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lavoro pubblicato venerdì 3 novembre 2017
ultima lettura martedì 19 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La guerra dei Samurai: Il ruggito della Tigre

di Scorpionod. Letto 438 volte. Dallo scaffale Storia

Nell'era del caos, due potenti Signori feudali si affrontano per sancire la propria supremazia su una provincia del Giappone Orientale. Questa è la storia di una rivalità che fu leggenda, la vera storia della Tigre e il Dragone. ..

Takeda Shingen era immobile. Il Signore del Kai stava seduto e osservava con la massima attenzione ciò che stava accadendo di fronte a lui.
Da terra un frastuono assordante. Il caos delle grida. Gli ordini concitati. Il suono del ferro contro ferro, del clangore delle katana sulle armature. Le sagome dei samurai che stavano combattendo erano fluide: si mescolavano tra loro, indicavano, imprecavano, scomparivano ricoperte da altre sagome mentre erano in piedi e ricomparivano ferme sdraiate a terra, in posizioni innaturali.
Dal cielo l'inquieto vorticare dei corvi che attendevano la fine delle ostilità per banchettare sui freddi corpi dei guerrieri caduti, un silenzio celeste occasionalmente infranto da un gracchiare monotono e raggelante.
"La montagna". Questo era uno dei tanti nomi con cui era noto Takeda Shingen, il Signore del Kai, uno dei feudatari più potenti del Giappone orientale. "La montagna". Perchè non si muoveva mai. Perchè era sempre seduto in prima fila ad assistere alle battaglie e agli assedi dei castelli. Perchè era inamovibile e nulla turbava mai la sua quiete e la sua sicurezza.
Ma in quel momento il Signore del Kai era tutt'altro che quieto.
In quel momento lì, a Kawanakajima, si stava svolgendo la battaglia decisiva per la completa supremazia della provincia di Shinano.
I due schieramenti vedevano contrapporsi Takeda Shingen e Uesugi Kenshin, rispettivamente il Signore del Kai e il Signore di Echigo, due provincie del Giappone orientale.
La loro faida era iniziata circa otto anni prima, quando i samurai del clan Uesugi erano scesi in campo e avevano arrestato l'avanzata del clan Takeda nella provincia di Shinano.
Per ben tre volte i Takeda e i Uesugi avevano incrociato le katana a Kawanakajima, e per tre volte i due eserciti avevano lasciato il campo senza che emergesse un chiaro vincitore. Shingen e Kenshin erano sempre tornati nei rispettivi feudi accontentandosi di mantenere inviolata la terra di nessuno che separava i loro territori.
Sembrava che i due Signori feudali si equivalessero in quanto a capacità strategiche. Nelle altre regioni la rivalità tra Shingen e Kenshin era già diventata leggenda, tanto che i due Lord erano soprannominati "la Tigre del Kai" e "il Dragone di Echigo", con chiaro riferimento alle due belve della mitologia cinese che si scontrano eternamente senza che mai nessuna delle due riesca a prevalere sull'altra. Sembrava che quegli ottusi nobilotti trovassero divertente quello che a Shingen sembrava un colossale spreco di tempo e risorse. Ma quale samurai trae compiacimento nel combattere un conflitto che si protrae come uno stallo continuo?
Shingen storse la bocca mentre vedeva l'ennesimo fante Takeda che cadeva trafitto dalla katana di un samurai Uesugi. Quante volte aveva visto quella scena quel giorno... Fin troppe. E non riusciva a provare compiacimento nel vedere i soldati a ruoli invertiti.
Mai Takeda Shingen si era trovato così a poca distanza da una battaglia in corso, mai in vita sua. Non aveva neanche bisogno dei rapporti continui dei suoi strateghi, poteva vedere con i suoi occhi ciò che stava accadendo. La breve distanza che separava quel mulinare di ferro dal suo sgabello era un verdetto implacabile: I Uesugi stavano avendo la meglio. Presto La Tigre del Kai avrebbe dovuto ordinare alla sua guardia personale di sguainare le lame e unirsi al massacro. Non avrebbe esonerato nessuno dal proprio dovere, avrebbe estratto la katana lui stesso se fosse stato necessario.
Shingen strinse con forza il ventaglio di ferro che teneva nella sua mano, avrebbe voluto che ci fosse il collo di Kenshin tra le sue dita. La tensione era altissima perchè sapeva che quella battaglia decideva le sorti del suo clan. Lì a Kawanakajima erano presenti tutti i suoi alfieri e i suoi luogotenenti più importanti oltre a suo fratello Nobushige e suo figlio Yoshinobu. Se avesse perso sarebbe stata la fine del suo clan.
Un spiraglio di vento si insinuò tra le aperture della sua armatura. Sentì la gelida mano d'aria che risaliva lungo la suo schiena e graffiava il suo collo con artigli invisibili.
Shingen ebbe un tremito.
Era una mattinata davvero fredda. Il vento era un messaggero implacabile che recava a Shingen notizie fresche dalla battaglia: grida, ordini, urla, colpi di spada, nitriti, lo scalpitio dei cavalli. Nulla veniva risparmiato al Signore del Kai. Nulla. Nemmeno lo urla dei morenti. Nemmeno il puzzo di putrefazione dei cadaveri. La morte era la vera vincitrice di quella battaglia. La morte, che era l'unico nemico contro cui nessun samurai poteva vincere, l'unico nemico che si poteva solo affrontare a testa alta, senza la paura negli occhi.
Ma gli uomini che si stavano spegnendo uno dopo l'altro di fronte a lui avevano quasi tutti paura.
Lui lo sapeva perché Il vento gli sussurrava all'orecchio le loro invocazioni, le loro suppliche, le loro ultime parole, i dialoghi surreali che avevano con fantasmi che credevano di vedere lì, dinanzi a loro: le loro madri, i loro padri, i loro fratelli, i loro figli.
Shingen scosse la testa.
In quel momento provava un forte desiderio di essere altrove. Al sicuro e al caldo nel suo castello di Tsutsujigasaki. A praticare lo Shodo o la cerimonia del tè. A leggere gli antichi testi cinesi di Sun Tzu che amava tanto. Sarebbe stato disposto persino a scrivere quelle dannate lettere che doveva inviare di continuo di qua e di là nel suo feudo per garantire il costante funzionamento dell'apparato burocratico. Qualunque cosa pur di non essere lì. Qualunque cosa pur di non dover assistere a quello scempio. Qualunque cosa pur di non dover ricordare ciò che era successo appena poche ore prima. Pur di non provare ciò aveva provato quando tutto quello era iniziato. Pur di non dover rivedere dinanzi a sé quelle ombre del passato. Pur di non sentire più quel tetro mormorio che ancora echeggiava nelle sue orecchie...
Improvvisamente un oscuro malessere cominciò a serpeggiare nel suo corpo. Le gambe cominciarono a tremare, le mani cominciarono a sudare, il ventaglio che teneva nella mano destra divenne d'un tratto pesante come un macigno. La corazza che indossava gli opprimeva il petto. La katana che teneva al suo fianco era un peso che minacciava di farlo sprofondare sottoterra.
Shingen strinse le mani a pugno per esorcizzare quelle misteriose sensazioni. Doveva concentrarsi! Doveva mantenersi lucido!
Chiuse gli occhi e si richiuse nei suoi pensieri.
Pensò agli eventi dei giorni precedenti che avevano condotto a quello scontro, non sarebbe servito a suggerirgli una soluzione ai suoi problemi, ma almeno lo avrebbe trasportato lontano da lì, almeno lo avrebbe sottratto a quella follia.
Nei tre confronti che si erano svolti a Kawanakajima nei precedenti otto anni, i due eserciti si erano limitati a studiarsi dalle rive opposte dei fiumi Sai e Chikuma, fiumi che segnavano il confine ideale che separava i territori del clan Takeda dalla terra di nessuno che precedeva l'inizio dei territori Uesugi. Si erano svolti alcuni scontri isolati tra le retroguardie e le avanguardie dei due schieramenti, ma nulla che potesse essere definito una vera e propria battaglia. Takeda Shingen si era sempre recato a Kawanakajima quando Kenshin scendeva nella provincia di Shinano per affrontarlo, ma il Signore del Kai aveva sempre evitato il confronto. Era una strategia intenzionale volta a far spazientire il suo rivale, perché conosceva il suo carattere e la natura.
Uesugi Kenshin era un brillante stratega ma anche un giovane ragazzo aggressivo, impetuoso, arrogante e vanaglorioso.
Kenshin amava la guerra e si considerava un paladino di popoli oppressi. Lottava in difesa degli abitanti di Kozuke e di Musashi dalla tirannia del clan degli Hojo e lottava in difesa dei clan di Shinano dall'espansionismo dei Takeda. Era un devoto praticante del culto di Bishamonten, il dio della guerra e punitore dei malvagi.
Ma Shingen non era interessato a soddisfare la brama di sangue di un giovincello esaltato. Ogni volta che i Uesugi avevano dato il via alle loro scorribande a Kawanakajima, Il Signore del Kai si era sempre recato sul posto con il suo esercito ma aveva sempre preferito evitare meno contatti possibili con l'esercito nemico e si era spesso limitato ad attuare manovre politiche per costringere il suo avversario a tornare nel suo feudo, corrompendo i luogotenti Uesugi affinché si rivoltassero contro di lui, alleandosi con i suoi nemici e chiedendo loro di attaccarlo nei suoi domini. Kenshin era sempre stato costretto a ritirarsi per far fronte ai propri problemi interni che Shingen fomentava da dietro le quinte.
Ma Kenshin aveva esaurito la pazienza.
Meno di un mese prima, il Signore di Echigo era calato nella provincia di Shinano con 18000 uomini e aveva attraversato i due fiumi Sai e Chikuma, violando così il confine ideale che segnava l'inizio del territorio Takeda e dando inizio alla quarta battaglia di Kawanakajima.
L'arrogante Signore feudale aveva deciso di disporre il suo esercito sul monte Saijo a pochi chilometri del castello di Kaizu che costituiva la prima linea di difesa dei Takeda nel nord di Shinano. Quel castello era praticamente vuoto, c'erano circa un centinaio di samurai a difenderlo. Se Kenshin lo avesse espugnato i Takeda avrebbero perso un'importante base di appoggio per proseguire la loro campagna verso nord.
Non avendo altra scelta, Shingen partì dal castello di Tsutsujigasaki il giorno dopo lo sconfinamento dei Uesugi e, appena arrivato a Kawanakajima, fece sistemare il suo esercito nel castello di Kaizu e nell'area circostante.
I Takeda si misero subito al lavoro per studiare un piano di attacco.
Dopo numerose discussioni venne concordata una strategia condivisa. Fu deciso di dividere l'esercito Takeda in due parti. La prima, chiamata "betsutai", fu posta sotto il comando dei due generali Toramasa e Nobuharu. Il loro compito era quello di partire la sera, risalire il monte Saijo senza essere individuati e attaccare alle spalle i soldati Uesugi all'alba. I due generali avrebbero avuto al loro comando 12000 uomini, il grosso dell'esercito, mentre Shingen avrebbe fatto uscire dal castello i rimanenti 8000 soldati e si sarebbe sistemato in aperta pianura vicino al fiume Sai, facendo credere ai nemici che quello fosse l'intero esercito Takeda giunto dalla provincia del Kai.
Kenshin senza alcun dubbio si sarebbe preparato a scendere dal monte per affrontare Shingen sul campo, ma sarebbe stato colto di sorpresa dalla "betsutai" al sorgere del sole.
Una volta che l'esercito Uesugi in fuga fosse sceso dal monte, Shingen avrebbe guidato personalmente i suoi 8000 soldati, tagliato ogni via di fuga ai Uesugi e posto fine alla vita del suo rivale.
Era una strategia rischiosa che avrebbe privato Shingen del grosso del suo esercito ma il piano di battaglia era solido e confidava che Kenshin sarebbe caduto nella trappola.
Shingen si era quindi sistemato sul suo sgabello la mattina stessa in cui si sarebbe dovuto svolgere lo scontro sul monte Saijo, ed era rimasto seduto in attesa di ricevere aggiornamenti sull'andamento della battaglia.
Un grido improvviso riportò Shingen alla tragica realtà da cui stava cercando di fuggire.
Aprì gli occhi e scandagliò con ansia crescente il campo di battaglia. Ciò che vide fu la concretizzazione dei suoi peggiori incubi.
Suo fratello Nobushige era a terra con una lama conficcata nel ventre. Tre soldati Uesugi erano in piedi attorno a lui.
Accadde tutto con innaturale lentezza. Sembrava che quella scena non si stesse svolgendo nel frenetico cuore di una battaglia. Sembrava non si stesse svolgendo in questo mondo. Uno dei tre samurai portava il "menpo", la maschera che copre la parte inferiore del viso e che è normalmente indossata dai samurai di più alto rango.
Fu lui ad avvicinarsi al morente Nobushige con la katana in pugno.
Fu lui ad inserire la katana nello spazio vuoto tra il pettorale e il mento dell'uomo morente.
Fu lui a recidere di netto la gola di Yorishige e a porre fine alla sua esistenza.
La fine di Yorishige fu silenziosa. Il vento fu avaro di informazioni. Nessun suono all'infuori del primo grido, nessun odore che potesse distinguersi dal caos circostante. Niente di niente, una morte anonima a cui nessuno sembrò prestare attenzione all'infuori di Shingen. Eppure uno dei generali più importanti dei Takeda non era più in questo mondo, un membro della famiglia era partito per un viaggio senza ritorno.
Il ventaglio di ferro cadde dalla mano della "montagna". Gli occhi ridotti a due ragnatele di sangue erano sbarrati in un'espressione di sconforto e impotenza. Le due file di denti che stridevano l'una contro l'altra sembrarono sul punto di spezzarsi quando Shingen mise mano alla sua katana.
Ma l'arma non venne mai sguainata.
Un suono oscuro nacque nell'aria, un suono che solo Shingen poteva udire. Una litania di morte, vendetta, odio e giustizia. Un canto funebre che veicolava una promessa di obliterazione. Un sussurro corale capace di lacerare l'anima di un uomo senza scrupoli che mai nella sua vita aveva avuto un dubbio o un esitazione, che mai nella sua vita aveva esitato a fare ciò che considerava giusto e necessario per il bene del suo clan.
"On bei shiramandaya sowaka. On bei shiramandaya sowaka. On bei shiramandaya sowaka. On bei shiramandaya sowaka. On bei shiramandaya sowaka".
E quel giorno, Shingen si trovò per la seconda volta a rivivere quel momento. Il momento in cui era iniziato lo scontro tra Takeda e Uesugi a cui stava assistendo dal suo sgabello.
Il momento in cui si era svegliato dal sonno per vivere il peggiore incubo della sua vita.
Vide la nebbia che circondava l'accampamento Takeda. Percepì il freddo dell'aria mattutina di quell'umida giornata di Settembre. Sentì il mantra che veniva ripetuto all'infinito dall'esercito di samurai che li aveva circondati.
Rievocò distintamente quel senso di inquietudine e rassegnazione che sembrava paralizzarlo, che lo faceva sentire inchiodato a quello sgabello da cui non si alzava mai. Rivide i samurai nemici che uscivano dalla nebbia mentre intonavano in coro quel mantra. Ricordò le bandiere tenute dagli alfieri in prima fila e i simboli che riportavano: i tre rombi sovrapposti del clan Ogasawara, l'ideogramma del clan Murakami, i fiori di gelso del clan Suwa. Erano tutti clan di Shinano che lui aveva sconfitto e distrutto negli anni passati e che quel giorno sembravano tornati dall'aldilà per prendersi la loro vendetta.
Mentre vedeva quelle bandiere uscire a una a una dalla nebbia, aveva cominciato a sperimentare emozioni che mai avrebbe creduto di provare: ansia, inquietudine, rassegnazione, tristezza, rimorso e persino terrore. Si, Paura. Lui, Takeda Shingen, aveva avuto paura dinanzi alle ombre create dalla luce del suo sanguinoso passato. Paura di dover vedere ancora i civili della contea di Saku che i Takeda avevano schiavizzato su suo ordine e spedito a lavorare e morire di stenti nelle miniere del Kai. Paura nel dover affrontare nuovamente i samurai inviati a difesa del castello di Shiga, samurai che lui aveva aveva fatto massacrare e decapitare e le cui teste erano state impalate ed esposte di fronte al castello che avrebbero dovuto proteggere per indurre gli abitanti ad una resa immediata. Paura nel dover rievocare gli ultimi giorni del clan Suwa e delle due famiglie che lui aveva distrutto.
"On bei shiramandaya sowaka. On bei shiramandaya sowaka. On bei shiramandaya sowaka. On bei shiramandaya sowaka. On bei shiramandaya sowaka".
In quel momento i suoi occhi non riuscivano a staccarsi dal corpo senza vita del fratello.
Sentì ancora una volta le gambe che tremavano, sentì la voce attutita di qualcuno accanto a lui che stava cercando di parlargli senza che lui lo ascoltasse, perché nelle sue orecchie non echeggiava altro suono che non fosse il monotono ripetersi di quel mantra.
Percepì la stessa umidità che poche ore prima sembrava penetrargli le ossa come una katana dalle mille lame. La sua vista tornò ad essere appannata come in quel momento. Il respiro divenne roco, il corpo tremante.
Ormai lo sentiva: la giustizia del Cielo era lì per lui. Era giunto il momento per lui di pagare per i suoi crimini. Era convinto che quella fosse la fine.
"On bei shiramandaya sowaka. On bei shiramandaya sowaka. On bei shiramandaya sowaka. On bei shiramandaya sowaka. On bei shiramandaya sowaka".
Shingen guardò speranzoso verso occidente. Nessun segno della "betsutai", solo freddo, solo vento, solo oblio.
E fu a quel punto che le rivide ancora una volta, con la coda dell'occhio.
Le stesse cinque figure a cavallo che aveva visto poche ore prima erano ancora lì, immobili, in lontananza, che lo osservavano dalla cima di quella collina. E in mezzo a loro c'era lui. Uesugi Kenshin. Ricoperto dalla propria corazza, l'elmo e la maschera che coprivano il suo viso. La mano destra sull'elsa della propria katana. La mano sinistra che reggeva sul palmo della mano una piccola pagoda, simbolo che rappresentava la punizione dei malvagi.
In quel momento lo sconforto, la rassegnazione e la paura vennero spazzate via dalla rabbia e l'odio. La stessa rabbia che aveva sperimentato quella mattina, quando finalmente era riuscito a vedere oltre il velo degli inganni che Kenshin aveva tessuto per lui. Era a quel punto che si era reso conto che alle spalle dell'esercito di derelitti di Shinano c'erano loro, i samurai Uesugi. Era stato Kenshin a rastrellare quei ronin sparsi qua e là per il Giappone orientale. Era stato lui ad armarli, metterli in testa al proprio esercito e a ordinargli di intonare assieme ai propri guerrieri il mantra di Bishamonten, il dio della guerra che punisce dei malvagi.
Era stato in quel momento che Shingen aveva capito tutto. Era stato in quel momento che il Signore del Kai aveva visto oltre la nebbia: la sera prima i samurai Uesugi erano calati dal monte Saijo dal lato opposto da cui sarebbe arrivata la "betsutai". Avevano attraversato i boschi celati dalle tenebre della notte, facendo attenzione a non emettere il minimo rumore. Si erano posizionati dinanzi all'accampamento Takeda coperti dalla nebbia del mattino.
La nebbia, il mantra, l'avanguardia di Shinano...Tutta quella coreografia era stata studiata da quell'arrogante che voleva far passare l'imminente distruzione dei Takeda come un castigo del Cielo. Si era trattato solo di uno sporco inganno, nessuna giustizia attendeva Kenshin, solo le derilanti illusioni di un folle Signore della Guerra che si credeva un dio.
E ora, come poche ore prima, una nuova determinazione prese possesso del corpo di Shingen.
"La montagna" fu sul punto di trasformarsi in un vulcano in eruzione. Occhi carichi di odio fissavano in direzione del manipolo di generali Uesugi sulla cima di quell'altura. I suoi piedi ancorati al terreno cercarono di liberarsi dalla tirannia del cervello che gli imponeva di non muoversi. Gli arti inferiori cercarono testardamente di allearsi alle sue gambe con lo scopo di sollevare il resto del corpo da quello sgabello. La mano destra cercò di approfittare della distrazione della sua mente e della confusione che albergava nel suo cuore e scivolò silenziosa verso il suo fianco destro cercando l'elsa della katana.
Ma il suo cervello non aveva impartito ordini di quel genere.
La battaglia per il controllo del proprio corpo fu vinta alla fine da Shingen. La Tigre del Kai riuscì a riportare ordine nel proprio cuore che fino a pochi secondi prima sembrava sul punto di evadere dalla propria cassa toracica stimolato prima dalla paura, e poi dalla rabbia.
Il clan Takeda non sarebbe stato distrutto in quella battaglia. Lui non lo avrebbe permesso.
La Tigre del Kai si chinò e raccolse il suo ventaglio di ferro. La sua espressione tornò ferma e sicura.
La sua guardia personale era attorno a lui e attendeva ordini. Nessuno sembrava essersi accorto del terremoto silenzioso che aveva scosso "la montagna" fino alle fondamenta.
Takeda Shingen comandò che tutti i samurai, gli strateghi e gli attendenti lì presenti impugnassero un arma e si unissero alla battaglia. Alcune sue guardie del corpo tentarono di obiettare facendogli notare che così facendo lui sarebbe stato privo di protezioni, ma "la montagna" era inamovibile. In quel momento non avrebbe messo la propria sicurezza personale dinanzi alle esigenze del proprio clan.
Shingen si ritrovò quindi solo.
Fu una sensazione strana. La tempesta di emozioni che lo aveva scosso fino a pochi momenti prima si era quietata e in quel momento si sentì estraniato da tutto quello che succedeva intorno a lui.
La verità era che Shingen aveva l'abitudine di prendere il suo sgabello e di sedersi a pochi chilometri dal campo di battaglia, non solo per assicurarsi che la battaglia si svolgesse senza imprevisti, ma anche per motivare le proprie truppe: I suoi soldati si sentivano fuori posto lì, in terra nemica, a combattere contro lord di una provincia straniera, lontani dalle loro case e dalle loro famiglie, per soddisfare le ambizioni del proprio Signore. Shingen lo sapeva, per questo si muoveva sempre con loro, per questo era sempre lì a osservarli. La sua presenza ricordava loro la propria terra, il Kai. Lui era un simbolo per i suoi samurai, ma essere un simbolo significava essere saldo e sicuro, immobile come una montagna. Solo così poteva trasmettere sicurezza alle proprie truppe, solo così poteva adempiere al suo ruolo di colonna portante del clan Takeda.
Eppure in quel momento si sentiva così insignificante.
Nessuno sembrava sapere che lui fosse lì, nessuno dei suoi guerrieri in quel momento sembrava trarre conforto dal pensiero che "la montagna" stesse vegliando su di lui, che fosse lì a guardarlo e a soffrire nel vedere i propri samurai spegnersi uno dopo l'altro.
Shingen avrebbe voluto alzarsi. Avrebbe voluto estrarre la katana e gettarsi in mezzo alla battaglia facendo mulinare la sua lama in tutte le direzioni e falcidiando decine e decine di soldati Uesugi. Avrebbe voluto andare a cercare il carnefice di suo fratello, ingaggiare con lui un duello, decapitarlo e mostrare la sua testa a quello sfrontato di Kenshin in cima a quell'altura. Avrebbe davvero voluto farlo.
Ma "la montagna" non si muove mai. "La montagna" è il centro immoto del clan, il punto di riferimento imprescindibile, l'ordine assoluto che si erge al di sopra del caos della guerra. Shingen aveva un ruolo in tutto quello e doveva adempiere a quel ruolo. Il semplice stare seduto su quello sgabello avrebbe potuto fare la differenza tra la vittoria e la distruzione del proprio clan.
Trasse un profondo respiro e chiuse gli occhi.
Fu in quel momento che sentì l'annuncio tanto atteso.
"Betsutai da!"
Shingen si alzò dallo sgabello.
Ciò che vide gli fece sperimentare un'ondata di gioia come non l'aveva mai provata in tutta la sua vita. Il suo corpo irrigidito dal freddo e dalla tensione sembrò come liberarsi da un incantesimo che lo aveva intrappolato fino a quel momento, si sentì come ringiovanito di vent'anni. Cominciò a ridere, gridare, esultare alla vista di quello spettacolo.
Erano davvero lì. Toramasa e Nobuharu erano a cavallo e stavano correndo verso l'esercito nemico veloci come il vento.
La cavalleria Takeda giunse immediatamente dopo e sfondò la retroguardia Uesugi impetuosa come il fuoco.
Alle loro spalle avanzava la fanteria di ashigaru silenziosa come il bosco.
FU-RIN-KA-ZAN. I quattro elementi si erano finalmente ricongiunti: il vento, il fuoco e il bosco erano tornati alla montagna. L'esercito Takeda era al completo, per il clan Uesugi era la fine.
I nemici si accorsero dell'esercito che li stava attaccando alle spalle e cominciarono e fuggire disordinatamente verso nord. Nobuharu partì all'inseguimento senza fermarsi. Toramasa caricò la fanteria Uesugi seguito dai suoi samurai.
La battaglia era finita, i Takeda avevano vinto!
Shingen si girò lentamente. Il suo sgabello era riverso sull'erba, lo scatto con cui si era alzato aveva ben poco di sontuoso, un atto indegno per una montagna. Non poté fare a meno di sorridere e grattarsi il capo imbarazzato. Fu grato che nessuno dei suoi soldati lo avesse visto alzarsi così di scatto per sbracciarsi verso l'esercito in loro soccorso, ma allo stesso tempo non riuscì a biasimarsi per quello sfogo così genuino.
Un movimento percepito con la coda dell'occhio catturò la sua attenzione. I quattro generali Uesugi sulla collina si stavano ritirando. Uesugi Kenshin invece si guardava intorno indeciso su cosa fare. La sua mano non reggeva più la piccola pagoda, ma le redini del cavallo.
Shingen sorrise compiaciuto. Sembrava che il Dragone di Echigo fosse pronto a spiccare il volo. Poteva solo immaginare la frustrazione che stesse provando in quel momento.
Shingen distolse lo sguardo dalla collina e rimise in piedi lo sgabello. Non appena si fu seduto sentì qualcuno che chiamava.
"Harunobu!"
Shingen si guardò intorno senza capire. L'euforia che lo aveva colto pochi secondi prima venne improvvisamente spazzata via lasciando il vuoto e la confusione dentro di sé.
Harunobu era il suo nome da giovane. Nessuno lì dei presenti era tanto in confidenza con lui da poterlo chiamare in quel modo.
Cercò ancora con lo sguardo intorno a sé e finalmente lo vide: c'era un uomo a cavallo che stava venendo verso di lui. Indossava l'armatura ma il volto era coperto da una stoffa bianca che lo faceva sembrare uno di quei guerrieri che vivono nei deserti delle terre del Sole calante. Sembrava che quell'uomo stesse cercando di non farsi riconoscere, ma in ogni caso in quel momento nessuno si sarebbe curato di un cavaliere solitario che correva verso il cuore dell'accampamento Takeda.
Chi era quell'uomo? Non sembrava avere segni di riconoscimento di alcun tipo sull'armatura. Era un Takeda o un Uesugi? E che intenzioni aveva?
"Harunobu!"
Il richiamo stavolta fu più forte. Takeda cominciò a sperimentare un vago senso di inquietudine. Rimase seduto ma si girò verso quel misterioso individuo, osservandolo e cercando di cogliere maggiori dettagli man mano che si avvicinava a lui.
"On bei shiramandaya sowaka. On bei shiramandaya sowaka. On bei shiramandaya sowaka. On bei shiramandaya sowaka".
Il mantra di Bishamonten echeggiò ancora una volta nelle orecchie di Shingen. Il gelo dell'anima che lo aveva colto più volte durante quella giornata tornò a paralizzarlo. Un grumo di saliva discese faticosamente lungo il suo esofago. I battiti del suo cuore accellerarono di colpo. Il suo respiro si fece più pesante.
Fu a quel punto che l'uomo rivelò i suoi veri colori.
Il misterioso cavaliere solitario estrasse il proprio Tachi, la katana usata nei combattimenti da cavallo, e lo puntò verso Shingen. Era indubbiamente un nemico.
Seppur con fatica, Shingen cercò di alzarsi lentamente e avvicinò una mano tremante all'elsa della propria katana.
"Harunobu!"
L'ultimo richiamo fece ricadere pesantemente Shingen sul suo sgabello. Quella voce gli era così familiare, quel tono che veicolava urgenza e arroganza gli suggeriva qualcosa.
Ricordi che erano rimasti sepolti tornarono a galla.
Memorie destinate all'annullamento resuscitarono nella sua mente.
Takeda Shingen chiuse gli occhi e vide una scena del suo passato.
Suo cognato Suwa Yorishige, il Signore della Contea di Suwa nella provincia di Shinano, gli stava dando udienza ed era seduto di fronte a lui nel suo castello di Uehara. Come sempre sedeva in posizione rialzata rispetto a Shingen, sebbene il leader dei Takeda fosse di fatto per lui un fratello maggiore acquisito verso il quale era tenuto a mostrare rispetto. Si stavano accordando per una spedizione militare congiunta a Kogata, un'altra contea di Shinano che stava dando diverse noie a suo cognato ed altri signori feudali di quella zona. Tuttavia i modi sgarbati di Suwa Yorishige erano troppo da tollerare. All'ennesima azione scortese compiuta nei suoi confronti, il giovane Takeda si era alzato dal tatami e si era diretto verso l'uscita della stanza.
"Harunobu!"
Shingen ricordava ancora la voce di suo cognato che lo richiamava e gli diceva di sedersi, ma Shingen non aveva intenzione di essere secondo a nessuno, meno che mai a un piccolo signorotto incapace di amministrare la propria provincia.
"Harunobu!"
Quando la campagna di conquista dei Takeda ebbe inizio, la contea di Suwa fu la prima terra straniera a cadere nelle sue mani. L'assedio di Uehara non durò a lungo. Yorishige fu catturato e spedito a Tsutsujigasaki.
"Harunobu!"
Anche da prigioniero Yorishige aveva la sfrontatezza di gridargli contro. Shingen ricordava il suo sguardo carico di odio, le sue mani che si agitavano e cercavano inutilmente di sciogliere i lacci che gli legavano i polsi. Ricordava di come avesse cercato più volte di alzarsi dopo che era stato costretto fisicamente a inginocchiarsi.
La Tigre del Kai non ebbe alcuna pietà di lui.
Lo fece rinchiudere in un tempio. Non gli venne portato da mangiare. Gli venne dato solo un wakizashi, una katana corta, e la possibilità di scegliere: La morte era dinanzi a lui, avrebbe avuto il coraggio di guardarla in faccia e la volontà di affrontarla?
Yorishige scelse l'onore e il suo corpo fu ritrovato immerso nel proprio sangue il giorno dopo, la lama del wakizashi che gli era stato dato riverberava una luce color cremisi.
Quando seppe che suo marito aveva commesso harakiri, la moglie di Yorishige, nonché sorella di Shingen, finì la propria vita allo stesso modo, maledicendo il fratello che aveva distrutto la sua famiglia.
La morte della sorella fu un duro colpo per il Signore del Kai. Shingen da quel momento fu sempre cortese verso le genti di Suwa. Affidò il controllo di quella contea al suo luogotenente più fidato, Itagaki Nobukata, ordinandogli che l'amministrasse con la massima cura. Fece portare a Tsutsujigasaki la sorella di Suwa Yorishige e la trattò come una delle sue mogli, assicurandosi che avesse tutto quello di cui aveva bisogno.
Ma ciò non fu sufficiente a lavare via il sangue che sporcava la sua coscienza.
"Harunobu!"
E ora quell'uomo stava correndo verso di lui con un'arma in pugno.
Shingen non poteva fare a meno di pensare alle due famiglie che aveva distrutto, i Suwa e la propria, tutto in nome di un vuoto desiderio di conquista, tutto in nome di una insaziabile e inebriante sete di potere.
Ma era davvero così che stavano le cose?
Takeda Shingen non aveva scelto di diventare un Signore feudale, era stato costretto da un destino crudele.
Era stato costretto quando i vassalli di suo padre avevano deciso di tradire il loro Signore e avevano complottato per rovesciarlo. Era stato costretto quando gli fu chiesto da quegli stessi vassalli di assumere il comando per il bene del popolo del Kai. Era stato costretto quando suo padre Nobutora tentò di diseredarlo e di nominare proprio erede suo fratello minore Nobushige. Era stato costretto per evitare una guerra civile che avrebbe annientato i Takeda.
Grazie al suo intervento suo padre se la cavò con l'esilio e l'ordine tornò a regnare velocemente nel Kai. Nobushige non aveva avuto alcuna parte nel tentativo di diseredare Shingen e gli fu concesso di restare e servire suo fratello. La sua famiglia si salvò dalla crisi.
Ma I Signori feudali di Shinano videro un'occasione e cercarono di approfittare della situazione.
Kiso, Murakami, Ogasawara e persino i Suwa si presentarono alle porte del Kai e attaccarono i Takeda a Sezawa, ma furono sconfitti.
Fu in quel momento che Takeda Shingen si rese conto che per sopravvivere nell'epoca del caos bisognava diventare dei demoni.
Fu in quel momento che iniziò la sete di sangue.
Fu in quel momento che ebbe inizio la campagna di conquista di Shinano.
Takeda Shingen riaprì gli occhi. Ora sapeva quello che doveva fare.
"Harunobu!"
Il terreno flagellato dagli zoccoli del cavallo in corsa trasmetteva vibrazioni verso lo sgabello di Shingen. Ormai l'uomo era a pochi metri da lui. il Tachi che reggeva con una mano era prossimo a calare sulla sua gola. Shingen era ancora seduto. Sembrava che ormai fosse troppo tardi, che la sua vita stesse per concludersi.
NO!
All'ultimo istante, Shingen alzò il braccio destro con cui reggeva il ventaglio di ferro. L'oggetto parò il colpo inferto dall'arma del nemico.
L'impatto fu forte, ma la scossa più grande Shingen la sentì all'interno del suo corpo. Quel colpo andò a distruggere tutta la debolezza e lo sconforto che lo aveva attanagliato fino a quel momento.
Tutto ciò che aveva fatto, lo aveva fatto in nome della sua gente, in nome della sua nobile famiglia le cui origini risalivano al clan Minamoto, il primo clan del Giappone che era asceso al titolo di Shogun, il primo clan che aveva unificato e governato il Paese.
Tutto ciò che aveva fatto era stato legittima difesa e prevenzione. Suwa, Ogasawara, Murakami e Kiso, tutti loro erano stati annientati affinché i Takeda potessero continuare a vivere, tutti loro erano stati spezzati affinché il Kai potesse prosperare. E se per difendere la sua gente Takeda Shingen fosse stato costretto ad innalzare una montagna di cadaveri, non avrebbe esitato a farlo.
"La montagna" si alzò in piedi.
Il misterioso aggressore cercò di tenere a bada il cavallo, spaventato da quella brusca frenata, e calò un altro colpo di Tachi. La lama andò a colpire la spalla di Shingen e affondò nella carne. La Tigre del Kai gridò di dolore, un brivido di adrenalina attraversò il suo corpo. Per alcuni secondi dimenticò di avere in mano il ventaglio e parò i successivi due colpi di Tachi con il braccio protetto dall'armatura. L'aggressore si prese alcuni momenti per controllare il cavallo e Shingen cercò di approfittarne per estrarre la katana, ma l'uomo colpì l'arma prima che Shingen fosse pronto ad usarla. La katana cadde a terra alcuni metri dietro Il Signore del Kai. Shingen dovette ricorrere ancora al ventaglio per difendersi dagli attacchi successivi. La lama del nemico cercò di coglierlo di sorpresa sollevandosi dal basso, ma Shingen fu pronto e parò il colpo. Quando colpì di nuovo da sinistra venne nuovamente respinta, e ancora quando colpì da destra. L'aggressore non demordeva, tentò altri due colpi che vennero ancora una volta respinti dal ventaglio di Shingen.
Fu a quel punto che intervenne un samurai Takeda.
Il samurai cercò di trafiggere con la sua lancia il nemico in sella, ma mancò il bersaglio. Al secondo tentativo colpí il cavallo di striscio.
La bestia lanciò un nitrito infernale.
Shingen cadde a terra stordito da quell'improvviso suono acuto. La Tigre del Kai dovette avanzare carponi verso la sua arma caduta poco dietro di lui. Alle sue spalle sentì il respiro affannoso del cavallo. Le grida del lanciere Takeda che gridava per richiamare l'attenzione degli altri samurai lì nei dintorni. Le imprecazioni dell'uomo a cavallo. Il rumore di zoccoli che batteva frenetico il terreno.
Takeda Shingen prese la sua katana, si alzò e si girò verso il nemico pronto per affrontarlo.
Ma era tutto finito.
Era stato un sogno... Oppure un illusione?
No. La spalla sanguinante della Tigre del Kai era un incendio di dolore, anche se il taglio non sembrava essere troppo profondo.
Di fronte a lui il lanciere Takeda ansimava affannosamente, la punta della lancia era parzialmente ricoperta dal sangue del cavallo.
Shingen ignorò la ferita e il lanciere e cercò con lo sguardo intorno a sé, l'uomo a cavallo non poteva essere andato lontano in cosi poco tempo. Tuttavia c'era troppa confusione in quel momento a Kawanakajima. I nemici erano in rotta, i Takeda della "betsutai" all'inseguimento, i suoi samurai che avevano combattuto fino a quel momento erano stremati ma intenti a soccorrere i feriti. Impossibile distinguere la sagoma di un cavaliere solitario in mezzo a tutto quel caos.
Shingen tornò a concentrare la sua attenzione sul lanciere. Lo riconobbe: era Hara Osumi, uno dei samurai che era rimasto accanto a lui per tutta la durata della battaglia. Prima aveva ordinato a tutti di andare a combattere, ma evidentemente quel samurai aveva disatteso l'ordine. Shingen lo guardò con severità e fece per andargli incontro, ma si fermò quando lo vide singhiozzare. Il lanciere era a testa bassa, il volto solcato dalle lacrime.
Shingen capì cosa stava provando in quel momento.
Si sentiva in colpa perché non era riuscito ad impedire al nemico di fuggire. Improvvisamente Hara Osumi ebbe uno sfogo di rabbia e lanciò la sua arma lontano. La lancia finì per colpire una grossa pietra diversi metri più avanti, sembrava avere un'ottima mira da distanza. Se solo avesse lanciato l'arma contro il nemico invece di aspettare e avvicinarsi tanto... Non solo avrebbe ucciso l'aggressore, ma Shingen si sarebbe potuto risparmiare quel dolore alla spalla.
Ma in quel momento il Signore del Kai non se la sentiva di biasimarlo. Vedere quel samurai in quello stato gli aveva fatto ricordare di tutti gli uomini che avevano combattuto per lui in quella lunga giornata. Per un attimo gli sembrò di risentire tutte le grida che aveva udito quel giorno. Nella sua mente vedette di nuovo le sagome di tutti quei giovani guerrieri che cadevano a terra e invocavano il nome dei loro cari prima di lasciare per sempre quella terra.
Shingen avrebbe fatto dare loro una degna sepoltura, e avrebbe ricompensato tutti i samurai ancora vivi. Appena tornato nel Kai avrebbe posato la katana e impugnato il pennello. Molte lettere sarebbero state scritte per ringraziare i valorosi guerrieri di Kawanakajima.
Shingen si avvicinò al samurai, lo guardò con sguardo sicuro e gli mise una mano sulla spalla:
"Taigi de atta".
Il samurai lo fissò sorpreso. Non si aspettava di essere lodato, era evidente. Shingen fece per aggiungere qualcos'altro ma si interruppe quando vide delle sagome in lontananza che si stavano avvicinando alla loro posizione. Il dolore proveniente dalla spalla era insopportabile. Dovette metterle a fuoco più volte prima di capire che erano Toramasa e alcuni samurai al suo seguito.
Il Signore del Kai rinfoderò la sua arma e fece per andare incontro al suo generale, ma si accorse di qualcosa che era a terra: un pezzetto di stoffa probabilmente caduto al suo assalitore. Shingen lo prese, imprecando quando sentì la fitta di dolore dopo essersi chinato per raccoglierlo. Ma quando vide lo stemma impresso sulla stoffa ogni dolore cessò di esistere, ogni esigenza fisica del suo corpo sembrò svanire davanti alla monumentale forza della rivelazione che si era parata dinanzi ai suoi occhi.
Sul brandello di stoffa era impresso l'ideogramma di Bishamonten.
Takeda Shingen rimase di sasso.
Istintivamente guardò verso la collina dove si trovavano i cinque uomini a cavallo. Sulla collina non c'era più nessuno.
Tornò a fissare il pezzetto di stoffa che aveva in mano con occhi spalancati.
C'era un solo uomo in tutto il Paese tanto arrogante da indossare il marchio di un dio.
Il mantra oscuro echeggiò ancora nelle sue orecchie.
"On bei shiramandaya sowaka. On bei shiramandaya sowaka. On bei shiramandaya sowaka. On bei shiramandaya sowaka".
Ma ormai Takeda Shingen non aveva più paura, l'incantesimo era stato spezzato, il suo cuore era deciso, il suo spirito forte, la sua mente salda.
Takeda Shingen sorrise mentre fissava il simbolo impresso su quel pezzo di stoffa.
Uesugi Kenshin in persona lo aveva assalito, ed era stato respinto.
Si domandò chi fosse l'uomo sulla collina che lo aveva osservato per tutto quel tempo, ma ormai non aveva più importanza. Chiunque fosse a quell'ora era già in viaggio verso l'accampamento Uesugi a nord del fiume Sai. Un viaggio che probabilmente non avrebbe terminato da vivo.
L'uomo che lo aveva aggredito era il vero Signore di Echigo, Shingen era sicuro di questo.
Kenshin era rimasto in attesa per tutto quel tempo, era rimasto in attesa che Shingen fosse solo per poter finalmente avere il duello che aspettava da otto anni.
E il Cielo gli aveva concesso ciò che desiderava.
Ma la teatralità e l'ingegno non erano stati sufficienti per spezzare la volontà della Tigre del Kai. Takeda Shingen aveva ritrovato la sua determinazione e quietato il suo spirito, aveva affrontato il suo passato, sconfitto i propri demoni e combattuto contro il suo nemico. E aveva vinto.
Eppure non era ancora finita.
Un samurai gli si avvicinò fissando preoccupato la ferita della sua spalla. Shingen gli porse il pezzo di stoffa di Kenshin e il guerriero lo usò per fermare l'emorragia.
Nel frattempo Il Signore del Kai ordinò che gli venisse portato il suo cavallo e il suo attendente eseguì.
Il suo generale Toramasa udì l'ordine e lo fissò con bocca spalancata e occhi carichi di aspettativa.
"Yama wa ugoita..."
Il sussurro del generale Takeda fu appena percettibile ma fu contagioso. In pochi secondi tutti i presenti fecero eco alle sue parole.
"Yama wa ugoita!"
La frase passò di bocca in bocca, in breve tempo decine e decine di samurai si guardarono sorridendo e ripetendo quella frase.
"Yama wa ugoita!"
Nel frattempo l'attendente portò a Shingen il cavallo. La ferita era coperta dallo straccio di Kenshin. Il Signore del Kai gettò per terra il ventaglio, salì in groppa al suo destriero e sguainò la katana.
"MIHATA!"
L'urlo di Shingen fu poderoso. Tutti i Takeda a portata di orecchio si girarono nella sua direzione. Per un battito di cuore il silenzio tornò a regnare a Kawanakajima. Centinaia e centinaia di samurai avevano udito quel grido, Uesugi e Takeda.
"MIHATA...."
Takeda Shingen gridò ancora e questa volta il suo richiamo ricevette risposta.
"...TATENASHI!"
Gli uomini intorno a lui gridarono al vento di Kawanakajima la parola sacra del clan Takeda in risposta al richiamo del loro Signore.
"MIHATA...."
"...TATENASHI!"
Questa volta furono centinaia le voci in coro che risposero al suo richiamo.
"MIHATA..."
"...TATENASHI!"
Altre centinaia di voci si unirono, migliaia di cuori stavano battendo come uno solo. Il sortilegio oscuro creato dal mantra di Bishamonten svanì, il sole tornò a splendere a Kawanakajima, la nebbia cessò di esistere.
"MIHATA..."
"...TATENASHI!"
Takeda Shingen colpì i fianchi del suo cavallo e partì all'inseguimento dei samurai Uesugi in fuga.
Il suo cuore era saldo, il suo spirito sereno, la sua spalla aveva cessato di dolere. Il Signore del Kai era morto a Kawanakajima per rinascere in una forma migliore. Per rinascere come un demone Asura. Giurò a sé stesso che mai più avrebbe esitato dinanzi al compito che lo attendeva, mai più avrebbe avuto paura di compiere il proprio dovere, mai più avrebbe avuto paura della morte e dell'annullamento.
Takeda Shingen aveva deciso.
La "Montagna" si è mossa. La Tigre avrebbe dato la caccia al Dragone e lo avrebbe ucciso, l'equilibrio sarebbe stato infranto ed un unico Signore della Guerra sarebbe rimasto a governare sotto il Cielo del Giappone Orientale e alla luce del Sole nascente.




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