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lavoro pubblicato giovedì 2 novembre 2017
ultima lettura sabato 23 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Harald

di nickvandick. Letto 332 volte. Dallo scaffale Fantascienza

HARALD                       Sono un androide dell’ultima generazione Human 3000 in forza nelle truppe d’assalto plutoniane e attualmente impegnato in un’azione di gue...

HARALD

Sono un androide dell’ultima generazione Human 3000 in forza nelle truppe d’assalto plutoniane e attualmente impegnato in un’azione di guerra contro il nemico. La finalità della nostra missione è quella di sottrarre al controllo dei Baddas una collina di ghiaccio di ammoniaca nel settore 72K e di assumerne il controllo. Non esiste alcuna utilità nel compimento della nostra azione mirata perché quella gelida montagnola non possiede nessun attributo che giustifichi tanto spargimento di sangue. Non si tratta di un punto strategico e nel sottosuolo non sono custoditi giacimenti minerali che possano solleticare la cupidigia dei nostri comandanti. Si tratta semplicemente di un gioco di strategia.

Il mio nome è Harald. Dalle informazioni che sono riuscito ad acquisire attraverso gli archivi sono venuto a sapere che il mio costruttore sulla Terra era un appassionato di saghe medioevali e di miti nordici dai quali deriva un nome così fuori dal comune. Non ho mai sentito nessuno chiamarsi allo stesso modo e neppure ne ho trovato traccia fra le altre serie di androidi assemblati nelle catene di montaggio della Luna o dei satelliti di Giove. Durante il ciclo delle guerre extra-mondo ho conosciuto un androide di nome Olaf che si vantava di avere un’origine simile alla mia, ma non posso esserne certo. Il mio quoziente di intelligenza è limitato alla funzione per la quale sono stato creato. L’ indole che mi è stata istillata è quella del combattente e per questa ragione prevalgono in me caratteristiche come l’aggressività e l’istinto di uccidere. Il sangue mi eccita, l’uccisione dei nemici mi procura un sottile appagamento dei sensi che mi spinge a cercare situazioni in cui posso dare libero sfogo ai miei istinti primordiali. Godo nell’infliggere dolore e sofferenza e tutte le volte che posso non mi limito ad eliminare gli avversari con le armi da fuoco, ma preferisco finirli affondando la lama di un affilato coltello nella loro gola. Quando succede mi esalto fino a livelli di assoluto parossismo ma mi è stato spiegato che non ne ho nessuna colpa. Il mio assemblatore mi ha creato con queste caratteristiche obbedendo alla richiesta dei suoi committenti. Non esistono limitazioni in merito, la guerra è un mercato fiorente e una buona fetta dell’economia del sistema solare trae sostentamento da questo aberrante passatempo. A questo proposito sono stati destinati dei campi di battaglia appositi, soprattutto nei pianeti esterni come Plutone, Urano e su una parte degli anelli di Saturno. Gli androidi costituiscono la maggior parte delle forze in campo, mentre gli umani si limitano a mantenere posizioni di comando e prendere nota dei risultati. Loro si giustificano affermando che la sperimentazione è necessaria in caso di attacco da parte di una razza aliena, ma è chiaro che si tratta di una subdola montatura. Persino noi androidi sappiamo che il motivo reale è di fornire l’opportunità a coloro i quali siano in possesso di un lucroso conto in banca di divertirsi con un gioco che era in voga nei primordi della civiltà terrestre: la guerra. Le leggi sono severe a riguardo e i trattati hanno ormai imposto una pace forzata già da molti secoli, in passato la razza umana si era ridotta a pochi milioni di esemplari sparsi sui pianeti conosciuti a causa di un eccesso di aggressività che stava inevitabilmente portando all’estinzione della specie. Le armi sono state messe al bando e la violenza è stata abolita anche come semplice concetto. Non ne troverete riferimento su nessun testo di insegnamento perché anche il termine stesso è stato permanentemente cancellato dalla cultura dell’uomo a cui sono rimaste solo le battaglie virtuali per sfogare un innato istinto alla sopraffazione e alla crudeltà, una battaglia come quella in cui è attualmente impegnato il mio contingente.

L’ordine ricevuto dal mio comandante è quello di compiere insieme ad altri due soldati un blitz nella zona controllata dai Baddas. Il nostro compito sarà quello di superare la linea del fronte e di acquisire informazioni sulle postazioni nemiche. Da settimane non riusciamo ad avanzare di un solo metro e le disposizioni arrivate dai quartieri alti impongono di tentare il tutto per tutto. Si sta preparando un grosso scontro, forse quello decisivo per il controllo del territorio. Questo vorrà dire migliaia di morti fra le truppe androidi e probabilmente le dimissioni di qualche generale incapace.

I miei compagni sono Ono e Backy, due soldati che conosco molto bene. Insieme siamo stato protagonisti di numerose missioni conclusesi sempre positivamente. Siamo vincenti nati, guerrieri che non conoscono il significato della parola paura. A me spetterà il comando, anche se fra noi non esistono differenze di grado, semplicemente io sono il più anziano e loro si fidano della mia esperienza.

Abbandoniamo il nostro accampamento dopo un ultimo controllo alle armi, alle scorte di viveri e alla tuta di sopravvivenza. Il clima di Plutone è incredibilmente ostile e nessuno sarebbe in grado di vivere all’aperto senza le dovute protezioni. Durante la notte le temperature raggiungono picchi estremi di meno 230 gradi e anche di giorno, se giorno si può definire la spettrale penombra che illumina debolmente le desolate distese di ghiaccio, non si arriva mai al di sopra dei 150 gradi sotto lo zero.

Abbiamo studiato un percorso che ci consentirà di raggiungere l’obiettivo prefissato senza farci notare. Ono avanzerà davanti a tutti aprendoci la strada e controllando che il terreno sia sgombro da eventuali avanguardie nemiche. Saremo costretti a compiere un largo giro che ci allontanerà dalla base di alcune decine di chilometri, l’autonomia delle tute è di circa quarantotto ore e se non saremo rientrati entro questo termine andremo a far compagnia per l’eternità alle fantasmagoriche sculture di ghiaccio che popolano le pianure di questo pianeta. Tutto il territorio ne è infatti disseminato, algide costruzioni di ammoniaca o metano si ergono dal terreno come maestosi edifici partoriti da criteri architettonici alieni e incomprensibili. Osservandoli ci si stupisce di quanto possa essere estrosa l’inventiva della natura e di quanta delicatezza e amore essa riponga nelle sue manifestazioni. Candidi alberi dalle fragili ramificazioni si protendono verso il cielo violetto, cespugli di bianco corallo si abbarbicano ai tronchi colossali di una foresta resa immobile dall’estro divino per preservarne l’incomparabile bellezza e il totale godimento di una solitaria contemplazione.

Io e Backy ci muoviamo appaiati seguendo le indicazioni che Ono ci invia da una distanza di cento metri con il trasmettitore. La sua voce si ode limpida e chiara, caratterizzata dal particolare timbro rauco che il suo costruttore si è dilettato a fornirgli.

“Sto imboccando il sentiero delle due querce,” dice con l’inconfondibile cadenza cantilenante. “A prima vista sembra tutto tranquillo e anche il mio sensore biologico non registra segni di vita.”

“Prosegui,” rispondo io. “Secondo la mappa non dovremmo essere distanti dal primo avamposto dei Baddas. Cerca di fare attenzione a non incappare in qualche congegno nascosto che possa far scattare l’allarme.”

Ono si risente per le mie parole.

“Non sono stupido,” protesta.

Cerco subito di rabbonirlo. Non voglio dare adito ad inutili attriti, Ono è un tipo molto permaloso.

“Non intendevo dire questo,” dichiaro convinto.

“Sono un professionista, non lo dimenticare.”

“La tua precisazione è superflua. Non hai nessun bisogno di elencare i tuoi requisiti, so benissimo di che pasta sei fatto.”

Un mugugno risentito chiude la comunicazione. Io e Backy ci scambiamo uno sguardo d’intesa e sorridiamo, anche lui conosce il carattere burbero del nostro compagno, oltreché le sue indiscutibili doti di generosità e abnegazione.

Intorno a noi le ombre generate da un sole distante milioni di chilometri si stagliano lunghissime sul biancore immacolato del terreno dando origine a vaste zone di impenetrabile oscurità. Le stalagmiti di ghiaccio si infittiscono e i miei sensi si irrigidiscono, all’improvviso mi coglie l’improvviso sospetto di essere spiato.

“Ehi Ono, sei sicuro che non ci sia qualcuno davanti a te?” chiedo spinto dalla netta sensazione di pericolo che ha cominciato a farsi strada nel mio cervello bionico.

“Perché insisti?” mi redarguisce lui sempre più scorbutico. “Gli strumenti non possono sbagliare.”

“Non metto in dubbio il funzionamento del tuo sensore biologico, ma i Baddas potrebbero adoperare un deviatore di impulsi. Non ti pare strano che non abbiamo ancora intercettato nessun segnale della loro presenza? Ormai siamo vicinissimi alla linea di demarcazione.”

“I Baddas sono degli imbecilli e scommetto che non gli passa neppure lontanamente per la testa che qualcuno possa tentare un colpo di mano come il nostro.”

“Non sottovalutare i nostri nemici, loro possiedono il nostro stesso potenziale tecnologico e io non mi fido. Propongo di fare una sosta per studiare meglio la situazione.”

Un sospiro impaziente mi fa eco negli auricolari.

“Piantala con i piagnistei, Harald,” mi ammonisce Ono. “Qui fa un freddo cane e prima ci sbrighiamo prima è meglio per tutti. Io propongo invece di proseguire.”

Non sono convinto e vorrei esternarlo.

“Ascoltami Ono, noi...” cominciò ma non faccio in tempo a terminare la frase. Una deflagrazione assordante spezza il silenzio che ci circonda. Come temevo i Baddas si sono fatti vivi e Ono deve averne fatto le spese. Il suo interfono tace e lo sparo è stato esploso ad una distanza troppo ravvicinata perché non fosse diretto contro di lui.

Mi metto rapidamente al riparo. Il display all’interno del casco mi invia una sequela infinita di dati sull’intensità, il punto di partenza e quello di impatto dello sparo. Il diagramma sconsolatamente piatto delle funzioni vitali di Ono conferma le mie preoccupazioni. Tutti gli strumenti si sono attivati prontamente ma dei Baddas non c’è traccia. Con tutta probabilità stanno adoperando degli scudi rifrangenti e noi abbiamo fatto troppo affidamento sul fattore sorpresa. La nostra arroganza è stata la causa diretta della morte del nostro compagno, ma ormai è inutile piangere sul latte versato. La situazione è diventata drammatica e dobbiamo cercare di venirne fuori senza ulteriori danni.

“Tutto a posto, Backy?” chiedo fendendo il buio con lo sguardo. Tre minuscoli puntini rossi si muovono fra il ghiaccio cambiando continuamente posizione.

“Tutto bene per il momento,” risponde con calma serafica il mio compagno superstite. “Riesci a vederli?”

Annuisco istintivamente.

“Sono in tre e stanno venendo verso di noi. Probabilmente ci avevano già individuato da subito e aspettavano solo il momento buono per attaccarci.”

“Ono è morto.”

“Lo so. Cosa proponi di fare?”

Backy lascia trascorrere alcuni secondi prima di rispondere, poi dice: “Secondo me dovremmo aggirarli di fianco e cercare di eliminarli. Non credo che riusciremo a seminarli con una ritirata veloce, sono troppo vicini ormai.”

“Per me va bene.”

“Io penso a quelli di destra, tu vai a sinistra. Ci ritroveremo a faccenda conclusa.”

“Buona fortuna.”

È tutto. Rimango solo con il mio istinto di guerriero nell’immensità gelida che mi circonda. Non ho paura, anzi mi sento eccitato dalla prospettiva di una lotta corpo a corpo. L’adrenalina scorre a fiumi nel mio sangue sintetico e già pregusto il momento in cui affonderò la lama del coltello nella gola degli avversari.

Mi muovo con cautela, strisciando sul terreno fino a che non ho la certezza di aver eluso gli strumenti di indagine dei miei nemici. Poi mi metto in piedi e mi sposto per brevi tratti restando al riparo dei monoliti annichiliti. Un movimento guardingo mi avverte di essere in prossimità di una possibile preda. Vedo un Badda inginocchiato accanto al cadavere del povero Ono che con il fucile prende di mira il punto in cui mi trovavo fino a pochi istanti prima. Idiota, non sa quello che lo aspetta. Un secondo Badda corre zigzagando da un tronco all’altro della foresta pietrificata.

Attivo la mia arma e faccio fuoco con estrema precisione contro Badda più lontano. Il suo corpo esplode fragorosamente disseminando per un largo raggio frammenti di carne che si congelano in un centesimo di secondo ricadendo a terra con un tonfo sordo. L’altro tenta una reazione ma gli sono subito addosso. Rotoliamo sul ghiaccio avvinghiati in una lotta mortale, senza concedergli il tempo di riprendersi lo colpisco duramente ad un fianco. Sento l’osso di una costola spezzarsi contro il mio pugno chiuso, il Badda emette un lamento di dolore ma non desiste. Risponde con una ginocchiata che mi raggiunge allo sterno mozzandomi il respiro. Cado all’indietro come un peso morto mentre spero che Backy abbia avuto ragione del terzo Badda, in caso contrario non avrei molte possibilità di scamparla se dovesse intervenire a dare man forte.

Il mio avversario si è già rialzato pronto a finirmi con un’acuminata baionetta che balugina sinistramente sotto i deboli raggi solari. Lo faccio avvicinare poi compio una spettacolare capriola e gli assesto un potente calcio al basso ventre. Lui si piega e io non gli concedo tregua, un fendente del taglio della mano lo raggiunge alla gola nel punto in cui la ghiera del casco si connette alla tuta. Il Badda stramazza a terra rantolando.

Con le ginocchia gli immobilizzo le braccia costringendolo in una posizione dalla quale non può liberarsi. Avverto il suo terrore pulsare attraverso i raccordi vitali, lo sgomento materializzarsi nel respiro frenetico. È una sensazione che non conosce eguali. Bevo questi istanti come nettare divino, mi stordisco della loro intensità. Sono un assassino per definizione genetica, la morte rappresenta per me l’apice dell’estasi.

Sfodero il coltello con lentezza e ne poggio la punta sul cuore in tumulto del Badda. Sarebbe sufficiente una lieve pressione per farlo sprofondare nella carne e spaccare come una mela quell’organo palpitante, ma il momento è troppo esaltante. Desidero vedere il volto atterrito del mio nemico, leggere nei suoi occhi la consapevolezza della fine imminente.

Accendo un faro che annulla senza difficoltà l’oscuramento della visiera e irrigidisco per la sorpresa. Sotto di me giace una donna bellissima con un volto puro come un dipinto rinascimentale. Mai avevo veduto niente di più affascinante e inconsciamente allento la presa per un istante. Lei non me lo perdona e afferra la baionetta vibrando un colpo che trapassa la tuta aprendo un largo squarcio. In altri climi non avrebbe procurato altro che una leggera ferita, ma su Plutone ogni contatto con l’atmosfera è letale. La barriera che proteggeva la mia incolumità si dissolve esponendomi all’insostenibile aggressione del gelo. Boccheggio inutilmente per liberarmi da quella morsa micidiale, ma il gelo penetra rapidamente nelle mie membra. Le cellule del mio cervello riescono a formulare un ultimo pensiero prima di tramutarsi in materia inerte e fragile, si cristallizzano sull’immagine meravigliosa di un volto la cui bellezza rimarrà irraggiungibile come un sogno.



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