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lavoro pubblicato giovedì 2 novembre 2017
ultima lettura domenica 17 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

La bara della nonna

di mario. Letto 226 volte. Dallo scaffale Pulp

La bara della nonna  Un’impresa mio padre l’aveva già compiuta con la tomba del nonno e dello zio, suo papà e suo fratello. Il Comune aveva bisogno di allargare il passaggio tra il vecchio cimitero e il nuovo, di recente...

La bara della nonna

Un’impresa mio padre l’aveva già compiuta con la tomba del nonno e dello zio, suo papà e suo fratello. Il Comune aveva bisogno di allargare il passaggio tra il vecchio cimitero e il nuovo, di recente costruito. Proprio lì si trovava la tomba di famiglia con le spoglie del nonno Prospero e dello zio. Nessun problema. Ci si mise d’accordo. Mio papà non recedette però su di un particolare: nessuno doveva toccare la tomba, le ossa dei suoi cari doveva raccoglierle lui! Piccolo particolare: aveva già avuto subito l’incidente, dunque anche l’amputazione della gamba. Non erano problemi che potevano fermarlo. Un bel pomeriggio d’estate, assistito da mia nonna Maria, sua suocera, ormai pluriottantenne, incominciò la grande impresa.

La strategia fu quella adottata nelle più raffinate tecniche di assedio: non attaccare direttamente le mura, ma farle crollare scavando sotto di esse. In questo caso l’obiettivo fu recuperare le ossa dei cari defunti, senza spaccare il cemento esterno della tomba, troppo complicato. E così fu. Dopo qualche ora di lavoro, tutto fatto da solo, aveva scavato un buco che affiancava la tomba. Da questo partì con una galleria (e sempre con una gamba sola, lo ricordo) che raggiungeva il centro della sepoltura.

Raccontò, e posso anche credergli, che caduto l’ultimo diaframma di terra lo scheletro dello zio Gaudenzio si presentò davanti ai suoi occhi pressoché integro, disteso nel sonno eterno, ma solo per qualche istante, poi si sbriciolò completamente. Mio papà si emozionò. Fu l’ultimo incontro, nelle viscere della terra, con l’amato fratello, rapito alla vita troppo presto, per le famose “febbri”. Lo zio sembrava fosse la “testa d’uovo”, come si suol dire, della famiglia. Geniale e discretamente colto. Ma torniamo alla nostra storia. Dopo l’incantesimo, incominciò il pietoso rito della pulizia delle ossa. Testimoni raccontano che mio padre da sottoterra lanciava fuori pezzi di ossa umane, sena mai smettere un secondo di parlare, forse per l’emozione, solo che la voce usciva assolutamente cavernosa, e che mia nonna raccoglieva il tutto, molto professionale, mettendolo in un sacco. In due facevano più di un secolo e mezzo! Lanciato l’ultimo pezzo, strisciò fuori anche lui dalla galleria. Il lavoro era concluso.

Ma questo era solo il preambolo della storia che volevo raccontare.

Tempo dopo, quando le ossa di mio nonno Prospero e dello zio Gaudenzio già riposavano nella nuova tomba di famiglia, venne il momento di traslare la bara della nonna paterna Virginia dal loculo del vecchio cimitero a quello della nuova tomba. Si ripeté la stessa storia – non voglio nessuno! La porto io! E se non volete aiutarmi lo faccio da solo! -. Il papà voleva trasportare la bara della nonna, morta negli anni ’50, sul carrettino, e murarla con la cassettina delle ossa di suo marito e del figlio nella tomba nuova. Un’impresa addirittura non legale, sarebbe stata necessaria l’autorizzazione, la presenza di un medico legale e degli addetti comunali. Tutte balle! Ci avrebbe pensato lui!

Mio fratello maggiore dichiarò apertamente che una cosa del genere si rifiutava categoricamente di farla.

Rimanevo io, non si poteva pensare a mia sorella, era una cosa da uomini! (e da pazzi). Se mi fossi rifiutato mio padre sarebbe rimasto da solo, emarginato da tutti, ma soprattutto dai suoi figli. Mi feci coraggio.

La mattina prestabilita entrammo al cimitero, tardo autunno, che era ancora buio. Eravamo circondati da tutti i lumini delle tombe. Scommetto che tutti i defunti si erano già svegliati per godersi lo spettacolo. Io tiravo il carrettino sgangherato di lamiera con su un grosso asse di legno da cantiere e una corda. Mio padre mi affiancava sprizzante energia da tutti i pori, quasi correndo con la sua stampella e la gamba artificiale che falciava l’aria con una forza da far paura. Mi chiesi per l’ultima volta cosa cavolo ci facevo in un cimitero, ancora notte, con un carrettino sferragliante per mano: roba da denuncia! Profanazione di salma! La galera!

La mattonata del loculo era già stata abbattuta. Non chiesi a mio padre quando l’avesse fatto; ebbi paura mi avrebbe risposto: - questa notte -.

Bloccato il carrettino, vidi la testata della cassa della nonna. La mia paura era che la cassa si disfacesse sul carrettino giusto in mezzo al cimitero. Cosa avremmo fatto? Insacchettare in fretta e furia tutto? E i sacchetti? Mio padre, pure un po’ arrabbiato, disse di non aver paura che non sarebbe successo nulla. Credo che in quei momenti pensò anche di aver messo al mondo dei figli un po’ cacasotto.

Si incominciò a lavorare. La cassa fu sollevata e l’asse spinto sotto, doveva servire da scivolo (imparai di più quella notte sulle tecniche di costruzioni degli antichi Egizi che in anni di esami all’università). Poi la testata della cassa fu circondata con una specie di cappio, per poi poterla estrarre tirando. Il nodo voluto da mio padre nella parte inferiore del cofano non funzionò; tirando si alzava il legno e toccava il soffitto del loculo. Allora girai il nodo sulla parte superiore e gli feci vedere che così la cassa scivolava tranquillamente verso l’esterno: guadagnai dei punti di stima.

La tirammo completamente fuori e fu caricata sul carrettino con una buona sinfonia di tolle traballanti. Era appena impolverata. C’era ancora la targhetta di metallo. Stava facendo giorno e io stavo per tirare in giro per il cimitero la cassa di mia nonna Virginia. Era tutto vero? Sì.

Partiti. Io tiravo e mio padre di fianco sempre con la gamba sciabolante. Una scena da film horror. Il giovane assistente, il vecchio medico pazzo, che profanano una tomba per sottrarne il cadavere e procedere a diabolici esperimenti!

Colpo di scena! Arrivati proprio al passaggio tra vecchio e nuovo cimitero si scopre che il carrettino è troppo largo e si incastra proprio sulla nostra vecchia tomba di famiglia (quello della scavo), non ancora abbattuta dal Comune. Situazione non prevista dal mio capo-stratega. Allora giù un fracco di bestemmie! Io non sapevo più cosa fare. Eravamo in un cimitero, all’alba, con la cassa della nonna sul carretto incastrato nella nostra tomba e mio padre che smadonnava a ruota libera alzando al cielo la stampella. Ce n’era a sufficienza anche per incappare in qualche scomunica; non solo nelle autorità civili!

Presi ancora una volta in mano io la situazione. Tentammo una micidiale manovra di surplace con una sola gomma e la cassa che si inclinava pericolosamente su di un lato; stile nave che affonda! Per qualche istante pensai che la nonna si sarebbe all’improvviso presentata fuori, dandoci pure degli imbecilli.

Non successo per fortuna nulla. La manovra mi fece completamente riabilitar agli occhi di mio padre. La salma fu regolarmente trasportata nella nuova tomba e tumulata vicino alla cassettina delle ossa del nonno e dello zio. La famiglia era di nuovo riunita dopo più di mezzo secolo.

Il capo disse che sarebbe passato lui a mettere i mattoni. Uscimmo dal nuovo cimitero con il carrettino scarico, l’asse e la corda. Ormai era giorno.



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