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lavoro pubblicato venerdì 3 novembre 2017
ultima lettura martedì 12 novembre 2019

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"Io, Lauro e le rose"

di diarma. Letto 426 volte. Dallo scaffale Storia

È il tre novembre 1985, uno dei giorni più belli per popolo napoletano. Furono le lacrime di Napoli che si liberarono dal giogo della rete e si schiantarono sul terreno del San Paolo. "Vabbè va, tiro lo stesso, tanto gli faccio gol comunque!"

Tre novembre 1985
“Vabbè va, tiro lo stesso, tanto gli faccio gol comunque!”
Era una piovosissima domenica autunnale e il Napoli giocava in casa. Ero confuso e inebriato dallo sventolio delle bandiere di cui la città era ricolma, e incapace di avvertire l’eccezionalità della partita e del miracolo calcistico al quale stavo per assistere.
Il Napoli quella domenica giocava contro la vecchia, e aggiungerei bastarda, Signora. Di solito venivo a conoscenza dell’avversario di turno non prima della lunga passeggiata che tutti assieme facevamo per arrivare allo stadio, mentre quella volta non si parlava d’altro già dalla precedente partita casalinga.
Il popolo tutto la aspettava un anno intero, la tensione era spasmodica. Non potevo sapere ancora quanto fosse giusto odiare quella squadra. Lo avrei capito quel giorno, me lo insegnarono uomini e donne, vecchi e giovani, i quali scoppiarono in lacrime, subissati da una pioggia torrenziale, al momento dell’impossibile gol di Lui. Un istante di delirio collettivo, disperato, accompagnato all’ eccitazione di chi sogna e percepisce di partecipare a qualcosa di unico.
Era proprio un giorno diverso dagli altri, era proprio un uomo e un calciatore diverso quello lì.
Le squadre scesero in campo e si respirava aria d’impresa. I soliti convenevoli: strette di mano, sorrisi. Ma il tuo ghigno cosa nascondeva mio invincibile eroe? Era già vero fossimo sul punto di resuscitare?
Si cominciò, e piovvero giù raffiche di fischi, perché la palla tra i piedi ce l’avevano i nostri avversari, un grido imponente si liberò quando giocammo il primo pallone.
Ogni volta che c’era un repentino capovolgimento di fronte, un’apertura improvvisa sulla fascia, tutti scattavano in piedi, assieme ai loro stramaledettissimi ombrelli e alla mie bestemmie. Non mi lasciavano godere e patire di quello spettacolo. Solo quando il boato di delusione evaporava nell’aria, ritornavo a vedere il campo di gioco, ma mi ero perso tutto. Continuavo per qualche istante a dimenarmi, ma era già tutto terminato. Cercavo di carpire, dai battibecchi di chi aveva seguito l’azione, cosa fosse accaduto.
Tutto quello che potevo constatare era che il pallone lo teneva tra le mani Tacconi, estremo difensore degli acerrimi nemici, o per terra al margine della sua area di porta, pronto per essere rinviato. Tornavo a sedermi e pensavo a cosa avrei potuto inventarmi per vedere dal vivo un eventuale gol del Napoli.
Pioveva a dirotto e faceva freddo, ma Dio, oltre a permettere il riscatto di un popolo intero, si ricordò anche di me. Ebbi il tempo di trovare una posizione congeniale per vedere partire quella palla.
Il tiro di Lui fece storia. Un calcio da fermo di quelli che non ti scordi più. Il dieci maggio di due anni dopo il Napoli avrebbe vinto il primo scudetto della sua storia, una festa annunciata. Ma quella domenica non c’era nulla di scritto, e ciò che provai non avrebbe avuto eguali. Ancora oggi mi chiedo come, quel giorno al San Paolo, non sia morto nessuno di infarto.
Eravamo circa alla metà del secondo tempo, il risultato inchiodato sullo 0-0. La paura di perdere, tanta, anche se da quando era arrivato Lui la mentalità di ogni calciatore del Napoli, anche di quelli che avevano vissuto i giorni peggiori della storia calcistica partenopea, stava cambiando.
La battuta del calcio di punizione fu tribolata e complessa. Si continuava a discutere sulla distanza della barriera. Era un calcio piazzato in area accordato a seguito di un intervento in gioco pericoloso. La barriera toglieva visuale a Tacconi il quale, proprio per questo motivo, spingeva i suoi compagni il più avanti possibile. Trascorsero diversi minuti, sembrava di assistere alle tumultuose fasi che precedono la partenza del palio di Siena. Interminabili attimi in cui i cavalli, indomiti, non raggiungono l’allineamento impedendo allo starter di esplodere il colpo di pistola.
Si avvicinarono all’arbitro Lui e Bruscolotti. In una famosa intervista rilasciata tanti anni dopo, il difensore napoletano avrebbe riportato fedelmente le parole che il Re, spavaldo, impavido e sereno, sentenziò un attimo prima di calciare: “Vabbè va, tiro lo stesso, tanto gli faccio gol comunque.”
L’arbitro fischiò, Lui si fece a stento sfiorare la palla da un compagno e s’incurvò con la schiena a tal punto che ancora oggi, riguardando le immagini, ci si chiede come non sia finito per terra. Ne uscì fuori un colpo da biliardo, una mezza punta di sinistro, con gli avversari posti a una distanza veramente ridicola.
Il pallone si arrampicò e scavalcò la barriera. Impennò, e come se d’improvviso fosse esploso, ricadde repentinamente verso il basso, non prima di aver varcato la linea di porta. Tacconi, povero sventurato, nel goffo tentativo di raggiungerla, prima che fosse troppo tardi, a momenti si stampava nel palo.
La palla impattò la rete, liberando dal giogo delle sue maglie un poderoso scroscio d’acqua. Furono le lacrime di Napoli che si schiantarono sul terreno del San Paolo.
La testimonianza che Dio passò di lì in quell’istante è tutta in quel miracolo balistico. E’ molto probabile che per un millesimo di secondo il mondo si fermò e il popolo napoletano faticò a comprendere cosa fosse accaduto.
Un attimo di silenzio sconcertante, un fermo immagine e Napoli impazzì. Il putiferio, orgasmo totale, un boato infernale che, ancora oggi, quando rivedo quel gol col volume della tv al massimo, mi fa accapponare la pelle.
Osservai Lui, estasiato, correre impazzito verso la bandierina del calcio d’angolo opposta al mio settore. Sapeva di averla fatta davvero grossa. I compagni cercarono di braccarlo, ma era un nano, un funambolo. Una montagna umana lo seppellì proprio accanto alla bandierina. Finalmente gli ombrelli non avrebbero più dato fastidio. Almeno per quella domenica, ne volarono a migliaia sulla pista di atletica.
Il nostro popolo finalmente liberato dopo decenni di schiavitù. Il riscatto del sud contro il nord.
Quel giorno ho visto gente di ogni età, di qualsiasi ceto ed estrazione sociale, piangere, guardare il cielo, ringraziare Dio ed invocare i propri cari che li avevano preceduti. Qualcuno chiese di cessare di vivere in quel momento. Quanti napoletani ho scorto in quegli attimi non voler trattenere le lacrime e lesinare emozioni. Ho riconosciuto volti increduli, e io bambino godevo a fondo, cosciente d’esser testimone di uno spettacolo che difficilmente avrebbe trovato pari al mondo.
Non ricordo nulla di quello che accade in campo dopo il gol, se il Napoli tirò ancora in porta o se i bastardi sfiorarono il gol del pareggio. Ero troppo preso a memorizzare le smorfie di dolore, d’ansia e i patemi d’animo di chi mi stava intorno.
Il paradosso fu che nonostante gli ombrelli non ostruissero più la mia visuale, invece di rivolgermi al campo di gioco rimasi a godermi il trionfo del popolo napoletano.
Un secondo boato, molto più forte di quello iniziale seguì al triplice fischio. Dio quel giorno passò di lì, ho le prove. Inviò un suo figlio nato per sbaglio in un altro continente. Lui, il più napoletano di tutti i napoletani presenti quel giorno allo stadio.
Ovunque tu sia, e comunque vada la tua vita, ti amerò per sempre.


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