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lavoro pubblicato sabato 4 novembre 2017
ultima lettura lunedì 23 novembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Ai Ai Gasa

di robertobosio74. Letto 486 volte. Dallo scaffale Amore

Così, dopo molti anni, mi ritrovai a casa. La città sembrava avesse dimenticato gli orrori della guerra con disarmante facilit&agrav...



Così, dopo molti anni, mi ritrovai a casa.

La città sembrava avesse dimenticato gli orrori della guerra con disarmante facilità e nelle strade una frenesia collettiva contagiava uomini e cose.

Le mura crivellate di colpi e i profili diroccati dei palazzi del centro apparivano come lo sfondo sgualcito di un mondo improvvisamente colorato.

Ripartire. Sembrava non contasse altro.

Nemmeno il tempo di riflettere, voltarsi indietro: un colpo di spugna e il mondo era già pronto a ricominciare.

Non avevo mai smesso i panni del soldato, in fondo la questione era tutta lì.

Che non fossi pronto per il mondo o che lui non lo fosse per me non cambiava la sostanza. L'uniforme logora e consunta che ancora indossavo e la medaglia al valore che fieramente ostentavo sul petto non c'entravano nulla: in un mondo che aveva dimenticato di combattere, un soldato era come un fantasma fra i vivi.

Ma un soldato aveva sempre una missione ed io non facevo eccezione.



Barnaby street non era lontana, un paio di isolati soltanto, eppure nel traffico cittadino il tempo aveva il potere di dilatarsi senza una logica.

Ci misi quasi venti minuti per raggiungerla, districandomi tra semafori e venditori ambulanti.

Nello zaino serbavo gelosamente l'oggetto che Yoshiro mi affidò prima di morire.

Dal Pacifico all'Europa non lo avevo mai perso di vista e dopo averlo accuratamente imballato non passava ora che controllarsi il suo stato. Era la mia sacra reliquia e quella, la mia missione religiosa.

L'indirizzo corrispondeva: uno scrigno nel ventre delle città, così amava ricordarlo Yoshiro e quella piccola porta in legno, incastonata come una gemma grezza nel corpo di un palazzo vecchio, più che antico, sembrava volesse parlarmi attraverso quei minuscoli ideogrammi giapponesi incisi sullo stipite.

Ricordo che feci un gran respiro, aprii lo zaino e recuperai l'oggetto.

Avevo trascorso notti insonni interrogandomi sulla sua importanza.

Era un semplice ombrello nero, di quelli tascabili.

L'impugnatura di plastica grigia leggermente venata cambiava di poco la sostanza: era uno tra gli ombrelli più anonimi che avessi mai visto.

Mi guardai attorno e lo aprii sopra la mia testa sotto il sole cocente, destando la curiosità di qualche passante; lo scrutai da ogni parte, cercando codici segreti, tracce nascoste o le iniziali di qualche nome, ma sulla tela nera e impermeabile non c'era nulla di tutto questo.

Provai pure a puntarlo contro una signora che passava poco lontano, questa fece un sobbalzo e affrettò il passo aiutata dal compagno: incrociai il suo sguardo e lei mi guardò come se fossi un barbone o uno scemo di guerra.

Cosa aveva di così speciale? Milioni di ombrelli venivano prodotti e smarriti nel mondo ogni giorno, non credo esistesse oggetto meno considerato dell'ombrello, nelle stazioni di tutto il mondo le ombrelliere erano sempre piene di bastoni senza padrone.

Richiusi l'ombrello e mi feci forza.

Ero come uno di quegli ufficiali con l'incarico di avvisare le famiglie della scomparsa dei loro cari e per quanto non conoscessi il segreto dell'ombrello, io come lui eravamo messaggeri della notizia più triste: mi ritrovai così parte integrante del corredo funebre di Yoshiro senza volerlo.

Bussai alla porta.

Il rumore meccanico del chiavistello anticipò di qualche secondo l'incontro con Asami.

La porta si spalancò lentamente ai miei occhi e per un istante pensai che il tempo stesse rallentando.

Un raggio di luce illuminò pian piano il volto di Asami: le gote appena imporporate sulla pelle pallida del viso le regalavano una fierezza antica e quel taglio sfuggente degli occhi un alone di mistero; restai impietrito sull'uscio di casa, quasi folgorato da quella grazia delicata che solo le donne orientali possiedono.

Credo comprese all'istante il motivo della mia visita. ma solo quando lo sguardo cadde sull'ombrello una leggera vibrazione salì ad incresparle il volto.

Poco dopo mi fece accomodare in casa.

Non parlavo una parola di giapponese, mentre Asami mi accolse con un perfetto inglese.

Tuttavia la parola sembrò subito inutile, quasi un lusso superfluo poiché tutto sembrava seguire un copione già prestabilito.

Il soggiorno era un angolo di Giappone trapiantato a Londra e nella sua semplice e ordinata geometria mi appariva come un giardino zen curato nei minimi dettagli: mentre l'aroma del tè si diffondeva in casa come un segnale di benvenuto, presi posto sul pavimento accanto a un tavolino e a due grosse ceramiche orientali da cui spuntavano canne di bambù alte almeno un metro.

Asami mi raggiunse poco dopo, sembrava indossasse un kimono impettita com'era nella sue movenze, ma era vestita con abiti occidentali; tra le mani teneva una teiera fumante, si inginocchiò dalla parte opposta del tavolino e senza fretta riempì due tazze: fu allora, ormai rapito da quel cerimoniale, che Asami mi svelò il segreto dell' Ai Ai Gasa.

Ai Ai Gasa, letteralmente dal giapponese, la condivisione dell'ombrello.

Rimasi subito affascinato da quell'immagine tanto semplice quanto potente, quasi fosse un talismano.

Aiutandosi coi gesti Asami mi spiegò che nel Giappone antico, i rituali di corteggiamento erano molto rigidi: per una ragazza non fidanzata era sconveniente farsi vedere in pubblico insieme ad un uomo che non fosse un parente, padre o fratello, e così i giovani non avevano la possibilità di frequentare la ragazza che amavano.
Tuttavia il particolare clima giapponese veniva loro in aiuto grazie all'esistenza di una lunga stagione delle piogge, durante la quale era indispensabile uscire di casa portandosi dietro un ombrello.

Proteggere una ragazza riparandola dalla pioggia con il proprio ombrello divenne allora un comportamento galante ed accettabile, garantendo ai due innamorati la possibilità di frequentarsi e rimanere soli.
Il gesto di condividere l'ombrello prese così una connotazione romantica, e ben presto divenne il simbolo per indicare una coppia di innamorati.

Capitava sovente, concluse infine Asami, che i nomi dei due innamorati venissero iscritti sotto il disegno di un ombrello stilizzato, un po' come noi occidentali facevamo da sempre con il cuore trafitto da una freccia.

Rapito da questa rivelazione restai nuovamente senza parole.

Tutto era così semplice da apparire scontato.

Asami si alzò in piedi e non aggiunse altro, ma la pacifica rassegnazione che sembrava dettare ogni suo gesto fece il resto: con una grazia naturale raccolse l'ombrello e lo depose accanto alla foto di Yoshiro che riposava solitaria, sullo scaffale alle mie spalle.

Sentivo che il mondo che conoscevo come reale mi stava sfuggendo. Cercai invano qualche appiglio, il rumore delle auto, il suono dei clacson o il vociare confuso della gente.

Yoshiro aveva ragione quando parlava di quella casa come di uno scrigno e io vi restai prigioniero, pervaso da quel religioso silenzio che come una preghiera era sceso fra di noi.



Era ormai sera quando mi congedai da Asami con un profondo inchino.

Il mondo mi riaccolse sotto un cielo plumbeo illuminato da qualche lampo, mentre la città rischiarata dalle luci della sera assumeva un profilo ovattato.

Le prime gocce cominciarono a cadere qua e là, poi pian piano il ticchettio sui tetti e sulle strade aumentò d'intensità, si fece continuo ed assordante e ben presto coprì tutti gli altri rumori.

Ormai fradicio affrettai il passo verso casa, mentre una coppia di innamorati si riparava sotto un ombrello.

Talvolta, sono le cose più semplici a salvarci.




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