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lavoro pubblicato venerdì 3 novembre 2017
ultima lettura mercoledì 22 novembre 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Nancy Milees - La rosa dell'Est

di GillSully. Letto 267 volte. Dallo scaffale Generico

    Come una brezza leggera, gli anni erano venuti e passati, accarezzando i contorni di quel paesaggio così familiare, senza intaccare la purezza del ricordo che dentro serbava e in cui spesso aveva cercato riparo.Tornare a casa facev...................

Come una brezza leggera, gli anni erano venuti e passati, accarezzando i contorni di quel paesaggio così familiare, senza intaccare la purezza del ricordo che dentro serbava e in cui spesso aveva cercato riparo.
Tornare a casa faceva uno strano effetto.
Si affrettò a scendere il pendio, facendo attenzione al terreno accidentato. Temeva che qualcuno potesse scorgerla, non era ancora il momento.
Era stanca, ma non si sarebbe fermata per niente al mondo, non dopo tutto quello che aveva passato. Giunta sulla strada fu certa di udire una voce. Si fermò trattenendo il fiato, ma forse si era sbagliata: mise un orecchio a terra aspettandosi l'arrivo di cavalli e cavalieri ma nulla giunse e nulla udì. Nulla che temesse di udire.
Sentì altre cose.
Il cuore le batteva forte in petto, le rondini intonavano il loro canto, il vento faceva tremolare appena le poche foglie ancora appese agli alberi autunnali. In lontananza, il frusciare del fiume era appena percettibile. Conigli, cervi, scoiattoli, tutti i veri abitanti del posto si inseguivano nei boschi al di là della strada, giù nel dirupo.
Sentiva questo e molto altro, ma non basterebbe un fiume di inchiostro per descriverlo: solo il cuore di Nancy avrebbe potuto farlo.
Attraversò la strada guardando un'ultima volta a destra, in direzione del fiume, terrorizzata all'idea che il rumore dell'acqua potesse ingannarla, ma nessuno sapeva della sua presenza. Nessuno poteva immaginare che fosse viva e che il passato stava tornando a riscuotere il suo debito. A volte, persino lei si chiedeva se fosse viva.
La staccionata percorreva tutta la strada: posò le mani su di essa e alzò lo sguardo.
Billinghurst rispose al saluto.
Al limitare del bosco, gli ultimi raggi del sole faticavano a trovare la strada nel groviglio di nubi. Amava quegli alberi, così antichi e ricchi di storie. Se solo avessero potuto parlare avrebbero raccontato meglio di chiunque altro il giorno in cui Nancy era fuggita. Un ricordo che le aveva logorato la mente giorno dopo giorno, anno dopo anno. A volte provava a non pensarci, ma le era impossibile. Al calare delle notte, la parte più intima di lei bussava alla porta e non riusciva a tenerla fuori.
Forse ricordare era l'unica cosa che riusciva a tenerla in vita.
La sua gioia e il suo dolore, questo era Billinghurst: il luogo in cui aveva riso, pianto e amato insieme alla sua famiglia. Il luogo dove li aveva visti morire uno ad uno, con gli occhi di una bambina diventata donna troppo in fretta.
Ed ora era di nuovo lì, quindici anni dopo essere stata gettata in pasto al mondo senza che qualcuno le chiedesse se fosse pronta.
"A volte non si è mai pronti", le aveva sussurrato sua madre, "a volte possiamo solo andare avanti e brancolare nel buio, ma senza mai fermarsi. Non fermarti mai Nan."
E così aveva fatto. Per lei, per tutti loro, nutrendosi di odio e rancore, piangendo per quella infanzia violata.
Era sola, ma ricordava il tempo in cui non le era stata.
Presto, lo avrebbero ricordato tutti.

Immersa nei suoi pensieri, il vento prese a soffiare più forte e il cuore a battere al ritmo del suo odio incessante, più sonoro di ogni altro rumore della valle. Poteva sentirlo, perforargli i timpani. Si sforzò di guardare il bosco e il lago in cui sfociava il fiume. Si sforzò di guardare il luogo in cui era nata con gli occhi della bambina che era, ma si accorse di non esserne più in grado.
Di nuovo i ricordi presero il sopravvento. La sua mente era paralizzata, come stretta nella morsa di invisibili sbarre che le impedivano di muoversi, imprigionata nelle fredde catene del dolore. Aveva pianto un tempo, un giorno troppo lontano per averne memoria, ora le restavano solo quelle fugaci immagini del passato che si prendevano gioco di lei, che venivano a trovarla negli incubi più oscuri. Al risveglio rabbrividiva scoprendo che fossero anche i suoi sogni più grandi. Aveva lottato in ogni modo, tentando di non arrendersi al destino che l'attendeva, provando con ogni forza a spezzare l'ombra che andava crescendo dentro di lei ma gli occhi di suo fratello continuavano a danzarle dinanzi al volto lasciandola in balia dei suoi inutili sforzi.
Udiva ancora la sua voce.
"Corri Nan"
Aveva urlato notte e giorno.
Aveva graffiato alberi e muri sin quando le unghie non ebbero lasciato spazio al sangue. Aveva lanciato lo sguardo al di là, cercando un appiglio nel mondo esterno, ma nessuno aveva risposto alle sue richieste di aiuto.
Si era chiusa nel silenzio e nel silenzio era cresciuta, lasciando che gli assassini della sua famiglia facessero naufragare nel loro inconscio più profondo i fatti di quel giorno. Lasciando che la mente umana facesse il suo lavoro, dando l'illusione che nulla fosse mai accaduto.
Ricordi dimenticati o semplicemente nascosti.
Li aveva lasciati vivere in pace.
In cuor suo, aveva sempre saputo che sarebbe tornata a ricordarglielo.
Ora, il tempo era giunto.
Aveva aspettato, non sentendosi mai pronta a tornare. I suoi occhi, spesso li aveva lasciati vagare nel cielo azzurro, a volte grigio o talmente scuro da rendere le sue pupille dilatate le uniche stelle lasciate a brillare in quella galassia dimenticata da tutti. Era lo sguardo vivo di chi non dorme mai, di chi non è mai domo, di chi progetta e sogna il mondo per plasmarlo a suo piacimento. Ci provava continuamente.
Sognava cose di cui si vergognava, all'inizio. Vedeva le terre degli uomini versare lacrime e disprezzo a causa sua, terre insanguinate al suo passaggio. Vedeva bambini a cui avrebbe sottratto la speranza, la stessa che le avevano portato via con tanta ferocia. Vedeva i nobili guerrieri, caduti uno ad uno nel tentativo di fermarla.
Immaginava un regno degli inferi, un regno di cui lei sarebbe stata artefice e demone alla guida di una nave che affondava tutte le altre lasciando la vita scomparire nel vortice della sua ira.
Gli uomini avevano dimenticato ma lei non avrebbe permesso che la luce li accecasse ancora per molto. Il grande sole, la luce del mondo, avrebbe prodotto la più grande delle ombre.
Il passato tornava: aveva i capelli rossi, i ricordi e il cuore spezzato di Nancy Miless.

Il sole calava all'orizzonte, col favore del buio sarebbe stato facile attraversare il prato che la separava dal bosco. Scavalcò la staccionata calandosi il cappuccio sulla testa. Attraversò rapida il breve tratto assaporando l'odore di erba bagnata: la pioggia dei giorni scorsi sarebbe tornata presto ma al momento non le importava. Si mosse agile, senza spezzare ramo alcuno.
Il bosco era il cuore del paese.
Al suo interno vivevano gli abitanti più antichi, nipoti degli uomini che misero piede per la prima volta nell'estremo Est. Le case tutte attorno si somigliavano molto, sparse qua e là, al riparo sotto gli alberi più bassi.
La maggior parte delle imposte erano chiuse, ma qualcuno era ancora sveglio e al di là del fiume, che attraversava parzialmente il bosco, un vociare allegro giunse alle sue orecchie. Non vi badò molto, forse iniziava persino a desiderare che qualcuno la scorgesse.
Lentamente, si diresse verso la locanda. Un gruppo di persone sedeva sul portico e dall'interno fuoriusciva l'odore intenso di stufato.
Tra i presenti, un ragazzo prese a suonare una canzone che non aveva mai udito. Scorgeva bene la chitarra: elegante, raffinata, il suono dolce e ammaliante. Una volta anche lei aveva amato la musica, ma era stato tanto tempo fa.
Sentiva ancora gli applausi degli avventori quando la locanda era ormai solo un puntino alle sue spalle. Il sole aveva lasciato il posto alla sua amante, ma la fioca luce della luna non illuminava abbastanza per permetterle di accelerare il passo.
Ormai mancava poco.
Non sapeva quando avesse deciso di dirigersi lì. Non aveva mai pensato a cosa avrebbe fatto una volta giunta a Billinghurst, per anni aveva temuto che non sarebbe riuscita a trovare il coraggio di tornare. Esserci riuscita era già un miracolo.
Ma ora?
Le era parso naturale, quasi fosse mossa da un istinto animalesco (e forse così era). Stava andando verso quella che un tempo era stata la casa della sua famiglia.
Mancava poco, poteva sentire il cancelletto che cigolava piano, con quel rumore stridulo e la voce di sua madre che rimproverava il marito.
"Quante volte ti ho detto di ripararlo?"
Papà.
Era stato l'uomo più buono del mondo. Forse ogni figlio descriverebbe così i suoi genitori, ma Nancy serbava solo i ricordi di una bambina e agli occhi delle creature più innocenti del mondo i propri genitori appaiono come eroi. Per questo suo padre era sicuramente la persona più buona del mondo.
E anche suo fratello.
E sua madre.
Non poteva permettere che i ricordi prendessero di nuovo il sopravvento su di lei. Non adesso.
Alzò lo sguardo verso la cima di una collina, c'erano tre case, due sulla destra e una a sinistra: in cima c'era la sua.
Era pronta.
Mosse il passo, decisa a sfidare i suoi ricordi quando il rumore tanto temuto le trafisse il cuore: qualcuno la spiava.
Si avvicinò rapida ad un albero trovando riparo dietro di esso, convinta l'avessero scoperta. Forse, dopotutto, non avevano dimenticato quella notte.
Forse, la stavano aspettando?
Le domande si fusero con i ricordi e Nancy non poté fare altro che trattenere il respiro.
Gli occhi verdi spalancati, le orecchie tese. Ogni nervo del suo corpo in ascolto.
«Ciao!» disse una voce.
Lentamente sbirciò da dietro l'albero.
Una bambina la fissava incuriosita, la mano aperta in segno di saluto, il volto sorridente. Doveva avere poco più di dieci anni.
«Ti ho visto sai, perché ti nascondi?» continuò. Rideva, Nancy non avrebbe mai scordato il suono dolce di quella risata così pura.
Gli occhi della bimba brillavano nel buio della notte. Indossava una camicia scura e scarpe consumate dal fango.
Distava qualche metro da lei. Alle spalle della bambina, in lontananza, scorgeva ancora le luci della locanda, ma intorno a loro c'erano solo alberi. Nancy gettò uno sguardo alle tre case lungo il pendio, allarmata dalla possibilità che qualcuno potesse notarla. Le imposte erano ancora chiuse.
La bambina mosse un passo verso di lei.
«Non avvicinarti» disse Nancy. Il suono della sua voce le parve così distante, così insolito. Non aveva urlato, non c'era traccia di sentimento né di emozione alcuna in quell'avvertimento, ma il messaggio trapelava chiaro dal tono deciso con cui aveva parlato.
La bimba si bloccò. Non era impaurita, notò stupita Nancy. Solamente curiosa.
Provò ad avvicinarsi di nuovo e per un po' Nancy la lasciò fare, quasi affascinata, incapace di decidere cosa fare. La bimba giunse a pochi passi dall'albero dietro al quale si era nascosta. Se avesse allungato il braccio avrebbe potuto toccarla.
Si fissarono a lungo, respirando a fondo l'aria fredda della notte. La ragazza e la bimba. Quella bimba che a Nancy ricordava tanto sé stessa quindici anni prima.
Era spiazzata. Era questo che avevano avuto di fronte gli abitanti di Billinghurst, il giorno che aveva segnato la sua vita. Anche lei, si domandava Nancy, era apparsa così fragile e vulnerabile, così pura e innocente?
E allora perché? Perché tutto quel dolore?
«Vattene.» disse, sperando la voce non tremasse.
Il vento non accennava a diminuire e faticava a tenere il cappuccio sulla testa. Prese a osservare la bambina, fissandola negli occhi, cercando di farla crollare. Doveva andarsene per la sua strada.
E se lo avesse detto a qualcuno?
Cos'altro poteva fare in fondo.
"Uccidila", sussurravano i ricordi dentro di lei. Rabbrividì per averlo pensato, ma il pensiero rimase lì, sospeso nella sua mente come fosse la soluzione più naturale.
«Io lo so chi sei» disse la bambina indicandola col dito. Un brivido antico prese a correre lungo la schiena di Nancy, trafiggendone il corpo da parte a parte. Aveva paura, stavolta non aveva dubbi che se avesse parlato la voce le sarebbe venuta meno.
La bambina si avvicinò nuovamente, così tanto da permettere a Nancy di vedere una piccola cicatrice sul dito che gli puntava contro. Improvvisamente, le nubi si mescolarono nel cielo, lasciando che la luce lunare giungesse in tutto il suo splendore. La radura si illuminò. Troppo, per i gusti di Nancy.
Prese ad arretrare, cercando di sistemare il mantello sulla testa. Non potevano sapere.
Non dovevano.
Ritrovò la voce, quel tanto che bastava. «Vattene» disse nuovamente.
La bimba sorrise.
«Io lo so chi sei» ripeté, poi allungò la mano e strinse quella di Nancy. La ragazza non oppose resistenza e negli anni a venire non seppe darsi un motivo per cui non lo fece. In quel momento, si sentiva affascinata da quel contatto umano così insolito per lei e provava qualcosa per quella strana bambina che non sapeva descrivere a parole. La sua mente ne era completamente affascinata.
Tu non sai niente, pensò, ma quando la bambina dalle scarpe piene di fango si mosse tirandola a sé, Nancy non si oppose.
«Vieni»
La bimba le teneva con forza la mano, mentre si faceva largo tra gli alberi addentrandosi sempre più all'interno del bosco, lasciando la parte principale del villaggio e il fiume alle loro spalle. In breve i rami divennero più fitti e la luna, stavolta, faticava a penetrarli. Nancy si sentiva a disagio ma la bambina la guidava con decisione, con la facilità di chi conosceva a memoria le insidie del terreno.
Nancy non poteva far altro che seguirla. Aveva paura che l'intero villaggio venisse a conoscenza della sua presenza, ma allo stesso tempo non sapeva come liberarsi della bambina.
"Uccidila"
Scosse la testa come se stesse parlando con qualcuno. Non poteva fare del male a quella creatura innocente. Probabilmente non era in grado di far male a nessuno. Non aveva mai ferito, né ucciso qualcuno. Era brava a cacciare, ma uccideva animali per sopravvivere.
Con le persone non era la stessa cosa.
"Hai passato la vita sognando di ucciderli tutti"
Con una bambina.
"Uccidila"
Vedeva la testa di lei dondolare da una parte all'altra, presa a scrutare nella notte. Osservò la manina che stringeva la sua.
Eppure, non poteva essere così difficile.
"Loro lo hanno fatto", continuavano a sussurrarle i ricordi, "lo hanno fatto a tutta la tua famiglia".
«Siamo arrivati» disse la bambina.
La voce della piccola la riportò alla realtà. Il gelo che la attraversò fu devastante, aveva davvero intenzione di farlo?
Dinanzi a loro, gli alberi diminuirono a poco a poco, lasciando il passo a una vasta radura. Nancy conosceva quel posto.
Il muro del passato, costruito sapientemente in quei lunghi anni, lentamente prese a sgretolarsi sotto il peso di migliaia di immagini, colori, emozioni che vorticarono all'unisono distruggendole la mente. Avanzò verso il centro della radura, con la bimba al seguito. Non si era accorta di averle lasciato la mano.
«Quella sei tu! Sapevo che eri tu!» disse ridendo.
Indicava qualcosa al centro della radura e verso quel punto Nancy prese ad avvicinarsi. Lì, dove quindici anni prima tutto era cominciato, esattamente in quel punto ora sorgeva una statua. Una delle opere più belle su cui gli occhi di Nancy si fossero mai posati.
Una scultura rifinita nei minimi particolari con il marmo lavorato accuratamente e levigata in ogni sua parte. Sembrava che il vento stesso facesse muovere le vesti della donna raffigurata, Nancy fece passare la mano su di esse. Era una superficie ruvida ma quando giunse alle mani, si stupì del cambiamento: così come il volto, erano lisce come la seta.
Sembravano reali e in cuor suo Nancy sperava lo fossero.
Era una veste semplice con un laccio stretto in vita, anch'esso, notò la ragazza, così pieno di dettagli da farla commuovere. Si chinò, incapace di sorreggersi ancora. Lo scultore le aveva lasciato i piedi scoperti e l'anima di Nancy quasi si spezzò nel vedere la rosa incisa sulla caviglia destra.
Una piccola rosa che per lei aveva significato tutto.
Con le lacrime si sollevò a forze per accarezzare il volto della statua.
I capelli ricci e ribelli, le labbra sottili e gli occhi grandi.
Grandi come grande era stato il cuore di quella donna.
"Mamma"
E Nancy ricordò.



*** Il vecchio Adam Watford sedeva sulla stessa sedia da quando Nancy riusciva a ricordare. Certo aveva appena otto anni, ma da quello che le raccontavano Dean e suo padre le leggende dicevano che quando Billinghurst era stata fondata la sedia e il vecchio erano già lì. I primi abitanti ci avevano semplicemente costruito intorno.
Nancy amava quel genere di storie. A volte, la sera, discuteva sempre con la madre per rimanere sveglia a sentire i racconti degli adulti. Sapeva che non tutto quello che sentiva poteva essere vero (sulla storia del vecchio non nutriva alcun dubbio), ma non riusciva a smettere di ascoltare. I racconti dei viandanti erano quelli che preferiva. Diceva sempre a sua madre che da grande voleva fare la viandante ma non veniva mai presa sul serio. Le chiedevano tutti se almeno sapesse cosa fosse un viandante.
Certo che la sapeva!
Trovava irritante quando la gente la trattava così. Era solo una bambina, è vero, ma anche i bambini crescono in fretta durante i lunghi inverni e le carestie: suo padre lo diceva sempre.
Lui non la trattava come gli altri.
Di inverni lunghi e carestie ne erano venuti molti, ma la situazione non era mai stata così grave come in quei giorni.
Correva l'anno 1394.
L'autunno aveva fatto cadere ogni foglia nel raggio di chilometri e l'inverno si era preoccupato di coprirle con neve alta cinque metri. Il freddo aveva fatto il resto. Il vecchio Adam era convinto si trattasse di comuni gelate invernali e che presto tutto sarebbe finito.
Si sbagliava.
Le tempeste di neve presero a imperversare con sempre maggiore insistenza e le gelate a distruggere i raccolti. Il bestiame non resse a lungo, salvo qualche fortunato esemplare. Quando anche i fiumi e i laghi si gelarono del tutto, anche il commercio marittimo venne bloccato. Scoppiarono rivolte nelle maggior città della regione, ma Billinghurst era un piccolo e modesto paese dell'Est e con le sue forze tentò di rimanere a galla. Gli abitanti presero a immagazzinare cereali, ortaggi poco sensibili al freddo: riuscirono persino a macellare un po' di carne dai pochi esemplari rimasti, prima che la situazione peggiorasse ulteriormente. Le rivolte delle città si spostarono nelle campagne, gli sciacalli presero a rubare nelle zone più impensabili, facendo tesoro di ogni cibo rimasto nelle case dei poveri malcapitati.
Alcuni di loro iniziarono a mangiare direttamente le persone, dopo averle uccise. Le rivolte divennero battaglie e le battaglie sfociarono in guerre, senza che nessuno si rendesse conto che non c'era più niente per cui combattere.
Uomini contro uomini, una guerra per la sopravvivenza.
I magazzini del villaggio si svuotarono.
Le temperature continuarono a scendere.
Le madri uccidevano i propri figli pur di non vederli morire tra mille sofferenze.
Non c'era soluzione per quel castigo divino, non potevano che aspettare, lasciando che il gelo mettesse fine a quello strazio.
Già, non c'era soluzione.
Quella mattina, il 9 Gennaio del 1394, il vecchio Adam Watford ne propose una. ***

Presa dai ricordi, Nancy non si accorse della bimba. Abbassò lo sguardo su di lei, la vista annebbiata dalle lacrime, il cappuccio calato che lasciava scoperti i capelli. Ricci e ribelli, come quelli di sua madre.
«Mi chiamo Annie» disse la bambina.
Ricci e ribelli, ma soprattutto rossi.

*** «È tutta colpa di quella vecchia strega!» tuonò il vecchio Adam, dall'alto del suo scranno. La voce dell'uomo si perse nei boschi, trasportata dal vento. La neve aveva smesso di scendere, ma presto sarebbe tornata. Le vie del villaggio erano deserte. Nessuno aveva voglia di fare nulla, più semplicemente, tutti avevano capito che non c'era nulla da poter fare: restavano chiusi, lasciando che fosse il tempo a sistemare le cose.
Adam, invece, se ne stava tutto solo sul portico. Solo, da quando il gelo si era portato via la moglie.
Il freddo aveva fatto molte vittime a Billinghurst. Il freddo e la fame: non c'era un nome per indicarli entrambi. Non ancora, almeno.
«Lei e la sua perversione...» continuò tossendo e sputando il vecchio Adam «...hanno scatenato l'ira di Dio su di noi! È la giusta punizione per averla tenuta qui tutti questi anni, che mi venga un colpo... è colpa mia e vostra, che Dio mi sia testimone!»
Le finestre delle case rimanevano saldamente chiuse, le porte blindate. Qualcuno, però, a poco a poco prese a sbirciare tra le imposte. Chi stringendo il proprio neonato al petto, chi un coltello pochi attimi prima di togliersi la vita.
Sbirciarono e ascoltarono le parole di un vecchio delirante.
«Rintanatevi pure nelle vostre fogne, stupidi topi maledetti! Ma quando sarete dall'altra parte non chiedete misericordia al signore...» continuava il vecchio Watford «...Will il garzone lo disse dal primo giorno! "Quella donna porterà solo guai" ed eccoci qua! Non solo! Gli abbiamo dato il tempo di mettere al mondo anche quel mostriciattolo della figlia! E poi siete tutti lì, inginocchiati con gli occhi al cielo, a chiedere "perché?". Poveri stolti, posate gli occhi intorno a voi per amor del cielo...» le imposte presero ad aprirsi, qua e là, persino dai piani alti della locanda.
Decine di occhi presero a osservare.
Osservare e ascoltare.
Uomini e donne che ascoltavano con la fame nel petto e il gelo nelle ossa.
«Smettila di dire scemenze, vecchio caprone!» urlò Bill Enders, lo stalliere. Aveva persino aperto la porta della sua casa, vicino alla radura dove si tenevano gli incontri pubblici nella piazza principale. «Risparmio il fiato finché ne hai ancora» disse chiudendosi la porta alle spalle.
Adam Watford prese a ridere.
Continuò a ridere a lungo, mentre la neve ricominciava il suo lento, inesorabile lavoro.
Rideva, inconsapevole che il giorno dopo il freddo si sarebbe preso anche lui.
Rideva, pensando che forse era vero. Forse quel fottuto villaggio lo avevano davvero costruito intorno a lui e se lui era lì prima di quelle quattro case, probabilmente sarebbe stato lì anche dopo.
Rideva, mentre la febbre lo consumava.
La piccola Nancy udiva tutto, dalla casa in cima al pendio.
Nelle notti a venire, al calar del sole, quando solo i gufi e i lupi giungevano alle orecchie delle persone comuni, Nancy avrebbe continuato a udire le risa del vecchio Adam Watford. Le avrebbe udite sino alla fine dei suoi giorni.
«Vecchio caprone dice il caro stalliere!» disse Adam senza smettere di ridere «Quanto tempo è passato dall'ultima capra che hai visto? Enders dico a te! Che dio ti fulmini, stalliere di che cosa? Dove sono i tuoi cavalli Bill?»
Le porte delle case vicine presero ad aprirsi. La famiglia Halton, quel che ne restava almeno, fu la prima ad affacciarsi. Poi seguirono le altre.
Volti scheletrici, in gran parte coperti da strati di vesti consunte, presero a sbirciare. Non ascoltavano più. In cuor loro, quel che ne restava almeno, avevano già deciso. Come un fulmine a ciel sereno, le parole del vecchio Watford avevano fatto breccia, luminose e illusorie portatrici di speranza. Presero a scuotere le menti provate degli abitanti di Billinghurst, insinuandosi come serpi nei loro corpi devastati e provati, portando a galla le antiche dicerie che gli anziani tramandavano da generazioni.
«Non siete convinti? Non ancora? Quanti figli vuoi ancora perdere prima di aprire gli occhi Shae?» urlò il vecchio verso la porta chiusa di una delle case più grandi del villaggio. Shae aveva perso il marito e tre dei cinque figli, ma il piccolo Rick non avrebbe resistito ancora per molto.
«Quella donna è una strega, parola del vecchio Watford» continuava Adam, improvvisamente serio.
La gente prese a uscire, affollando il centro del villaggio, avvicinandosi l'uno all'altro nel vano tentativo di scaldarsi. Anche Shae, sulla soglia di casa, osservava in silenzio. Persino Bill Enders, lo stalliere.
Nancy, la piccola Nancy, se ne stava rintanata nell'angolo della cucina. Suo fratello, Dean, camminava avanti e indietro per la casa. Sua madre, la bella Charlène, era china sul camino: cercava di mantenere viva la fiamma ma rimanevano ormai poche braci.
«Vieni vicino al fuoco Nan» le disse. Nancy si avvicinò, accoccolandosi tra le gambe della madre. Non riusciva a sentire tutto quello che accadeva là fuori, era curiosa e voleva uscire ma sapeva che sua madre non lo avrebbe permesso.
«Che succede mamma?» provò a chiedere. Charlène la strinse a sé, sorridendo. Adorava il sorriso di sua madre, molti dicevano che le somigliasse molto e ne andava orgogliosa. Guardò la madre dritta negli occhi e seppe che andava tutto bene. Gli occhi verdi non avevano perso la brillantezza, la vita di un tempo: il gelo si era portato via tutto del corpo di Charlène, consumandolo in ogni parte, ma il viso della donna rimase sempre lo stesso.
Allegro, dolce. Rassicurante, come solo le madri sapevano fare anche nel momento più buio della vita di un figlio.
«Va tutto bene, piccola mia» disse baciandola sulla fronte.
Dean guardò la madre e la madre rispose con un sorriso, ma il ragazzo non sorrise.
Era spaventato. Anche Charlène lo era.
Dean si diresse alla finestra «Metà del villaggio è in strada» disse «dobbiamo andarcene» aggiunse. Si volse verso la madre, ma Charlène scosse la testa.
«Tuo padre è a caccia con gli altri, ma presto sarà qui. Sistemerà tutto, vedrai. Sai com'è il vecchio Adam» disse la donna.
Dean passò lo sguardo da Nancy alla madre. Suo padre sarebbe tornato presto, è vero, ma sarebbe tornato in tempo? Il ragazzo se lo chiedeva da un pezzo, maledicendo l'inverno e quelle stupide battute di caccia. Gruppi di abitanti continuavano ad andare in avanscoperta, cercando fortuna nelle profondità del bosco. Non sapevano neanche loro cosa stessero cercando. Vagavano tra gli alberi, senza metà apparente, con il solo intento di sopravvivere, evitando che la propria casa diventasse la propria tomba. Non si facevano illusioni, non nutrivano dubbi sul fatto che non ci fosse nulla nel raggio... di quanto? Forse non c'era carne da mangiare neanche alla fine del mondo. Eppure, non potevano far altro che provare.
Sperare era l'unica cosa che riusciva a nutrirli.
Il vecchio Adam, quel 9 Gennaio del 1394, riuscì persino a mettersi in piedi. La sedia scricchiolò rumorosamente durante i suoi numerosi tentativi di alzarsi e il vento portò il rumore sino in cima al pendio e sotto lo spiffero della porta. Nancy lo udì e scappò dalle braccia della madre, per l'ultima volta, per andare alla finestra. Si arrampicò sui banconi della cucina e si mise accanto al fratello. Insieme, al centro del villaggio, videro una figura ergersi dal portico della sua casa e molte persone, ammantate come meglio potevano, radunate in ascolto del suo comizio.
La madre di Nancy aveva provato a fermare la piccola, invano.
Il vecchio Adam parlò.
«Vedo davanti a me dei volti disperati, piegati dalla fame e dal freddo...» disse alla folla «...per anni abbiamo sussurrato di nascosto quello che oggi è evidente a tutti... dal primo giorno, il primo giorno! Quando quel pazzo di un Milees tornò al villaggio portando con sé la donna dai capelli rossi...» tossì rumorosamente, paonazzo in volto «...cosa hai detto quel giorno Karen? Cosa hai pensato quando hai visto i segni del demonio sul volto di quella ragazza? E tu Farah? E Steven?» nessuno rispose.
Il vento si abbassò all'improvviso. La neve smise nuovamente di cadere e in quell'attimo di pace il silenzio fu il suono più doloroso che si potesse udire in una mattina come quella.
In quel silenzio, risuonò alta la voce del vecchio Adam.
«Ve lo dico io... quella donna porterà solo guai... quella strega ci farà uccidere tutti...» disse e rise. La folla iniziò a vociferare, prima lentamente, poi sempre con più foga. La gente prese a spingersi l'uno con l'altro, a puntare il dito senza parlare più con la mente ma con la fame, con l'odio, col rancore. Non c'era più nulla di umano negli abitanti di Billinghurst, solo istinto animalesco di sopravvivere. E voglia di un qualcosa, o un qualcuno, che giustificasse tutto il dolore che donne, uomini e bambini avevano dovuto sopportare in quel triste inverno del 1394.
Le voci divennero decine, poi centinaia. Crescevano di intensità, al ritmo dei battiti della piccola Nancy, alle cui orecchie arrivavano le parole dei suoi abitanti, sino a qualche tempo fa i suoi più cari amici.
«Il vecchio ha ragione...» urlava qualcuno «...la strega dai capelli rossi, non c'era nulla di tutto ciò prima del suo arrivo...» e ancora «...dobbiamo mandarla via! Lei e quella stupida ragazzina!». Come lame affilate, le parole presero a fluire nell'aria, dirigendosi come pugni nel petto della piccola Nancy, in quello di suo fratello e della dolce Charlène. Ai brividi del freddo si aggiunse la paura, alla paura si aggiunse qualcos'altro.
La delusione.
Fece più male di tutto il resto.
«Mandarla via? Non basterà! Il signore è adirato con noi!»
«Dovremmo ucciderla!»
«Si, ucciderla e mangiarne le carni... mio figlio sta morendo, maledetta puttana!»
«Mangiarne le carni? Io dico di bruciarla e spargere le ceneri lontano da qui... forse al signore questo basterà...»
«Bruciarla dici... Si, perché no...»
Pugnalate dritte al cuore, Nancy le avrebbe ricordate così, quelle parole così cariche di odio. Si rivolse alla madre con le lacrime agli occhi «Ho paura, mamma...dov'è papà?» disse, ma Charlène si limitò ad osservare la scena al di là della finestra. Nancy osservò il tremore impercettibile nelle mani della madre.
«Dobbiamo andarcene madre» disse Dean allontanandosi in fretta dalla finestra. Prese degli stracci dal tavolo e li distese sul pavimento cercando per la casa il necessario per il viaggio. «Non ho idea di dove andare, ma forse possiamo raggiungere Crow's Hill e cercare riparo tra le mura cittadine... o magari potremmo andare da Carol, la sua fattoria non dista molto da qui... diamine non sappiamo neanche se sia ancora viva...»
«Dean» disse Charlène.
«...altrimenti dovremmo tentare verso il molo, chissà che qualche corso non si sia liberato, ci sarà pure un'imbarcazione ancora in grado di tenersi a galla quel tanto che basta per portarci lontano da qui...»
«Dean Milees!» urlò Charlène. Il ragazzo alzò la testa di scatto, fissando la madre negli occhi. Non aveva mai visto quello sguardo serio negli occhi della donna che lo aveva messo al mondo. Un effetto strano, uno sguardo serio e dolce nello stesso tempo. Protettivo.
Anche Dean notò le mani della madre.
«Porta tua sorella a Nord... » disse Charlène. Il ragazzo provò a ribattere ma un cenno della madre lo fece desistere «...troverete riparo, non preoccuparti, ma è un viaggio lungo... non so se riuscirete a farcela, non con questo freddo...» aggiunse la donna.
«Tu non verrai» disse Dean. Non era una domanda.
«Aspetterò vostro padre e vi raggiungeremo». Non c'erano repliche, non c'erano discorsi che l'avrebbero persuasa.
La piccola Nancy pianse più intensamente «Noi non andiamo via senza di voi! Non andiamo via! No... vero Dean? Vero?» urlò battendo i pugni sulle gambe del fratello. Dean abbracciò Nancy e la piccola volse lo sguardo verso la madre.
Charlène si avvicinò ai suoi figli, inginocchiandosi per poter parlare con Nancy.
«A volte non si è mai pronti, piccola mia... a volte possiamo solo andare avanti... brancolando nel buio, ma senza mai fermarsi...» l'abbracciò, poi aggiunse «...non aver paura, tuo fratello è con te... Non fermarti mai Nan, la rosa è con te...» ***

«Sei tu, non è vero?» disse la piccola Annie.
Nancy passò lo sguardo dalla bimba alla statua «Cosa? Io...» disse.
«La ragazza della statua! Sei tu! Non è così? Ti ho riconosciuto subito!» continuò Annie allegramente.
Nancy scosse la testa, incapace di parlare. Accovacciata di fronte alla statua della dolce Charlène, la strega dai capelli rossi come era stata ribattezzata, accarezzò i capelli di Annie. Voleva dirle qualcosa, ma la testa di Nancy collassava sotto il peso di mille domande. Voleva dirle di andare via, di lasciarla in pace e di non dire a nessuno di averla vista.
Sapeva di non potersi fidare. Guardò Annie negli occhi, l'allegra bambina con le scarpe piene di fango.
«Va a casa, Annie» disse.
La bambina fece per ribattere ma prima che potesse aprire bocca, qualcuno prese a chiamarla con insistenza. Una voce prese a udirsi tra gli alberi, difficile dire da quale direzione.
«Annie?» gridava «Dove ti sei cacciata stavolta? Mi farai impazzire prima o poi, piccola peste...»
Ogni nervo di Nancy scattò, ogni affetto verso la bambina si tramutò in paura e la paura risvegliò l'odio.
«Sono qui papà! Vien...» prese a dire Annie prima che Nancy la bloccasse. Con uno scatto gettò a terra la bambina, tenendola stretta a sé e coprendole la bocca con la mano. «Fai silenzio ragazzina»
«Annie? Sei tu?» disse un'altra voce, più vicina. In quanti erano lì fuori?
Lentamente, Nancy prese ad arretrare verso gli alberi, dalla parte opposta rispetto a prima. Fece segno con il dito di fare silenzio, ma Annie tremava in maniera incontrollata. Anche volendo, non sarebbe stata in grado di parlare. Aveva guardato gli occhi della ragazza e aveva visto la trasformazione che avevano subito.
Sentiva su di sé la presa della ragazza. Era forte, quasi come quella di suo padre quando l'abbracciava.
«Fai silenzio...» sussurrò nuovamente Nancy.
Al riparo tra gli alberi, posò Annie a terra, accanto sé. La lasciò libera di andarsene, di correre da suo padre o da chiunque altro la stessa cercando.
La lasciò libera di scegliere il suo destino.
Avrebbe potuto urlare in qualunque momento, ma non lo fece. Rimase seduta, in silenzio, mentre Nancy incoccava una freccia sul suo arco. Quando Annie vide l'arma rabbrividì, sentì il sangue gelare. Stava per farlo, stava per lanciare il suo avvertimento, ma bastò un solo sguardo negli occhi della ragazza per rimanere paralizzata.
Nancy si avvicinò alla bimba «Non ho intenzione di farti del male...» disse, sorprendendo sé stessa «...e non farò del male neanche a tuo padre, se riuscirò ad andarmene viva da qui...» aggiunse. Annie annuì, tremando per la paura e per il freddo. Nancy, alla fine, si tolse il mantello e lo porse alla piccola per scaldarsi. I lunghi capelli ramati calarono sul suo corpo come lava di un vulcano. La luna si rifletteva sui ricci della ragazza ed Annie non poté che rimanerne ammaliata. Allungò il collo oltre l'albero per osservare la statua al centro della radura.
«Non sono io...» disse Nancy alla bambina «...lei è mia madre.». Annie non parve convinta della risposta. La somiglianza tra le due era impressionante.
Nancy incoccò la freccia puntando l'arco verso l'altra parte della radura. Le voci si stavano allontanando, Annie non le sentiva più. Nancy sì.
«Non ti farò del male...» ripeté la ragazza «...se mi dirai chi ha costruito quella statua».

*** La porta non resse a lungo.
Dean si era rifiutato di lasciare la madre da sola. Del padre, nessuna traccia.
Le voci erano aumentate di intensità, crescenti urla di rabbia e rancore nei confronti di una vita ritenuta ingiusta. Gli abitanti presero a salire il pendio che conduceva alla casa della famiglia Milees. Urlavano, incitando gli altri ad uscire, ma non tutti avrebbero partecipato a quel massacro.
Preferivano morire e raggiungere il Signore che privarsi dell'opportunità ad un passo dalle sue porte. Nel giro di qualche giorno il freddo sarebbe cessato, così come era venuto, così se ne sarebbe andato e Il verde sarebbe riapparso presto, cercando la propria strada nella neve sciolta dal sole. I campi sarebbero stati lavorati, coltivati e pronti a ridare vita e speranza a tutta la regione.
Questo e molto altro, sarebbe cominciato in ogni caso. Soltanto qualche giorno dopo.
Charlène Defoe non avrebbe mai visto quei giorni.
«Esci! Maledetta strega!» avevano cominciato a urlare sfondando il cancelletto all'ingresso.
«Espia i tuoi peccati e liberaci da questo Inferno!» continuarono mentre con calci e pugni provavano a sfondare la porta della casa in cima al pendio.
Il freddo e la fame si erano presi le loro forze, ma anche un topo molto paziente può fare un foro nel muro e alla fine i cardini cigolarono e la porto cadde.
Il vento gelido proruppe nella casa e la luce, improvvisa, accecò gli occhi di Nancy e Dean. Non quelli di Charlène.
In piedi dinanzi ai propri aguzzini, la fiera Charlène Defoe non tremava. Né per il freddo né per la paura. Aveva paura per i suoi figli, ma sarebbe stata coraggiosa per loro.
Gli occhi verdi fissarono la folla, osservando come la fame potesse ridurre gli uomini in uno stato pietoso. Amici, vicini di casa, uomini e donne con cui aveva condiviso gran parte della sua esistenza. Erano solo un mucchio di stracci che coprivano corpi deformi e mutilati, provati dalle intemperie.
Non ebbero un solo secondo di esitazione, Nancy non lo dimenticò mai.
«Vieni qui, brutta puttana!» disse Will, il garzone. La prese per il collo gettandola a terra.
«Fermo! Bastardo!» urlò Dean. Nancy piangeva e piangeva e avrebbe continuato a farlo per tutto il giorno e quello dopo ancora.
Piangeva e urlava. «Lasciatela in pace! Mamma! Mamma!»
Charlène era terra, alzò gli occhi verso Nancy, la sua piccola e dolce Nancy. La guardò dritta negli occhi, sperando che capisse tutto quello che doveva dirle. Che avrebbe dovuto dirle. La guardò intensamente, con gli occhi lucidi ma senza che una sola lacrime cadesse. Era uno sguardo di addio e la piccola Nancy lo capì. Quello che non comprese appieno e che non avrebbe mai compreso furono le parole, le incomprensioni, le bugie, le gioie e i dolori che in quello sguardo erano racchiuse. Sua madre le urlava il suo amore, consapevole che Nan non ne avrebbe avuto un altro come il suo. Consapevole che se la piccola Nancy fosse uscita viva da quella storia e da quell'Inverno, lei non sarebbe stata lì a festeggiare con lei. Non sarebbe stata lì a consigliarla quando ne avrebbe avuto bisogno.
A consolarla. Ad ascoltarla.
Non sarebbe stata lì ad amarla.
«Bastardi!» urlò Dean scagliandosi contro di loro.
«Dove credi di andare ragazzo?» disse una voce. La confusione fu totale. Dean venne spinto a terra, tenuto da due uomini, mentre un terzo prese a prenderlo a pugni.
La mente di Nancy andò in frantumi. Terrorizzata, nuda di fronte al delirio umano.
Le voci si sovrapponevano, le urla si amplificavano e gli abitanti del villaggio invadevano la piccola casa in cima al pendio. Non badarono alla piccola Nan, paralizzata nell'angolo della casa. Presero Charlène trascinandola per i capelli sul manto nevoso. Sentiva le grida di suo fratello, ma presto cessarono. Immagini confuse del suo volto sfigurato vorticavano nel freddo mattino. Avrebbe voluto chiamarlo, avrebbe voluto salvarlo dalla folla.
Rimase a guardare, mentre Will il garzone trascinava sua madre fuori dalla porta. La folla lo incitava e lo seguiva e insieme si diressero verso il centro della radura. Al seguito i tre uomini trascinavano Dean. La piccola Nan riuscì ad arrivare sull'uscio della porta. Camminava lentamente, ogni passo le costava dolore e fatica. Non sentiva le forze nelle gambe.
Tremava, ma non per il freddo.
La folla si mise in cerchio intorno a Charlène Defoe. Da un lato gli uomini posarono Dean: lo tenevano a terra, costringendolo a guardare.
«Guarda ragazzo, guarda che fine fanno le streghe» disse Adam Watford dal suo portico.
Dean alzò lo sguardo su Charlène. Il volto livido rigato dal sangue.
«Madre...» riuscì solo a dire.
La donna, in ginocchio al centro del cerchio, riuscì a sollevare lo sguardo sul figlio. Le vesti erano lacere, grossi solchi le segnavano le braccia e le gambe, il sangue si mescolava col rosso dei suoi capelli. Gli occhi fieri salutarono Dean.
Poi arrivarono i sassi.
Fu un bambino a lanciare il primo. Ne arrivarono altri e altri ancora. Colpivano il volto della donna, il corpo, le gambe. La gente prese a ridere.
Si stavano divertendo.
Nancy osservava poco distante, come in un sogno.
«Scappa Nan, corri! Non guardare stupida... Nan! Nan!» urlava Dean, ma Nancy non si mosse. Alle sue spalle qualcuno urlò.
Fu un urlo terribile. La battuta di caccia era finita.
Una freccia sibilò nell'aria conficcandosi nella testa di Will il garzone. Fu improvvisa. L'uomo si volse verso Nancy e rimase immobile, sorridente come il volto di un pazzo, prima di cadere a terra.
Le urla cessarono, la folla si voltò verso il punto da cui era giunto il dardo.
I cacciatori erano tornati a mani vuote, ma nella mani di James Milees l'arco era teso e una nuova freccia incoccata. La folla si fece largo, lasciando che l'uomo giungesse al centro della radura.
Si avvicinò lentamente a quel che rimaneva della dolce Charlène. Si accovacciò stringendola a sé, spostando lo sguardo verso Dean e poi sulla folla improvvisamente silenziosa.
Sollevò il volto della donna che amava. Era irriconoscibile.
«Guarda chi è tornato, il nostro salvatore... ci hai portato la cena cacciatore?» disse una ragazza.
James si alzò, Charlène era in lacrime.
Guardò la ragazza dritta negli occhi.
«Karen» disse.
Li guardò uno ad uno.
Il vecchio Adam Watford prese a ridere. James si volse a guardarlo. «Un buon giorno per morire Milees» disse il vecchio.
Un coltello si conficcò dritto nella schiena del padre di Nancy. James fece in tempo a voltarsi per vedere Bill Enders, lo stalliere.
Lo fissò a lungo, mentre la vita lo abbandonava.
Osservò i suoi occhi spenti, uno sguardo che sembrava chiedere scusa. Il caro Bill.
James cadde a terra accanto a Charlène.
Dean e Nancy urlarono, come fossero una sola voce. La folla si gettò sui loro genitori.
Dean riuscì a fuggire verso Nancy.
«Corri Nan! Corri!» urlò, ma la folla non lo lasciò andare.
Billinghurts prese anche lui.
«Corri Nan» riuscì a dire ancora una volta, prima che il sangue esplodesse sul suo volto.

Uno ad uno, Nancy osservò i pilastri della sua vita cadere sotto il peso della fame, del freddo, dell'odio di quel Gennaio del 1394.
Crollarono, lasciando la piccola Nan sola al mondo. Nuda contro i demoni del passato che da quel giorno in avanti l'avrebbero perseguita.
Prese a correre senza mai fermarsi e nessuno riuscì a raggiungerla.

Una bambina improvvisamente donna.

Nancy Milees scomparve, ma non dimenticò.

Mai.

***



Commenti

pubblicato il sabato 4 novembre 2017
Ellebi, ha scritto: Ottimo lavoro davvero. Una storia la cui tematica è il capro espiatorio. D'altri tempi si potrebbe pensare, e invece no, tutti i giorni sui nostri giornali e le nostre tv, ci sono storie reali che rispecchiano la strega sacrificale di questo racconto. Abbiamo bisogno che qualcuno paghi per tutti, solo così pensiamo di ammansire gli dei che presiedono ai nostri destini. Si tratta della prima parte di una storia più ampia ma è giá una storia a sè. Complimenti e saluti
pubblicato il sabato 4 novembre 2017
GillSully, ha scritto: Grazie Ellebi. Le tue parole mi riempiono di gioia :)

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