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lavoro pubblicato mercoledì 1 novembre 2017
ultima lettura venerdì 24 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Bianco e Nero - Sesto Episodio

di Maucar. Letto 316 volte. Dallo scaffale Fantasia

La storia di un soldato costretto a fare i conti con una realtà che non prevede solo buoni e cattivi, ma tante sfumature dello stesso dipinto.....

Lo scalpiccio del cavallo al galoppo, schiumante di fatica, rimbombava nella foresta silenziosa.

Per tutta la mattina, Yorugai non lo risparmiò e lo spronò senza sosta lungo il tragitto che aveva percorso in direzione opposta qualche ora prima.

Non sapeva che cosa pensare, non sapeva nemmeno se di lì a poco sarebbe stato ancora vivo per riflettere… eppure l’idea di fermarsi, voltarsi, e lasciarsi tutto quello alle spalle non lo sfiorò un attimo. Sapeva che se l’avesse fatto, non avrebbe mai potuto conquistare la pace che il suo spirito tanto agognava, mai più. Sarebbe morto con il rimpianto di aver privato quella parte della sua vita della parola “fine”.

Ci mancò poco che il suo destriero stramazzasse al suolo per lo sfinimento: quando irruppe nel villaggio il sole era alto nel cielo.

Balzò giù dalla sella, sguainò la spada e cominciò a correre, in direzione di voci concitate che aveva cominciato ad udire nel momento stesso in cui era arrivato nei pressi del borgo. Corse, corse a perdifiato e proprio quando le voci iniziarono a trasformarsi in parole di senso compiuto, ordini emessi in tono aspro, improperi e bestemmie di ogni genere, Yorugai incontrò sulla sua strada i primi cadaveri: gente che aveva conosciuto, validi guerrieri, e tra i vari corpi di elfi e nani, ne intravide uno con una casacca rossa e bianca. Un soldato della Mano. “Ma allora sono davvero qui?! Che cosa sta succedendo?” si chiese.

“Maledetti bugiardi! Spergiuri!” Yorugai avrebbe scommesso la sua mano destra che quella fosse la voce di Ephialtes.

“Lo sapevo, qui è successo qualcosa di terribile. Sono arrivato troppo tardi”

Riprese la sua corsa, svoltò un angolo e quando latrò ”Vianna!”, il mondo parve congelarsi: gli ci volle qualche secondo per metabolizzare la scena che si presentò dinnanzi a lui.

Accanto ai resti del focolare attorno al quale la sera prima aveva bevuto in compagnia, giacevano Kunz, Vianna e i sopravvissuti della Brigata, in ginocchio con le mani intrecciate dietro la testa e ricoperti di lividi. Lo guardarono con occhi sgranati per la sorpresa, e Yorugai poté scorgervi genuina gioia nel constatare che fosse ancora vivo: capì che erano stati tenuti all'oscuro della trappola nella radura, fino all’ultimo momento. A conferma di ciò, lo sgomento e l’ombra della sconfitta nell’espressione di Ephialtes che, più distante, se ne stava accasciato al suolo con le zampe spezzate e crivellato di ferite, tenuto per i lunghi capelli da un soldato della Mano, un coltello puntato saldamente alla gola. Sebbene fosse evidente che le sue condizioni fisiche fossero critiche, a guardarlo così, con gli occhi ricolmi di lacrime e rancore, Yorugai ebbe la certezza che a procurargli dolore intollerabile non fosse il suo corpo.

Con sollievo, Yorugai constatò che dei civili non v’era traccia; dovevano averli fatti evacuare prima dell’arrivo dei soldati: “Grazie al Padre”.

Poi, però, il sollievo lasciò spazio ad un tripudio di emozioni contrastanti, quando il suo sguardo si posò su di un volto incorniciato da una bella barba curata, che lui conosceva benissimo: suo padre Mayfred lo fissava con la bocca aperta, a stento capace di trattenere la commozione. Per un instante brevissimo, il capitano fu tentato di gettare le armi all’aria e stringere in un lungo abbraccio il proprio figlio, che per quasi un anno aveva creduto morto: sembrava avere voglia di schizzare fuori dall’armatura per correre e piangere e gridare. Riuscì, tuttavia, a ricomporsi e accantonare momentaneamente l’entusiasmo.

Si voltò verso i prigionieri e con tono furiosamente gelido, indicando Yorugai -che nel frattempo era rimasto immobile, muto, incapace di elaborare tutte le sensazioni che lo stavano assediando- ordinò: “Esigo una spiegazione. Quest’uomo è mio figlio”

Vianna faceva dardeggiare lo sguardo da Mayfred a Yorugai e poi ad Ephialtes: stava cercando un modo per evitare ulteriori spargimenti di sangue. Evidentemente decise che la tattica migliore da adottare fosse dire la verità, nient’altro che la verità.

“Lo abbiamo tenuto prigioniero negli ultimi mesi. Ha ricevuto un trattamento dignitoso.”

Mayfred si rivolse al figlio: “L’elfa dice il vero?”

“Sì, padre” rispose Yorugai, che nel frattempo stava ritrovando il controllo di se stesso. Cominciava a rendersi conto di trovarsi in una situazione estremamente scomoda e delicata.

“Bene. Allora farò in modo che la vostra esecuzione avvenga in modo rapido e indolore”.

Pronunciate tali parole, si scatenò il putiferio: Ephialtes, per quanto le sue labbra tumefatte glielo permettessero, tornò ad ululare e lanciare maledizioni di ogni genere: “Spergiuri! Disgraziati! Feccia!”; Yorugai, con ancora la spada sguainata in pugno, mosse impulsivamente un passo verso il padre, cosa che indusse i soldati al suo fianco a mettersi in guardia con le armi rivolte contro qualsiasi potenziale minaccia potesse rappresentare Yorugai in quel momento.

Volendo approfittare di quell’istante di caos per rovesciare la situazione, alcuni sconsiderati membri della brigata di Vianna si ersero di scatto, cercando di cogliere di sorpresa i propri aguzzini.

“Nooo!” fu il grido disperato che si levò all’unisono dalle bocche di Vianna, Kunz e Yorugai, ma nulla poterono per impedire che i ribelli perissero nell’arco di un battito di ciglia, sotto i colpi fulminei dei soldati. Il loro sangue schizzò sul volto pallido e contrito di Vianna.

Ci fu un lunghissimo secondo in cui nessuno emise suono, rimanendo immobili per paura di stracciare l’alone di tensione che era calato su di loro come un sudario. Yorugai cercò Vianna con gli occhi, e quando la trovò, scambiò con lei un cenno d’intesa; dopodiché si voltò, per provare a dialogare con il padre, che nel frattempo lo stava fissando con aria colpita, addirittura offesa.

“Uomini! Se qualcun altro di voi prova a fare l’eroe gli spezzo io stessa le gambe per farlo restare giù!” sentì sbraitare alle sue spalle l’elfa.

“Padre, desidero parlarti di ciò che mi è successo in questi mesi. Vorrei che mi ascoltassi prima di giustiziare queste persone; dopodiché potrai prendere la decisione che più reputi opportuna e io… io ne prenderò atto” concluse, e per far sì che la tensione si allentasse un minimo rinfoderò la spada.

Il cuore gli batteva a mille in petto mentre reggeva lo sguardo duro e indagatore del padre, che fino ad un momento prima era inondato di felicità per il ritrovamento del proprio figlio perduto. Yorugai sudava freddo, aveva paura, ma era lucido. Come non lo era mai stato in vita sua.

“Parla, figliolo.” Sentenziò infine Mayfred.

“Dunque… da dove cominciare. Quando per la prima volta ho messo piede in questo villaggio ero un uomo vuoto, nel corpo e nello spirito. Ricorderai bene il motivo, padre.” Le immagini di quel massacro aleggiavano limpide tra di loro. Mayfred serrò la mascella, ma non rispose.

Yorugai continuò: “Questa gente si è presa cura di me per lunghissime settimane, strappandomi ad una morte che probabilmente avrei meritato, per motivi che ho ignorato a lungo e che solo ora comincio a comprendere, grazie alla donna dietro di me.” Yorugai resistette all’impulso di voltarsi e godere della sua bellezza una volta di più. Il capitano continuava a tacere, un’espressione indecifrabile in volto.

“Non ti nascondo, padre, di averli odiati per questo. Forse perché mi risultava facile dopo anni di esperienza; forse perché avevano sconvolto totalmente l’idea che avevo di loro, dopo la morte dei miei genitori: non avevano il diritto di essere brave persone, ai miei occhi. O semplicemente perché, nel profondo, in quei giorni ho desiderato morire e lavare via il sangue dei loro stessi cari dalle mie mani. Avevo capito di essere diventato esattamente come coloro che per una vita ho combattuto.”

Yorugai ormai parlava senza rendersene conto. Stava sputando fuori mesi e mesi di tormenti, di crucci e di dilemmi; si accorse che il fatto stesso di pronunciare quelle parole lo stava aiutando ad accettare cose che aveva sempre saputo dentro di sé.

Gli sovvennero nuovamente le parole di Kunz della sera prima: “Vianna ti ha reso un uomo migliore”. Yorugai lo sperava davvero.

“Tuttavia, non ero ancora pronto a riconoscerlo. E’ stata Vianna a condurmi per mano lungo il percorso che mi ha portato ad essere l’uomo che sono oggi, e che sta in piedi qui, davanti a te. E davanti a loro. E’ merito suo se sono ancora vivo, padre.” Si interruppe per un attimo, e si concesse di voltarsi a guardare i suoi compagni non-umani. Kunz e l’elfa pendevano dalle sue labbra, e lo guardavano con occhi che non osavano sperare. Mayfred, dal canto suo, era una statua di cera: era impossibile captare i suoi pensieri, poteva essere sull’orlo del pianto, come della furia o della risata.

“Ho dormito con queste persone, mangiato e bevuto con loro. Respirato la stessa aria. Ho vissuto con loro, e sono riuscite a convincermi che sono brave persone, e che il bianco e il nero non esistono. Non meritano di morire, padre, e tu lo sai. Non voglio assistere di nuovo ad uno scempio insensato.”

Alle parole di Yorugai seguì un lunghissimo silenzio, durante il quale lo sguardo ferreo di Mayfred non si staccò mai da lui.

Poi, aprì la bocca e… “Bastardo! Maledetto! Hai rovinato tutto! Sei stato la nostra rovina! Uomo migliore? A chi vuoi darla a bere?! Tu e la tua razza siete solo delle dannatissime bestie senza onore!” prima che il capitano potesse dar voce ai suoi pensieri, il veleno di Ephialtes proruppe nella conversazione.

“Taci, animale! Sei l’ultima persona che può parlare di onore, dopo che ci hai venduto alla Mano in cambio della libertà e hai cercato di fuggire con un’altra Brigata.” sibilò Vianna.

“Silenziò” Mayfred aveva perso ogni singola goccia della gioia di prima. Ora Yorugai vedeva un uomo triste, affranto, eppure risoluto. Credette di sentire il rumore del suo cuore infrangersi nel vedere l’uomo che lo aveva cresciuto ridotto in quel modo per colpa sua. E si preparò al peggio.

“Soldato” esordì Mayfred con tono tombale, avvicinandosi piano a lui “quando ti ho visto spuntare, poco fa, da dietro quella capanna ho pensato che il Padre stesso ti avesse preso in braccio e riportato da me. Ho rivisto quel bambino senza più nessuno al mondo che ho accolto sotto il mio tetto. E pertanto posso essere solo felice del fatto che tu abbia trovato la serenità che cercavi.” Diceva di essere felice. Ma allora perché vedeva una lacrima rigargli il volto?

“Vedi, io ho sempre saputo che tu fossi una persona buona. Nonostante per anni chiunque ti vedesse combattere ti abbia dipinto come un animale da guerra, assetato di sangue, io e tua madre scorgevamo la bontà nel tuo cuore. Io ti credo, probabilmente queste persone non meritano di morire, come non lo meritavano i tuoi genitori.” Mayfred era ormai abbastanza vicino da poter poggiare una mano sulla guancia di suo figlio.

“Per quanto possa essere stato per me un privilegio crescerti, non voglio dover accogliere altri orfani in futuro. Gli ordini sono ordini, e la Mano non scende a patti con i terroristi. So che capirai” il panico colse Yorugai.

Mayfred, senza distogliere lo sguardo da Yorugai, fece un cenno con la testa. Poi sentenziò: “Uccideteli”



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