un cane segue il suo padrone, perché sentivo per lei, una fiducia incondizionata.

Il palazzo era tanto alto che sembrava non avere fine, l’ingresso era stato costruito con lo stesso stile di un grattacielo di New York. Le porte, di vetro, dividevano ogni accesso tra una stanza e l’altra ed erano controllate da telecamere. Non avevamo neanche bisogno di fermarci ad aspettare che le porte si aprissero perché si spalancavano a dieci passi dalla soglia, come se ritraessero la loro consistenza.

Clarissa, guidando il segway, si limitava a guardare davanti a sé con lo guardo massiccio e fiero di un condottiero romano che, tornato glorioso dalla battaglia, guidava il suo carro ad una parata celebrativa del suo successo. Nessuna di noi, aveva voglia di parlare per conoscersi meglio o per semplice circostanza, quindi stavamo in silenzio. Lei indossava un blazer molto elegante, doveva essere un tessuto di ottima fattura, di un colore blu tanto intenso che a fissarlo provocava la nausea. Anche le scarpe eleganti tacco dodici che indossava erano della stessa tonalità. Appena l’ascensore ci aveva fermato al quinto piano, eravamo entrate in un corridoio stretto e lunghissimo di cui a stento riuscivo a vedere la fine. Alle pareti, a intervalli di circa un metro l’uno dall’altro, erano appesi numerosi quadri. Erano stati tutti affissi alla stessa altezza, con una precisione quasi millimetrica. Osservando il loro contenuto, al terzo quadro, mi ero resa conto che si trattava solo di fotografie… per l’esattezza, fotografie di nuvole. Sulla mia sinistra, c’erano figure molto luminose raffigurati cieli sereni, invece, alla mia destra erano tutti tramonti. Mi chiedevo se questa scelta avesse qualche significato allegorico o religioso.

-bella collezione! Sono tutte fotografie di nuvole? Avevo chiesto rompendo il nostro silenzio calibrato con una logica incollata alla situazione.

La ragazza aveva mi aveva guardato per un secondo e mi aveva leggermente sorriso, poi era tornata a guardare davanti a sé come se nulla fosse.

Dopo alcuni minuti eravamo arrivati difronte ad una porta insonorizzata come quelle che separano la sala di proiezione di un cinema, dall’esterno.

-mi raccomando, lasci parlare lui. Le spiegherà tutto. Dopo avermi dato questo avvertimento, la ragazza mi aveva sorriso con la stessa misura di prima e con una manovra veloce aveva invertito la direzione del duo veicolo squagliandosela di fretta e furia.

Ero entrata nella stanza ma la luce soffusa non mi permetteva bene di riconoscere l’ambiente in cui mi trovavo, perciò procedevo a piccoli passi in punta di piedi, come quando non si vuole svegliare nessuno di notte. Sentivo solo il rumore di una cascata in lontananza, poi con un colpo netto, un uomo di cui non mi ero accorta, aveva spalancato le grosse tende che non concedevano alla luce di farmi vedere la stanza.

Mentre l’uomo completava l’operazione di illuminazione solare aprendo tutti i tendaggi, ad ogni angolo di stanza si poteva dare un diverso significato.

La stanza era immensa, assomigliava ad una di quelle suite imperiali costruite negli alberghi più lussuosi del mondo.

Davanti a me, c’era una scrivania lunga almeno cinque metri che di fianco aveva come sfondo due finestre giganti, che loro volta sostituivano quasi tutta la possibile parete. Ai lati, appena ripiegate, le spesse tende blu. A sinistra, c’era un'altra porta che probabilmente dava su un'altra stanza identica a questa e nell’angolo dove si incontravano le pareti adiacenti si potevano anche mirare tre acquari meravigliosi, connessi tra loro. L’arredamento era semplice e minimale ma ogni oggetto sembrava esser stato disegnato con uno spiccato stile futuristico, oltre che a essere molto costoso.

-salve- aveva accennato l’uomo in tono pacato, ponendosi a pochi passi dalla scrivania.

-salve. Avevo risposto per imitazione.

-tu devi essere la prima candidata, Chiara Cristallini, se non sbaglio…

Avevo mosso la testa cenno di assenso, per assecondarlo.

L’uomo era alto poco più di me, aveva le spalle larghe ma di corporatura era magro. A giudicare dal suo fisico, poteva essere stato anche un nuotatore professionista in passato. Indossava un abito grigio scuro, con un camicia blu e una cravatta nera annodata stretta al collo.

-ti senti a tuo agio? Mi aveva chiesto

-mmm… si… credo di si.

-bene, perché è molto importate nel nostro lavoro sentirsi perfettamente in linea con le persone e l’ambiente. Bisogna diventare come un armonia musicale per rendere davvero efficace il nostro prodotto. Posso fare qualcosa per farti sentire più comoda? Mi aveva chiesto lui, con tono fermo e gentile. Lui mi dava del tu.

-Vorrei bere un bicchiere d’acqua. Avevo risposto quasi più per essere accomodante che per il bisogno reale di bere.

-Clarissa arriverà in un minuto. Aveva detto premendo un tasto di un piccolo telecomando come quelli che si usano per aprire i cancelli delle ville.

Tra di noi era sceso un silenzio inquieto come l’attesa di una notizia poco gradevole.

-questo posto è proprio bello- irrompe nell’ambiente una voce simile alla mia.

Mi ero girata all’indietro ed una ragazza più o meno della mia età era appena entrata nella stanza, chiudendosi la porta dietro le sue spalle.

Dal suo ingresso, la luce nella stanza aveva cambiato di significato. Ora il chiarore del sole non combatteva più l’atmosfera senza aria che si percepiva prima, ma dava un soffio di serenità a tutto l’insieme. Quella ragazza era di una bellezza non comune, una di quelle persone che possono contare su un fascino innato.

-tu devi essere Chiara, vero?

In risposta avevo scosso la testa incredula, qui mi conoscevano tutti.

-mi hanno parlato molto di te, dicono che sarai una vera stella, ed ora che ti ho vista lo penso anch’io.

-pure- avevo pensato

-ma come è poss…. Stavo per rispondere quando Clarissa, sempre alla guida del segway, era entrata trasportando un vassoio con sopra un bicchiere d’acqua.

-Prego… mi stava servendo la segretaria porgendomi l’acqua come fosse un maggiordomo.

-ha ancora bisogna di me, Artista? Aveva chiesto poi lei rivolgendosi all’uomo.

-No, può andare Clarissa, grazie. Aveva risposto lui premendo di nuovo quel pulsante.

-una ragazza di molte parole quella Clarissa eh? Interviene facendo facile ironia la ragazza sconosciuta accanto a me.

Le rispondo con un sorriso timido.

-saremo una grande coppia, vedrai. Continua lei facendomi pure l’occhiolino.

-direi che ci siamo, se volete seguirmi…- ci interrompe l’uomo.

L’Artista, come lo chiamava la sua segretaria, ci stava facendo strada verso la porta alla sua destra che era precisamente uguale a quella alla sua sinistra e a quella alle nostre spalle. Le simmetrie con cui era stato composto l’arredamento e la struttura del palazzo, la lentezza dei gesti con cui si svolgeva ogni azione all’interno di queste stanze trasudavano una sensazione di pesante stabilità. Sentivo freddo come se una brezza marina soffiasse su di me, anticipando una notte di pioggia.

La stanza di destra, inutile dirlo ,era identica alla precedente, con gli stessi tre acquari con la differenza che erano posti al centro delle tre pareti: quelle ai lati e quella davanti a me. Nel mezzo della stanza invece, non c’era la scrivania, ma un meraviglioso tavolo rotondo bianco di linoleum.

-ci sarebbe stato bene anche un bel tappeto persiano. Aveva detto la ragazza castana

-ragazze, potreste cortesemente adagiarvi sul tavolo? Ci aveva chiesto l’Artista.

La ragazza, di cui non sapevo il nome, cosa di cui me accorgevo adesso, mi aveva preso sotto braccio e mi stava quasi trascinando verso al tavolo.

-Sedetevi pure, mettetevi comode, questo è molto importante… dovete arrivare a sentirvi molto rilassate come dopo aver fatto un lungo massaggio. I lineamenti del viso devono essere molto distesi con espressioni tutte molto naturali… sono stato chiaro?

-certo. Aveva risposto la ragazza castana per entrambe.

-Toglietevi pure i vostri vestiti ed indossate le vestaglie sul tavolo.

Avvicinandomi al tavolo avevo notato due pacchetti bianchi poco più grossi del palmo di una mano che contenevano senza dubbio le vestaglie di cui parlava questo Artista-stramboide-fotografo.

In una manciata di minuti ci eravamo cambiate, io indossavo una vestaglina semi trasparente di seta purissima, color celeste mentre per lei ce n’era una di grigio chiaro.

Sotto portavo solo le mie mutandine nere.

-Devi toglierle. Mi aveva consigliato aspramente la ragazza.

-…le mutandine?

-si certo, non ti avevano informato di cosa tratta questo set? … Aveva aggiungo lei completando la frase con un movimento dell’indice puntato verso l’alto.

-In realtà non mi hanno detto niente.

-e tu non hai chiesto niente?! … della serie, per che tipo di foto avesti dovuto posare… Nulla?

-no, cioè… immaginavo fossero per un calendario o qualcosa di simile… avevo letto l’annuncio in mezzo ad altri del genere… lo avevo dato un po’ per scontato…

-ah, credimi queste foto sono tutto tranne scontate…

-non mi è proprio passato per la testa di chiedere il tema del servizio… è come se me lo fossi dimenticata. Avevo risposto di getto non volendo ammettere che era successo tutto troppo intensamente per me, senza darmi il tempo né di riflettere ne tanto meno di pensare a qualcosa di malizioso….

-bene, è questo lo spirito giusto! Ribatte lei con una frase che non capivo se è ironica o seria.

-Forza vieni, dammi quelle mutandine che le appoggiamo qui.

Continuava lei ad interagire con me in quel modo strano di sviare, come se ogni volta che cercassi di comunicarle qualsiasi cosa di negativo, lei lo trasformasse in qualcosa di più leggero, snaturandolo.

L’Artista, intanto, sistemava il set: regolando le luci, provando la ventilazione ed altri dispositivi del mestiere… sempre e solo servendosi dello stesso tasto, di quel piccolo telecomando nero, puntato rigorosamente in alto come un trofeo. Sembrava che ogni cosa di cui avesse bisogno provenisse dal soffitto, anche non c’era l’ombra di nessun macchinario che regolasse quelle funzione che poi lui, con quel tasto, riusciva ad azionare. Eppure andava esattamente così. Per esempio, ero quasi certa di non aver visto ne ventilatori o impianti di ventilazione eppure lui, dopo aver toccato quel telecomando, regolava precisamente il flusso d’aria nella stanza.

-Pronte? Ci chiede.

-si- aveva risposto la ragazza, io l’avevo assecondata.

Poi, come fosse il gran finale di uno spettacolo di magia, l’uomo aveva di nuovo premuto il tasto del telecomando verso l’altro ed improvvisamente ogni luce nella stanza si era spenta. Un paio di secondi dopo e tutte le pareti, il tavolo, ed il soffitto erano diventati celesti come cielo più terso, condito da solo soffici nuvole. Probabilmente aveva attivato dei proiettori che avevano immacolato sulle pareti proiezioni di nuvole che si muovevano velocemente in questo cielo nella stanza. Nuvole che partivano dalla porta da cui eravamo entrate fino a tornare indietro al punto di partenza, facendo il giro completo all’infinito.

-non riesco a crederci, è meraviglioso… ero riuscita a dire in un sibilo di voce.

-Adesso vi sentite più serene? Aveva chiesto l’Artista.

-bene, allora possiamo cominciare.

Di nuovo quel telecomando, dopo averlo passato tra le dita per qualche secondo, come se stesse studiando un cubo di Rubick, l’Artista aveva premuto qualche pulsante che aveva fatto forma al marchingegno. Si era appiattito ed allargato diventando sottile come una carta di credito.

-adesso, cominciamo con la gioia. Dice l’artista.

-Ahh che bello! la mia preferita. Risponde la ragazza castana.

-hai già fatto queste foto? Avevo chiesto.

-si una volta… tipo tre mesi fa mi sembra… con un'altra ragazza. Vedrai che sarà divertente.

-Chiedo concentrazione per cortesia! Prendervi alcuni secondi per entrare nello stato d’animo della gioia. Dal momento che per noi questo prodotto è di altissima qualità, e lo vendiamo come tale, non possiamo permetterci sbagli. Per la riuscita di un ottima fotografia è necessario che il soggetto trasudi intensamente l’emozione che dobbiamo trasmettere al cliente con l’immagine. Per cui, cercate un ricordo, o un pensiero dentro di voi, che possa riempire la vostra coscienza di Gioia allo stato più puro, per almeno qualche secondo, Se non avete nessun ricordo tale, come spesso accade alle persone, create nella vostra mente una realtà che possa far trascendere quell’emozione. Lasciatela poi scorrere nel vostro corpo come il sangue nelle vene e vedrete che andrà benissimo. Una delle due ipotesi, non importa quale, purché l’emozione sia fortissima. Ci vuole una purezza che raggiunga almeno il novanta percento. È tutto chiaro?

-questo tipo è un drogato- avevo pensato

La ragazza castana, evidentemente già esperta di droghe, al sentir pronunciare quelle parole che a me suonavano assurde, reagiva con fastidiosissimi tentennamenti di entusiasmo.

La ragazza sentiva un’eccessiva confidenza per quella situazione ridicola in cui l’uomo ci stava mettendo. L’idea di andarmene, aveva solo potuto sfiorare la mia mente prima ritrarsi, perché mi ripetevo ogni cinque minuti come un ossessa, che appena finita questa pantomima, avrei abbracciato una bella sommetta…

-io penserò alla prima volta che ho baciato un ragazzo… mi confessa lei in uno dei suo slanci di confidenza

-ah che pensiero carino…

-si è stato divertente, Lorenzo, si chiamava così, mi infilava tutta la lingua in bocca, proprio fino in fondo… e così gli ho fatto notare, che mi strozzava, se continuava a puntate la lingua dentro la mia bocca come uno space shuttle, a sfondamento… cioè, stavo soffocando! cazzo! allora ho deciso che con lui non ci andavo più… Poi, quella sera, con il nostro gruppo di amici abbiamo giocato al gioco della bottiglia quando sono andata con Maurizio, il fico del campeggio, l’ho sputtanato davanti a tutti… e la cosa più bella è che dopo, le altre ragazze con Lorenzo, non ci sono più volute andare… E vedessi lui che faccia ha fatto! E pensare che io gli ero andata tanto dietro per convincerlo a baciarmi… mamma mia che stronza che sono!

-non c’è versi, questi si due drogano insieme… ero appena giunta alla conclusione

Socchiudo gli occhi, e sento scivolare via lo studio fotografico in un posto dimenticato dalla memoria. Lentamente, come un respiro che si regolarizza, anche ogni particolare della mia quotidianità lascia il mio corpo… e se ne va via con sé, anche ogni preoccupazione… come foglie verdi, potate abilmente da un cespuglio, che dondolano fino ad adagiarsi al suolo….

Adesso, come fossi proiettata in un incanto, mi trovavo in una casa bellissima… sapevo di non aver problemi di soldi e né di alcun genere materiale… camminavo per la casa dei miei sogni, ero splendida, giovane, in salute e non mi mancava niente. Mi sentivo serena, avvolta solo di pensieri leggeri… poi l’immagine quasi mistica dei miei figli, un bambino ed una bambina che ridevano di un quelle risate contagiose che si attaccano anche sei depresso… stavo entrando in quella che poteva essere un’immensa cucina quasi dorata dove c’era ad aspettarmi anche lui, l’uomo dei miei sogni… Lui era impegnato ad insegnare qualcosa ai bambini che si divertivano come non mai, e che appena mi avevano vista entrare si erano alzati dalle sedie e mi erano venuti incontro saltandomi in braccio con uno sguardo pieno d’amore… era tutto molto più bello della pubblicità del mulino bianco… e lì, in quell’istante, quando la gioia nel suo stato più puro aveva gettato le sue radici dentro di me, come un seme che cresce goliardicamente in un terreno fertile che mi ero sentita stringere tra le braccia… ed essere baciata da due labbra dolcemente bagnate… una sensazione tanto profonda che si era aggrovigliata nei miei più remoti sentimenti, fino a coagularsi con tutte le cellule del mio corpo, risvegliando i miei sensi assopiti…

-ma che cazzo fa questa? Mi innervosisco quando realizzo che era la ragazza castana che mi stava baciando…

Poi, senza che avessi il tempo di capire esattamente il motivo del suo bacio, né tanto meno di potermi ribellare al suo gesto, che un gigantesco flash di luce bianca ci travolge rendendomi quasi una non-vedente. Quella luce accecante ci aveva invaso come in un sogno, imprigionandoci in una dimensione che non era sembrava fatta un altro trucco scenografico dell’Artista, anche se cominciava ad essere impegnativo separare la realtà dalla fantasia… ora eravamo lì, io e lei, l’una difronte all’altra, senza che nessuna delle due potesse distogliere gl’occhi da dentro quelli dell’altra. L’elettricità nell’aria si manifestava con piccoli lampi elettrici che si scatenano nel mare bianco che ci circondava, ed io la sentivo chiaramente anche sulla pelle, era come trovarsi nella fase iniziale di una tempesta elettromagnetica. I suoni si erano improvvisamente interrotti. L’assoluta assenza di rumore pesava come se potessimo perdere l’equilibrio da un momento all’altro e sprofondare in un abisso di tenebre senza fine.

La luce bianca come ci investito ora aveva si era ritirata, ingoiata dall’I-phone dell’Artista che, dopo aver fatto incetta di tutta quell’energia, aveva di nuovo cambiato forma diventando una mezzaluna trasparente di vetro, che lui stringeva tra le mani prendendolo da un angolo. Della meccanica iniziale del I-phone era rimasto l’obiettivo della fotocamera.

-Perfetto, il primo scatto è perfettamente riuscito. Siete state meravigliose.

-Adesso toglietevi la vestaglia. Ne mancano altri cinque. Il prossimo è la malinconia. Ci incoraggiava lui con un espressione di manifesta soddisfazione.

La ragazza castana, prima del secondo scatto, mi ha rivelato di chiamarsi Elisa, suggerendomelo all’orecchio come fosse un segreto.

La temperatura nello studio, ora, stava scendendo drasticamente come se il calore del sole avesse avuto un mancamento. Sentivo quel freddo penetrante che ti fa battere i denti… e per non farci mancare proprio niente, anche una pioggia fresca aveva iniziato a cadere, vestendo la mia pelle di una pellicola d’acqua come una doccia fresca dopo tante ore di afa. Alzo lo sguardo per capire dove sono, ma delle gocce mi cadono negl’occhi e mi impediscono di osservare il soffitto, diventato scuro un cielo di notte.

I miei capelli, ora, erano quasi fradici… io ed Elisa indossavamo solo le mutandine che ormai piene d’acqua erano diventate trasparenti, e non aderivano più sulla pelle. Sapevo che le indossavo solo perché le vedevo, non perché le sentivo addosso…. Anche se è pazzesco e inverosimile, l’atmosfera dello studio, cambiava drasticamente nel giro di un istante quando l’Artista utilizzava una delle applicazioni del I-phone. Ora, La stanza era calata in un buio profondo e noi venivamo illuminate solo dalla luce della luna, che rischiarava intorno a noi alcuni alberi di una foresta di cui non ci era dato conoscere i confini…

La terra bagnata mischiata ai fili d’erba si sposavano con i nostri piedi scalzi come due labbra che si cercavano da sempre. Lei mi prende per l’avambraccio e baciandomi ancora mi dice “Chiara… Ti amo”. Poi, l’I-phone dell’Artista, inghiottisce l’oscurità e la luna che ci faceva da faro, per poi trasformarsi in una piramide di metallo, e il suo obiettivo resta affisso sotto la punta…

-bene ne mancano quattro adesso, stiamo procedendo al di sopra delle mie più rosee aspettative. Continuava ad incitarci l’Artista completamente in preda all’euforia.

Avevamo finito il servizio e il giro dei vari mondi che era notte fonda. Clarissa ci aveva consegnato dei fogli che dovevamo leggere e firmare. Costituivano la liberatoria con cui io ed Elisa permettevamo di fare all’Artista quel che voleva del contenuto delle foto. Appena restituiti i documenti alla segretaria, lei ci aveva consegnato un assegno di ventiseimila euro a testa.

-che ore sono? Il mio cellulare è scarico. Avevo chiesto ad Elisa appena uscite dal palazzo di vetro

-le una e mezza.

-scherzi? Abbiamo passato una giornata là dentro? non pensavo che fosse passato così tanto tempo…

-guarda la data.

-Venticinque febbraio… si va beh si è rotto, non è possibile che siamo state lì dentro due giorni e mezzo…

-è possibile e come... risponde lei stizzita dalla mia mancanza di fiducia nelle sue constatazioni, e in effetti, non è che avesse tutti i torti a crederlo…

-Devo chiamare Claudio e i miei genitori, saranno preoccupatissimi, avranno sicuramente chiamato la polizia. Mi allarmo senza dar credito che potessero essere davvero passati due giorni, ma comunque responsabilizzata dal fatto che non li sentivo da troppo tempo, in qualunque misura fosse trascorso.

Per istinto avevo composto per prima il numero del mio ragazzo che quello dei miei genitori che aveva risposto dopo tre squilli

-Pronto?

-Claudio, sono io, Chiara.

-hey… ciao cucciolo di cipolla…. mi saluta con tono allegro

-ah ah…simpatico… almeno sei di buon umore…senti mi dispiace se ho fatto tardi, ho proprio preso la cognizione del tempo… sarai stato molto preoccupato, davvero non so spiegarmelo, stavamo facendo queste foto e il tempo è davvero volato…

-va bene non ti preoccupare dai…

-mi sembrava impossibile che fossero davvero passati due giorni da quando ci siamo lasciati davanti al palazzo di vetro… ancora non me ne faccio una ragione… avevo detto fidandomi senza motivo della tesi di Elisa

-due giorni? Incredibile lo è di sicuro… Ma che dici Chiara? Ma se ci siamo visti stamattina!... certo dovevamo andare a mangiare la pizza un’ora fa… ma da qui a dire che sono passati due giorni dai…! Non esagerare…. è una ora mezz’ora buona che ti chiamo, ed ero anche un po’ in ansia effettivamente… la voce registrata del cellulare diceva che l’apparecchio era spento… ho perfino chiamato a casa ma non rispondeva nessuno e avevo appena deciso di venire a cercarti a casa, quando per fortuna hai chiamato… mi hai proprio letto nel pensiero…

Lancio un occhiata a Elisa che neanche Clint Eastwood è mai stato capace di fare…

-ma oggi è il venticinque. Avevo detto con quel tono di polemica di chi rivendica la verità sepolta nell’ipocrisia di dover avere ragione per forza.

-e lo era anche stamattina.

-no, Claudio, stamattina era il ventitré… di questo sono sicura… ribatto spiazzata, perché ero sicura che fosse il ventitré e quindi lui doveva ribattere che oggi era proprio il ventitré non il venticinque, maledizione!

-ma mi prendete in giro tutti?…no, ditemelo se vi siete messi d’accordo!... prima quel palazzo pieno di cose strane ed assurde…. Oddio sto impazzendo, fermarti chiara… ecco, ci siamo…. ora faccio la fine di quelle ragazze dei film horror a cui non crede mai nessuno anche se è tutto vero quello che dicono… e finisce che vengo ritrovata morta in qualche scantinato segata in pezzi e siamo apposto…

Intanto Elisa mi fissava, senza che le venisse in mente che forse la chiamata era privata e che magari, non ascoltare esattamente ogni singola parola, era meglio.

-ehi calmati tesoro! Senti, chi se ne frega di che giorno è… ok? piuttosto cerca di rilassarti… è evidente che hai passato una giornata lunga e stressante… raccontami come è andato il servizio, dai! Glissa Claudio spostando la conversazione verso un tono più leggero da quello che avevano le mie ansie… ed infondo aveva ragione… il fatto che potessi aver avuto una percezione distorta del tempo, non era la cosa più surreale che mi era successa oggi.

-ah non saprei dirti, è stato veramente strano… però, quello che conta adesso è che è tutto finito… e fondamentalmente mi hanno dato un sacco di soldi… c’è solo da essere contenti.

-contenti quanto?

-Ventiseimila euro

-oddio eccola, la sento… è la contentezza che si sta impossessando di me….

-fermala sennò arriva l’omino del I-phone…

-l’omino del I-phone? Aveva chiesto lui inconsapevole

-no, niente… era una battuta, poi ti spiego…

-ma non stai scherzando sui soldi, vero? perché se fosse uno scherzo potrei non riprendermi mai più

-nessuno scherzo…

-oddio, oddio oddio… ora mi metto a piangere…. ventiseimila euro… siamo ricchi!

-ricchi non lo so ma di sicuro ci toglieremo un bel po’ di rogne dalla scatole...

Ah… quando hai finito di asciugarti le lacrime di goia, sappi che non è finita qui…. Avevo detto in tono ossequioso.

-ti hanno anche regalato una vacanza per due in giro per le galassie?

-no, quella era la seconda scelta… ma a quanto pare ho preferito la prima, cioè percepire i diritti d’immagine che dovrebbero esserci corrisposti più avanti se le foto riscuoteranno successo, e si tratta di altri diecimila euro di introiti se va tutto bene… avevo detto gasandomi abbondantemente mentre gli davo la notizia.

-Chiara ti ho sempre detto che Dio esiste e che è buono e misericordioso, ma tu eri scettica… neanche a quando è nato Gesù Bambino sono stati offerti tanti soldi per delle foto…

-in effetti si, dato che la fotografia esiste solo da 200 anni, mentre la nascita di Gesù è un po’ più in là nel tempo… comunque… e poi lo sai, che io starei con te al telefono a commuovermi e a fare battutine per sempre, ma sono molto stanca e credo di non essere in grado di camminare fino a casa… Non è che puoi prendere la macchina di tuo padre e passarmi a prendere?!

-certo che posso, aspettami lì, arrivo.

-no, aspetta! All’angolo c’è un posto dove fanno hamburger, se non ho le allucinazioni… non mangio niente da stamattina a colazione, sto morendo di fame e non ho nessuna fiesta nella borsetta. Magari ti aspetto lì e nel frattempo ordino qualcosa.

-d’accordo, arrivo, ciao amore- mi aveva salutato, prima di agganciare, con la voce farcita di entusiasmo per la notizia dei soldi.

-grazie per la telefonata- avevo detto ad Elisa porgendole il suo telefono.

Un tratto di silenzio senza significato aveva intralciato la nostra conversazione per un attimo.

-Sai avrei un… aveva cominciato a dire lei

-se ti va il mi…

Le due frasi si erano sovrapposte annullando l’una il valore dell’altra come due pezzi senza un funzione specifica ma che insieme formano il meccanismo di un ingranaggio.

-è venuta una certa fame anche a me, se non ti disturbo, potrei accompagnarti e magiare qualcosa insieme a te…. Mi propone Elisa.

-Stavo per chiederti la stessa cosa, ci sono delle cose che vorrei sapere su quello che è successo nel palazzo di vetro, se non ti dispiace.

-assolutamente… non pensare che io ne sappia molto ma non ci vedo nulla di male a parlarne.

-ok è deciso, allora andiamo.

Elisa mi aveva preso di nuovo sotto braccio, forse era un gesto di confidenza che era abituata a fare con tutti, e quello che dev’essere anche il suo abituale passo svelto, mi stava quasi trascinando al Deliburgher.

Il locale colpiva subito per la sua enorme insegna verde e nera, affissa sopra le tre vetrate del locale. I due colori probabilmente erano il segno distintivo del loro marchio perché anche le pareti e le uniformi dei dipendenti si dividevano tra il nero e il verde. All’interno, c’erano una decina di tavoli al massimo, piccoli e rettangolari, dove stringendosi potevano sedersi al limite tre persone. Erano schierati su due file lungo il lato destro del ristorante, a differenza di quello sinistro che comprendeva solo il bancone da dove si effettuavano anche gl’ordini. Non c’era servizio al tavolo.

Aperto il menù, avevamo constatato che in pratica la filosofia del locale era la seguente:

potevi mangiare un hamburger singolo a cinque euro o uno doppio a otto, in ogni caso la porzione era servita con patatine fritte e le salse. C’erano ingredienti di ogni tipo da mettere nel panino, ma di tutta la lista potevi sceglierne massimo quattro a porzione.

Io ne avevo ordinato uno doppio con pomodoro, bacon, cipolla e insalata. Elisa, invece, ne aveva preso uno uguale al mio solo che al posto dell’insalata aveva preferito l’avocado. Come bibite, due bicchieri di coca cola da mezzolitro. Una volta fatto l’ordine non rimaneva altro da fare che sedersi e aspettare. Per poter parlare tranquillamente, avevamo scelto il tavolo in fondo, quello vicino ai bagni, il preferito di chi fa cose losche a quest’ora della notte….

-Tra quanto arriva il tuo ragazzo? Mi chiede Elisa per spezzare il silenzio dell’attesa.

-Ah non so, credo gli ci vorrà almeno una mezzoretta. Te sei… hai un ragazzo anche tu?

-no. Aveva risposto con tono quasi astioso, forse avevo toccato un tasto dolente.

-cosa c’è, non sei il tipo da storia seria, o sei nella fase “sesso, droga e rock and roll”? Avevo chiesto sentendomi subito dopo pentita del mio eccesso di curiosità per la sua vita privata.

-no, non è quello….

Le stavo difronte guardandola come se fossi un detective che stava seguendo la procedura in un interrogatorio.

-non mi dire che non lo trovi, che non ci credo… bella come sei… avevo aggiunto.

-grazie ma… nel caso non te ne fossi accorta a me, i maschi, non piacciono granché…

Erano seguiti due minuti di silenzio di tomba.

La guardavo sospettosa, cercavo di capire se mi stava provocando o se mi stava dicendo la verità, poi mi era tornata in mente l’immagine del bacio sulle labbra che mi aveva dato ed ero arrossita come un adolescente in imbarazzo quando parla di fronte ad un pubblico di adulti.

-non è che non mai avuto un ragazzo, è solo che al momento preferisco le ragazze. Rincara la dose Elisa

-beh, è un po’ la moda di adesso… avevo detto sorridendo ma a giudicare della sua espressione seria mi sa che era meglio se cominciavo a stare zitta

-da quanto tempo stai con il tuo ragazzo? Mi domanda lei a bruciapelo come se volesse farmi sentire un leggero disagio, per la mia diversità in quanto ragazza eterosessuale.

- stiamo insieme da quattro anni… si chiama Claudio…

-è tanto tempo per essere una ragazza di vent’anni.

-in effetti si, non capita più così spesso, ma credo che sia una di quelle eccezioni che confermano le regole… ci siamo conosciuti a scuola a sedici anni… sai, uscivamo con lo stesso gruppo di amici e poi è nato tutto. Ci vogliamo molto bene, e infondo l’età non conta, conta come è fatta la persona, se trovi l’intreccio giusto è fatta.

-l’età conta molto. Significa esperienza, e senza l’esperienza facciamo scelte che crediamo giuste solo all’inizio… ce ne accorgiamo dopo di cosa abbiamo sbagliato nelle scelte. Mi provoca lei.

-allora posso dire che la mia scelta di stare con lui è stata giusta fin ora.

-sarà…

Il silenzio acre che era calato tra di noi, emanava quell’odore che sta avvertendo che nulla di buono stava per accadere. Senza volerlo, avevamo aperto un argomento sgradevole.

-Scusami, sono solo un po’ stanca, e quando sono stanca divento antipatica… anzi mi vorrei scusare per il bacio che ti ho dato nello studio… non vorrei che ti facessi un’ idea sbagliata… ci stavo provando con te, mi è solo venuto istintivo, non ho potuto davvero evitarlo.

-era solo un bacetto nulla di che… la tranquillizzo.

-Stavo entrando nell’emozione come ci aveva richiesto l’Artista, e mi è affiorato in mente un ricordo a cui tengo molto… è stata la prima volta che ho baciato una ragazza… e ho sentito smoversi qualcosa dentro… sarà stato anche che eravamo quasi nude a un palmo di distanza e mi sono lasciata andare…

-non gli ho dato tanto peso… mento spudoratamente

-è stato solo un bacetto sulle labbra, sono etero è vero, ma ogni tanto capita tra amiche un bacetto innocente. Comunque, grazie per esserti scusata, questo dice molto di quanto ci tieni al rispetto per gl’altri.

-ma non dovevi immaginare quel ragazzo che ti infilava la lingua a stile “punta di trapano” in bocca?

-ma quella era per ispirare la gioia?!

-ah… (mamma mia, questa è fuori di testa sul serio)

-ora mi stavo riferendo alla paura…

-ti ha fatto paura baciare una ragazza?

-bè capire che ti piacciono anche le persone del tuo stesso sesso non è che capita tutti i giorni… e poi è stato più per la paura di quanto fosse forte l’emozione che stavo provando…

…e poi, se devo essere del tutto sincera, a volte faccio ancora sesso con i ragazzi. Anzi, più che con i ragazzi direi con gli uomini perché di solito, sono sempre più grandi di me…

-ah ma pensa, questa è una svolta…davvero vai anche con i vecchi?

-si, si.. sono molto più grandi di me, non ci vedo nulla di male… risponde disinteressandomi della mia ironia pungente.

-ma dal momento che non lo faccio per amore, o spinta da qualche tipo di emotività, preferisco definirmi lesbica… il sesso etero per me è un dovere.

-come un dovere!?

-se te lo spiego mi prendi per una strana sul serio.

-no, non lo farei mai… dai su, fatti forza! …tanto dopo quello che ho sentito fin ora, non sarà do certo questo a stupirmi. Avevo sputato la mia ennesima sentenza una volta sentendomi una ragazza decisamente acida.

-vedi, mi sono accorta per caso che mi piacevano le ragazze. Avevo diciannove anni e tutto è cominciato facendo serata con una mia amica.

Ci vedevamo ogni tanto per uscire, ma niente di che… ogni tanto andavamo in discoteca oppure stavamo a casa a guardare la TV tra una confidenza e l’altra…. Cose così… Una sera, che eravamo sole in casa mia, avevo deciso di fare una torta alle mandole in attesa che iniziasse la nuova puntata di “Lost”… e insomma dai, si sa come vanno certe storie…

-no non lo so… vai avanti, ti ascolto… lo esortavo

-mentre stavo cercando le uova lei viene da me, e mi dà una pacca sul sedere… che più che una pacca direi che mi aveva letteralmente spremuto una natica, così da sotto la gonna, tanto per scherzare…e poi parte con la storia che avrei dovuto indossare pantaloni più attillati perché io avevo la fortuna di avere un bel culo mentre lei no… ed è in quel momento che è successo…

-vi siete baciate?

-bè… non proprio…io ho sentito quella cosa, sai quei strani brividi… a dirla tutta, mi stavo letteralmente eccitando, si, ecco, direi che è andata così…

-e che hai fatto?

-io niente…è lei che credo se ne sia accorta… non è stata una cosa premeditata, io non potevo controllarlo è solo successo… A quel punto, mi ha abbracciato… e poi mi ha detto: “posso baciarti sul collo sei vuoi”… e quando mi ha spostato i capelli e ha avvicinato le sue labbra al mio orecchio che… che quella sera è stata la prima volta.

-quindi avete fatto sesso.

-si, abbiamo fatto sesso… ma se proprio una curiosona eh?!

-non lo faccio apposta… scusa…Però dai, è una bella storia… mi ha fatto pensare a una scena di un film ma… non mi ricordo il titolo…. Comunque, la tua amica vedi ancora adesso?

-No, sono passati sette anni più o meno da quella sera. Quando ci si mette di mette il sesso dimezzo si sa che poi i rapporti prendono una piega diversa. Dopo quel episodio è come se non fossimo state più amiche… ma allo stesso tempo era difficile essere anche amanti. Ci conoscevamo troppo bene, ed era impossibile modificare il nostro rapporto al punto di snaturarlo per crearne uno nuovo di quel tipo. Ho avuto altre storie dopo, con altre ragazze, però...

-ma… hai mai avuto una storia seria…?

-c’è stata una ragazza, si chiamava Jessica… ma non ha funzionato veramente, e di solito preferisco muovermi tra più situazioni…. Credo che spesso una persona si trova attratta dal lato della personalità dell’altra che viene messo in evidenza nel momento in cui ci si conosce… e lei credimi era molto carina… simpatica e con quel aria timida… e.. a dirla tutta, con la lingua ci sapeva fare… credimi…

-si, ti credo… ecco questo però non ero curiosa di saperlo… e come è andata a finire, in generale intendo?

-vedi, Chiara, il problema è che si tratta di uno scambio di energie momentaneo.. e molto frequentemente invece, viene scambiato per una caratterista della persona stessa, non so se mi spiego. È una questione di stato d’animo. Poi invece entrano in gioco altri fattori... e sono quelli che ti fregano… quelli con cui devi imparare a convivere e magari a sopportare…E come succede all’interno di atomo dove l’elettrone gravita intorno al protone solo se le forze di entrambe le energie si equivalgono, al punto di reggere quell’esatto punto di equilibrio che le tiene perfettamente vicine e distanti allo stesso tempo che può nascere una storia vera.

-Insomma per avere una storia d’amore bisogna diventare un atomo…. Posso chiederti se hai studiato chimica?

-no, però l’esempio del atomo mi piaceva… stavo dicendo? Ah, si, che in quel momento, se siete due forze complementari, vi cercate, vi trovate, vi studiate e poi, se l’equilibrio viene raggiunto, cominciate ad orbitare l’una accanto all’altra, è inevitabile. Il problema nasce quando ci si accorge che la personalità ha diverse sfumature… e alcune, magari, quelle che ci piacevano, avevamo avuto la fortuna di incontrarle immediatamente… ma si sa poi che il tempo mette in risalto tutti gli aspetti di una persona, anche quelli più oscuri, e quando vengono fuori quelli negativi, che diventano dolori! Spesso è dura far convivere in equilibrio tutte le sfumature del carattere di due persone a lungo, da cui poi derivano esigenze diverse che creano divergenze nella quotidianità, nella comunicazione ecc…

-hai studiato filosofia?

-no Chiara, fammi finire sennò perdo il filo del discorso… Sono poche le persone che hanno la fortuna di stare insieme conoscendosi davvero e sopportandosi a vicenda… e se io devo dare la mia vita e il mio tempo e la mia vitalità, ad un rapporto, non mi sembra di chiedere la luna se pretendo che sia almeno vero. Aveva detto lei, come se fosse entrata in una modalità di autoanalisi per riparare i danni subiti dalla sua coscienza, probabilmente, dopo traumi accusati per colpa di alcune sue storie finite male, che evidentemente, le avevano lasciato ferite ancora sanguinanti.

-Ci sono! hai studiato arte drammatica!

-nooo..! ho studiato al conservatorio il clavicembalo ben temperato, e si! Il clavicembalo ben temperato esiste! Ed è anche un meraviglioso strumento… aveva detto in tono stizzito fino alla storia del “meraviglioso strumento” dove sembrava che la sua reazione perdesse potenza, come un motore in spegnimento per un guasto improvviso.

-però se la pensassero tutti così, i rapporti d’amore sarebbero rarissimi al mondo, non pensi? invece non mi pare che sia tanto critica la situazione. Avevo detto cercando di capire da dove provenisse una visione così razional-estremista condita da pessimismo cosmico leopardiano, dei sentimenti umani.

-perché è molto più facile vivere nella menzogna. Molti mentono a sé stessi, e tanti altri non stanno a farsi neanche troppe domande… ci si autoconvince che una persona fa per noi perché non si vuole restare soli. Nessuno ama scavare dentro di sé nè tanto meno dentro la coscienza dell’altra persona per capirle le sue attitudini… è troppo faticoso, troppo doloroso…e se ne ha paura. Una paura dannata di quello che ci si può trovare. La gente si limita a farsi un idea superficiale di tutto, se ne convince e poi ci vive di quelle convinzioni. È molto semplice.

-a me pare una generalizzazione bella e buona…e poi, è una visione un po’ troppo cinica e anche un pò contradditoria… le persone si affezionano e cercano di andare avanti insieme finché provano qualcosa dell’altro… tutto qui… aveva detto tagliando corto, per far morire un argomento che poteva aver bisogno di giorni di parole per poter essere illustrato in tutta la sua complessità.

- alla fine non ho capito una cosa, perché prima dicevi che vai a letto con gli uomini per dovere, che significa?

-scusa quando parlo ho il vizio di saltare sempre da un punto ad un altro e finisco per fare discorsi infiniti e disordinati… dice lei come se conoscesse bene questa sua tendenza.

Mi limitavo a guardala aspettando solo la frase successiva.

-tornando al sesso… con i maschi, lo faccio perché mi manca il loro pene.

Senza poterlo evitare ero scoppiata a ridere, di una risata tagliata in due tra il senso ridicolo e lo sfogo della tensione nervosa accumulata, per l’argomento toccato. Nello stesso istante, la barista aveva suonato il campanello come un gong, i nostri hamburger erano pronti.

-Questi panini promettono bene, anche se ci hanno messo una vita a prepararli… critica nascondendo la sua golosità lei osservando la parte superiore del pane come se guardasse sotto il coperchio di una pentola.

Poi, dopo uno sguardo di silenzio fugace, ed il primo morso, riprendiamo il discorso.

-scusa l’ignoranza, ma non mi torna una cosa… di solito a una donna lesbica, nel senso che si innamora di altre donne e che non ci va a letto solo per una perversione o per il gioco di una sera, non interessa il pene. Tu hai detto che provi dell’emozioni vere per le altre ragazze, quindi è insolito che ti manchi… insomma hai capito... Avevo detto cercando di imprimere quanta più serietà possibile alla mia espressione mentre lo dicevo.

-a questo non ho una spiegazione precisa.

-menomale. Mi era scappato con un sibilo di voce

-come?

-niente parlavo tra me e me… vai avanti sono curiosa, lo sai. Avevo detto riuscendo a nascondere la mia battuta con una certa classe.

-credo che sia perché l’ho scoperto dopo di amare le donne, nel senso più profondo… Per cinque anni sono andata sempre con i ragazzi e poi dopo quell’episodio con quella ragazza di cui di parlavo prima, per altri sei, ho preferito le donne. Se lo avessi scoperto prima, senza dubbio, non mi si sarebbe posta davanti una scelta. Adesso è questa la mia realtà, non posso fare altro che accettarla e provare a conviverci. Nessuno ha una risposta univoca sulle motivazioni per cui si amano le persone dello stesso sesso, c’è chi dice che sia un fatto fisico e chi invece va alla ricerca di una spiegazione psicologia. Io ho optato per quella antropologica… quella mia personale.

-e ti pareva..

-come?

-no, vai avanti… stavo blaterando…

-per me è una questione di riconoscimento. Ti faccio un esempio: se da bambina scopre che non le interessa che le altre bambine giocano a ricorrere i fiori, e che parlano già di smalti ma invece si accorge che preferisce di più a giocare a calcio con i maschi… la sua personalità va a riconoscersi e ad aderire con il gruppo, appunto, opposto al suo sesso. La “lezione che percepisce la bambina è “Loro sono come sei tu”, di conseguenza, comincia a modellarsi, nel modo di pensare, di fare ai maschi invece che seguire le femminucce… finendo a farti piacciono anche le cose che piacciono ai maschi, quindi, le femmine….

-ma io ho conosciuto molte bambine che giocavano a calcio e ma che da grandi andavano in cerca di ragazzi!

-ma quello era solo un esempio! Sono molte gli aspetti che devono collimare tra te ed il genere che poi sceglierai di seguire le “orme”. Maschi o femmine… sta tutto lì…

-se lo dici tu … avevo acconsentito anche non ero convita del suo ragionamento.

-è una questione di opportunità. L’opportunità di scegliere. Molti bambini invece vengono cresciuti, senza che dagli adulti venga presa in considerazione l’idea che se uno di loro viene attratto dal mondo del sesso opposto, è un fatto normalissimo. In molte società è considerata ancora una deviazione mentale piuttosto che una malattia da cui guarire o ancora uno status diverso che ti fa vivere come se fossi condannato a qualcosa di sbagliato. Non a caso nei paesi più sviluppati socialmente l’omosessualità è più condivisa e più accettata che in tanti altri, anzi direi, che poi, infondo, è più diffusa alla luce del giorno. Aveva detto lei tutto di un fiato come avesse avuto modo di affrontare questo argomento più volte in altre occasioni e ne avesse affinato i concetti, spiegandoli bene anche sinteticamente.

-comunque, il mio caso è un po’ anomalo, direi che è bilanciato al settanta percento in favore delle donne e il trenta per gli uomini. Aveva fissato i termini dei suoi gusti sessuali infine.

-ahah… mi fai ridere, a me il tuo più che un dovere, mi sembra una comodità… ti vai a prendere quello che vuoi quando lo vuoi.

-In effetti, se devo essere davvero sincera, non lo faccio solo per il pene… vedi, quando prendi coscienza del potere abbiamo grazie a che quello che abbiamo tra le gambe, che poi finisci a sfruttare la cosa a tuo favore… i maschi sono disposti a fare cose che neanche immagini solo se gli fai sentire bene l’odore… esprime lei con un linguaggio da autentica regina dei camionisti.

-si possono ottenere molti vantaggi, di ogni tipo … se sei una bella ragazza e sai vendere il tuo fascino, ti risparmi molte fatiche a questo mondo… insiste vedendomi perplessa al cospetto del suo fare da mercenaria.

-mamma mia, siamo cavallo…questa ragazza è anche una prostituta-

-questa si, che è una visione un po’ cinica e femminista, non credi? Le chiedo ammorbidendo l’idea che ho di lei con le parole.

-Io non ho mai voluto niente di premeditato da un ragazzo… se sto con Claudio è solo perché lui mi fa stare bene… tutto sommato sa prendersi cura di me, ed è un ragazzo su cui posso sempre contare… di cui mi posso fidare.

-e non è anche questo un modo per avere quello che vuoi?

Una onda di silenzio ci aveva imprigionato, ed ognuna di noi era rimasta da sola con i propri pensieri, come se avessimo bisogno di aspettare che l’onda si ritirasse di nuovo, da sola, verso il mare. Dopo qualche minuto, mentre finivamo di mangiare, senza dialogo, Claudio era entrato nel ristorante.

I suoi occhi verdi spiccavano nonostante fossero oscurati dai folti capelli riccioli, e le spesse sopracciglia. Il suo sguardo ti si disegnava addosso come se ti venisse tatuato dentro l’anima. Indossava un piumino tanto stretto e che gli limitava i movimenti delle braccia. Camminava verso di noi ondeggiando da sinistra verso destra, come se non avesse mai del tutto realizzato che bastava mettere un piede davanti all’altro per camminare in avanti.

-Cavolo che freddo malefico, ci saranno tre gradi fuori. Aveva esordito lui, sfoderando un sorriso gigante, un po’inebetito.

-amore, ce ne hai messo di tempo….

-scusa, è che mio padre non la finiva di parlare, ha litigato con la mamma per colpa di Nicole un'altra volta.

-ah va beh, l’importante è che ora sei qui… gli avevo detto senza che lui capisse da che conversazione mi stava salvando.

-Vuoi ordinare qualcosa anche tu? Tanto qui mi sa che sono aperti ventiquattro ore…

-no grazie, ho già cenato… preferisco non mangiare niente a quest’ora, poi mi resta sullo stomaco e non riesco a dormire bene… ma prendo una birretta volentieri.

-ok, ordina al banco perché non c’è servizio al tavolo… ma fai in fretta che stavo giusto per chiedere ad Elisa qualche informazione in più sul lavoro che abbiamo fatto oggi. È stata un esperienza allucinante.…

Dopo essersi fatto versare una birra chiara alla spina, con gli stessi movimenti impacciati da pupazzo gigante, Claudio era tornato da noi. Si era seduto al tavolo accanto, dal momento che tra un posto e l’altro non c’erano non più di venti centimetri e che in questa maniera potevamo stare tutti più comodi.

-come ti ho detto non ne so molto neanche io… aveva iniziato a dire Elisa mettendo le mani avanti.

-non importa… adesso, dimmi quello che sai.

PARTE II

-cosa vuoi sapere esattamente? Aveva chiesto lei togliendosi il ketchup dalle punte delle dita con un tovagliolo.

-Chi sono loro? ….intendo dire quell’uomo e la sua segretaria… e cos’è quel posto? Era tutto così strano come se quello non fosse un vero studio fotografico ma una montatura per nascondere qualcos’altro… cioè, non lo so neanche io… sto cercando di dire… ma dove si è mai visto un posto del genere? E quel telecomando a cosa serviva? Quando lo usava sembrava fosse in grado cambiare gli eventi e le atmosfere a suo piacimento… come avesse il potere di controllare le persone, ed in quel momento stesse controllando anche noi! Avevo sparato tutto d’un fiato sentendo crescere in me una rabbia che non mi giustificavo del tutto.

-...e poi le foto, perché voleva le nostre emozioni?… chi sono i clienti che le comprano? quei due non mi convincevano proprio....erano così… come potrei definirli?

-enigmatici?

-no, forse più subdoli… ma neanche… sembrava che agissero recitando un copione…

-come darti torto... anch’io ho avuto una sensazione del genere, ma è inspiegabile anche per me. E di certo non possiamo andare a farci chiarire questi dubbi da loro direttamente. Aveva risposto lei pragmaticamente.

-ma quando eravamo nel palazzo, mi ha detto che avevi già posato per queste foto… e non hai chiesto nessuna informazione? Di solito, una persona che va in uno posto due volte per lo stesso motivo è perché conosce quello che ci troverà…

-….Chiara, penso che dovresti calmarti, mi sembri un po’ troppo allarmata… io non la vivo in maniera così ansiogena. E poi infondo, ci hanno pagato bene e noi abbiamo eseguito il compito da loro richiesto… certe volte non bisogna perdere di vista l’essenza dei fatti e lasciarsi sconvolgere troppo di domande, credendo di poter dare una riposta a tutto. La tua curiosità, che io apprezzo, per carità, non deve però superare i limiti del buon senso… rischi di sfociare nell’eccesso, e di diventare ossessiva… mi stava spiegando lei il suo saggio punto di vista mentre giocherellava con il cerchietto che portava sul lobo sinistro.

Claudio ci guardava con la bocca semiaperta e leggermente penzolante, alternando alternare l’attenzione all’interlocutrice che prendeva parola, spostando la testa con movimenti semi-ellittico-intontiti. Stava assistendo ad un incontro di boxe a parole, e questo forse lo eccitava un pochino.

I piatti dove prima c’erano degli hamburger invitanti, adesso, avevano l’aspetto micro-città in scenari post-apocalittici.

-Bastava dirlo prima che non ne sapevi niente… le rispondo stizzita alzandomi dal tavolo con la voglia di andarmene all’istante.

-Chiara! Aspetta! Ti prego…

-Senti, sono stanca, vado a casa. Voglio solo dormire e lasciarmi tutto alle spalle…

-Aspetta, davvero… c’è una cosa che devi sapere…

-…Ed è molto importante.

Claudio, si era alzato come me, aveva intuito che stavo perdendo la pazienza e che era ora di tornarsene a casa.

-Devi credermi io non ne so niente di quei due e non so dare una spiegazione a quell’inquietante palazzo di vetro. Ma una cosa la so e riguarda le foto.

-Spara.

-c’è un motivo per cui ci hanno pagato con tutti quei soldi.

-ovvero?

-quello che è successo nello studio, beh…quegli scatti… dice spostando di nuovo i capelli dietro l’orecchio per toccarsi il cerchietto sul lobo sinistro.

-….ci saranno delle ripercussioni.

-…ripercussioni… e di che tipo!?

-questo dipenderà da te. Posso solo dirti che non ho più visto l’altra ragazza. È sparita.

-quale altra ragazza?! Avevo chiesto come se il nervosismo non mi permettesse più di fare collegamenti elementari.

-aspetta… ti riferisci a quella che ha scattato le foto con te quando hai lavorato lì la prima volta… mi ero risposta da sola come se la soluzione di un enigma fosse affiorata all’improvviso dalla mia memoria per caso.

-esatto…

-cosa intendi con “sparita” scusa?…. Che l’hanno rapita? O che per caso si è volatilizzata nel nulla ed è diventato un nuovo caso di x-files?

-forse neanche Mulder e Scully saprebbero bene darsi una spiegazione alla sparizione di Kelly. Aveva risposto come se avesse seguito quella serie Tv senza perdersi una puntata…

-Kelly?

-Si chiama così, è di origini inglesi… e poi fammi spiegare, non è che è sparita nel senso fisico del termine… io so dov’è ma è come se lei non ci fosse più, se ne è andata… ecco. Aveva specificato nel imbarazzo di non riuscire ad inquadrare una situazione poco già poco chiara in sé.

-Senti se questo è uno scherzo o una qualche cazzata simile, sappi che non fa ridere. Avevo infierito.

-ma perché tutte le volte che qualcuno rivela qualcosa d’insolito ad un altro, bisogna sempre presupporre una presa di culo? Aveva chiesto lei con la sua abitudine di filosofeggiare anche quando il finale della frase sfociava nella mera volgarità.

-ti sto parlando seriamente. Nel contratto che ci hanno fatto firmare, c’è una clausola ben precisa. Ovvero, quella che li esenta da ogni responsabilità se dovesse capitare qualcosa, qualsiasi cosa di pericoloso … come dire, o di dannoso a noi modelle anche dopo che le foto sono state consegnate ai clienti. Ti sei chiesta la ragione? E c’è di più…. Prima che sparisse Kelly, e che non riuscissi a parlarle più al telefono, o che non riuscissi a rintracciarla proprio, lei, è stata male. Insisteva Elisa, stavolta più convincente nella sua tesi.

-come sai che le è accaduto tutto questo? Le avevo chiesto peccando di ingenuità per l’ennesima volta.

-siamo state… siamo stare amanti, almeno per un po’. Mi aveva anticipato leggendo la mia espressione di stupore non appena ero riuscita a fare due più due.

-ma non può essere che… che, si, insomma, non ti risponde solo perché ti vuole evitare, per qualcosa che l’ha scocciata, o perché non ne vuole più sapere di te? Avevo chiesto mancando di tatto, con la stessa stupidità con cui si manca una palla passata davanti alle braccia.

-ho pensato anche a questo… aveva risposto con un tono ricoperto di amarezza

-….ma sarebbe stato assurdo dal momento che non è successo niente tra di noi che potesse provocare in lei una reazione del genere. E poi c’è dell’altro. Qualche giorno prima che la perdessi, stava accadendo qualcosa di brutto al suo corpo…. Una cosa veramente oscena... Non saprei analizzarne le cause, a dir la verità non ci ho capito molto, ma quello che è certo, è che aveva cominciato a perdere sangue. Le usciva una grande quantità di sangue dalle orecchie, senza un motivo…

-vale a dire?

-mi spiego meglio… la prima volta che è capitato era notte, e nel complesso si trattava solo di poche gocce, niente di cui allarmarsi seriamente… Credevamo fosse una forma di otite o un’infezione del timpano, così il giorno dopo abbiamo chiamato il medico per una visita…. Ma il dottore non era di turno in ambulatorio e allora abbiamo lasciato perdere… Sapete, lei non ha un gran rapporto con i genitori e vivendo a molti chilometri di distanza, a meno che non si trattasse di qualcosa di particolarmente grave, ero io a prendermi cura di lei… Insomma tra amiche, mi pare il minimo…

Io guardavo Claudio, cercando la sua approvazione ad intermittenza come si accendono e spengono le luci dell’albero di natale

-Quindi, per ovviare all’emergenza, ci siamo limitate ad usare del cotone per tamponare le orecchie… ma la terza notte quelle tre gocce di sangue si sono trasformate in un vero incubo.

Claudio guardava Elisa grattandosi la guancia, con la stessa espressione imbambolata di chi guarda un film che tratta argomenti scientifici troppo complessi per essere comprese senza una preparazione precisa in materia

.-Stavamo dormendo insieme e ad un certo punto Kelly si è sveglia… mi tocca il braccio e mi chiede terrorizzata “Elisa che mi succede?!” Da entrambi i timpani scendevano giù due cascate di sangue che stavano bagnando il materasso. Io ero nel panico più totale, si vedeva che era grave, e dovevo agire in fretta… ma sono entrata nel pallone, non sapevo che fare, e mi sono messa a piangere… Dopo pochi secondi, però, mi sono data una scossa, ho realizzato che non potevo concedermi il lusso di farmi vincere dalla paura… dovevo aiutarla altrimenti sarebbe morta dissanguata…. così sono corsa in bagno a prendere degli asciugamani ma quando sono tornata in camera l’ho trovata priva di conoscenza con il cuscino inzuppato di sangue. Non aveva perso sangue solo dalle orecchie ma anche dalle unghie delle mani e dei piedi. Non ho potuto fare altro che chiamare un ambulanza e accompagnarla all’ospedale. Aveva detto parlando come se a quella storia non credesse fino infondo neanche lei… le parole sembravano sincere ma la sua espressione era assorta come se stesse ingigantendo quel ricordo di dettagli poco realistici.

-e cosa le hanno diagnosticato all’ospedale?

-è qui che la faccenda si fa assurda… dopo vari consulti, l’unica ipotesi attendibile è stata quella della psichiatrica… dicevano che era una reazione del corpo al suo inconscio.

-Autolesionismo? Avevo chiesto come se avessi tra le mani i fogli della diagnosi.

-all’incirca.

-ma Kelly non ci voleva credere, o almeno non lo voleva accettare… “autolesionismo!? questi sono pazzi! L’ho sempre pensato che sono i dottori a farci morire, non le malattie”…

Continuava a ripetermi che lei non voleva farsi del male ed era convinta che sanguinasse per un altro motivo. C’era qualcosa di sbagliato che non capiva nemmeno lei, da qualche giorno non si sentiva più la stessa, era confusa e provava stati d’animo oscillanti tra la collera e l’entusiasmo, passando dall’uno all’altro, senza ragione… e non era colpa del ciclo mestruale… conclude lasciando andare ad una battuta poco opportuna.

Kelly era sicura che c’era qualcosa o qualcuno che la stava perseguitando…

-scusa Elisa, non te la prendere ma detta così, sembra la storia di uno di quei film horror dove le ragazze vengono possedute… dai non mi vorrai far credere che…

-no, no Chiara, queste scemenze non c’entrano niente. Mi aveva interrotto lei, stroncando sul nascere la mia polemica.

-oddio, in verità, io credo nell’occulto, solo che non in quel senso… avevo tenuto a precisare.

-Quello che neanche i dottori riuscivano a spiegarsi era che in lei, non c’era nessun comportamento anomalo. Di solito, un autolesionista, si riconosce da certi atteggiamenti… diciamo che i soggetti sono tendenti al chiudersi in sé o cose di questo tipo. Kelly non era affatto una ragazza che aveva difficoltà nel rapporto con gl’altri, ne tanto meno con sé stessa. Era una ragazza sicura di sé, conduceva una vita tranquilla… non mascherava niente, svolgeva il lavoro che le piaceva e tra di noi andava tutto liscio come l’olio, ne eravamo sicure entrambe. Non aveva motivo di ferirsi…

-Molte volte non si sospetterebbe mai di una persona che si fa del male o delle vere ragione che la portano a farlo… non è detto comunque… ma vai avanti, ti ascolto… avevo puntualizzato giusto per spirito di contraddizione.

-Il problema è che dopo averla pulita da tutto quel sangue ed aver visitato l’interno delle orecchie e aver perlustrato le mani e i piedi, il medico non aveva riscontrano la minima lesione fisica. Il sangue le usciva senza un maledetto motivo medico. Quindi non era neanche autolesionismo dato che non c’erano proprio, le lesioni.

Claudio mi accarezzava la schiena dolcemente come se volesse rincuorarmi dopo una delusione.

-Non vorrei intromettermi. Era intervenuto lui come se fosse arrivato il momento di esprimere la sua opinione per far luce su questa storia.

I suoi occhi verdi, nascosti dalla chioma di capelli riccioli alla Lucio Battisti e le folte sopracciglia nere, ora, spiccavano brillando di un’intelligenza insospettabile.

-Stai sostenendo da più di quaranta minuti che: la tua amica, o ragazza che sia, dapprima è sparita, poi è tornata, perché in realtà non era sparita, diciamo che era andata a fare un giro nell’isola che non c’è o meglio alle Hawaii che magari è più reale… Poi, sei partita con tutta la storia del geyser di sangue a profusione che esce della orecchie di Kelly, ma no aspetta, non c’erano ferite o qualsiasi altro motivo anatomico serio… macché! Usciva il sangue così, per sport, perché fa ridere!…

-Aspett… lo sto

-no aspetta te adesso… le intima Claudio intervenendo in scivolata sul suo tentativo di fuga cerebrale.

-alla fine i dottori di un ospedale, che mica sono scemi… e che non hanno ogni tipo di macchinario per fare analisi sul suo corpo, no! si mettono a fare riunioni sul caso anomalo della tua amica, che perde sangue dal nulla, manco fossimo al “dottor House” ambientato negl’anni 30… si era acceso di ilarità, Claudio, scendendo in campo con tutte la sua capacità di ironizzare.

-ma è la verità, sto solo cercando di...

-No, non ho finito! …e non è che dicono: ma che ha questa svitata? magari è posseduta?! Chiamiamo un prete! O forse è davvero solo un po’ autolesionista dai!...Neanche! Perché la tua amica è certa: Non siamo mica in un film, questa è la vita reale e lei non farebbe mai una cosa del genere a sé stessa. E non è tutto… c’è anche un qualcosa che la sta importunando, ma attenzione, non il Demonio, perché non vogliamo inscenare un nuovo capitolo dell’ “esorcista” ce ne sono già state troppe copie!... aveva finito di sfogarsi Claudio dopo aver accumulato troppe assurdità anche un tipo paziente lui.

-ma se ve lo sto raccontando è per voi! Fatemi finir…

-io ne ho abbastanza, e ora voglio tornare a casa… dovevamo essere lì già un ora fa Chiara. Adesso, se mi fai il favore, ce ne andiamo?! Mi aveva chiesto lui veramente indispettito.

-aspetta un secondo, forse sembrerà davvero una follia ma Claudio… avevo detto stringendogli la mano dolcemente

-Tu non sai cosa è accaduto oggi al palazzo di vetro… Se questa vicenda ti sembra inudibile è stato meglio che fossi stato presente oggi perché… perché… non lo so neanche io come definirlo, so solo che non è tutta farina del suo sacco… un fondo di verità c’è, anche se sarebbe molto dura anche per me al tuo posto, crederlo.

-io ho cercato di avvisarvi ma se mi dovete accusare a questo punto ve la vedrete da soli!

Mi sentivo io, adesso tra due fuochi, come se il baricentro della mediazione in questa discussione, si fosse spostato da Claudio a me. I ruoli si erano invertiti, lui gettava benzina e io acqua sul fuoco delle parole di Elisa. La ragazza intanto si stava abbottonando il cappotto pronta a lasciare il locale.

-Io non credo tu sia una bugiarda Elisa, ma cerca di capirci… è da stamattina che ho avuto a che vedere solo situazioni sovrannaturali, sono stanca, confusa e preoccupata di queste “ripercussioni” come le hai chiamate prima…. Se ne fossi venuta a conoscenza prima, non avrei mai scattato quelle foto, nemmeno per tutti i soldi che ci hanno dato. E cerca di capire anche Claudio che ci ascolta da un’ora mentre parliamo di situazioni sovrannaturali e che non hanno una logica reale.

Voglio chiederti un’ultima cosa: sapendo quel che era accaduto a Kelly perché hai posato anche tu stamattina?

-è molto semplice, non ci arrivate? Ci stava provocando lei sentendosi di nuovo il potere narrativo in mano

-perché voglio raggiungerla… io non sento di essere innamorata di Kelly, e forse nemmeno lei provava questo nei miei confronti, ma una cosa è certa: i nostri destini sono legati da fili sottili, forse quasi invisibili ma che nel tempo hanno formato una tela molto resistente… è qualcosa che non abbiamo deciso, è nato tra di noi un sentimento o forse è meglio dire, una ragione andava ben oltre le nostre individualità e che ci ha unito, quasi indissolubilmente… Non era arrivato il momento di separarci, non in questa maniera almeno… ho deciso pochi giorni fa che la raggiungerò, né per lei e né per me stessa ma per quello siamo destinate a vivere insieme… lo capisci questo?!

-si, questo penso di capirlo… ma non ci hai detto dove è andata Kelly… la stavo assecondando.

-Io ero comunque molto preoccupata per lei. Dopo che Kelly è stata dimessa dall’ospedale, aveva giurato che se la sarebbe vista da sola per il suo “problema”… e che non ci sarebbe più tornata lì dentro a farsi dire che era pazza, in sostanza… avevamo affidato le cure mediche a una infermiera privata… cercavo di starle accanto ma erano già due giorni che lei si sentiva molto debole, nonostante le cure. Era come se non funzionassero… non riuscivamo a rimpiazzare il sangue che perdeva perché succedeva a momenti casuali e in quantità troppo diseguali… questa “malattia” se la si può definire in questo modo, la stava uccidendo… e lei in ospedale non ci voleva tornare… capite la situazione? Mi sentivo come se non avessi una via di uscita… poi una settimana fa è scomparsa.

-e come mai non hai chiamato la polizia? Aveva chiesto Claudio, ora peccando di impazienza.

-perché non è sparita nel nulla. Io so esattamente dov’è, è stata proprio Kelly stessa a farmi sapere che non c’era alcuna necessità di cercarla, perché era al sicuro… Quello che non torna è che non ha voluto specificare il posto in cui si trova adesso, ha solo detto che né io, né tanto meno nessun altro membro della sua famiglia dovevamo provare a rintracciala. Ha aggiunto che sarebbe stato inutile, perché lei si trovava perfettamente dove doveva essere.

-una ragazza che perde sangue, e che sparisce ma poi fa sapere che si trova esattamente doveva trovarsi e che nessuno la deve più cercare… ti rendi conto da sola che è assurdo, vero? Avevo chiesto sperando che per questa domanda retorica non avesse una delle sue risposte tratte dal suo simposio personale.

A quel punto Elisa aveva provato una sensazione totale di abbandono. Al sentir pronunciare le mie parole, il suo viso aveva assunto l’espressione di una vittima che fosse stato ferita da uno sparo accidentale, ma mortale. Una lacrima fredda, e fulminea aveva attraversato la sua guancia, sfiorato l’angolo della bocca ed era caduta direttamente sul piatto. Morta anch’essa come il cuore di Elisa a cui erano stati riaperti di punti di sutura di una ferita ancora non rimarginata ma che stavolta, era certo, non avrebbe più permesso al cuore di ricominciare a battere… non finché lei non fosse tornata da Kelly.

Claudio, dopo aver assistito alla sua reazione, mi fissava senza parlare come se mi stesse suggerendo di porgerle le nostre scuse e di darle un po’ di comprensione, che forse era solo quello di cui aveva bisogno. Non avevamo capito che, alla fine dei giochi, per quanto assurdi potessero essere, ad Elisa era venuta a mancare una persona importante, tanto che neanche lei lo avrebbe mai creduto possibile... certo è che ora soffriva molto la sua assenza. Pareva che tutt’ad un tratto la sua fragilità avesse conquistato la superfice con lo stesso impegno di un subacqueo dopo una lunga apnea.

-è per questo che hai scattato le foto una seconda volta… immergendoti nel suo ricordo pensavi di raggiungere il luogo dove si trova Kelly, non è così?… avevo concluso

-ci speravo… ma non so in che emozione si è nascosta… e purtroppo non posso più scattare altre foto… ho cominciato a perdere sangue dalle orecchie, ieri notte…

Erano le tre e mezza di mattina, io ed Elisa ci eravamo salutate scambiandoci i numeri di cellulare, per qualsiasi emergenza le avevo promesso che sarei stata disponibile per lei.

Io e Claudio non avevamo spiccicato una parola nel viaggio verso casa, nessuno dei due ne aveva molta voglia, e poi il silenzio tra di noi parlava sempre da sé. In quel momento, però, ci faceva sentire tristi, ci eravamo concentrati troppo sul professare le nostre critiche a Elisa per la sua storia, invece di aprire la mente a quelle che erano le sue necessità sottointese… Quella ragazza aveva perso la donna che non aveva mai ammesso di amare, nemmeno a se stessa… aveva solo bisogno di un po’ di comprensione… a volte ci sentiamo così distanti dagli altri, solo perché in certi momenti, forse per egoismo o mancanza di sensibilità, ci neghiamo lo sforzo di far aderire su di noi quei comuni sentimenti e quei normali pensieri che in altri momenti ci sono appartenuti o ci sarebbero arrivati ad appartenere…

Tornati a casa di Claudio, ci eravamo diretti subito verso la camera come due zombie che hanno preso di mira della carne fresca… non avevamo la forza di scambiarci nemmeno la buona notte, le labbra troppo stanche si attorcigliavano emettendo suoni senza senso. Mi sono struccata alla velocità della luce mi sono infilata sotto la doccia, probabilmente vestita, non lo so, perché la mia lucidità mi aveva abbandonato del tutto, sperando solo che l’acqua calda mi rilassasse, aiutandomi a prendere sonno il più in fretta possibile. Claudio mi aveva raggiunto come tutte le altre volte che facevo la doccia, perché lui, se poteva, voleva sempre farla insieme a me… Aveva iniziato già il rito di accoppiamento, accarezzandomi la schiena con il sapone molto dolcemente… e poi si era lasciato andare al solito abbraccio, sotto il getto d’acqua… eravamo rimasti, lì, immobili, come due monumenti incastrati nel tempo che scorre inesorabile… lui mi teneva stretta a sé, come se mi volesse far capire che mi avrebbe sempre protetta da qualsiasi difficoltà che la vita mi avrebbe messo di fronte… L’acqua aveva sulla nostre pelle un effetto rinvigorente, scioglieva via tutta la fatica che le ultime settimane avevano accumulato dentro la nostra coscienza… ora potevamo stare da soli, in compagnia solo dell’uno e dell’altro, di ogni nostro semplice respiro e delle nostre carezze, e davvero, adesso ci sembrava di essere più al sicuro da tutte le esperienze stressanti dell’ultimo periodo… senza bisogno di parlare ed in compagnia solo del nostro silenzio, eravamo rimasti abbracciati per un tempo che non ci era dato sapere, e che era scivolato via insieme all’acqua che ci aveva fatto ritrovare un po’ di pace…

Anche se eravamo molto stanchi, lui, però, dopo un po’ aveva cominciato ad appiopparmi qualche bacetto sul collo, e in pochi istanti, il suo pene era diventato duro come la pietra. Lo so, sono una ragazza fortunata.

Non avevamo la forza di vivere, figuriamoci se potevamo darci alla ginnastica erotica… e ora come ora, pensare di chinarmi e baciare il suo pene con le labbra, sentirlo con la lingua, e tanto meno tenerlo in bocca, era l’ultimo dei miei desideri.

-Che ne dici? Mi chiede lui già sofferente…

-Claudio… non ce la faccio… Sto morendo… domattina ok?

-ma guarda! lui è così felice di vederti, non vorrai mica deluderlo?

-ehh… avevo sospirato…

-dai che sennò mi rimane duro tutta la notte, poi cominciano a farmi male le palle, e non riesco a dormire… L’ultima volta che non mi sono sfogato mi sono tutta la notte facendo sogni erotici su Milly Carlucci… pensa te…

-eh no, Milly Carlucci no! Ma come fanno a piacerti le Milf? cristo santo… e dai forza, facciamo una cosa veloce… però ti avverto! Sono stanca, hai cinque minuti!

-ne bastano meno, tranquilla. Lo vedi com’è felice?! A momenti scodinzola… basta toccarlo un po’ con la mano.

Lo accarezzavo come mi aveva chiesto, aveva la stessa consistenza del marmo.

-Ecco così… brava

Claudio aveva ragione, ne erano bastati due, di minuti, per mia fortuna. Dopo di che ci siamo messi a letto ma non riuscivo a prendere sonno tanto che ero stanca… e invece che contare le pecore che non mi è mai stato congeniale, osservavo le ombre degli oggetti sul mio soffitto, proiettate dalla luce che veniva da fuori.

Le immagini delle ultime ore attraversavano i miei pensieri senza che potessi fermarle e buttarle in quel angolo della memoria dove ognuno di noi seppellisce i brutti ricordi.

Se non altro Claudio, anzi il pene di Claudio, aveva smesso di scodinzolare e di conseguenza anche lui si era fatto docile e silenzioso.

Ci eravamo accovacciati nel letto, sempre l’una abbracciato all’altro, come due lancette di un orologio stese sul suo quadrante, sempre consapevoli, che l’una senza la presenza dell’altra, avrebbero fatto perdere anche al tempo, la sua misura. Sotto il pesante piumone, in pochi minuti, il calore dei nostri corpi ci aveva riscaldato, regalandoci quella sensazione di torpore che niente al mondo ci avrebbe convinto ora a smoverci da lì sotto, e dopo un qualche minuto ci eravamo addentrati in un sonno lungo come l’inverno…

Era ancora notte fonda, e una musica da discoteca con i bassi tanto potenti che facevano ballare ogni oggetto nella stanza, mi aveva svegliato. Claudio non era accanto a me.

-Capellone… coccolone!? Lo chiamavo così, quando lo volevo provocare

Nessuna risposta.

-Capellone coccolone, pacioccone? Insistevo rigandomi nel letto quasi smarrita…

Silenzio…

-è morto Claudio…. Sta a vedere che è finito nella quinta dimensione… Non mi stupirei visto i precedenti… dicevo continuando a parlare da sola.

-va bè, io dormo…. Mi ero consolata

-ehi topolona, sei sveglia! Stavo per chiamare un’ambulanza… non ti svegliavi più… arriva la voce di Claudio dall’altra stanza…

-perché? Che ore sono? Ma se è ancora buio…

-appunto, hai quasi dormito un giorno…

-un giorno?! si va bè due anni!

-vedrai, sono…. Aspetta eh, ecco, sono le dieci di sera, quindi ti sei fatta diciotto ore di fila…

-non ci posso credere, passami il telefono…

Il display del cellulare segnava le 22 e 27.

-e perché non mi hai svegliato scusa?

-ci ho provato, dannazione! la prima volta sei partita con una scarica di “ohh che palle lasciatemi dormire, e che cazz…. E tutto il resto dello script… La seconda, ci hai pure incluso una pedata e che manca poco mi colpisci dritto dritto sul santo graal, ma che dovevo fare? Prenderti a schiaffi!? E poi mentre dormi ti viene fuori il viso da angioletto, ho preferito lasciarti stare…

-è meglio che chiamo i miei genitori, saranno preoccupati da morire…

-ah su questo puoi stare tranquilla, ho chiamato io Sergio-

-E bravo, Claudio, hai tanti capelloni come Valderrama ma sotto quella chiomona hai anche il cervellone astuto, te eh?!

-non sono come Valderrama, finiscila!

-si, però prima che ti metti a piangere… fammi chiamare la mamma comunque…

Le luci dei lampioni trapelavano tra le tapparelle ed entravano di sghimbescio nella stanza. Anche le voci, non troppo lontane, di un gruppo di ragazzi entravano dalla finestra… dai toni sembrava che scherzassero tra di loro. Li cerco dalla finestra ma non li riuscivo a vedere, così con tanto di bon ton, mi metto ad origliare per capire che si stavano dicendo…. Peccato che non era niente di fantasmagorico, si gasavano solo per la serata che andavano passare in un qualche Club, ingigantendo abbondantemente a parole, la quantità di alcol che avevano intenzione di trangugiare. Intanto, mia madre aveva risposto al cellulare e dopo che aveva finiti di ruggirmi contro, ero riuscita a sedare la sua rabbia con vortice di paroline dolci, a volte molto utili, nel rapporto tra figlia e genitore.

-si mammina, scusa, lo so, sono stata cattiva, ma poi ti spiego tutto, è stato per un lavoro… ho anche una buona notizia, ma non ne vorrei parlare al telefono, ci vediamo domattina… ti voglio tante bene… però stanotte resto a dormire da Claudio… Ciao, bacione, ti voglio super bene!

-fame? Mi aveva chiesto lui

-molta.

-pizza o cinese?

-cucinare noi? Faccio la mia mitica pasta con lo sgombro. Avevo proposto

-non ho le olive nere, ma il resto ci dovrebbe essere. La mia mamma ha portato due buste piene di roba dalla coop.

-dai mi alzo, e mi metto a cucinare…

La preparazione della “mitica pasta con lo sgombro” consiste nel far soffriggere uno spicchio d’aglio e un po’ carota, sedano, cipolla rossa (questa più abbondante) con peperoncino fresco a piacere e cinque o sei filetti di acciughe (meglio se confezionate in olio piccante anch’esse) in olio di oliva. Dopo che il soffritto è pronto, ci vogliono tre minuti circa, aggiungere lo sgombro, (quello in scatola, io con quello fresco non ho mai provato) e olive nere denocciolate, il tutto affogato in una bicchiere intero di vino bianco secco, il Tavernello va benissimo. Poi, prezzemolo fresco in quantità industriale e quando il vino si è asciugato al punto di aver formato la densità giusta della salsina, e gli spaghetti sono pronti, far saltare tutto in padella. La ricetta l’ho presa dalla prova del cuoco? No, me la sono inventata, e l’ho messa appunto in numerosi di tentativi…provatela! ne sono orgogliosa…

-e quindi le stanze cambiavano di scenografia, come se te ed Elisa fosse trasportate nell’emozione che questo famigerato Artista vi chiedeva d’interpretare…. Aveva riassunto Claudio.

-Più o meno si…

-è tutto era regolato da questo I-phone, dico bene?

-a me sembrava proprio così… schiacciava un tasto e quel telefono prendeva la forma di qualsiasi cosa… dal semplice telecomando per regolare l’aria condizionata, al cercapersone, fino a modificare la sua forma in base alle emozioni che fotografava…

-cazzo, che figata però… non mai sentito di un dispositivo del genere… e ci credo che esiste solo perché sei stata tu la testimone, perché se me lo avesse riportato qualcun altro, l’avrei preso per uno svitato, o al massimo per un contaballe… aveva sottolineato Claudio, per mettere l’accento sulla metafisicità dell’accaduto…

-Credimi, anch’io faccio fatica a credere alle mie parole… D’altronde è sempre la stessa dinamica…quando una persona vede o assiste a qualcosa che va oltre gli schemi della nostra conoscenza e quindi che va anche al di fuori della nostra sfera di comprensione, e per giunta questa cosa va anche spiegata ad qualcun altro, che è molto difficile rendersi credibile…. A meno che non si trovino delle prove che dimostrino la tesi esposta…

-Chiara, e che ti sei ingoiata una versione di Elisa tascabile? L’hai tritata e messa nella pasta al posto delle olive? Aveva detto Claudio, per provocandomi dei sensi di colpa a causa della dolorosa assenza delle olive nella mia “mitica pasta con lo sgombro”. E mi sentivo veramente in imbarazzo, perché stranamente, mi ero messa davvero a filosofeggiare come Elisa. E soprattutto, si sentiva davvero la mancanza delle olive nere, tanto da star male.

-Comunque a me dispiace… avevo detto come se le parole si fossero pronunciate da sole giusto per riempire l’atmosfera vuota della cucina o quella, forse, che sentivo dentro…magari entrambe.

-ti dispiace per cosa?

-mi dispiace per Elisa…

-anche a me…. pur avendo lei un carattere dallo spirito un po’ contraddittorio, e che non si concilia affatto con il mio Elisa, con tutto l’amore che prova per quella sua amica , mi è ha fatto tenerezza incredibile… soprattutto se penso che adesso Kelly non vuole più avere contatti con lei… è come se un lenzuolo di malinconia l’avvolgesse senza lasciarla libera di vivere le altre emozioni liberamente… deve sentirsi una ragazza molto sola. E più cercava di mascherare la solitudine con l’orgoglio e più il suo dolore appariva evidente.

-Secondo te, dove può essere andata questa Kelly? Un cambiamento così inaspettato dopo quel set fotografico…. Pensi sia possibile che la sua coscienza sia stata imprigionata da quel I-phone?

-non lo so davvero… razionalmente ti direi che mi è decisamente impossibile, ma fino a due giorni fa, anche il fatto che esistesse un palazzo dove si scattano foto che assimilano le emozioni… ecco, mi sarebbe parsa una cazzata.

-se chiamassimo noi la polizia?

-ci ho già pensato… ma è scontato che non ci prenderebbero sul serio… anche se si recassero nello studio sarebbe inutile, se quel oggetto rivela quella funzione solo in mano a quell’uomo poi i poliziotti se la prenderebbero con noi, perché per loro sarebbe un semplice telefono… se c’è un elemento che non mi ha lasciato alcun dubbio è che quello strumento può essere utilizzato con quel fine solo da chi ne conosce il meccanismo per attivarlo… ovvero da lui… e se ce ne sono altri capaci di farlo come l’Artista, noi, comunque, non ne siamo a conoscenza

-e del sangue che mi dici? Io resto dell’idea che Kelly fosse un’autolesionista, ma che Elisa cercasse di proteggerla, nascondendo le prove, e confessando solo la parte della verità che più gli faceva comodo in modo che la sua storia reggesse… è arrivata anche a dire che ora è lei a perdere sangue per rendere più attendibili le sue bugie… ma il mio sospetto non è dimostrabile, senza lesioni e senza vedere quel sangue, che per l’appunto le esce quando le pare e piace, è non solo un discorso buttalo lì...

-che situazione…

-eh già…. E se lo avessi saputo prima quello che avremmo dovuto affrontare, non avrei mai telefonato a quel numero…

-a proposito, dove hai trovato il numero? Mi aveva chiesto visibilmente stupito di non conoscere ancora la risposta.

-in una lavanderia? Non te ne avevo parlato?

-no, o forse si, non me lo ricordo… quello che non mi torna è: ma dove lo hanno trovato le altre due ragazze?

-chissà… forse in un'altra lavanderia…è rilevante?

-chi può saperlo… certo è Chiara, che stiamo ragionando come due detective di basso livello… siamo ridicoli…

-no che non siamo ridicoli! Cerchiamo solo di analizzare i fatti, per comprenderli meglio. Tutto qui…

-si ma… a che scopo? Tanto non possiamo fare nulla… quello a cui dovremmo pensare ora è a risolvere i nostri problemi… con quei soldi possiamo aiutare i tuoi genitori, e magari fare anche qualcosa di carino per noi… dopotutto ce lo siamo meritati… giusto tenente Kojak?

-giusto. Avevo bisogno di discuterne con te, solo per aiutarmi ad empatizzare con l’accaduto, ma ora mi sento già meglio, passerà… taglio corto

-come sempre è una questione di tempo, ma da questo preciso istante, bisogna guardare avanti… promesso?

-promesso…

Come due persone abili ed esperte nell’arte del ragionamento, dopo aver esserci accorti che la logica della conversazione era conclusa, e non avevamo bisogno di spendere altre parole sull’argomento, ci eravamo chiusi in un silenzio egocentrico, e pieno di soddisfazione per la risultato che la nostra capacità di analisi aveva raggiunto. Allo stesso tempo, però, era macchiato di un senso seccante frustrazione per aver sprecato tante energie senza che uno di noi potesse evincere sull’altro, portando a casa il risultato finale dell’enigma.

-bene, adesso fai una cosa… promettimelo di nuovo? Mi aveva di nuovo chiesto lui stavolta guardandomi dritta dentro gl’occhi come se mi volesse sollevare l’anima.

Erano passati sette mesi da quel servizio fotografico, la mia vita e quella di Claudio scorrevano serenamente. Grazie ai soldi di quel lavoro eravamo stati in grado di salvare la casa editrice di papà, che poi era anche riuscita ad indovinare un’ottima idea editoriale che consisteva nella raccolta di alcuni tra quadri impressionisti più affascinanti della storia… tre volumi usciti in Edicola come edizione speciale di un importate settimanale. Ne erano state vendute copie fino alla ristampa della quarta edizione. Tra i miei genitori si erano ricomposte le armonie su cui si reggeva il loro rapporto, e quando le tensioni in casa erano diminuite, anch’io, devo ammettere che avevo iniziato a sentirmi meglio… Claudio continuava a studiare matematica con una media voti interstellare, a volte mi domandavo come potesse non passare mai un esame con meno di trenta. Forse, li minacciava i professori, li corrompeva o concedeva favori sessuali alle professoresse… o più probabile sono solo un po’ invidiosa della sua intelligenza. Ci è nato per studiare matematica a quei livelli. Devi essere dotato di un’intuitività visiva fuori dal comune per percepire le soluzioni a quel tipo di equazioni e accessibili con semplici procedimenti logici. Quando ho conosciuto Claudio eravamo ad una cena di compleanno, aveva movenze fluide e il carisma prorompente di un manichino di un centro commerciare quando mi aveva attaccato bottone… Per non parlare del golf che indossava, comprato senza ombra di dubbio da sua madre… va da sé che non gli avevo dato un soldo… Poi, si sa come vanno queste storie, una volta che ci hanno presentati, avevamo iniziato a salutarci quando ci incontravamo, bazzicando lo stesso gruppo di amici succedeva anche abbastanza spesso, ma non eravamo mai andati oltre. Poi, una sera, ci siamo rivisti in una discoteca e i nostri amici spendevano il tempo a bere, a urlare e a commentare le ragazze con frasi tipo: “questa è fica”! ma che dici…!? “quella fa cacare”…., invece di venire a scambiare con noi una conversazione sensata e piacevole, con la quale infondo alla serata magari avrebbero ottenuto di più… lui invece, invece di comportarsi da australopiteco che se ne stava defilato, per conto suo, con in mano il suo drink come se fosse l’unico che in quella sala, al momento, meritasse la sua attenzione. È li che ho incrociato davvero, forse, per la prima volta, il fascino dei suoi occhi verdi che spiccavano per la loro acutezza, dal suo cesto di capelli neri pettinati in autentico stile Nerd di categoria superiore… e mi sono sentita così sentita attratta da lui che non ho potuto fare a meno di avvicinarmi per parlare veramente per di quello che poi avrei capito esserci di misterioso e affascinante dentro la sua personalità.

Era un bravo ragazzo, e se lo apprezzavi e gli stavi vicino, lui era in grado di farsi in quattro per te. Dopo aver preso coscienza di questo, e dopo una lungo imbarazzante corteggiamento da parte mia, alla fine, lui mi aveva chiesto di uscire e il resto lo si può immaginare.

La scorsa estate ci siamo regalati un lungo viaggio in America, penso di appartenere all’ultima generazione che è cresciuta con il suo mito. Quando ero bambina, ogni invenzione e prodotto che importassimo, ogni evento bellico o politico di interesse mondiale, era il riflesso della superiorità civile dell’America sul mondo. Faceva parlare gli adulti come una forza che trascendesse dal resto. “Hai visto che è successo in America?” Oppure, “In America ora per fa questo hanno inventato… Ma più frequentemente si sentiva: “Gli Americani vanno in guerra, e ora che succederà? Non che il mio pensiero volesse essere eccessivamente critico verso un intero Paese, tanto più grande della mia testimonianza da farla valere meno di zero, solo che inevitabile per me trasmette quanto influente sia stato il mito americano per intere generazioni di popoli di tutto il mondo. Anche perché durante la mia adolescenza, dopo l’undici settembre, ho avuto la sensazione che il mito americano andasse a indebolirsi sempre di più… che sia stato per via del crollo delle torri gemelle o quello di Wall strett nel 2008 questo non so dirlo, ma credo che noi tutti nel mondo, percepiamo meno il potere di quello che era nell’immaginario comune era considerato come il Paese delle “Realizzazioni dei Sogni”. Adesso sembra che l’America abbia assunto le connotazioni di un paese dagl’equilibri fragili proprio come tutti gl’altri. Così mi sono detta, perché non visitare, con il mio fedele ragazzo, i mitici, o mitologici Stati Uniti?

Così, siamo partiti dalla California, in direzione di Denver, e poi siamo spostati nello Stato di Washington, e per finire, il Colorado… Un viaggio che lascia senza fiato per bellezza dei paesaggi e per quello che ci è stato possibile vedere, ci siamo anche fatti un idea del perché gli Americani hanno condizionato quasi tutta la vita del pianeta finora.… credo che il segreto fosse la loro straordinaria, ed a volte eccessiva, mentalità consumistico-produttiva. Quello che funziona, qualsiasi prodotto (dalla canzone, passando per il detersivo per i piatti, fino, purtroppo, alle armi) viene venduto e distribuito finché il mercato non no è saturo. Dopodiché si passa ad inventare altro, e a trovare altre soluzioni per creare ulteriori domande da parte dei consumatori ormai abituati ad avere il desiderio di “compare qualcos’altro”. È questa la grande differenza tra loro e noi Europei, ovvero il pragmatismo genetico inserito in ogni modo di vivere la società… Per gli americani esistono solo le soluzioni ai problemi e le direzioni da intraprendere per giungerci… niente a che vedere con l’eterna e inconsistente polemica su ogni sfumatura possibile che vede protagonisti noi italiani ma che ci fa apparire tanto geniali, simpatici e mattacchioni quanto inconcludenti agl’occhi del mondo…

Dopo il nostro viaggio, durato quasi cinque settimane, Claudio si era rimesso sotto con gli esami, come vi dicevo, mentre io studiavo per entrare a medicina… La mia vita scorreva lisca e serena, di nuovo sotto il mio controllo.

Non avevo più sentito Elisa, lei non mi aveva contattato e nemmeno io ero stata più interessata a sapere altro su quella storia. Infondo, entro certi limiti, che non devono sfociare nell’egoismo assoluto, ognuno deve combattere le sue battaglie. Non si deve interferite troppo nei problemi degl’altri.

Eravamo già in ottobre e questa sera era il compleanno del ragazzo che aveva festeggiato gl’anni cinque anni fa quando io e Claudio ci siamo conosciuti. I nostri amici avevano scelto il Trip per Tre per festeggiare. Una piccola birreria, famosa per sparare nel locale solo musica Hard rock e per essere frequentata da metallari convinti… Per ogni birra che ordinavi, venivi omaggiato di uno shot, particolare da non omettere.

Claudio, al terzo giro della combo: Birra media rossa doppio malto e shot di whisky, era già sullo sbronzo andante, così l’ho riportato a casa e siamo rimasti a dormire da me.

Lui si era già addormentato da un pezzo, girato sul fianco, con una delle sue gambe intrecciata tra le mie … per quanto cercassi di prendere sonno, non mi riusciva proprio… mi stavo rigirando nel letto come un ballerino di Break Dance, quando ho deciso di interrompere la mia performance, per alzarmi ed andare in cucina a prepararmi una camomilla. L’acqua bolliva, mentre io ero seduta con le gambe e incrociate sulla sedia e i gomiti poggiati sul tavolo, provando concentrarmi su qualcosa che mi rilassasse per calmare l’energia in eccesso e provare così a dormire qualche ora. Faceva anche un freddo micidiale, come se le mura trasferissero l’umidità da fuori all’interno della stanza direttamente. I piante dei piedi si stavano scaldando timidamente rubando calore con il contatto delle cosce… Tenevo con lo sguardo fisso e rassegnato ad una notte d’insonnia, sul vaso porta frutta mentre l’acqua della camomilla in ebollizione gorgogliava. I miei occhio avevano cominciato a frizzare, forse era la stanchezza, ma stranamente i contorni degl’oggetti andavano distorcendosi davanti a me poco alla volta come olio che si espande su una padella… avevo preso a tremare, sentivo la percezione dei sensi affievolirsi, come se il contatto con l’esterno si stesse interrompendo… sembrava che le mie capacità sensoriali stessero per essere risucchiate da un altro mondo.. Il silenzio, sordo, aveva preso la forma di sibilo simile al fischio di un microfono trafiggendo le… le orecchie mi facevano male, tanto riuscire a stento a sopportare il dolore. La nausea mi era montava al punto di provocarmi dei conati di vomito…

Mi ero alzata dalla sedia per prendere la pentola che conteneva l’acqua che bolliva ma mi sono accasciata su i fornelli. Non riuscivo a respirare… stavo soffocando. Pensavo che bere la camomilla mi avrebbe aiutato, ma stavo per crollare, non sapevo cosa mi sarebbe successo… Facendo affidamento solo su sulla mia forza di spirito, mi sono concentrata per rendere i respiri più profondi, per ristabilire il mio equilibrio fisico, probabilmente, mi era preso un attacco di panico, o qualcosa del genere…. Così, non appena ci sono riuscita, mi sono versata l’acqua nella tazza per la camomilla, rovesciandola quasi tutta sul incerato, ma dovevo berne almeno un po’, ero certa che mi avrebbe aiutato a rilassarmi… tenevo al tazza con tutte e due le mani ma tremavo al punto che tutto l’infuso continuava a traboccare… ci avevo impiegato una ventina di minuti ma alla fine ero riuscita a buttarla giù a sufficienza. Nella tazza semi vuota, davanti a me, per un riflesso di luci perfetto, si era proiettata l’immagine del mio viso sulla superficie della camomilla rappresa. I muscoli delle spalle e delle braccia mi si erano tutti intirizziti, le forze mi stavano abbandonando. Ero sul punto di perdere i sensi, quando sento un liquido caldo scivolare dai lobi delle orecchie. La prima goccia di sangue mi era caduta sul polpaccio, e cercando la sua fonte sento vicino all’orecchio la mia pelle che si stava squarciando. Dall’interno dello specchio d’acqua nella tazza potevo vedere che il mio viso si stava aprendo ai lati. Due tagli profondi, di sangue nero, partivano dai lobi delle orecchie fino ad arrivare quasi allo zigomo… non riuscivo ad urlare, ci stavo provando ma non emettevo alcun suono. Provo, così, a tamponare le ferite con le mani, ma non serviva a niente. Il sudore dalla fronte si stava mescolando al sangue che continuava a scendere, e anche le mani ormai ne erano piene. Chiamare aiuto era inutile se la mia voce continuava a strozzarsi in gola, senza venire fuori…

L’orologio affisso sopra di me, mi osservava granitico, con le sue lancette posizionate esattamente sulle sei di mattina. Un violento rintocco aveva iniziato a battere provocando un eco spaventoso, come se quel suono provenisse da un pianeta con un dimensione del tempo lontana dalla nostra. Con le mani insanguinate, appoggiate sulle orecchie per proteggerle, dava solo la conferma di essere un tentativo vano, il ritocco, pensante come un blocco di bronzo, mi stava letteralmente facendo diventare sorda... uno dopo l’altro, quei rintocchi demoniaci facevano pulsare i miei poveri timpani come la cappella di una medusa che si sposta nell’acqua. Avevo paura che ad un certo punto quel rumore me li avrebbe fatti spizzare fuori dalle orecchie…. Non respiravo più…

Poi, all’improvviso, l’enorme vento bianco di luce, come il flash dell’I-phone dell’Artista, si era generato dall’orologio e mi aveva di nuovo invaso, irradiando tutto il mio corpo, e in quell’istante, ho perso conoscenza…

Quando sono rinvenuta la prima cosa di cui ho avuto percezione, è stata che non avevo più le mani bagnate. Le controllo, ed il sangue era sparito… così come il dolore ai timpani. I rintocchi che scandivano il tempo risuonavano ancora ma con un volume molto più basso, quasi fossero solo di sottofondo. L’orologio di casa mia aveva assunto le dimensioni di una parete. Le lancette erano lunghe come spade, sempre immobili però, e sempre fisse sulle sei.

-Tu devi essere impazzita- mi stava accusando la ragazza

-e tu chi sei?

-e te come hai fatto ad arrivare fin qui? Perché sei venuta? Aveva ribattuto ignorando la mia domanda.

-io veramente non ho fatto niente… ero a casa e ho cominciato a sentire questa forte ansia, mi è venuta una nausea pazzesca, stavo per svenire, poi mi sono ferita sotto le orecchie e ho perso una quantità di sangue tale che sembrava di essere al mattatoio … ma che ora non mi esce più… sto sognando vero? basta svegliarsi e tutto questo svanirà… e tutto questo sparirà. Mi ero ripetuta strizzando gli occhi in un infantile tentativo di ritrovare la mia sanità mentale…

-hai scattato quelle foto, vero? Perché lo hai fatto!? Non avresti dovuto maledizione! Inveisce la ragazza su di me, senza lasciarmi vivere.

Mi rigiravo intorno disperata ma non vedevo altro che questa luce bianca che non sembrava avere confini. Mi trovavo in posto enorme, senza niente. La paura, mi faceva tremare le gambe, le sentivo deboli come se potessero crollare da un secondo all’altro per uno spiffero dalla finestra, anche se qui non ce n’erano. Il rintocco dell’orologio non se ne era andato, continuava a fare da sottofondo alla nostra conversazione onirica.

-ti prego, voglio solo uscire da qui e tornare a casa mia! Le dicevo mentre piangevo ma di un pianto asciutto, senza nessuna lacrima bagnasse i miei occhi…. come se il mio condotto lacrimale fosse spento.

-Non voglio farti del male e anche se volessi non potrei. Purtroppo.

-ma guarda questa… le inveisco contro

-ehi, scherzavo, cercavo di sdrammatizzare… sono una tua alleata, sono qui per aiutarti… Quello che devi fare adesso è calmarti e tornare indietro. Non devi restare qui. Aveva detto mentre la sua voce aveva avuto un esitazione, forse, d’incertezza, o forse perché mi stava procedendo nell’attuazione di un inganno.

Era una ragazza molto suadente, devo ammettere, se ne stava seduta su un tavolo con la schiena all’indietro e i gomiti appoggiati, con le gambe che svolazzavano leggere come se volesse provocarmi in un gioco di seduzione perverso. Infatti subito dopo, alza il suo piedino, con le unghie perfettamente smaltate di viola, e con le dita comincia a farsi spazio sotto la mia maglietta fino ad arrivare a stuzzicarmi l’ombelico…

-le somigli tanto… mi dci

-si va bene, va bene, ma non toccarmi! L’ammonisco dopo essermi ripresa dal suo incantesimo seducente….

-E soprattutto dimmi chi sei, e spiegami come sono finita qui! Io ero a casa mia che…

-mamma mia come sei scorbutica… dovresti lasciarti un po’ andare...

Mi ero limitata a rispondere con un silenzio ostinato.

-tu conosci Elisa, vero? Aveva chiesto lei come se fosse l’unica prova che le servisse per risolvere il “caso”.

-si, la conosco.

-se sei qui è perché hai scattato le foto. Eri insieme a lei?

-si ma cosa c’entra…?

-ti ho detto che devi calmarti, se non continui a interrompermi, io non riesco a capire come farti tornare indietro… questo ti è chiaro?

-no, sennò mi ero già rilassata magari…le avevo risposto stizzita

-che caratterino… ha fatto bene Elisa a sceglierti….

-guarda che ci siamo incontrate la prima volta allo studio dell’Artista. Non sono stata scelta proprio da nessuno, sono io che mi sono presentata lì

-questo è quello che credi tu.

-ma che dici? Senti se l’avessi conosciuta prima… ho semplicemente trovato il numero dello studio, attaccato sulla bacheca in una lavanderia a gettoni. L’aggredisco. Questa ragazza aveva il potere di farmi saltare i nervi ogni volta che apriva bocca.

-proprio così, doveva sembrare una tua idea sennò non ci saresti mai venuta qui. Ti ha mandato a cercarmi… ma non posso darti troppe spiegazioni, e in più tu qui, non puoi stare. Potresti morire se non torni prima che il tempo sia scaduto e tu non vuoi morire così, vero? Io le avevo detto ad Elisa di non cercarmi e che mi trovavo dove dovevo essere, ma quella ragazza è molto testarda di un mulo… Quindi ascoltami, siamo agli sgoccioli…

La ragazza bionda, aveva un aria familiare, pur credendo di non averla mai vista, mi dava la sensazione che ci conoscessimo anche in modo approfondito forse, in una circostanza sepolta nel tempo, al punto da non saperla più ricordare. Lei portava i capelli bagnati e stropicciati come se le avesse asciugati di fretta strofinandoli con un asciugamano. Indossava solo delle mutandine quasi trasparenti. La sua vagina non aveva l’ombra dei peli, i suoi capezzoli duri facevano intendere chiaramente i suoi gusti sessuali… era eccitata, e stranamente anch’io mi sentivo un po’ su di giri… inverosimilmente, non me ne ero resa conto, ma anch’io non indossavo vestiti, se non una maglietta quasi invisibile e le mutandine… Ferme, senza parlare, nascoste ognuna nei suoi pensieri, avevamo assistito alla pioggia che era appena cominciata a scendere come se l’atmosfera surreale in cui ci trovavamo necessitasse anche di un temporale, che sembrava essere di quelli estivi per la velocità con cui era scoppiato.

-Siamo già alla malinconia. Ti ricordi la sequenza delle emozioni di quando hai scattato le foto? Se arriviamo alla quinta, prima che tu esca da qui, poi resterai per sempre in questa dimensione… e sono sicura che non lo vuoi. Quella di essere qui, per me, è stata una scelta precisa, tu, invece, sei stata ingannata.

Scuotevo la testa, con le mani su i capelli, volevo liberarmi della confusione, di quell’illusione, di quella ragazza, e tornare a casa, ma non serviva a niente, non riuscivo nemmeno a piangere davvero.

-sei Kelly, ora mi ricordo… le avevo sputato addosso la mia amara rivelazione.

-io e Claudio credevamo che Elisa si stesse inventando quella storia per chissà quale motivo… Era così assurda che non poteva essere vera, non al cento per cento…

-esatto, sono Kelly. E…Sbagliato! la storia è andata proprio come te l’ha riportata Elisa, come puoi constatare dalla nostra presenza qui. Ma non c’è tempo per fare salotto, io posso rimandarti a casa, e non avrai un'altra occasione, quindi ascoltami bene... Devi scordati di questo posto e di questo episodio… se continuerai a scavare in questa faccenda, quello che troverai ti renderà vulnerabile alle emozioni che proverai e che ti assaliranno insinuandosi nella tua coscienza fino ad arrivare a controllarla… Sappi che le emozioni sono come delle edere che s’inerpicano dentro di noi…. finiscono per diventare lo strumento con cui facciamo le nostre scelte, gestiamo le nostre azioni ed i nostri desideri… Prova a pensare a quelle persone che sono sempre dominate per esempio da uno spirito allegro… sono in grado poi di attirare verso di sé la simpatia, la generosità e il consenso degli altri, giusto?

Io annuivo con fare accomodante tanto non sapevo niente sull’argomento che mi stava esponendo.

-E questo ci dà la percezione che siano persone “fortunate”. Lo stesso principio vale con i comportamenti mossi da emozioni negative… e non solo purtroppo le sfumature più nere dell’animo umano, quelle più malvagie, si sa che sono anche le più potenti… portano ad azioni distruttive più irruente… il punto è che una volta che queste emozioni oscure entrano dentro la tua coscienza sono ormai scese fin troppo in profondità per rimuoverle facilmente… è difficilissimo gestire la rabbia, e men che meno la depressione… e c’è da dire che i metodi curativi come la psicoterapia poi diventano solo palliativo, mentre gli psico-farmaci sono quasi controproducenti: finiscono solo per offuscare e inibire anche altre fondamentali funzioni cerebrali… e più l’emozione si addentra in te e più la realtà si sgretola lasciando appunto aperti questi che possiamo chiamare “portali” tra settore e l’altro nell’interno della struttura della tua personalità, finendo poi per spostarti da un comportamento ad un altro sempre più spesso, finendo con perderne il minimo controllo… vivrai inglobata e in balia emozioni suggestive che ti abiteranno fino a poterti fa arrivare a compiere azioni molto dannose per te stessa… pensa a coloro che si suicidano, pensa a quello che la loro mente li ha convinti a fare….

La guardavo sbigottita completamente rapita tra la sua sensualità che mi stava ormai quasi ammaliando mentre lei, subdola, dondolava i suoi piedini vicino alle mie cosce e la sua intelligenza che mi stava indottrinando una materia psicologico-occulta di cui non sapevo neanche l’esistenza.

-Continuerai così finché non ti esploderanno le cervella e ci resterai secca… ecco… mi provoca Kelly con un linguaggio da cowboy in un film vecchio western, stuzzicando la mia distrazione per via della mia assuefazione da lei.

-e come faccio ad evitarlo? Io non voglio…. Ero riuscita a balbettare cercando di riacquisire un po’ di decenza.

-Chiama Elisa, e incontratevi al palazzo di vetro. Devi ri-affrontare gli scatti ed entrarci dento solo così capirai perché sei stata scelta e come evitare le conseguenza alla loro esposizione. Non tutti possono per fare questo viaggio. Lei deve averti trovato in una qualche maniera…

La pioggia stava progressivamente diminuendo, l’angolo di bosco che si era materializzato sulla mia sinistra e la luna, che risplendeva adesso vicino all’enorme orologio dietro le spalle di Kelly erano state di nuovo invase da un flash di luce bianca accecante.

-Stai attenta! La linea che separa questi due mondi non è già più così netta, potresti… aveva detto lei ma la sua voce si era spenta come un braciere senza più ossigeno, arrivando alla mia coscienza come una fumata che si stava diradando…

Ero di nuovo in cucina, la tazza di camomilla fumante davanti a me, e la lancetta dei minuti era appena scattata. Segnava le sei e un minuto. Tutto il sangue che avevo preso, o che ero sicura di aver perso non aveva lasciato alcuna traccia, quando ci sarebbero dovute essere macchie ovunque. La nausea era sparita e toccando il mio viso tutto sembrava normale, come se fossi stata vittima solo di un illusione ben architettata. Sentivo un magone enorme che non riuscivo a buttare giù, ero stata ingannata molto sapientemente da Elisa e non ne conoscevo il motivo. Questo mi faceva bruciare il culo. Abbondantemente. Dovevo rilassarmi e riflettere, così sono andata in bagno a sciacquarmi il viso con l’acqua calda più volte e poi sono tornata in camera.

Claudio se la dormiva alla grande, e come al solito, non si accorgeva di niente di quello che capitava intorno a lui. La sua intuitività la poteva applicare solo alle equazioni. I miei genitori dormivano beati proprio come mio fratello Leone, quando a me pareva di aver spostato un pezzo di mondo, qui nessuno aveva sentito smuovere una foglia. Un bel risultato.

Mentre mi infilavo di nuovo sotto le coperte, i miei pensieri non smettevano di forzarmi a programmare la mia successiva spedizione al palazzo di vetro, per risolvere la faccenda, con le buone o con le cattive. Più ci pensavo e più quel nucleo di rabbia dentro la mia anima si alimentava, e più non riuscivo togliermi questa domanda dalla testa:

-perché ha voluto ingannarmi quella ragazza? Se l’avessi tra le mani la picchierei… erano le parole modellate dal mio stato d’animo attuale

Con quel dolce desiderio di strozzare Elisa, mi ero accoccolata di nuovo vicino a Claudio, mi sono sfilata il pigiama. La palpebre non ne volevano sapere di diventare pensanti e di chiudere gl’occhi che avevo accesi sul soffitto come lampioni, non c’era speranza… Mi sa che di dormire stanotte non se ne parlava, ero troppo agitata. Improvvisamente sentendomi umida con le dita tocco le mutandine, e le sento tutte bagnate, fradice dei miei umori.

-Dormi Claudio?

-si, e vorrei continuare a farlo.

-io invece non ci riesco, svegliati dai, ho voglia di farlo.

-ma a quest’ora? No, non mi va ora dai…

-ho detto che voglio farlo! Mi hai sentito?! Lo quasi minacciato reagendo eccessivamente.

Sentivo quello strano magone salire su e giù per la gola, quella sensazione di calore nel petto che era sul punto di implodere se non gl’avessi dato sfogo.

-oh, va bene, mamma mia come sei nervosa…

-stai zitto, che sennò me la fai scendere.

Gli avevo messo una mano tra i capelli riccioli e morbidi, e d’istinto mi era venuta voglia di strapparglieli.

-te li tiro un po’, mi va di qualcosa di diverso, qualcosa di selvaggio… stasera.

-ma che hai? sei diventata…

-senti non rompermi con tutte queste analisi “ma che hai fatto?” “ma che hai?” e cose del genere, vuoi scoparmi o no? Io lo voglio fare così, ti va bene o vado a farmi un giro fuori?

-d’accordo, non ti incazzare però! Tirali un po’, basta che non mi riduci come Claudio Bisio, poi siamo a posto…

-Senti mi hai rotto, non te li tiro più! Dormiamo, tanto con te è sempre così… mi hai già stufata….

Dopo la sfuriata, mi ero girata sul fianco opposto raggomitolando il lembo del piumone sotto il mento.

Claudio si era alzato sui gomiti e se ne stava girato verso di me a fissarmi, probabilmente cercando di risolvere l’ennesimo enigma su cosa passa per la testa a noi donne, certe volte.

-Aspetta amore, non fare così, scusa dai… mi faccio tirare i capelli come se stessi cavalcando un mastino dai…vieni su…. Aveva detto mentre aveva cominciato a strofinare il suo pene sulle mie natiche, che si stava già diventato duro come l’acciaio.

Aveva iniziato ad accarezzarmi i capelli portando i ciuffi dietro l’orecchio per ammorbidirmi.

-vieni dai! togli le mutandine, per favore…

Mentre me le sfilava lui, mi sentivo ancora molto umida ed eccitata, però ma, stranamente tesa e non credevo fosse colpa di Claudio. Ero io che non funzionavo bene… Quella rabbia stava dilagando dentro di me, la sentivo muoversi in ogni centimetro del mio corpo.

Claudio era entrato dentro di me di pochi centimetri, la sensazione del suo grosso pene, mi dava sempre un slancio molto piacevole, ma non era quello di cui avevo bisogno. Stasera non mi bastava.

-Aspetta, Fermo. Girati.

Senza osare ribattere, adesso, il mio ragazzo eseguiva gli ordini.

-levati i pantaloni… ecco così bravo.

Ero andata sotto le coperte, il suo calore del suo corpo peloso, aveva creato una cappa in cui appena si respirava, ma più caldo sentivo e più mi bagnavo. Avevo preso il suo pene in mano, ma non per metterlo in bocca.

-Che fai? Mi aveva chiesto con la sua voce che mi arrivava ovattata da fuori dello strato di piumone.

-Vuoi rimetterti a discutere? Avevo risposto quasi urlando per fami sentire chiaramente.

-No, no… fai quello che vuoi… aveva detto sospirando oramai rassegnato.

-alza le gambe.

L’avevo costretto a sollevare le cosce e con una mano gli avevo stretto i testicoli.

-Questo ti piace eh?

Claudio si era lasciando andare ad una smorfia di dolore impacciata. Mentre glieli stringevo nel pugno, con la lingua, intanto li leccavo, i suo testicoli glabri, erano morbidi e lisci, come se la mia bocca stesse assaggiando la seta. Mi piaceva tenerglieli stretti forte nel palmo, mi donava una sensazione di dominio fisico. Intanto, la rabbia accecante che si era bloccata nella mia coscienza, tanto da farmi comportare come un invasata, ora, mentre mi sfogavo le mie voglie feticiste, si stava attenuando come il vecchio intonaco di un muro che cede facendolo ritornare grezzo. Ormai, non sentivo più la differenza tra rabbia ed eccitazione, per me adesso avevano la stessa consistenza. Avevo solo quella voglia irrefrenabile di leccare ovunque mi andasse. Sotto le coperte faceva sempre più caldo, sudavo come se stessi facendo delle fumenta, ma un irresistibile appetito, come la fame accumulata da giorni, mi aveva spinto a cercare il suo ano. Lo inizio a stuzzicare con il dito, e lui cominciava a piacere, ma di quel piacere di cui si prova vergogna. Godeva, mentre il mio dito medio era entrato dentro il suo culo, e non aveva il coraggio neanche di lasciarsi andare alle smorfie di piacere che riusciva trattenere come se tenesse stretta in pugno una saponetta bagnata. La sua vergogna mi eccitava ancora di più. I miei umori liquidi gocciolavano dalla vagina fino a toccare scivolare sull’ano come una perdita d’acqua in una conduttura fognaria. Ormai avevo perso tutte le mie inibizioni, una sensazione di calore mi era esplosa dentro, partendo dal petto si era dilagata in tutto il corpo fino ad arrivarmi al cervello e a mandarlo in corto circuito…

Allora apro, le sue natiche e ci sprofondo la bocca dentro, infilando tutta lingua nel suo ano. Lo leccavo, senza tregua assetata del suo sapore, in su e in giù, fino a quando il suo sperma, caldo, denso, si era rovesciato a fiotti, sui miei capelli, inzuppandoli completamente...

-Ah, oddio, cazzo… si. Aveva esclamato lui durante il coito.

-Ti è piaciuto, vero!?

-oh, si, cioè è stato strano… non è da te… ma mamma mia….

-neanche da te se è per questo…. Quindi non mi lamenterei tanto..

-hai qualche altra cartuccia in mente da giocarti come questa?

-ci hai preso gusto eh?... l’unica cartuccia rimasta è quella di andare sotto doccia, mi hai riempito i capelli, non si vede? Gli dico indicandogli i ciuffi appiccicati di sperma.

-ok ok, è finita la festa, però è stato, bello… strano ma bello… ne è valsa la pena… se mi dai un minuto ti raggiungo in bagno. Aveva detto in un sospiro, come se infondo sentisse sollevato nel rivedermi tornata alla normalità.

-No, me la faccio da sola, poi ti lavi tu, ti vesti te ne vai casa.

-perché? ti ho fatta arrabbiare? Era solo una doccia, dai…

-Ma no, schiocchino… è che domani devo sbrigare alcune faccende e mi devo alzare presto.

-posso rimanere qui se vuoi, poi domani ti accompagno io…

-Claudio, non insistere, non ho voglia sempre di discutere per tutto…c’è un motivo perché mi organizzo così, ora vado a lavarmi.

Lui mi guardava con i suoi occhioni verdi languidi, sembrava uno di quei personaggi manga quando fanno le vittime e gli occhi gli diventano enormi e luccicanti.

Non avevo nulla contro di lui, ma adesso mi sentivo scarica, avevo bisogno di stare un po’ da sola, come quando si assumono molti zuccheri, la glicemia alta inizialmente infonde molta energia ma nella fase di riequilibrio dei livelli di zuccheri dopo ci si sente privi di forze.

-Claudio, guarda se nel cassetto ci sono ancora mutandine pulite per favore Gli avevo chiesto dentro bagno dopo che lo avevo abbandonato nell’altra stanza.

Dopo aver fatto la doccia, alla fine avevo indossato degli shorts e una magliettina, Claudio mi guardava come un bambino che appena sgridato dai genitori, che non sa chiedere scusa, ma che vorrebbe essere perdonato per il malanno che sa di aver combinato, aspettando che sia il genitore a prenderlo in braccio e ad andare oltre all’accaduto. Ma probabilmente, un giorno, io diventerò una mamma severa, perché non mi stavo piegando al suo vittimismo, ero comunque troppo presa dai pensieri di quel che avrei dovuto affrontare l’indomani.

-Claudio, puoi lavarti a casa? scusa ma ho sonno. Gli avevo dato il colpo di grazia.

-va bene come vuoi, ciao, amore… ti chiamo domani sera?

-certo capellone, a domani- avevo risposto alienandomi da quello che lui aveva intenzione di trasmettermi con il suo atteggiamento un po’ troppo soffocante.

Lo avevo accompagnato alla porta praticamente sbattendolo fuori sotto il suo silenzio di martire.

Mentre insisteva a puntarmi lo sguardo addosso con gl’occhi languidi e fedeli di un dolce cagnolino che non riesce proprio a spiegarsi cosa ha fatto di tanto sbagliato per meritarsi di essere abbandonato per la strada

-A domani- ho concluso

Richiusa la porta, mi ero sentita molto più leggera e quel macroscopico magone che non riuscivo a buttar giù si era dissolto come per magia, Claudio, che non aveva colpe in questa storia si era semplicemente trovato in mezzo al turbine di stati d’animo che mi avevano invaso nell’ultimo periodo, facendomi quasi trascendere dalla persona che sono sempre state per lui. Per non arrivare a ferirlo, avevo preferito allontanarlo. Adesso, la rabbia che viveva dentro il mio organismo da parassita, si stava piano piano indebolendo, come se i miei anticorpi stessero avendo la meglio su questo virus emozionale.

Ero tornata in camera e avevo messo su un po’ di musica elettronica tranquilla. Di notte, la tenevo spesso a basso volume, aveva il potermi di rilassare i miei pensieri. Solo la luce dello schermo del pc illuminava la stanza, mi ero seduta sul divano abbracciando le gambe al petto e mi ero fatta cullare un po’ dalla malinconia che mi era venuta a trovare, dopo tutta la stanchezza emotiva degli ultimi giorni. Così, senza far rumore, mi ero lasciata andare ad un pianto appena accennato, quasi contenuto… dopo lo sfogo silenzioso, mi sono sdraiata sul mio speciale divano soporifero che chiamavo così perché fai in tempo a pensare di appoggiartici che stai già dormendo da un’ora.

Infatti, i miei occhi avevano perfettamente risposto agli effetti collaterali per cui il mio divano ormai godeva di una fama internazionale, e si erano vestiti di un velo di sonno che andava appesantendosi ogni secondo che passava. Adesso, con le gambe racchiuse al petto, avevo assunto la conformazione di un sacco di patate. Il battito del mio cuore si era regolarizzato adeguandosi alle frequenze della musica di sottofondo, e in pochi istanti, sono scivolata in un sonno placido e sereno.

Il display del mio pc segnava le 11 e 34. Mi sono svegliata con i muscoli del collo così tesi che non potevo girarmi neanche di un centimetro. Cerco con la mano la zone che sarebbe dovuta essere l’origine del dolore e mi sono macchiata le dita di sangue. Tutto il cuscino del divano ne era ricoperto, ne dovevo aver perso parecchio. Mi sentivo debole e senza ragionarci troppo, sono andata verso lo specchio del bagno. La mia immagine riflessa era spaventosa, avevo tutto il collo e quasi metà della spalla sinistra imbrattati di rosso. Il mio cuore batteva come se potesse scoppiarmi nel petto da un momento all’altro. La faccia era un disastro, avevo la stessa cera della protagonista di un film horror durante la scena “Madre”. Così, mi sono lavata il viso, strofinandoci il sapone sopra tante di quelle volte che sembrava che mi stessi scancellando la pelle. Il sangue che si era incrostato ora scorreva diluito nel vortice d’acqua che sfociava nello scarico del lavandino. La sua vista mi stava provocando di nuovo la nausea… Non c’era più tempo. Dovevo correre al palazzo di vetro. Dopo essermi lavata avevo indossato un paio di jeans ed un maglione pesante. Non avevo fatto in tempo ad acciuffare al volo anche il cappotto, pronta a catapultarmi fuori, che mio padre mi aveva braccato sul ciglio dalla porta, con la mia ombra che già arrivata alla macchina

-cipolla, dove vai tanto di fretta? Mi avevo chiesto

Papà era evidentemente determinato scambiare quattro chiacchere a tutti i costi, nel momento meno opportuno, anche se era vero che non avevo avuto occasione di vederlo spesso ultimamente.

-papà devo sistemare una faccenda, scusami ma devo andare…

-non fai colazione?

-no grazie.

In quell’istante, avevo realizzato che l’inizio di questa storia era coinciso con quell’episodio in quella mattina in cui i miei genitori mi avevano messo a conoscenza dei problemi economici che avevamo per via della truffa che papà aveva subito, e che io avevo poi brillantemente deciso di risolvere improvvisandomi come fotomodella..

-La mamma, è andata a comprarti un regalo, lo sai che per lei il natale inizia con due mesi di anticipo…. abbondanti. Ma io non ti ho detto nulla, quando fai finta di non sapere niente quando la incontri…

-Va bene….

-ti vedo strana, è come se fossi un po’ assente in questi giorni… c’è qualcosa che non va?

-no, papà, sono solo un po’ di corsa in questo periodo… sai con gli esami e tutto il resto…

-Con Claudio va tutto bene? ieri vi ho sentito discutere… non volevo sbirciare, giuro, ma mi sono alzato per andare in bagno e ho visto che lo mandavi a casa… se vuoi parlarmene, sai che io ci sono sempre… sono cose normali quando si sta insieme, ci sono giorni in cui è difficile sopportarsi, ma se ami un persona dopo tutto passa.

Ovviamente i miei genitori erano del tutto allo scuro delle foto che avevo scattato e delle loro conseguenze. Non mi rendevo conto nemmeno io quanto quel che stava accadendo intorno a me fosse frutto della mia fantasia o di quanto ci fosse in gioco di vero, figuriamoci se mi mettevo a raccontargli una storia a cui non avrebbe potuto credere nessun essere umano, sano di mente. Mi bastava ricordare quel che Elisa mi aveva raccontato riguardo all’episodio in cui dottori avevano diagnosticato a Kelly, di essere un pazza autolesionista… e se quelle accuse l’avevano costretta ad andarsene da qualche parte a risolversi il problema da sola, per non finire ad essere rinchiusa in un ospedale psichiatrico, io a fare quella fine, non ci pensavo neanche.

-Papà stai tranquillo, è un periodo un po’ stressante, tutto qui… ma passerà… con Claudio i soliti alti e bassi, niente di che… avevo risposto con un tono tanto serio che avrebbe convinto anche me di questa banale scusa, detta solo per liberarmi dal suo terzo grado paterno

-senti papone, ti voglio bene, ma devo andare, sono di corsa, ci vediamo dopo dai!

-va bene, ma non affaticarti troppo, non vale la pena ammalarsi per certe cose… aveva concluso come se in un certo senso lui avesse capito…

Il mio I-phone segnava le 12 e 19 alla fine avevo scelto di andare a piedi piuttosto che chiedere la macchina ai miei genitori e dovergliene spiegare il motivo…che io sapessi, lo studio non aveva orari di chiusura pomeridiani. Le strade erano insolitamente deserte. Stavano passando la stessa quantità di automobili che passano su Giove. La giornata era abbastanza calda per essere in autunno, ma priva della presenza del sole. Il cielo era completamente coperto di nuvole, non un raggio di luce, ne uno spazio di cielo azzurro, come se fosse stato colorato da un pennarello grigio nel disegno di un bambino. E tutto le foglie morte, cadute dagl’alberi spogli, non rendevano di certo l’atmosfera più allegra.

Arrivata alla piazza, ero sudata come se un serial killer avesse tentato uccidermi segregandomi in una sauna. Ero vicina al palazzo, e l’ansia stava per fami venire un attacco di cuore. Deambulavo davanti all’ingresso dell’edificio, indecisa se entrare o meno, aspettando un segno divino. La facciata che tanto mi aveva affascinata l’altra volta, con la sua bellezza architettonica adesso, era diventata fatiscente…come se fosse invecchiata senza seguire il corso naturale del tempo… Erano passati solo pochi mesi, eppure, adesso sembrava l’ingresso di un palazzo che aveva perso il vigore dei suoi anni migliori, come se fosse decaduto dopo aver abitato lo splendore delle sue attività più di un secolo fa.

Alla reception era vuota, ed invece, la volta scorsa c’era un gran via vai di persone che sembrava di essere nel centro di New York. Le mie gambe si erano alleggerite come tutte le volte che mi viene una fifa mostruosa. Non volevo entrare, io non sono di certo una ragazza coraggiosa, ma l’alternativa anche ancor meno allettante e questo lo sapevo bene.

-C’è nessuno? Avevo urlato ai mobili malridotti della reception, creando solo un inutile eco.

Poi, come di un difetto della memoria, mi sono ricordata all’improvviso che avevo il numero di telefono dell’ufficio trovato nella bacheca della lavanderia. Cerco nella rubrica e provo a chiamare. la linea staccata. Bene, era giunto il momento di andare all’ospedale psichiatrico perché io, in un posto così spettrale, non ci entravo …

Mentre avevo già davanti ai miei occhi i giorni passati a giocare a forza quattro, nella sala ricreazione, con il mio amico immaginario Danny, tra un orario delle medicine e l’altro, l’ascensore della palazzo si era aperto davanti a me. Era Clarissa, la segretaria dell’Artista.

-Buongiorno Chiara.

-Clarissa, ma che è successo qui?

-ti stavamo aspettando- aveva continuato lei ignorando la mia domanda, come era sua buona abitudine fare…

-almeno l’ accoglienza non è cambiata. Avevo commentato tra me e me.

Era sempre a bordo del suo inseparabile segway, probabilmente ci faceva anche le cene romantiche al mare, sopra quell’affare. Clarissa era vestita esattamente come la prima volta che ci siamo viste. Lo stesso Tailleur blu accecante, e le stesse scarpe corredate. Chissà se si era mai cambiata da allora…

Ero conscia che non avrebbe risposto neanche a mezza domanda, quindi me ne stavo in silenzio e la seguivo mentre mi accompagnava verso l’ufficio dell’Artista. Percorrevamo il lunghissimo corridoio, lei guardava sempre dritta davanti a sé come se avesse il collo ingessato dopo un incidente stradale. Ai lati erano sempre esposte fotografie di cieli, a sinistra quelli immortalati al tramonto e a destra quelli all’alba… Riconoscevo le prime foto, ma dalla quinta o sesta in poi, le raffigurazioni presenti la volta scorsa erano state sostituite con delle altre… dopo alcuni riquadri lasciati in bianco, le immagini successive si facevano gradualmente sempre più raccapriccianti. i primi soggetti erano dei corpi, sospesi su letti di nuvole. Nelle prime due foto si trattava solo di un uomo e una donna distesi. Non sembravano neanche morti, davano più la sensazione che si fossero addormentati, e che non gli fosse concesso di svegliarsi da una forza superiore alla loro volontà e che li teneva incatenati in quel limbo senza una scadenza. Trasmettevano un’inquietudine sottile ma letale, come un ago che penetra sotto pelle.

Clarissa continuava ad avanzare adeguando la velocità del suo dispositivo alla mio passo ma senza mai fermarsi. Anche se ero io a fermarmi, lei proseguiva a passo di formica ma pur sempre avanzando…

Non capivo il suo atteggiamento, a stento mi parlava… Si comportava come se dietro alle sorti del mio incontro con l’Artista, ci fosse qualcosa di nascosto che importasse più a lei che a me….e poi infondo se c’era una persona che doveva avere fretta, quella ero io, non lei…

Adesso, le immagini delle foto raffiguravano corpi che venivano ammassati l’uno su l’altro come succedeva nei campi di guerra quando venivano bruciati i cadaveri dei caduti dopo una lunga giornata di battaglia e di morte. Le foto sembravano essere state esposte per dare proprio l’effetto animato della montagna dei corpi che andava via via ad ingigantirsi. I cadaveri non erano costellati di ferite casuali come succede dopo essere stati colpiti in uno scontro, ma bensì erano cosparsi da tagli precisi e sistematici come se fossero stati eseguiti da un bisturi con l’idea di creare su quei corpi dei disegni macabri che avevano un messaggio oscuro da trasmettere. Nell’ultima foto davanti alla porta dello studio, la montagna di morti era stata disegnata dalla base fino a circa la metà delle sue dimensioni, per dare l’effetto di essere così grande da non poterne scorgere la cima…

Erano immagini agghiaccianti, i miei pensieri si erano congelati di paura.…

“Perché queste foto erano state esposte qui al posto delle altre?

“Mi stavano mettendo in guardia da questo incontro o dovevano solo spaventarmi a morte?”

Perché se era giusta la seconda ipotesi, ci stavano riuscendo alla grande.

-eccoci. Aveva annunciato Clarissa per riportare la mia concentrazione al nostro appuntamento nello studio.

-mi stanno aspettando vero? Gli avevo chiesto rubandogli il tempo della frase.

Le porte si erano aperte davanti a me da sole, spaventandomi al punto di farmela quasi sotto, come se il maggiordomo fosse un entità ectoplasmatica. Poi avevo visto l’Artista dall’altra parte della stanza, agitare il suo fantastico telecomando e allora si che la vescica a ceduto.

-prego. Mi esorta Clarissa ad entrare nella stanza degli orrori.

Lo studio era identico a come lo ricordavo, nessuno cambiamento… oramai è inutile dare una descrizione alla paura e all’ansia che provavo ormai ininterrottamente, si erano trasformate da sensazioni possibili, e variabili a costanti, come in matematica.

-Chiara, sei tornata finalmente. Mi accoglie l’artista, spegnendomi i pensieri.

La mia lingua si era incollata al palato dalla paura, e non riuscivo a scioglierla per rispondere.

-Pensavo che non ce l’avresti fatta, ed invece mi devo ricredere, sei più in gamba di quanto pensassi… vieni pure avanti… è arrivato il momento che tu capisca….

L’Artista aveva premuto di nuovo il testo del suo apparecchio e aveva regolato la luce nella stanza surclassandola ad atmosfera soffusa, quasi romantica.

-Siediti pure, è necessario che tu ti senta a tuo agio, per comprendere le risposte alle domande che ti tormentano. Aveva detto mentre lui stesso si stava sedendo dietro la scrivania.

A piccoli passi mi stavo avvicinando alla scrivania quando Clarissa, entrata nella stanza appena dietro di me, mi aveva superato con il suo segway per raggiungere l’Artista, dietro la sua scrivania. Dopo avermi passato di un paio di metri, la matita che raccoglieva i suoi capelli, era scivolata come se non riuscisse più a sostenerne il peso nel nodo, da lei eseguito scorrettamente La matita era caduta a terra rimbalzando vistosamente come fosse una palla da basket. In quel istante, quando Clarissa si è chinata per afferrare l’oggetto, che uno di quei rimbalzi mi aveva sussurrato tutta la verità.

-ma tu sei…. Tu sei… quella ragaz….

-fermatela! Urla l’artista con dirompente tempismo

L’azione si era sviluppata in una manciata di secondi e per descriverne i particolari, bisogna suddividerla in fotogrammi.

Stavo indietreggiando di pochi passi verso la porta, quando Clarissa, dopo l’avvertimento del suo capo, era scesa dal segway scattando verso di me mosso dallo stesso istinto di un centometrista che sente lo sparo. Di conseguenza, mi sono voltata per scappare ma la porta d’uscita, alle mie spalle era sparita. C’era solo un’altra parete bianca al suo posto, così ho cambiato direzione stavo per andare verso la porta di destra che sulla sua soglia era comparsa la sagoma di un’altra donna.

-Non c’è bisogno di allarmarsi tanto. Prova a far scendere il livello di tensione la nostra new entry con un tono calmo e sicuro da autentica profeta.

-Elisa?

Mi sentivo confusa, non riuscivo più a associare le identità delle persone rispetto ai contesti in cui si avvicendavano a me, ogni volta in diverse prospettive, sempre mutevoli, e che si generavano spontaneamente.

-Kelly, fermati, tanto non andrà da nessuna parte. Aveva ordinato Elisa avanzando con passo lento, elegante ed inesorabile come quello di un ghepardo che sta cacciando.

-Infondo, siamo arrivati all’ultimo scatto, dobbiamo portarla altrove. Sostiene Claudio preparando I-phone per il suo ultimo scatto.

Ero in trappola, dietro di me Kelly mi faceva da muro, e comunque sia adesso, l’opzione della fuga, mi appariva del tutto impraticabile… avevo preso coscienza che ormai che non c’era un alcun posto in cui potersi rifugiare. Elisa aveva un’espressione così soddisfatta… tutto questo faceva parte del suo piano sin dall’inizio e si stava realizzando esattamente come lo aveva desiderato… solo ora mi era chiaro, e non riuscivo neanche a colpevolizzarmi più di tanto… in un inganno così ben architettato, non sarebbe stato possibile a chiunque evitare di cadere nelle sue fitte trame.

Claudio e Kelly, avevano un aspetto tanto diverso che sembrava fossero invecchiati di vent’anni, dopo aver vissuto una vita parallela a quella di cui ero a conoscenza. Nello studio, avevano assunto sembianze e atteggiamenti che fuorviavano totalmente dalla loro natura, ancora una volta. Anche Elisa, adesso sembrava più donna, come se avesse assimilato dieci o quindi anni di vita vissuta nel corso di un sol giorno.

-Claudio, perché mi fai questo? Gli avevo chiesto, con gl’occhi sciolti di lacrime.

-dovevo…

-ma io ti amo…

La mia voce fuoriusciva “rotta”, come se un laccio mi stesse stringendo la gola tagliando a tratti il suo suono che tentavo di emettere.

Lui, ascoltando quella dichiarazione così dolce, che nasceva dalle corde più profonde del mio cuore, era rimasto totalmente indifferente…. ma io ero sicura del suo amore per me, e anche se ci fossimo trovati ai due poli opposti dell’universo, qualsiasi blocco dentro di lui non avrebbe potuto negargli mai i nostri sentimenti. Ero certa che sarebbero riaffiorati nella sua coscienza fino a rendersi identificabili, anche se ci trovavamo in un mondo in cui le nostre identità erano tante lontane da quelle che avevamo coltivato insieme. Lui non avrebbe mai potuto farmi del male, ne ero certa. Non c’era bisogno di reagire.

-Amore, dobbiamo solo ucciderti non avere paura, Solo così possiamo liberarti. Mi aveva sussurrato all’orecchio Kelly, che con una forza fisica straordinaria appartenete solo a uomini che vantano una certa stazza, mi teneva imprigionata stringendomi le braccia dietro la schiena. Al posto delle mani, Kelly, sembrava avesse due tenaglie.

Da una parte sentivo l’amore che provavo per Claudio, dall’altra, Kelly confessava per me, un amore da stolker ,a me, del tutto estraneo.

-Non voglio morire… pregavo senza poter trattenere più le mie lacrime, libere di esprimersi come volevo che potesse essere di nuovo la mia vita.

-non capisco perché sei così tanto attaccata alla vita… mi aveva detto Elisa perplessa

Quella frase aveva risvegliato in me l’istinto di reagire, e una rabbia ceca come un fuoco istantaneo si era accesa dentro di me. Con un spinta di reni, ho colpito di schiena il mento di Kelly, che di conseguenza ha alleggerito la pressione della morsa sui miei polsi, permettendomi di divincolarmi e di sfuggire alla cerchia in cui i tre mi volevano stringere. Ho iniziato a correre verso la porta di destra da cui si era materializzata Elisa ma quando sono giunta alla sua soglia, con la coda dell’occhio ho notato Claudio sollevare il braccio e premere una qualche satanica combinazione di pulsanti sul suo I-phone, che aveva fatto scomparire la porta di fronte a me. Come in un videogioco, la porta si era eclissata dietro la parete bianca come se fosse stata inghiottita.

Le mie gambe, a quel punto, erano crollate e sono caduta in ginocchio come un palazzo bombardato alle sue fondamenta.. Kelly mi aveva raggiunto alle mie spalle e aveva sollevato il mio corpo come un peso morto, sembrava stesse aiutando un disabile ad andare in bagno senza la carrozzella..

-Claudio forza, è ora, non c’è più tempo. aveva detto Elisa alla versione più anziana del mio ragazzo.

-amore, non preoccuparti non ti farà male, poi tornerai ad essere quello che eri veramente. Mi aveva detto Kelly, come se stesse consolando la sua ragazza prima di un intervento chirurgico che sapeva essere impegnativo e doloroso.

Kelly aveva fatto passare le braccia sotto le mie reggendomi a fatica, dalla posizione in cui eravamo sembrava che lei si accingesse a trascinare un cadavere nello scantinato. Elisa, con la sua irrinunciabile compostezza, se ne stava ferma davanti a me, a guardarmi come se stesse analizzando i perversi meccanismi mentali di una ragazza che ha una concezione della vita completamente diversa dalla sua. E Claudio, sempre armato del suo immancabile I-phone-barra-imprigionatore di emozioni-barra-telecomando fotonico-barra-disintegratore di porte, aveva raggiunto Elisa, pronto a svolgere il compito da lei imposto, con tanto di condivisione, tra i due, di un compassionevole atteggiamento di pietà nei miei confronti, a dir poco patetico. Da come si comportavano sembrava pure che stessero insieme, i due piccioncini.

Claudio era passato all’azione e premendo di nuovo un tasto del suo prezioso I-phone che così si era trasformato in una piccola sciabola di ferro antica e arrugginita; dello stesso modello che probabilmente andava in voga tra i pirati, forse dei caraibi, molti secoli fa.

-potevi scegliere un arma un po’ più umana. Gli rimprovera Kelly.

-che differenza c’è, una volta che sarà comunque sparita? Aveva risposto lui

procedi allora- aveva tagliato corto Elisa impaziente di vedermi volatilizzata in una dimensione del quarto tipo.

Claudio ha sistemato la lama in posizione orizzontale, pronto ad affondarmela esattamente in mezzo ai miei occhi.

-un colpo rapido, mi raccomando, non c’è bisogno di farla soffrire ulteriormente.

La paura mi aveva appena fatto inzuppare i pantaloni di pipì nel giro di due secondi netti.

-sorridi pisciona- mi sfotte lui prendendosi gioco dei miei problemi di incontinenza, proprio ingiustificabili se uno ti sta puntando in faccia un I-phone appena trasformato in una sciabola.

Non avevo sentito dolore.

Avevo perso la percezione di ogni cosa accadesse intorno a me.

Solo la lama che squarciava la mia pelle per poi affondarsi nella carne e bucare il mio cranio, aveva fatto rumore in quel silenzio di morte che fluttuava nell’atmosfera in questo momento.

Come se stessi vivendo un’esperienza trascendentale, vedevo il mio corpo gettato a terra come un sacco della spazzatura, in una pozza di sangue denso e nero come l’oscurità dell’anima. Ero senza vita, e tutta una vita di pensieri, azioni e sentimenti si era dissolta in un istante, in un affondo, in un gesto di altre persone che aveva deciso semplicemente di uccidermi. I tre avevano abbandonato la stanza, senza commenti, senza gesti di panico o di rimorso. Senza premura di nascondere il corpo e le tracce del mio omicidio. L’unica a dispiacersi era stata Kelly, la cui unica reazione emotiva si era limitata ad asciugarsi una timida lacrima, del tutto fuori luogo, per quel che aveva contribuito a farmi.

Seguendo la fonte di un luce bianca si era materializzata davanti a me, insieme ai rintocchi pesanti di quello che dev’esser stato un enorme orologio che non mi era dato vedere ma avevo già sentivo risuonare altrove, il mio spirito si era dissolto come l’acqua trasformata in vapore… e quella luce, con la stessa intensità che gli aveva permesso di oltrepassare interi universi, stava irradiando tutto lo studio finendo per assimilare anch’esso, e ponendo fine all’esistenza mia e del palazzo di vetro...

IL FINALE

-aph, aph- erano le sillabe di quel suono che annaspava la mia bocca dopo essere riemersa dall’acqua.

Respiravo voracemente, spalancandola il più possibile, in modo da far entrare nei polmoni più aria che potevo. Li sentivo bruciare, mentre si gonfiavano troppo velocemente nel petto, in uno sforzo poco naturale della loro elasticità.

Non vedevo niente, le forme erano appannate, come se i cristallini dentro i miei occhi fossero stati macchiati da un’impronta digitale….

-ueh, eh… il mio respiro rallentava e si allargava ricordando una fisarmonica che si apre per dare voce ad un accordo basso… ma almeno si stava regolarizzando…

-oh, sei sveglia…. Kelly corri! Chiara è riemersa… Aveva detto la sagoma distorta di un uomo, la cui voce mi era familiare, nonostante mi arrivasse ai timpani come chiusa tra due palmi.

Ero completamente nuda, i capezzoli si erano induriti al punto, che se li sfioravo con le dita rischiavo di pungermi. La mia vagina oscillava nel limite tra acqua e aria, assecondando il galleggiamento del bacino. Da questa prospettiva sembrava piccola isola che emergeva soltanto per via di una marea instabile. Non sentivo freddo, la temperatura dell’acqua era perfettamente tiepida.

Ero immersa dentro una vasca da bagno.

-Stai bene?- mi aveva chiesto il ragazzo che si era inginocchiato, vicino a me, per accarezzarmi i capelli.

-meglio… ero riuscita a dire solo dopo aver ripreso fiato…

-Kelly sta arrivando, sta registrando dei dati nell’altra stanza… mi aveva aggiornato… giusto per rendermi partecipe di quel che accadeva.

-va bene… ma che è successo?

-aspetta qualche secondo! Dai modo alla tua mente di rilassarsi, si sarà sicuramente affaticata. Mi aveva interrotto lui, come se trovasse fondamentale che mi adeguassi al nuovo ambiente in cui mi ero risvegliata.

-Vado di là a vedere se è tutto a posto e poi torniamo, tranquilla… stava continuando ad insistere, con rassicurazioni che lasciavano presagire tutto tranne che tranquillità…

Poi, lui si eclissa dietro corridoio oltre la porta.

Ero stanca, ma più che fisicamente, direi proprio emotivamente. Mi sentivo spossata come se un alieno mi avesse risucchiato la forza di reagire agli stimoli esterni.

La stanza era poco illuminata, non vedevo molto di quello che avevo intorno, ma era certo che non mi trovavo in un bagno. La luce blu tenue dello schermo di un pc era l’unica ed insufficiente fonte d’illuminazione. Sulla mia sinistra, c’era un letto ad una piazza come dire… disfatto, anche se dal rotolo di coperte e lenzuoli che lo abitava, probabilmente non era mai stato messo in ordine.

Molto lentamente, mentre il tempo scorreva, senza che avessi idea della misura che portava con sé, stavo riacquistando la percezione dei sensi.

-Ha funzionato! Irrompe una ragazza bionda entrando nella stanza, mentre dava dei morsi ad un sandwich di quelli confezionati.

-pare di si, ma dobbiamo comunque verificarlo con lei...

-ehi, cucciola come stai?… mi viene a domandare la ragazza mentre si china su di me e baciandomi sulle labbra, fa scivolare anche la punta della lingua nella mia bocca.

-ti senti meglio? Mi sa che ci vorrà un po’, ma non aver paura… abbi pazienza ancora qualche minuto e poi potrai uscire dalla vasca…

Non capivo proprio il nesso tra le loro rassicurazioni e la mia condizione: non mi pareva di essere monitorata da nessuno tipo di strumento, eppure stavano raccogliendo dei dati su di me. Non riuscivo a intuire né l’oggetto della loro ricerca ma neanche la base su cui stavano operando.

Avrei voluto protestare… Ma la mia sensazione di confusione, sporcata da quell’atmosfera assurda e surreale che aleggiava intorno a me, mi stava intossicando. A stento, avevo la forza di formulare i pensieri, non sarei stata in grado di fare molto con le parole. Il desiderio di oppormi al fatto che mi trovassi nuda in una vasca bagno, al centro di una camera da letto, davanti a due persone che si comportavano come se mi conoscessero da sempre, ma che a me parevano poco più che due estranei, era forte, ma non avevo l’energia necessaria neanche per alzarmi in piedi.

Si stavano sovrapponendo nella mia testa un’infinità di domande, che erano più che lecite, e avrei proprio voluto vomitargliele tutte addosso, a quei due… ma il mio corpo e la mia mente adesso, erano diventati, più una prigione che un’arma di cui avessi il controllo…

-tra poco saremo in collegamento con la nostra Cliente, a quel punto, avrai modo di ricordare… aveva detto il ragazzo interrompendo il flusso dei miei pensieri.

La parola cliente aveva scatenato una serie di Flashback davanti ai miei occhi, come se avessi sniffato uno di quei profumi che provocano illuminazioni nel settore della memoria.

-Quale cliente?

-tempo al tempo Chiara… tempo al tempo… mi aveva risposto il ragazzo, cercando qualcosa tra le varie cianfrusaglie sparate, e poi abbandonate, sulla scrivania.

Dopo aver preso una cartelletta rigida e una penna, il ragazzo si era seduto su una poltrona di pelle sgualcita, che sembrava avere più o meno la sua età. Anche Kelly si era accomodata accanto a lui, però, su una sedie pieghevole e scomoda, come se personificassero un scienziato e la sua fedele assistente che collaborano da anni in situazioni precarie, in una commedia buffa.

-allora Chiara, ti farò alcune domande. Le prime sono semplici, e riguardano alcune cose di te che sono personali. Ci dovrai solo confermare alcuni dati con un semplice si o un no… vogliamo capire fino a che punto hai recuperato lucidità. Per tranquillizzarti, ti dico fin da subito, che non abbiamo eseguito nessun intervento su di te, sei stata solo…. Come posso definirlo? Aveva chiesto alla sua assistente in cerca del termine più esatto, come se ci tenesse ad esprimersi sempre nel modo più preciso.

-Seguita?

-eh no

-monitorata?

-neanche

-controllata?!

-ci siamo quasi…

-e che palle, va bene!?

-kelly! Dai… Non essere scurrile… stavo solo cercando di descrivere al meglio lo scopo del nostro lavoro…. Ma torniamo a noi… aveva concluso la diatriba con la sua partner dopo averla brontolata.

Avevano iniziato il questionario facendomi alcune domande brevi e generiche sui miei dati anagrafici.

-tu sai chi siamo? ….cioè… ti ricordi di noi? Aveva chiesto quel ragazzo, e il tono della sua voce, collegato ad un riflesso che aveva appena illuminato una parte dei suoi capelli riccioli, aveva improvvisamente assunto un significato emotivo, troppo grande per me, per assimilarlo in un colpo solo.

-tu sei Claudio… il mio ragazzo… e tu invece sei Kelly, la sua assistente…

-è così che ci vedi? O che almeno ci hai visto?

-si penso di si… credo… forse, non lo so… rispondo con la mia sicurezza distrutta dal suo modo di insinuare in me, il dubbio, con la sua irruenza nel chiedere conferme.

Poi, un flash della mente, rapido e immediato come quello che è generato da una scarica elettromagnetica, aveva proiettato nella mia memoria un immagine di pochi secondi, dello stesso ragazzo con una spada arrugginita, che si stava avvicinando a me, con intenzioni decisamente losche.

-voi volete farmi del male? Avevo chiesto scossa da un brivido di allerta, sussultando dall’acqua, come se l’effetto di un sedativo fosse appena svanito, ed ora, essere nuda in una vasca d’acqua, davanti a questi due, mi terrorizzava…

-che ci faccio qui? Avevo chiesto a me stessa, ma senza volerlo, per colpa di un difetto cognitivo, non avevo trattenuto il pensiero chiuso nella mia mente, pronunciando le parole ad alta voce, che i due ricercatori avevano perfettamente sentito…

-Niente Chiara, rilassati… non devi avere paura di noi. Stiamo solo cercando di capire cosa ti è successo… siamo consapevoli del fatto che potresti non ricordare molto, o che forse, ad essere onesti, è più facile che nella tua coscienza… ecco… diciamo… che la realtà può aver assunto connotazioni un po’ distorte… o quanto meno un po’ confuse… Anzi, le definirei più… “piegate” ecco… si… per essere precisi… aveva espresso sincopatamente Claudio nella difficoltà di chi sta cercando di incanalare un concetto molto astratto, in una dimensione concreta…

-prova a pensare ad un televisore di quelli a tubo catodico che avrai avuto in casa quando eri bambina… Ti sarà capitato a volte di vedere il segnale dell’antenna che veniva disturbato da alcune interferenze esterne, quando lo schermo si riempie di quei pallini grigi e neri… hai presente?

-si, ho presente. Avevo detto coprendomi d’istinto i seni con l’avambraccio ma lasciando completamente scoperta la vagina, come se quella non avesse importanza.

-ecco… in questo momento, in questo viaggio di “ritorno”, per così dire, è possibile che nella tua memoria il segnale sia ancora un po’ disturbato, ma dovrebbe essere un effetto collaterale momentaneo. Ecco perché ti appare davanti ancora agl’occhi quella spada arrugginita.

-e tu come fai a saperlo?

Poi due immagini sovrapposte come se due video proiettati in un solo schermo e bloccati in fermo immagine, sono affiorate davanti ai miei occhi. La prima sembra essere l’inquadratura di un locale, piccolo, con una decina di tavoli sulla sinistra e un bancone sulla destra. Si poteva intravedere anche la sagoma di una donna che sta alla cassa ed un piccolo cartello stampato con su scritto, che non veniva effettuato il servizio ai tavoli. Questa immagine, lentamente sfuma, lasciando spazio a quella dell’altro video, di cui si acuiscono i contorni e adesso, in primo piano, potevo vedere due mani che si stringevano… due mani femminili credo…. E poi ancora, un istante dopo, il mio viso e quello di Kelly… siamo noi che camminiamo in posto che però non mi pare di conoscere… Sembra un parco. L’espressione malinconica di Kelly, i suoi occhi che puntano la strada davanti ai piedi, e la nostra avanzata lenta, davano la sensazione che stavamo percorrendo dei passi senza metà… utili solo per favorire una riflessione…. Avevamo proprio l’aria di chi stava affrontando un argomento poco felice.

-dimmi che ci faccio qui nuda davanti a voi? Me ne voglio andare… avevo detto provando ad alzarmi… Punto le braccia ai bordi della vasca e posiziono le punte dei piedi unite…. Poi, raccolte le ginocchia al petto, provo a sollevarmi, ma a metà del movimento le mie forze cedono, come per un’assenza di elettricità… e scivolo sul fondo della vasca, liscio come se fosse appena stato cosparso d’olio. Una buona quantità d’acqua era fuori uscita dai bordi ed e si era rovesciata in terra ma Kelly, con uno scatto pronto, mi aveva afferrato per la pancia, impedendomi di immergere la testa sott’acqua.

-sei ancora troppo debole Chiara…. non ce la farai ad alzarti, ma se ti può far sentire più tranquilla posso dirti che sei stata tu a offrirti per aiutarmi nel progetto. L’idea di immergerti nella vasca è stata tua…

-Si come no… ed io ci credo, certo…. ma prima dimmi una cosa…chi cazzo sei te?!

-se te lo rivelassi così su due piedi non mi crederesti… e forse ti spaventerei anche, nella tua coscienza potrei aver assunto ogni tipo di ruolo all’interno dello spettro di relazioni che avrei potuto allacciare con te… potrei esser stato anche il tuo peggior nemico, per esempio…

Noi abbiamo monitorato e controllato tutto quello che hai passato negli ultimi due giorni e mezzo, e anche se non ci è stato possibile vedere esattamente tutte “le scenografie degli eventi” in ogni loro particolare, abbiamo studiato accuratamente i contenuti delle emozioni che quei posti ti hanno trasmesso… si sa che ci sono dei luoghi… o forse è meglio dire… degl’angoli dell’inconscio, che sono ancora inaccessibili alla nostra coscienza stessa… quindi è giusto ammettere che non siamo riusciti ad esplorarli tutti… non in tutti i suoi parametri possibili…. Quando ci muoviamo dentro certi livelli di profondità dell’animo umano, bisogna essere molto prudenti. Devi sapere che pur condividendo lo stesso universo, ci sono dei settori del nostro io, che sono comunque separati da alcune energie… anche appena percettibili ma pur sempre dominanti, che se vengono sconquassate e trattate indelicatamente, può accadere, quello che tu hai vissuto dentro di te fin ora… ovvero; confusione, snaturamento e capovolgimenti di ogni genere… dalla percezione del tempo, passando per sensazioni fisiche ed emotive, per concludere con il concetto di spazio….

-… io non capisco come ho fatto a finire dentro questa specie di esperimento…. Voglio solo che mi spieghi questo. Non mi interessano le tue spiegazioni psico-universal-scientifico-pazzoidi… molto gentile ….grazie.

Un silenzio leggero come una coperta di lino che avvolge le spalle più per un gesto di dolcezza che per riparare dal freddo, aveva avvolto il nostro dialogo di pensieri introversi.

-però questo discorso dei due giorni e mezzo, l’ho già sentito… riprendo la questione.

-ci siamo quasi, vedi… questa è la riprova perfetta di quel che ti sto spiegando… le prime intuizioni stanno già affiorando in superficie, non è così?

-bè… mi ricordo che… che sono uscita una sorta di palazzo… era fatto di vetro….

-Uhm uhm vai avanti… chiede lui chiudendosi in un silenzio veramente incuriosito.

-…. ho chiesto ad una ragazza che era lì con me, che ora si era fatta, e lei mi ha risposto che avevamo passato in quel posto due giorni e mezzo… eppure a me sembrava non essere trascorsa più di mezza giornata.

-Chiara, ripeterò l’esempio che ci siamo già fatti qualche settimana fa per spiegare tutto questo. Tutti sanno che nell’universo, oltre l’atmosfera terrestre, il tempo e lo spazio sono soggette a misurazioni e ad interpretazioni molto diverse da quelle che conosciamo noi, sul nostro pianeta… e fin qui, è tutto molto semplice… è una prefazione assai banale, ma che serve tenere a mente, se immagini che pure dentro di noi, esiste un universo che ha delle similitudini molto profonde con quello reale in cui viviamo. È Uno spazio infinito quello a cui possiamo dare il nome di “Coscienza”. È una dimensione senza materia ed in espansione proprio come l’universo appunto, e comprende anche quegli angoli inaccessibili che stavo menzionando prima, e già questo dovrebbe permetterti di capire bene, i motivi del viaggio che abbiamo voluto compiere. Devi proprio creare questa assonanza e tenerla stretta stretta a mente, se vuoi comprendere la difficoltà a cui siamo andati in contro, quando abbiamo deciso di intraprendere questo studio... Prova a pensare a tutti quei film dove gli astronauti partono per esplorare lo spazio, vedi, noi abbiamo fatto una cosa simile per tentare di comprendere la struttura della coscienza, e questo è stato il nostro “Space shuttle”- aveva concluso lui mostrando dal palmo della sua mano un piccolo telecomando nero.

-questo oggetto… è una sorta di I-phone… mi ricordo un uomo che mi ha fatto delle foto con questo affare, pochi giorni fa….

-esattamente… un I-phone che ho costruito io, anzi se devo essere onesto, che ho inventato io… anche grazie alla tua partecipazione…

-io…? Ma che dici?

-ora ti spiego… come ti stavo dicendo prima, tu potresti avere qualsiasi tipo di ricordo di me, anche il più negativo, ma non è detto che sia quello giusto, è possibile che smuovendo certi equilibri la tua coscienza, per difesa, o per difetto, abbia ricreato un mondo misto di ricordi ed illusioni, dove alcuni soggetti o oggetti, ti si possono essere presentati con una natura diversa a quella che nella realtà gli appartiene… in altre parole, alcuni ricordi possono essere stati falsati da alcuni “scherzi dell’immaginazione” se li vogliamo definire così…. E se me lo permetti, adesso, è il momento giusto per rivelarti la mia identità…. Sempre che tu ti senta pronta…

-te lo chiedo da un’ora… mai stata più in forma…

-io mi chiamo Claudio.

-tu sei Claudio vero? Il suono delle nostre frasi si era sovrapposto come tracce audio di due strumenti diversi che in una registrazione finiranno insieme, per comporre una canzone.

-….e a questo ci ero arrivata da sola… ricordo di aver sognato che io e te stavamo insieme… ti prego non dirmi che è così anche nella realtà? Lo provoco più per divertimento che per autentico e probabile disgusto…

-sei molto carina, grazie… vedo che i viaggi interspaziali nella tua coscienza, ti hanno resa più affabile…

-scherzavo dai… non te la prendere… mamma mia…. ma come siete permalosi voi “inventori”!…. La butto lì come se ne conoscessi una stuoia…

-se ti può far stare serena….non stiamo più insieme… mi risponde evitando le mie scuse come un cantante pop melodico che evita bottigliette in faccia in un festival di musica metal.

-quindi tra noi… insomma, abbiamo mai quagliato?

-quagliato?! Nella tua coscienza hai anche incontrato un rap-skater che ti ha insegnato il suo linguaggio ribelle?.. quagliato…. Ripete lui scuotendo la testa senza farsene una ragione per quella sconcertante parola presa da un malefico vocabolario satanico-giovanile…

-si dai non farla lunga,…. siamo stati insieme o no?

-si, ed in questo momento sono felice di parlarne al passato…

-mmm come sei pesante! Guarda che sono io quella che si trova nuda in una vasca a farmi imperversare dall’interrogatorio da due persone che ricordo a mala pena di conoscere ….

Un silenzio allo stesso livello della sfumatura più sciocca dell’orgoglio, ci aveva relegato stare fermi sulle proprie posizioni, senza aiutarci nella reciproca comprensione, che invece è sempre necessaria per andare d’accordo…

-stavamo insieme fino a tre anni fa, ma posso dire con affetto che siamo rimasti ottimi amici…

Lo squillo classico di un telefono aveva illuminato il telecomando nero, che senza essere toccato, aveva assunto la forma di un I-phone-comunissimo-telefono cellulare.

-è lei. Si era allarmato lui rivolgendosi alla sua assistente.

Premendo un tasto del telefono aveva dato luce a una parte della parete sulla mia sinistra, come se il telefono si fosse trasformato in un proiettore. Pochi secondi dopo, l’immagine tridimensionale di una ragazza si era materializzata olograficamente accanto a me.

-ma tu sei…

-ciao Chiara, vedo che ti sei svegliata… come procede il recupero dei dati? Aveva chiesto lei a Claudio e Kelly.

-Bene, ma non siamo ancora arrivati al punto di rottura…

-parlate come se non ci fossi? A che punto di rottura dovremmo arrivare?! Avevo chiesto

-calma Chiara, tempo al tempo…. aveva risposto l’olografia di Elisa che probabilmente aveva l’abitudine di usare le stesse espressioni dei suoi collaboratori.

-stavo tentando di spiegarle i meccanismi principali che hanno funzionato da catalizzatori per arrivare ad esplorare la sua coscienza… ma è ancora spaventata, anche non ha perso la sua ironia tagliente… e questo è un bene… mi ha appena sferrato un fendente Claudio usando la mia stessa arma…

-D'altronde i suoi ricordi si possono essere collisi completamente con le illusioni… sai bene che li dentro basta un piccolo elemento di disturbo per generare una reazione di questo tipo. Aveva ripreso ad esporre Claudio il sunto nella nostra chiacchierata all’olografia di Elisa, nel loro personalissimo briefing virtuale…

L’ectoplasma di Elisa si era limitato a rispondere con un silenzio da buon ascoltatore.

-mi dite che senso ha questa vasca? C’è qualcun altro che deve entrare e vedermi nuda? Magari ordiniamo delle pizze e facciamo entrare anche il ragazzo delle consegne? Li ho provocati un po’ dato che iniziavo a sentirmi esclusa…

-l’acqua è un perfetto trasmettitore per le emozioni. Se tenuta alla giusta temperatura, permette al corpo di rilassare le sensazioni aprendo così nella mente un fluire maggiore di pensieri, ricordi ecc….. Questa è una delle variazioni al progetto iniziale che ci hai suggerito tu, proponendoci d’istallare una vasca al centro della stanza appena due settimane fa…. Era intervenuta Kelly come se mi stesse invitato con modi spietati a non lamentarmi più.

-in pratica, non mi ricordo nulla ma sono io che ho condotto gli studi?!

-condurli, non esageriamo… però devo ammettere che l’idea di quest’apparecchio l’abbiamo avuta insieme…. Stavamo mangiando un hamburger in quel posto, come si chiamava? Chiede lui a Kelly.

-Deliburgher.

-ah esatto… forse non te lo ricordi ma io sono laureato in ingegneria meccanica con specializzazione in tecnologie informatiche… si definisce lui tanto per farsi bello…

-tu in Neuroscienze…. Aggiunge migliorando la situazione…

-l’idea è nata in una delle nostre interminabili discussioni su i punti comuni tra che si potevano individuare nei metodi con cui portavamo avanti i nostri progetti individuale… quel groviglio di connessioni che interagiscono nel nostro cervello, tanto simili e paragonabili ai circuiti dei più potenti processori, rappresentava per noi anche l’insieme di possibilità con cui si poteva creare una via di accesso per la conoscenza dell’essere umano, sintetizzando un metodo per districare quel groviglio e analizzarlo fino a riprodurne il funzionamento…. Passavamo il tempo anche ad adeguare soluzioni in un campo, utilizzando gli strumenti dell’altro, finché per caso, come sempre accade per le invenzioni, sperimentando tutt’altro, abbiamo scoperto che attraverso l’esposizione di un soggetto alla giusta quantità di raggi X era possibile, non solo localizzare, ma anche accedere a tutto il mondo della coscienza fino alle soglie dell’inconscio.

-….Non ricordo nemmeno cosa stessimo cercando nel precedente esperimento, so solo che stavamo utilizzando delle diverse variazioni di intensità di luce,, per misurare come l’occhio umano reagiva a frequenze che passassero da una lunghezza all’altra, quando ci siamo accorti che in uno di questi sbalzi era possibile interagire con le sensazioni che l’individuo stava provando… quella quantità di “luce” proiettata nell’occhio, ci mostrava attraverso ai colori riflessi nell’iride, le precise emozioni che l’uomo stava sentendo… ovviamente abbiamo dovuto decifrare il linguaggio dei colori per dargli un nome… e la conferma di tutto ciò non era altro che chiedere al nostro paziente se era effettivamente vero quello che stava sentendo… le risposte esaurienti che ci ha fornito, sono state molto utili a dimostrarci che i dati che avevamo raccolto corrispondevano perfettamente alle sue descrizioni… partendo da quel punto, abbiamo tentato di ricreare ovviamente anche il procedimento inverso, cioè che partendo da alcune sensazioni provate successivamente dai nostri volontari, siamo andati a trovare la giusta lunghezza di spettro magnetico corrispondente che poteva “descriverla”… una volta fatte le sperimentazioni, ci è stato possibile attraverso le emozioni principali, ma solo quelle autentiche per almeno il novanta percento, scorgere la porta di accesso alla coscienza, con cui successivamente è stato possibile anche poterci interagire direttamente… aveva spiegato chirurgicamente e in maniera spicciola una materia che aveva richiesto evidentemente anni di studio e lavoro

-Nessuno sa esattamente cos’è e cosa c’è in quella parte del nostro cervello che ci fa credere di possedere “un cuore” o “un’anima”… detto in gergo di uso comune. Come non conosciamo esattamente i meccanismi che creano la vita sui pianeti, o la formazione delle stelle. Certo, qualcosa è stato intuito, studiato e classificato ma non descritto, provato e definito…. Non con esattezza scientifica. Ma se vogliamo, adesso, siamo in grado di dargli almeno una rappresentazione… ti faccio un esempio…. hai presente la stanza dello spirito e del tempo in Dragon Ball?

Non avevo presente ma avevo risposto comunque di sì, sapendo che avrebbe finito per spiegarmi di cosa si trattasse.

-quella specie di mare bianco dove si allenano Goku e gl’altri dove si genera di tutto dal nulla (fuoco ghiaccio, montagne a caso…), senza nessun processo scientifico reale?… continua Claudio con il sorriso stampato sulle labbra utilizzando quei riferimenti per ripercorrere da solo quel dolce periodo della sua infanzia…

-Nulla eh? Aveva insistito dopo il mio perpetuo silenzio.

-no

-va bene…cambiamo esempio… tutti sanno che l’universo è in espansione, quindi sappiamo anche, per contrapposizione, che esiste uno spazio infinito che possiamo definire “niente” dove l’universo “ancora non c’è” ma che ci sarà solo e se si formeranno quei fenomeni chimici e fisici che portano alla creazione dell’universo stesso…. Ok? Bene… Noi abbiamo solo questa informazione e poco più a riguardo, ma non ci è dato sapere come e quando si espanderà ma, concentriamoci su questa premessa, perché il punto che ci interessa e che è fondamentale è che la coscienza, secondo i nostri studi, ha gli stessi meccanismi di funzionamento dell’ universo, al suo interno… dentro di noi, possiamo immaginare, che ci abitino emozioni, ricordi, illusioni… e che tutto nasca lì proprio come le stelle e i pianeti, più cose sentiamo, viviamo e assimiliamo, e più il nostro universo si arricchisce e si espande… in certi casi, ed in certe eccezioni, la materia e i gas che generano interi pianeti possono dar vita a delle tutta una serie di anomalie, in quello che possiamo considerare il normale processo di creazione ( di una stella “per esempio”) e venire a formarsi tutto un mondo di avvenimenti e di creazioni “diverse dal possibile”… ed è quella che noi consideriamo nel mondo delle emozioni “la confusione” o ancor meglio “le emozioni contrastanti”…. È il compito principale della nostra mente, quello di riuscire a far in modo che quelle anomalie possano manifestarsi nel minor numero possibile, o che si vi possa generare da esse, qualcosa di utile, analizzandole dividendole e permettendo loro di esistere come entità separate e ben classificate da quelle nate “bene”….

-Amore, non abbiamo fatto altro che seminare in te delle emozioni, che hanno preso la forma che il tuo inconscio gli ha dato successivamente. Come se tu avessi iniziato a scrivere la sceneggiatura di un film, sapendo solo i sentimenti che volevi provare e quelli che volevi suscitare negli spettatori. Nessun altra informazione… Era intervenuta Kelly come se la sua pazienza di ascoltare le roboanti spiegazioni di Claudio si stesse esaurendo.

-mi hai baciato…mi hai chiamato amore…. Ma noi…? Gli stavo per chiedere realizzando solo ora che non avevo esercitato nessuna opposizione alle sue effusioni.

Kelly stava per dare il suo assenso alla mia deduzione come se l’avessi espressa lo stesso, ma Claudio non era d’accordo, per lui, non era ancora il momento e così l’aveva interrotta appoggiando una mano sulle sue gambe.

-Non ancora, lo sai.

-scusa, mi sono lasciata prendere.

-va bene, non ti preoccupare. Vedi Chiara… aveva ripreso verso di me come se dovesse finire di tenere la sua lezione prima di poter procedere oltre.

-Abbiamo analizzato e sperimentato insieme tutte le condizioni necessarie a creare i presupposti per accedere alla coscienza.

-questo l’ho capito, ma quello che non mi torna è il motivo… Perché abbiamo fatto tutto ciò? e perché su di me!…. non credo di essere stata d’accordo di essere io il soggetto su cui sperimentare tutto questo… avevo contrattaccato mentre girandomi intorno, per quella stanza senza luce, ma dall’atmosfera quieta, le parole mi erano tornate alle orecchie svuotate del loro senso, come se un attimo dopo averle dette, mi fossi accorta di aver parlato senza crederci sul serio…

-lo hai deciso per le solite ragioni che spingono gli scienziati a rincorrere le loro scoperte. Si parte dalla soddisfazione personale, passando a desiderare la fama e per arrivare, infine, a guadagnarci soldi.

-ho offerto ben cinque milioni di euro per quell’I-phone. interviene l’olografia di Elisa.

-Sono state impiegate troppe risorse affinché il soggetto degli studi non fosse solo un alcolizzato, che non concepisce il significato del verbo “lavorare”, e che si prestasse solo per racimolare i soldi per la prossima scorta vino scadente, per superare l’inverno. Aveva aggiunto incattivita dalla mia resistenza come se quell’aggressività verbale fosse voluta per dimostrare la sua capacità di reagire violentemente..

-Ecco svelata anche la sua identità… esclama Claudio

-e anche la sua personalità… avevo aggiunto

-Devi sapere che Elisa è figlia uno sceicco molto ricco…. Molto ricco….Molto molto ricco…. Esagera lui

-quindi… ricco insomma!?

-brava, lo stavo per dire io… mi risponde, rieseguendo a mena dito il modus operandi della mia ironia…

-E quando abbiamo rivelato il contenuto degli esperimenti che stavamo conducendo, al centro Scientifico di Milano, per accedere alle risorse finanziarie di cui necessitavamo, due giorni dopo, questa ragazza ha bussato alla mia porta. A quella porta. Aveva detto lui indicando l’ingresso di casa.

-Persone potenti… mi aveva sussurrato Kelly ma l’olografia di Elisa ascoltando aveva rigirato gl’occhi al cielo, come se la presenza della ragazza la scocciasse parecchio.

La conversazione si ferma come un autobus che inchioda per non investire un pedone quando un paio di gocce di sangue avevano sporcato l’acqua nella vasca. Istintivamente, ho toccato l’orecchio sinistro e da sotto il lobo si era aperta una ferita, come se che mi fossi tagliata con un coltello…

-sta cominciando ad uscirmi del sangue… avevo balbettato come se fosse il banale pretesto per utilizzare un cerotto, ma quelle che all’inizio erano poche gocce, in una manciata di secondi era diventate già, un filo che scorreva copiosamente.

-il tempo è scaduto… ha sentenziato Claudio con lo sguardo sullo specchio d’acqua che si sporcava sempre più di rosso.

-Che significa?! aiutatemi! Avevo cominciato ad urlare mentre l’acqua della vasca aveva assunto un color rosso trasparente, perché, senza accorgermene, era dalle dita delle mani, il punto da cui perdevo più sangue.

Il suono di una sirena, come quello degli allarmi che si usano nelle caserme dei pompieri, per avvisarli che è in corso un emergenza, stava bombando le nostre orecchie, creando quasi delle crepe nei muri della stanza, tanto che il volume era alto…

-Che su… che diavolo succede ora? Avevo chiesto dovendo sforzare la voce al massimo per farmi sentire.

-È il momento di agire. Il punto di rottura…. Ci siamo! ha urlato Claudio verso di me a sua volta…

L’olografia di Elisa stava dando il suo cenno di assenso muovendo la testa di pochi centimetri verso il basso. Lei era ben consapevole di quel che sarebbe successo.

-non lo permetterò, io la amo! cercava di opporsi Kelly alzandosi di scatto dalla sedia

-ma… ma non possiamo farci niente… insiste Claudio con le mani in mano

I rintocchi pesanti, come pietre secolari mai smosse, risuonavano sotto il rumore della sirena, riempiendo l’atmosfera di pericolose vibrazioni…

L’I-phone si era illuminato di una luce verde fluorescente, ed in pochi gesti aveva assunto la forma sottile di una foglia di cristallo.

All’interno del suo riflesso, erano inquadrate due persone che sembravano abbracciarsi come se non volessero essere separate mai più… l’i-phone aveva assunto la funzione di un monitor, che ci stava rivelando un pezzo di come scorreva la vita in mondo separato da questo, da molte galassie.

-Mi dispiace Chiara, ma il tuo tempo è davvero finito…

Tutto in un secondo mi era tornato alla mente, ora ricordavo, ora sapevo… ed un piccolo sorriso beffato si era disegnato tra le mie guance…

Kelly si era tolta il camice, il golf e il reggiseno con un movimento unico, fluido, da commedia a luci rosse, lasciando liberi i suoi seni al vento.

-Che diavolo stai facendo? L’ammonisce di nuovo Claudio

-se va via lei…. me ne vado via anche io-

-ma non dire eresie, non è detto che finiate nello stesso luogo, e lo sai bene.

-questo lo vedremo, quello che so è che io non voglio vivere senza di lei…

Le loro voci mentre discutevano arrivavano alle mie orecchie soffocate, come se qualcuno stesse premendo un cuscino sulla bocca ad entrambi.

-Non farlo! gli avevo gridato ma Kelly si era spogliata completamente e senza pensarci due volte, si era tuffata sopra di me, dentro la vasca, eseguendo un tuffo ellittico di splendida fattura; come un pesce che riemerge da un onda, vola in aria e viene immortalato da bellissimo tramonto alle sue spalle, per poi rientrare nel mare.

La sirena aveva smesso di risuonare e dopo l’ultimo eco dell’ultimo rintocco dell’orologio, la stanza in cui siamo comincia a tremare…. Fili di polvere e pezzi di muro cadono dagl’angoli delle pareti. Il soffitto si riempie di crepe che assomigliano a serpenti che si strisciano veloci sulla sabbia rovente del deserto… la stanza si stava sgretolando, spogliandosi del suo guscio interno di cemento, dai cui fori, provocati dall’implosione imminente, specchi di luce prendevano spazio, portandoci sulla via di una dimensione ignota. Sulla angolo sinistro dell’I-phone di cristallo, si intravedeva l’obiettivo, da cui un secondo dopo si era sprigionata una luce simile a quella che veniva dalle pareti, solo più compatta, di un’intensità quasi surreale, che ci aveva abbracciato, anzi, letteralmente invaso, portandoci poi via con sé… trasformando le nostre lacrime, la nostra paura e infine, il nostro amore, in qualcosa che aveva assunto una consistenza tanto leggera da mischiarsi con l’aria… per volare in alto, fino a toccare i colori, ed abbracciare i confini del cielo… diventando solo un altro piccolo ricordo, custodito gelosamente dalla memoria del tempo…

Era una giornata di sole di quelle stupiscono per la loro bellezza, ed io e Kelly stavamo risalendo mano nella mano una stradina tanto ripida che sembrava di scalare una montagna a mani nude. Il caldo era atroce, così insopportabile che ero sicura che se fossi finita all’inferno dopo la mia morte, superato un pomeriggio afoso come questo, ci sarei andata indossando un cappotto…ma se devo essere sincera, mi stavo lamentando un po’ a sproposito, infondo, tutto questo caldo era seguito dopo svariati giorni di pioggia insistente…

-Dove mi stai portando? se faccio un altro metro mi viene un infarto… mi stava pregando Kelly di fermarmi, con il suo sorriso tanto luminoso che solo lei poteva rendere ancor più radiosa questa giornata rovente.

-Andiamo in cima alla salita, c’è un piccolissimo parco vicino al municipio…. e accanto, una terrazza, da dove si può fotografare tutto il paese. C’è una vista meravigliosa… le avevo promesso, sicura che gli occhi blu di Kelly si sarebbero illuminati ancora di più, diventando delle vere e proprie lampadine.

Lei indossava uno leggero short azzurro, una maglietta di cotone bianco e un paio di converse estive. Portava i capelli biondi legati stretti all’indietro, il cui “effetto bagnato”, per via del gel che ci aveva messo su qualche ora fa, adesso sembrava più: “effetto appiccicato”.

Io, invece, avevo indossato un prendisole verde chiaro, che oramai era quasi bianco perché lo avevo lavato circa diciassette mila volte… Era di cotone leggero, comodo, se dovevi sudare copiosamente. Ai piedi portavo le stesse converse di Kelly. Ed era che ho finito con il rendiconto sul nostro vestiario, posso ripartire con il proseguimento della storia…

Certo che è strana la vita, avevo dovuto aspettare i miei ventisette anni per fare questo viaggio e per sentirmi di nuovo felice… ed era passato tanto di quel tempo che non provavo più questa sensazione, che non mi sembrava possibile averla riscoperta…. Io e Kelly stavamo insieme da un paio di anni, e si sarà capito, che è principalmente lei, il motivo della mia felicità…. È nato tutto dopo aver finito l’università di neuroscienza. Mi ero lasciata con Claudio da poco, e avevo trovato lavoro in un piccolo studio dove si tenevano delle sedute di riabilitazione psicologica, in seguito a gravi incidenti. Ci siamo conosciute lì io Kelly, lei era la fisioterapista. Aveva due anni più di me e due occhi blu grandi come l’oceano, ma di un blu tanto profondo, che se lo guardavi troppo ti dava la sensazione di dileguartici dentro…. Non voglio fare troppo la romantica, ma Kelly ha quel tipo di sguardo che quando lo incroci non puoi fare a meno di sentirti diversa, dal quel momento in poi… ispira quella leggera illusione che sia facile realizzare i sogni…

Devo ammettere che non avrei mai immaginato che mi sarei potuta innamorare di una ragazza, certo non ero neanche mai stata contraria all’idea, anzi, a dirla tutto, non avevo neanche una precisa in merito… è semplicemente accaduto. Come sempre, per quelle che sono le emozioni di grandi della vita, è nato tutto inaspettatamente e nella maniera più spontanea.

Lei, quando ci incrociavamo nei corridoi, aveva dipinta sul viso quell’espressione che intuivo essere rivelatrice di sentimenti che già iniziava a covare per me… e prima che gli dessimo un nome insieme, prima che lo realizzassi veramente, lei era già innamorata di me… quando poi me ne sono accorta, ero già quasi fregata anch’io, e da quel momento in poi, in sua presenza, anch’io avevo iniziato a sentire le farfalle nello stomaco… ero diventata inaspettatamente più sensibile ad ogni suo atteggiamento, ad ogni suo ritardo, al suo modo di ridere… perché ci eravamo innamorate l’una dell’altra… ma di lì, al momento in cui siamo uscite insieme, ne era dovuto passare di tempo…

Come avevo premesso, stavo passando uno dei periodi più brutti della mia vita quando l’ho conosciuta, riferendomi alla sfera privata. Una di quelle fase in cui ogni persona al mondo affronta prima o poi. Quella dove si diventa asettici.

Perché le delusioni d’amore possono far male, molto male… sanno ingannarti, a volte non lasciano tracce così evidenti, non ne si capiscono bene i sintomi, e quindi risulta difficile capire se le abbiamo debellate o meno… certe delusioni sono così sottili che entrano dentro di noi, si radicano come edere velenose nelle nostre coscienze, demoliscono tutte le nostre speranze, e finisco per pesare troppo per essere sopportate… così ci evincono e ci trasformano in qualcosa, che non è più solo un momento, in cui le nostre relazioni umane non funzionano, ma ci rendono dei veri e propri terreni aridi, che non hanno più quegli elementi naturali e nutrienti, che sono la prerogativa principale per far crescere qualsiasi seme dentro di loro…

… e si finisce come ero finita io, nel non dare più credito alle relazioni, e a rimanere da sola… o meglio, a sentirsi completamente sola… ed io, infatti, era diverso tempo che ero chiusa in me stessa, stando tanto lontana dal sesso che se mi fosse capitata l’occasione di farlo, non mi sarei ricordata i movimenti basilari per cominciare a farlo…

Poi, come sempre succede, quando non ci pensi e quando meno te lo aspetti, per me, è arrivata Kelly; che con la scusa banale di bere caffè insieme, mi ha avvicinata, e alla fine, mi ha chiesto di uscire… Che dire, io ho semplicemente accettato, e come immaginavo, non si trattava esattamente di un’uscita tra amiche, ma di un vero e proprio appuntamento. E mi stava più che bene. Lei era e ed è bellissima, dolce e simpatica… questo bastava e avanzava. Il sesso con una ragazza era un mistero, questo è vero, ma la cosa, non mi preoccupava poi tanto, certe cose si imparano in fretta, quando si vuole…

-e quindi mi stavi raccontando come è nata questa idea sulle emozioni… interrompe lei il flusso dei pensieri, in cui la mia coscienza si era aggrovigliata, dilatando la sua consistenza, grazie piccoli particolari che aggiungeva ai ricordi nella loro ri-elaborazione fatta di parole, per rendere più dolce la storia a cui tengo di più…

-si, in pratica, quando stavo ancora con Claudio, all’epoca, ci era sembrato geniale creare questo apparecchio che potesse localizzare ed interagire con il mondo della coscienza… Lui aveva stabilito che la luce fosse il conduttore che la localizzasse ma non sapevamo ancora come poterci connettere ad essa… Successivamente, dopo vari tentativi, abbiamo ipotizzato che era possibile, solo se si esponeva una persona ai raggi X, nell’esatto momento in cui si provano emozioni che devono raggiungere, obbligatoriamente, una purezza del 90 per cento…

-una purezza del novanta percento? Cos’è cocaina?

-bè sembra una cazzata, ma non hai fatto un esempio che ci va tanto lontano… come sai bene, noi essere umani proviamo emozioni quando il nostro cervello rilascia delle sostanze che ci permetteno di provarle… presupposto che è valido anche per le sensazione fisiche… però, spesso a causa della razionalità che elabora e fa da filtro alle situazioni in cui ci troviamo nella vita, e che regola i rapporti in base a tutta una serie di prerogative che riguardano il nostro ruolo nei confronti degli altri, non sempre, le emozioni riescono ad essere sincere o comunque libere di essere vissute per la loro semplice natura… è come se il nostro cervello tendesse ad utilizzare una forma di autodifesa, per non lasciare la coscienza stessa, libera, ma in balia del impeto delle emozioni, che pare, non avere limiti ancora ben definiti….

-in altre parole, la razionalità è l’agente inquinante delle emozioni….

-in altre parole, si…

-quando entra in gioco questo automatismo difensivo, le sostanze rilasciate dal cervello, non permettono di raggiungere i livelli emotivi necessari ad entrare in contatto con il cuore dell’emotività stessa. Dove tutto si genera e poi si sviluppa…

-ed è questo il motivo per cui provare emozioni forti è fondamentale per arrivare alle porte della coscienza?

-…oltre che bella sei così intelligente… come potevo non innamorarmi di te? Avevo chiesto a Kelly ponendole una domanda tanto retorica quanto romantica… le mi aveva stretto di più la mano accarezzandomi il dorso con il pollice, con una tale tenerezza che faceva tremare le gambe…

Kelly aveva lasciato scivolare le sue dita tra i miei capelli… e poi, lentamente, aveva aperto la bocca e aveva appiccicato le sue labbra bagnate alle mie, lasciando entrare tutta la sua lingua dentro, come se volesse leccare e succhiare la mia bocca, non solo baciarla…

-adesso, finisci il discorso… mi riprende lei all’improvviso, dopo essersi staccata dalle mie labbra, ricordandosi di quanto potesse essere importante quello che le stavo spiegando, dopo che avevamo passato però, l’ultimo quarto d’ora a pomiciare come forsennate.

-Bè si può dire che: chimicamente, la purezza delle cinque principali emozioni, che distinguono l’uomo da ogni altro qualsiasi altro essere vivente, e il suo modo di sentirle, fosse l’elemento fondamentale che ci mancava… deve avvenire un determinato processo all’interno del cervello del soggetto per raggiungere il risultato voluto… e tra l’altro, in questo un ordine definito… abbiamo costatato che se si fossero susseguite: Gioia, malinconia, rabbia, paura e passione, poi, si sarebbe sbloccata la serratura della porta di cui tanto io e Claudio abbiamo bramato l’accesso… questo esperimento ha reso possibile immettere arbitrariamente elementi emozionali e sensoriali nell’ “Io” dall’esterno, per la prima volta nella storia dell’uomo.

-e chi è stata la prima persona che avete sottoposto a quest’esperimento?…non dovrebbe essere uscito su tutti i giornali?!

-la cavia fortunata? Le avevo rimandato indietro un domanda retorica sarcastica per evitare la risposta…

Kelly aspettava ingenuamente che venisse fuori il nome di qualcun altro che non fosse il mio, ma non sapevo come aggirare la verità che avrei voluto tanto evitare di confessarle.

-mi dispiace, ma non sono uscita su nessun giornale… ho ceduto alla fine…

-sono stata io, la cavia… avevo aggiunto sentendomi già al secondo grado di sentenza

-si certo… ti ci vedo…. Risponde lei

-non c’è la parte in cui ridi e ora mi dici che stavi scherzando, vero? chiede realizzando che non c’era alcuna ironia dietro la mia confessione, percependo le ragioni del mio imbarazzo …

-mi sa di no… mi spiace se…

-scusa… e quando avevi intenzione di dirmelo?

-proprio adesso, arrivati alla terrazza, ma siamo già nell’argomento…

Arrabbiata come poche altre volte Kelly, mi aveva lasciato la mano e aveva accelerato passo lasciandomi indietro di qualche metro.

-dai, aspetta, ti prego… non fare così!... la supplicavo correndole dietro…

-e poi c’è chi dice che tra due donne è più facile…. Ho pensato

-dai su! Te lo volevo dire… stavo aspettando solo il momento opportuno..

-Era prima che ti sottoponessi all’esperimento, il momento opportuno! Aveva reagito lei divincolando il braccio dalla mia presa, con scatto d’ira inscenato anche solo per non lasciarmi impunita…

Non potevo biasimarla, forse, non voleva che accadesse di nuovo… era solo spaventata dal fatto che potessi inoltrarmi in un’altra iniziativa del genere, senza il suo consenso.

I muscoli del suo viso, irrigiditi volontariamente, rivelavano il suo desiderio di trasmettermi disgusto… stava recitando la parte dell’arrabbiata, per farmela pagare…

Cosi le avevo appoggiato dolcemente un braccio intorno alla spalla…

- già la salita è ripida mi fai anche correre… eh! avremmo dovuto noleggiare uno di quei segway, ci saremmo evitate di sudare come pesce gatti. Stavo cercando di cambiare discorso per gettare sotto il tappeto il motivo del suo disappunto.

-Non sapevo che i pesce gatti sudassero…

-nemmeno io fino ad ora…. Avevo risposto facendo un battuta un po’ troppo assurda, detta più per sfogare il nervosismo che per averla pensata bene.

-te sei fissata con il segway! Ci andresti anche ad addobbare alberi di natale su quel motorino…

Io e Kelly siamo scoppiate a ridere, ma più che per le battute in sé, che poi non erano male, per l’empatia che emergeva sempre tra di noi, anche se tentavamo di parcheggiarla altrove nei momenti di rabbia.

La cima della montagna, o per meglio dire, il centro della cittadina, era ormai nelle vicinanze, lo si poteva notare facilmente dallo spaventoso incremento delle urla provenienti dal cataclisma di gente attaccata alle bancarelle a pochi metri da noi.

Al mercato di Pienza vendevano di tutto. Da quelle famose forme di formaggio da una tonnellata che avevano in esposizione, di cui compravi, incluso nel prezzo, anche l’odore che ti impregnava i vestiti che stavi indossando per sempre, per passare poi alle squisite caramelle artigianali, e per arrivare infine, alle armi da caccia. Ebbene si, c’era anche una bancarella che vendeva archi con le frecce, tirapugni, coltelli, e spade da vero Ninja. Il commesso ci aveva spiegato che le armi da taglio, se non solo affilate possono essere considerate dei souvenir….

Immaginate:

-Mamma, sono stato a Pienza, ti ho portato un arco con le frecce come souvenir!…. Che Meraviglia….

Il mio orologio segnava le 18 e 30 eppure il sole insisteva ad abbrustolire l’asfalto far senza cedere nemmeno di un grado la temperatura. Per la nostra felicità, ci saranno stati ottocento due gradi…. All’ombra.

Arrivati in cima, ci siamo dirette alle panchine di pietra, mantenendo lo stesso aplomb di un uomo che disperso nel deserto da giorni, trova a pochi metri da sé una caraffa di coca-cola con ghiaccio e limone..

Avevamo camminato tutto il giorno, i nostri piedi avevano avuto il tempo di esercitarsi a chiedere pietà anche in arabo antico, pur di liberarsi dalle scarpe.

Alla fine, dopo aver cambiato idea un numero imprecisato di volte, avevo perso il conto, tipo, a centosettanta, ci siamo sedute sul muretto che separava la fine della piazza da una banchina. Era tanto profonda che se ti sporgevi troppo e ti ribaltavi, c’erano ottime probabilità di andare incontro una brutta morte.

Non appena ci siamo dissetate con coca-cola e poi asciugate il famoso sudore da pesce-gatti con dei clinex profumati, Kelly ed io, ci siamo abbracciate per poi marmorizzarci in quella posizione… come una coppia di amanti a Pompei, sorpresi dall’eruzione del vulcano, mentre erano impegnati a fare altro…

Lei aveva appoggiato il mento sulla mia spalla, e con le labbra, mi sfiorava il collo come un gatto che fa le fusa per avere la sua scatoletta fuori dai pasti…

-e quindi come funziona questo esperimento? Mi chiede in un suono sbiascicato, e impastato dalla saliva… e anche dalla stanchezza di vivere per il caldo atroce…

Mentre usavo il tempo per trovare delle parole adatte ad ammorbidirle la verità, lei era passata di nuovo al contrattacco.

-Ma è tutto sicuro vero? non è che ci sono strane controindicazioni!?... roba che ti cresce un dito del piede extra, a forza di sottoporti a questi raggi x? Aveva sbottato all’improvviso interrompendo la pace e la sua produzione succhiotti sul mio collo.

-ho già sei dita per piede…

-simpatica… sono molto seria…

-ti preoccupi troppo, non farti assalire dall’ansia… non ci sono grandi rischi… in linea teorica, è molto più pericoloso farsi queste scalate con questo caldo bestiale…

-e che mi dici di questi viaggi avanti e indietro per la coscienza? Non è che rimani intrappolata dentro te stessa, o cose del genere?

-come nei film intendi?

-si come nei film…. quelli dove poi non riesci più a riconoscere se stai vivendo nel mondo immaginario di cui sei prigioniera, o se sei tornata nel mondo reale… quelle storie in cui non distingui la realtà dalla fantasia, per farla breve…

-ci sono film del genere?... la stuzzico facendo la gnorri…

Lei aveva scosso la testa come a dire “sto con una ragazza che ha dei problemi”… e si vede.

-le uniche conseguenze dovrebbero limitarsi a dei leggeri fastidi… ma va beh, comunque non sarebbe niente di trascendentale… potrei soffrire di qualche disturbo lieve, ma nulla di grave o di permanente… almeno credo…

-come “nulla di permanente-o di grave-almeno credo”?! aveva ripetuto lei facendomi il verso.

-Kelly, per quanto si possa cercare di essere prudenti, è difficile avere un quadro esatto di quelle che essere le conseguenze fisiche e psicologiche, per ciò che riguarda queste “esplorazioni”, sia a lungo che a breve termine, e che qualcosa vada storto o che vada tutto a bene.... come ti ho detto prima, nessuno conosce la struttura della coscienza, ne tanto meno come sono regolati i suoi meccanismi di funzionamento… certo ne abbiamo una percezione, ma se infondo stiamo facendo questo lavoro, è proprio per comprenderlo meglio questo “mondo”… quindi è impossibile sapere esattamente a cosa andiamo incontro… però ne abbiamo una vaga idea…

-e allora illuminami su questa idea un po’ vaga …mi stava continuando a pressare quando un episodio alle nostre spalle aveva attratto la sua attenzione. Si trattava di due bambini che si riconcorrevano, litigando senza alcuna cattiveria, per un frisbee rosso.

-per ora non è successo nulla, non vedo perché dobbiamo allarmarci senza una ragione concreta…. Stavo provando a rassicurarla, per farla smettere di fare le bizze.

Kelly rassegnata a litigare praticamente da sola, vista la mia ottusa tattica difensiva si stava ammorbidendo…

-tanto con te non c’è modo di discutere… si era arresa lei definitivamente… Poi mi aveva abbracciato e docile, con le sue labbra morbide, appoggiate sulla base del mio collo, aveva preso a darmi i nuovo piccoli ed insistenti bacetti…

-in effetti, un rischio c’è, seppur remoto… ed è giusto che te ne renda partecipe… basta che stai calma e la smetti di abbaiare come un doberman ad ogni parola che dico…

-va bene, spara!

-è possibile che dopo l’esperimento io possa soffrire di alcune amnesie… potrei avere difficoltà a ricordare certe cose… abbiamo ipotizzato anche che nei casi più gravi, essendo la coscienza un universo dove convivono sia le illusioni che i sogni e i ricordi, possa verificarsi una sorta di una fusione tra essi e una collisione tra uno di questi fenomeni potrebbe causare dei danni non indifferenti…

-come possono ricordi, sogni e illusioni convivere? Sono cose diverse, con radici diverse….

-forse si…. un ricordo, a differenza di un’illusione, è qualcosa che nella nostra mente affiora sotto forma di immagini anche se è realmente accaduto… non devi giudicare il fatto che sia un evento passato, ma devi considerarlo per quello che è quando la tua memoria sta ricordando quell’evento… nella tua testa, il ricordo è composto sempre da immagini ed è fatto di strutture molto simili a quelle di un illusione o di un sogno… potrei dire in definitiva, che sono fatti dello stesso materiale, anche se sono sospinti da motivi diversi quando nascono dentro di noi… se ci pensi, infatti, puoi sognare anche un ricordo, o utilizzare una parte di esso in un sogno… sono diversi ma intercambiabili come meccanica, ma non come natura…

-e che succede se si fonde un ricordo con un sogno, e non riesci più a capire dove inizia l’uno e dove finisce l’altro?

-Beh…questa si che sarebbe una bella gatta da pelare… quello che è un ricordo o anche solo una parte di esso, può essere trasmutato dalla mente in un’illusione, e farci credere che è qualcosa che siamo convinti che non sia veramente accaduto… e viceversa… …inoltre, affrontando questi viaggi, ci possono essere dei problemi sulla percezione del tempo e dello spazio… ci si può sentire soffocare all’aria aperta perché convinti di essere tappati una stanza di appena un metro, per esempio… o credere che sia trascorsa una notte intera dopo solo paio d’ore… sentire sbalzi forti nelle sensazioni relative alla natura delle emozioni immaginate, o vissute…. Tutte cose del genere … ma solo nei casi gravi eh!

Lei, adesso, aveva smesso di baciarmi, e con il mento appoggiato sempre sulla spalla, mi guardava con i suoi occhi tristi che si erano riempiti di malinconia…

Una malinconia leggera come vestito di seta, ma potente nel suo modo di attrarre come se quella seta fosse tinta di rosso porpora, e indossata da un donna di una bellezza troppo intensa da essere descritta…

I dolci lineamenti del viso di Kelly si erano mascherati di una preoccupazione persistente. Era come se si fossa convinta che ci saremmo trovate ad affrontare una situazione senza via di uscita. Una sensazione che non la lasciava libera neanche un istante… non riusciva a rilassarsi e godersi questa giornata insieme. Ci amavamo, ma la sua inquietudine, a volte, aveva il sopravvento sulla semplice possibilità di sentirsi in pace, senza farci affannare i momenti passati insieme da oscuri e negativi pensieri….

Una torre costruita in stile rinascimentale, che era una parte del palazzo del municipio, attraeva i nostri sguardi persi dentro il nostro silenzio, attaccato a noi come la nostra ombra riflessa.

-Guarda la torre del municipio laggiù, non ti sembra un po’ tetro quel quadro? Avevo chiesto a Kelly mostrandole con il dito la direzione in cui guardare, ma lei, distratta, non mi aveva neanche considerato. Era totalmente presa da una questione più importante che stava accadendo nei suoi pensieri.

Erano le sei e mezza precise.

Sotto il quadrante del gigantesco orologio che controllava lo scandire del tempo, da un tempo troppo remoto per essere concepito da noi che navigavamo in questa epoca, era stato affisso un quadro tanto affascinante quanto raccapricciante… Raffigurava una montagna di corpi accatastati l’uno sull’altro, tutti senza vita. Erano cadaveri bagnati di sangue che protendevano lo sguardo verso il cielo colmo di nuvole… la montagna era stata privata della sua cima, e resa impoverita della sua maestosa altezza… il dipinto era stato realizzato con oscure sfumature colori che si spostavano dal rosso, al viola... Adesso che ci facevo caso, avevo guardato l’orologio almeno un oretta prima, e segnava le sei, a meno che non fossi stata diventata matta completamente… C’era qualcosa di strano che non tornava affatto, e non solo che il fatto che tempo sembrava non era passato. Il sole stava calando verso l’orizzonte, in suggestivo tramonto di quelli che meritano di essere ammirati, per la sua capacità di indurti a riflettere… Le luce solare di distendeva sulle nuvole trasformandole in un letto di colori, di varie tonalità… il cielo era un incanto… un incanto. però, con cui era stato dipinto anche il quadro affisso sotto l’orologio…

-D’essere rotto quell’orologio… forse, si è fermato… però è strano, di solito questo tipo di orologi vengono caricati meticolosamente.

Appena finito di pronunciare la frase, erano partiti i rintocchi della campana, vibranti e profondi come un bacio che è l’ultimo, prima della fine di un amore.

-Mi dispiace Chiara… non sono riuscita a dirtelo, stavolta non ce l’ho proprio fatta… mi confessa Kelly guardando l’orizzonte come se si fosse arresa all’idea di cercare le parole giuste che non trovava.

-…non siamo nella nostra realtà…. vero?

-….non proprio…

-e dove sono, me lo puoi dire…?

-credimi, ti cerco da tanto di quel tempo che trovare la risposta è l’unico motivo che mi tiene ancora in vita…

-Non riesco più a tornare… le sussurro, oramai consapevole di essere la vittima della mia stessa creazione…

Kelly non parlava più… Nei suoi occhi blu tanto profondi che ci si potrebbe nascondere per sempre, e così intensi come il coraggio di chi tiene salda tra le mani, la forza di andare avanti anche nei momenti più brutti, che io mi stavo prendendo tutto il tempo che ci rimaneva…tutto il tempo e tutto l’amore che provavo per lei e che mai avrei voluto far conoscere a nessuno… proprio a nessuno al mondo…

-ti amo. Mi sussurra nell’orecchio

-ti amo tanto… e… e mi dispiace…. Ci vediamo presto, se per te va bene… Le avevo detto accarezzandole il lobo dell’orecchio sapendo di non poter mantenere questa promessa….

-ci vediamo presto… aveva risposto lei con gli occhi che pieni di lacrime e un sorriso beffardo appena accennato sulle labbra…

Le prima gocce del suo pianto si stavano mischiando con quelle di sangue che puntualmente stavano iniziando a cadere dalla ferita che si era aperta dietro il mio orecchio…

La luce bianca era tornata, senza lasciare tempo e spazio a nient’altro, e aveva inglobato tutto…. non aveva esitato a strapparmi via da lei, ancora una volta, senza poterlo fermare……



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