ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato sabato 4 novembre 2017
ultima lettura martedì 23 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Senz'occhi

di zMattbari33. Letto 305 volte. Dallo scaffale Sogni

Ah, che giornataccia. Appena tornato a casa, un dolore lancinante all'occhio destro non mi permette di dormire. Ma appena stesomi sul letto, delle ombre oscure si impossessano del mondo esteriore, rivelando risposte incomprensibili...

Una giornata di lavoro difficile. Il mio datore di lavoro pareva molto adirato con me, ma cos'avrò fatto di male? Che giornataccia.
Lavoro con lui da sette lunghi anni, sempre passati in totale armonia, quindi proprio non ne comprendo ancora la ragione. Forse era per via dello stress, magari problemi in famiglia?
Effettivamente, io un po' ne ho. Era appena morta mia moglie.
L'uomo mi mandò a casa molto prima della fine del mio turno di lavoro, e, come ho detto, sembrava molto arrabbiato.
Mi appresto a percorrere il vialetto di casa mia, sono le undici in punto di mattina. Vedo la solita combriccola di poliziotti più avanti, forse indagano per qualcosa.
Tornato a casa, accendo le luci, poichè il mio cervello friggeva in quell'ambiente tetro: luci spente, veneziane serrate e nemmeno un raggio di luce, niente illuminava la mia dimora.
Il mio cervello - anche se di solito non capita - ne risentiva, non stava bene al buio, cercava di guardare attraverso l'oscurità in cerca di luce, ma invano. Come dicevo, accese le luci camminai a testa bassa al divano, dopo aver attraversato il solito lungo corridoio d'entrata, o almeno mi sembrava lungo: misura solo tre metri di lunghezza, eppure sono sembrati cento o forse mille, mi tremavano le gambe.
Forse ebbi una crisi di nervi, o forse ero solo impazzito, ciò non toglie che mi venne un tic all'occhio destro. "Beh, mi dovrebbe passare subito" pensai. Ma anche dopo svariate ore il mio fastidioso occhio continuava a muoversi senza ch'io movessi un muscolo. "Bizzarro" mi dissi, perciò mi misi a dormire, nella speranza che al mio risveglio sia tutto passato. Ecco dove arriva la stranezza: appisolatomi, o almeno ciò che avrei voluto, notai che il fastidioso tic non mi dava tregua. Così mi misi a cercare rimedi, forse avrei potuto assumere qualche medicina, ma non mi passò minimamente per la testa, in quanto assolto nei miei unici pensieri appartenenti al mio lavoro. Ah, al diavolo. Dopo essermi nuovamente steso a letto, mi rotolai fra le lenzuola in cerca di una posizione comoda, ma sembrava impossibile trovarla: finivo sempre per trarre leggeri o grossi fastidi quali piume d'oca - di cui era fatta la mia coperta - che pizzicavano, e ovviamente l'immortale tic all'occhio. Non trovai pace fino a quando mi sentii quasi svenire tra le lenzuola: fortunatamente riuscii ad appisolarmi, ma nonostante non riuscissi a sognare, vidi, all'angolo in-basso-a-destra come un triangolo minuscolo, posizionato come se facesse da angolo a un quadrato, con la punta che tocca il rispettivo angolo del quadrato. Solo che il quadrato era nero, e l'angolo sembrava più chiaro. È risaputo che se si chiudono gli occhi, le tenebre prendono posto del mondo esteriore: ma stavolta forse non ce l'hanno fatta del tutto. Io credo, credo che il velo buio e tenebroso che avvolge il nostro campo visivo nasconda qualcosa, qualcosa che può essere visto solo da noi stessi e nessun altro, forse risposte incomprensibili a dilemmi inesistenti.
Il triangolo, che a prima vista non era altro che un puntino, si fece sempre più grande e più luminoso: cosa voleva dire? Il triangolo diventò molto grande, e intanto il tic all'occhio, nonostante fosse rimasto, sembrava stranamente non tormentarmi più, ma era una sensazione e basta: io dormivo, ed egli era rimasto, erano le uniche certezze che avevo.
La luce si propagò, per poi morire al centro e starsene ai lati dell'insolito triangolo, posto - dopo essermene reso conto - nel punto in cui il mio fastidio all'occhio era nato e continuava a vivere. Oscure ombre mi passarono davanti. Sembravano qusi i degli spiriti incappucciati, il colore nero sulla loro testa di forma umana, nonostante fossero solo mie immaginazioni (o almeno era ciò che pensavo e speravo di più) erano davvero realistiche. Per Dio, cosa avrei dovuto fare? Non potei muovermi in quanto assopito, tantomeno dire una parola, e per di più queste complicazioni sembravano accompagnarmi anche in sogno. Ma io ero sicuro di non star sognando.
Le ombre erano quattro, o forse cinque, o addirittura di più, forse quest'ultime si nascondevano nei meandri bui della mia mente. Esse danzavano davanti a me, dietro di loro uno scenario di morte e devastazione sfocato e orribile, scorrevano a velocità esorbitante dietro quelle losche figure nere, sempre rivolte verso di me. Le immagini - o almeno ciò che riuscii a catturare con lo sguardo - ritraevano spargimenti di sangue, una figura umana che gridava, ma senza emettere alcun suono. Mi sembrava quasi familiare. Poi una delle tenebrose figure scomparve, cercai di muovere lo sguardo in cerca dell'ombra scomparsa, ma inutilmente: ero come bloccato. Lo sguardo fisso su quelle figure danzanti. Dopo alcuni secondi, ecco l'ombra scomparsa che appare in lontananza: sembra farfugliare qualcosa. Forse era solo una mia impressione, ma le parole da egli pronunciate sembravano uscirgli dalla bocca - ammesso che ne avesse avuta una - attraverso più voci confuse, tali da rendere le parole incomprensibili, nonostante brevi. Continuavano a ripetere tre parole, ma non riuscivo a indovinarne mezza. Ormai il mio sguardo era fisso come un chiodo su quella misteriosa ombra, posta al centro geometrico dei miei occhi (sempre che stessi usando quelli). Poi accadde una cosa a dir poco spaventosa: sembrava quasi che si stesse ingrandendo... Ma che dico, si stava avvicinando! Le parole si fecero sempre più sonore, ma il contenuto non cambiava.
Man mano che si avvicinava, le altre ombre si fermarono e continuarono a fissarmi in lontananza, stando ferme. Le parole di colei che battezzai "L'Ombra Oscura" si fecero più confuse, e paradossalmente riuscii a capire una delle tre parole, ovvero l'ultima, la più esclamativa: «Tu!».
Non capivo cosa stesse succedendo, non provavo alcuna emozione nonostante mi sembrava tutto reale, il vecchio triangolo si era ormai dilagato per tutto il mio campo visivo.
L'Ombra Oscura procedeva immobile verso di me, non muoveva un passo e nemmeno alzava la testa. Il suo cappuccio nero gli oscurava il volto. Mancava poco dal ritrovarmelo davanti.
Per un secondo l'ombra scomparve, poi una voce, stessa tonalità, ma stavolta comprensibile: «Sei... Stato... TU!»
Le altre ombre mi lasciarono solo, ma sapevo che non lo sarebbe stato per molto: eccola davanti a me, l'Ombra Oscura.
Mi svegliai, finalmente, ancora mi rimbombava nelle orecchie quella frase. Mi guardai in giro, e la prima cosa che vidi fu del sangue per terra. Seguii con lo sguardo quei segni di trascinamento: cominciavano da un punto a caso della stanza, contrassegnata con una X fatta con del pennarello nero indelebile sulle travi di legno, e finiva nell'unica sorgente di luce che era rimasta: la porta di casa mia. Era aperta, e il bagliore sembrava accecarvi. Le altre luci, notai, erano tutte scoppiate o fuse.
Vidi un uomo in lontananza, sulla soglia della porta. Teneva fra le braccia un cadavere: era il cadavere di mia moglie. Giratomi dalla parte opposta, sudando e quasi piangendo, vidi un altro uomo: era leggermente sovrappeso e portava degli occhiali ammaccati, lo avrei riconosciuto lontano un miglio, era il mio datore di lavoro. Mi parlava, ma non sentivo nulla, ero come stordito. Le sue vesti erano uguali all'altro omaccione, un uomo di colore grosso e robusto. Vestiti neri, con un berretto nero: era un'uniforme delle forze dell'Ordine. Sudavo, sudavo e sudavo. Poi, fissandolo negli occhi capii cosa mi voleva dire. Erano tre parole, le avevo già sentite da qualche parte.
Ascoltai meglio: «Sei... Stato... TU! TU HAI UCCISO TUA MOGLIE!». Era lui, il mio datore di lavoro, il poliziotto part-time, era lui, l'Ombra Oscura del mio sogno, divenuto realtà.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: