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lavoro pubblicato giovedì 2 novembre 2017
ultima lettura martedì 12 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

"Io, Lauro e le rose"

di diarma. Letto 359 volte. Dallo scaffale Amicizia

Tre amici da bambini e fino all'ultimo respiro. Un sogno infranto che segna la fine dell'adolescenza. Nella vita nulla è come sembra.....

Da "Io, Lauro e le rose"

Una sera ero rincasato prima dell’orario stabilito a causa di un violento e improvviso acquazzone estivo, che mi aveva costretto a interrompere una partita di calcetto in spiaggia.
Nessuno si accorse della mia presenza. I miei infatti erano impegnati in una delle loro animate discussioni in soggiorno.
“Hai visto cosa è diventato quello? E tu? Tu non hai mai fatto nulla perché nostro figlio non lo frequentasse! Sei sempre stato in silenzio, hai lasciato che tutto ti scivolasse addosso. E adesso? Hai visto che è successo? Che sciagura! Cosa diranno in paese? E se gli avesse fatto del male? Se avesse abusato di lui?”
Stavo per tornare sui miei passi, ma non feci a tempo, mia madre s'era già accorta di me.
Cominciò così il terzo grado più duro della mia vita, un autentico interrogatorio con tanto di giudice e imputato. Mille domande circa la mia amicizia con Raffaele. Pretese che le raccontassi tutto quello che avevamo fatto tutte le volte che lo avevo incontrato.
Le risposte non erano mai esaustive, e cominciavo a rendermi conto che cercava di estrapolarmi parole e pensieri non miei. Mio padre, tanto per cambiare, rimaneva in silenzio, catatonico. Mi chiedevo se respirasse ancora, o se fosse morto all’improvviso considerato che era immobile sul divano.
Mia madre non mollava la presa, dopo due ore trascorse a cercare di snocciolare il rosario di una amicizia, iniziavo a convincermi di aver fatto qualcosa di terribile che nemmeno ricordavo.
Non ne potevo più. Si fece notte fonda. Stavo annegando in quel mare di parole che mi rimbombavano nella testa. Mio padre non se la passava meglio. Ero davvero preoccupato per le sue condizioni di salute. Assisteva, senza emettere fiato, conservando la stessa espressione inebetita di sempre.
L’epilogo di quella serata fu bestiale e si può riassumere in tre parole lapidarie che mia madre pronunciò con tutto lo sdegno di questo mondo:
“Raffaele è omosessuale!”
Quella frase fu una vera e propria liberazione, in quanto sancì la fine delle ostilità.
Venni congedato con un cenno del capo. Corsi di filato nella stanza mia e della nonna, ripetendo a bassa voce, tra me e me, quell’affermazione che mi ronzava in testa come mosche attorno a un cadavere nel mese di giugno.
La nonna, accortasi del mio evidente stato confusionale, mi venne vicino scuotendomi, e mi sussurrò appena all’orecchio:
“Che ha detto tua madre?”
“Ha detto che …”
“Sss, abbassa la voce!”
“Ha detto che ...”
“Alza un po’ la voce che non sento niente!”
“Ha detto …”
“Ha detto …”
“Che …”
“Che …”
“Raffaele …”
“Raffaele …”
“È omosessuale.”
Nonna, portandosi le mani davanti alla bocca, si fece prima rossa e poi viola.
“Non lo dire mai più e domani vatti a confessare.”
Rimasi a guardarla preoccupato, mentre la vedevo rintanarsi e sparire sotto le lenzuola, dopo essersi fatta più volte il segno della croce.



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