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lavoro pubblicato mercoledì 1 novembre 2017
ultima lettura venerdì 13 settembre 2019

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La donna di Recife

di nickvandick. Letto 359 volte. Dallo scaffale Fantasia

La donna di Recife     “Può fermarsi in Rua Silva Carvalho, all’inizio di Rua Arràbida?” chiese il passeggero al conducente del taxi che sollevò lo sguardo per fissarlo dallo specchietto retrovisore.&...

La donna di Recife


“Può fermarsi in Rua Silva Carvalho, all’inizio di Rua Arràbida?” chiese il passeggero al conducente del taxi che sollevò lo sguardo per fissarlo dallo specchietto retrovisore.

Era un uomo giovane, sui trenta, vestito con gusto. La giacca soprattutto sembrava cucita su misura sul suo corpo atletico e prestante e l’orologio che teneva al polso era di marca, non una patacca tipo quelle smerciate dai neri, ma un vero gioiello che doveva valere almeno diecimila euro. Aveva la barba lunga ma ben curata e i capelli neri tirati all’indietro e fissati con il gel, gli occhi nascosti dietro le lenti scurissime dei Ray Ban.

Il conducente rallentò la velocità della sua Mercedes A 200 per individuare il punto indicato dal cliente e svoltò a sinistra tagliando la strada in diagonale. Lo aveva caricato alla Gare de Oriente e aveva preso la A1, poi aveva svoltato per immettersi nell’autostrada Norte-Sul ed ora si trovava nella Rua Dom Joao.

“Mi dica dove esattamente,” disse il conducente guardandolo con la coda dell’occhio dallo specchietto retrovisore.

Il tizio non aveva spiccicato parola per tutto il viaggio durato complessivamente una ventina di minuti.

“Dove vuole lei, non è importante,” replicò gelido.

Era un pomeriggio di settembre e il sole picchiava ancora duro benché il vento atlantico smorzasse la calura rendendo sopportabili certe giornate in cui dovevi continuamente bere qualcosa di fresco per non rischiare di disidratarti. A Lisbona la vita era così, provvisoria e dovevi prendere quello che arrivava quando arrivava perché la crisi aveva impoverito metà della popolazione ed era ancora una fortuna riuscire a gestire un’attività come quella di conducente di taxi. Il tizio però sembrava non passarsela troppo male e il conducente scommise con sé stesso che gli avrebbe lasciato una buona mancia.

“Non ha un indirizzo preciso?” insistette mentre accostava al marciapiede in seconda fila.

Nemmeno lui sapeva perché continuava a parlare nonostante fosse evidente che il cliente provava fastidio ad essere importunato in modo tanto sfacciato. Il fatto era che si sentiva incuriosito, chissà perché il tassista aveva l’impressione che quello stava per combinare qualcosa di molto brutto. Forse si trattava dell’aria che emanava la sua figura, gelida come il suo tono di voce.

Il tizio si sporse in avanti poggiando un gomito sulla parte superiore del sedile del passeggero.

“Lei è sempre così pedante quando lavora?” disse scandendo le parole.

Il conducente torse il collo di tre quarti per riuscire a guardarlo direttamente negli occhi, o meglio, nelle lenti degli occhiali dietro cui era presumibile si trovassero gli occhi.

“Cosa vuol dire, non capisco,” rispose.

“Non le passa mai per la mente che le sue inutili domande possono risultare fastidiose?” disse secco l’altro.

“Era così, solo per dire.”

“Per dire cosa?”

“Non saprei, per dire.”

Il giovane inspirò rumorosamente dalle narici.

“Lei è fortunato, lo sa?”

“In che senso, scusi?”

“In nessun senso, sappia solo che è fortunato.”

Il conducente stirò le labbra in un sorriso sghembo. Ora avvertiva come un senso vago di paura recondita, una sensazione di disagio appena recettibile ma concreta. Come quando al mattino ci si risveglia da un incubo che è rimasto sospeso senza definirsi del tutto. Eppure lui di tipi strani ne aveva incontrato nei suoi quasi quaranta anni e passa di mestiere. Ma quello era…

Il tizio fece scattare il blocco della portiera e uscì dall’abitacolo. Non aveva con sé altro bagaglio se si escludeva una piccola valigia ventiquattrore, come quelle degli impiegati delle banche che se ne vanno in giro per le vie del centro durante la pausa del pranzo. Perlomeno il tassista ipotizzava che fossero tali perché si era abituato a catalogare in quel modo tutti coloro che indossavano un completo con camicia e cravatta, ma che alla fine potevano svolgere una qualsiasi altra professione. Di sicuro c’era che il tizio non era un impiegato di banca, lo si intuiva da come si muoveva, dai gesti lenti e meditati. Essenziali.

“Io cerco solo di fare il mio lavoro,” si scusò l’uomo al volante.

L’altro aprì la portiera senza scendere.

“Un pretesto che non la giustifica.”

“Non ho fatto niente di male.”

Ora desiderava soltanto che quello strano individuo se ne andasse. Quasi non gli importava che gli pagasse la corsa, era sufficiente che si togliesse di torno e gli lasciasse riprendere il lavoro. Proprio in quel momento infatti una voce femminile gracchiò dal ricevitore, ma lui fece finta di niente.

“La chiamano dal centralino,” intimò il passeggero.

Il conducente annuì. Aveva le mani rigide, i tendini delle dita che si rifiutavano di rispondere alle sollecitazioni.

“Sì, ho sentito.”

“E non risponde?”

Il conducente rimase senza parole, incapace di una qualsivoglia reazione ragionevole. Annichilito dal terrore. Il ricevitore gracchiò di nuovo e il tizio lasciò cadere un biglietto da cinquanta sulle ginocchia del conducente, poi si allontanò senza aggiungere altro.

Ora si trovava sull’inizio di Rua da Arrabida che era una discesa stretta e a senso unico, con le automobili parcheggiate su un lato e le abitazioni basse e costruite senza nessun nesso architettonico logico. Ognuno insomma aveva operato secondo il proprio estro senza tenere conto di null’altro che non fosse un personale gusto estetico. Il tizio camminò sul marciapiede che delimitava la parte sinistra della carreggiata libera dai veicoli, a passo misurato ma senza fretta e senza guardarsi intorno, come se non fosse interessato a null’altro che non fosse la meta che si era prefisso. La via era assolata e deserta, come se i suoi abitanti si fossero rintanati al riparo delle abitazioni per sfuggire alla calura persistente dello zenit pomeridiano.

L’uomo si fermò davanti all’ingresso di una casa che non aveva niente di così particolare da farla differenziare dalle altre ad un osservatore poco attento, un edificio come tanti, a due piani e con la facciata dipinta di un ocra slavato dal tempo, il portone in legno e le finestre laccate di bianco e con le inferriate, il balcone al primo piano racchiuso da una balaustra che accorpava la visuale di tre porte finestre con le tende bianche e velate. Una targhetta al campanello specificava che lì abitava qualcuno che di cognome faceva De Santos. Il tizio premette il pulsante per qualche e attese.

Venne ad aprire una donna dall’aspetto contrito, non vecchia ma consumata dai probabili dispiaceri di un’esistenza che non doveva essere stata felice. La rassegnazione le aveva segnato il volto e gli angoli della bocca ripiegavano verso il basso stirando le labbra sottili in una smorfia di insanabile indifferenza nei confronti del mondo che la circondava.

L’uomo non si presentò ma la donna aprì ugualmente l’uscio come se sapesse già con chi aveva a che fare.

“Venga,” disse con voce flebile, un sospiro più che un suono vero e proprio. “Il padrone la sta aspettando.”

L’uomo avanzò e si ritrovò nella penombra discreta di un’anticamera arredata con mobili di epoche passate, ereditati forse dalle generazioni artefici della storia recente del Portogallo, prima della caduta della dittatura di Salazar che aveva tenuto il paese in uno stato di sospensione per quarant’anni e che con il dittatore avevano intessuto relazioni e amicizie profonde per salvaguardare i privilegi dovuti a una discendenza dichiarata aristocratica in nome di non si sa bene quale ancestrale presupposto. Quell’esibizione di asservito coinvolgimento in quella che era stata una dottrina politica nata con lo scopo di schiacciare sotto un pesante tacco di soprusi sostenuti in toto dalla nobiltà portoghese e dagli alti apparati ecclesiastici le legittime aspirazioni del popolo, non provocava nel visitatore nessun effetto. La sua generazione si poteva dire che avesse rimosso del tutto l’eredità di quel cupo periodo e che guardava al futuro con un occhio avulso dalle obsolete nostalgie che ancora fluttuavano nei discorsi di alcuni vecchi intellettuali e sostenitori del progetto salazarista. Per cui la sensazione che lo pervase nel ritrovarsi in quell’ambiente pervicacemente avvinghiato ad un passato recente, anche se contraddittoriamente remoto, fu di estraneità totale e di indifferenza, come se fosse stato compiuto un salto generazionale che divideva in due parti nette e distinte le componenti umane della società.

La donna fece strada senza aggiungere altro, sottintendendo i prodromi di un accordo che doveva essere stato stipulato antecedentemente a quell’arrivo e che quindi andava rispettato senza avere bisogno di ulteriori chiarimenti. I due attraversarono in silenzio un ampio salone con austeri ritratti a olio di personaggi dallo sguardo trasudante un grande rigore morale appesi alle pareti, antenati di una famiglia che affondava le proprie origini nei secoli che comprendevano il periodo drammatico dell’invasione asburgica del Portogallo. Superarono poi altre stanze destinate alle attività quotidiane delle persone che avevano abitato in quella finalmente rivelatasi come una maestosa residenza, impaludata però da una densa patina di abbandono, come se il tempo là dentro si fosse fermato all’inizio degli anni settanta quando sicuramente nei suoi corridoi ed ambienti risuonavano numerose le voci delle donne e degli uomini che vi avevano vissuto. Entrarono in una cucina immensa con un camino tanto grande da poter contenere agevolmente una persona in piedi e la cui cenere dell’ultimo fuoco si era rappresa nel pavimento della nicchia del focolare senza che nessuno si fosse più preso la briga di mondarla e infine sbucarono in un giardino ampio di cui, osservando la facciata della casa, si sarebbe sospettata l’esistenza. Vi crescevano svariate piante di agrumi e palmeti, filari di rose e ibischi che contornavano una fontana di forma ottagonale con le sponde abbellite da bellissime e variegate azulejos e uno zampillo che pur stentatamente rallegrava l’impianto sgorgando da una conchiglia sorretta dal braccio teso di una ninfa nuda e opulenta. Cumuli di foglie secche si ammonticchiavano negli angoli, segno evidente di una prolungata trascuratezza della manutenzione di cui evidentemente la priorità era decaduta senza possibilità di venire rinnovata.

Il loggiato stava per essere sopraffatto dai rampicanti di vite selvatica e inghiottito in un coacervo intricato che avviluppava le assi di legno nodoso e gli intarsiati gocciolatoi come se li volesse trascinare nel terreno al fine di ricondurli alla materia da cui erano stati generati in forma di arbusto prima e di tronco poi. Le foglie variegavano da un verde intenso delle più giovani al rosso acceso di quelle giunte alla fine del ciclo e che presto si sarebbero avvizzite per lasciare posto ai pampini nuovi di dar inizio ad un rinnovamento che si ripeteva puntuale ad ogni mutamento di stagione. Joaquim de Santos si trovava là sotto, costretto in una totale immobilità sulla sedia a rotelle dove era adagiato come un corpo inerte quale era se si escludeva la testa dagli occhi attenti ed espressivi e la bocca da dove spuntava la punta della lingua per inumidire di continuo le labbra aride. La barba lunga e screziata di peluria grigia era stata sagomata con attenta pervicacia, quasi fosse testimone di un’antica condizione ormai travolta da eventi inattesi e probabilmente subiti. Quando vide entrare il giovane gli occhi dell’invalido si illuminarono, la testa cominciò ad agitarsi in una sorta di linguaggio dei gesti che lo invitava ad avvicinarsi.

“Oh, finalmente è arrivato. Avevo quasi paura che ci avesse ripensato,” gracchiò il poveretto continuando a torcere il collo con scatti nevosi. Da circa vent’anni Joaquim de Santos, erede unico della stirpe che aveva affiancato il dittatore Salazar al potere e ne aveva sostenuto la politica reazionaria fino alla sua morte, era totalmente paralizzato dal collo in giù a causa di uno stupido incidente avvenuto durante una vacanza sulla costa brasiliana di Recife dove era caduto da una palma fracassandosi le vertebre cervicali. Con gli anni era stato abbandonato dagli amici e dalla moglie che aveva chiesto e ottenuto il divorzio a causa della irrimediabile condizione fisica del marito che non si sentiva di poter supportare, così, ferito nell’animo oltre che nel corpo, l’ultimo discendente della famiglia de Santos si era ritirato in quella apparentemente modesta abitazione per estraniarsi dal mondo intero, accudito in tutto e per tutto dalla sua fedele governante di origine creola.

“Mantengo sempre gli impegni presi,” assicurò il nuovo arrivato accostandosi al tavolino sopra il quale erano stati deposti dei bicchieri con delle lunghe cannucce che contenevano bevande di vario genere.

“Bene, bene,” continuò de Santos. “Sono davvero contento di vederla signor Alfredo.”

Il tizio appoggiò la valigetta sull’impiantito di mattonelle, accanto al divano di midollino dove poi prese posto.

“E’ veramente sicuro di esserlo?”

Il paralitico strizzò le palpebre.

“Oh, lei non si immagina neanche quanto.”

“Beh, a volte le persone vengono sviate dai ripensamenti e non è strano, badi bene, considerata la sua decisione.”

“Non sono tipo da abiurare sulle mie decisioni, credo di aver raggiunto ormai un’età della ragione sufficiente per pensare senza condizionamenti esterni alla mia volontà. Tutto è meglio dal continuare a restare incollato a questa sedia a rotelle, persino la morte.”

Il giovane storse la bocca. Non si era tolto gli occhiali da sole e l’espressione del suo viso continuava a rimanere insondabile, una maschera priva di anima e umanità, come quelle dei manichini che sorridono da dietro le vetrine dei negozi.

“Si può provare gioia e soddisfazione anche in una condizione come la sua.”

De Santos sorrise tristemente.

“Non mi compatisca, la prego. L’incarico che le ho affidato comprende una remunerazione in denaro che esula la commiserazione gratuita. Di pietà ne ho subita fin troppa da quando mi trovo relegato nella mia immobilità, costretto ad essere oggetto delle cure di una serva che mi odia e che non aspetta altro che di vedermi crepare.”

Si voltò verso la governante che era rimasta in attesa sulla soglia e le indirizzò un significativo movimento della testa.

“Ora ti prego di lasciarci Marcela, io e il signore dobbiamo discutere di alcune faccende importanti.”

“Fra poco sarà l’ora delle medicine serali,” disse quella come presagendo un’oscura minaccia. Quel giovane non era una persona comune, la sua anima era nera come una notte senza luna e lei ne recepiva le emanazioni malvagie. Sua madre lo avrebbe inquadrato come uno spirito Exù, un demonio che intercede presso gli dei Oxalà per comunicare loro i desideri degli uomini ma che interferisce anche con i loro atti dirigendoli sempre verso il male.

“Ti chiamerò al momento del bisogno Marcela, ora vai e chiudi la porta dopo che sei uscita, per favore.”

Scomparsa la donna de Santos rivolse di nuovo la sua attenzione all’ospite.

“Ora veniamo a noi,” disse in tono deciso.

Il giovane annuì.

“Ha con sé il denaro?”

De Santos diresse gli occhi verso la sua destra.

“Lo troverà nel baule che vede qua accanto: due milioni tondi in banconote da cento e duecento euro come richiesto, prive di contrassegni o marchi da cui si possa risalire alla sua provenienza.”

“Il nostro contratto verbale è valido a tutti gli effetti dunque.”

“Non l’ho fatta venire fino qui per parlare dei capricci del tempo. Ma lei tergiversa, caro signore.”

“Nessun indugio, intendevo soltanto appurare l’attendibilità della sua proposta. Come intende procedere?”

“Mi affido alle sue capacità. Decida lei, per me andrà bene qualsiasi maniera, basta che ci sbrighiamo.”

“Solo un’ultima cosa: come ha fatto ad ottenere il mio recapito? Cose del genere non si trovano certo sugli annunci economici.”

“Sa com’è, per quanto io sia ridotto ad un miserabile invalido mi rimangono ancora molte conoscenze alle quali rivolgermi. Non è stato difficile, ho saputo che nel nostro paese molti si rivolgono a lei per incarichi di questo genere, l’unica differenza sta nel fatto che io la pago per concentrare le sue attenzioni verso di me piuttosto che contro i miei nemici. Le dirò che in fondo mi sono anche meravigliato, il Portogallo è una nazione piccola e povera e non avrei mai creduto che potessero esistere individui che praticano il suo mestiere.”

“Ho un raggio di azione molto più ampio del Portogallo, se è questo che voleva sapere.”

“Eppure parla perfettamente il portoghese. Di dove è originario, se non sono troppo indiscreto. Può anche soddisfare la mia curiosità senza timore, tanto fra poco non mi rimarrà la possibilità di rivelarlo a chicchessia.”

“Sono di Rio.”

De Santos scosse la testa.

“Brasiliano quindi. Lo avevo immaginato dal suo accento e presumo anche che Alfredo non sia affatto il suo nome di battesimo.”

“Un nome vale l’altro, alla fine si tratta sempre e soltanto di convenzioni.”

“Vero anche questo, se si fosse chiamato in altro modo non avrebbe fatto nessuna differenza.”

Il giovane si alzò in piedi.

“Direi che è giunto il momento di passare all’azione, se per lei va bene,” disse senza nessuna enfasi.

De Santos chiuse gli occhi per assentire.

“Pienamente d’accordo, sono a sua disposizione.”

Il giovane raccattò la valigetta e la depositò sul tavolino dopo aver spostato gli oggetti che si trovavano sul ripiano per ottenere lo spazio necessario, sollevò il coperchio e ne estrasse una busta di plastica trasparente con una funicella di qualche metro di lunghezza. Con calma assoluta si avvicinò al padrone di casa che gli teneva gli occhi puntati addosso per seguire con attenzione ogni suo movimento.

Il giovane gli si fermò davanti e disse: “Addio signor de Santos.”

De Santos si limitò ad annuire e quello gli infilò rapidamente la busta sulla testa serrandola poi sul collo con la fune che strinse di modo che all’interno non filtrasse dell’aria, poi si allontanò per osservare il risultato della sua azione.

De Santos cominciò a boccheggiare e a dimenare convulsamente quanto rimaneva attivo nel suo corpo. Strabuzzava gli occhi e inspirava alla ricerca disperata dell’aria che non poteva trovare. Era orribile, perché per quanto desiderata la morte quando si presenta a reclamare il saldo non può essere accettata.

Il giovane intanto si era inginocchiato per aprire il baule che gli era stata indicato, indifferente all’agonia dell’uomo insieme al quale dialogava quasi come un ospite gradito fino a pochi istanti prima. Il baule conteneva effettivamente la somma concordata, un notevole cumulo di biglietti di banca ordinatamente disposti in mazzette tenute insieme dalle fascette prive di logo. L’assassino le raccolse soppesandole una per una prima di sistemarle nella valigetta rimasta vuota, richiuse il coperchio e si rimise in piedi. De Santos era scosso ancora dagli spasmi estremi dell’istinto di sopravvivenza di aggrapparsi alla vita ma a lui non importava, aveva adempiuto all’incarico che gli era stato commissionato e questo bastava. Il resto erano soltanto speculazioni di nessuna utilità, la morte di un uomo possedeva un valore in denaro se dietro di essa si celava la volontà tangibile di qualcuno smanioso di ottenerla e su questo fondamento egli aveva costruito l’impalcatura sulla quale si reggeva il suo benessere economico. Uccidere dietro compenso, niente di più semplice e remunerativo, l’odio era un sentimento che imperava nell’animo degli uomini e lui avrebbe continuato a svolgere la sua lucrosa attività per molto tempo ancora senza il timore di vederne diminuire l’intensità della richiesta.

Era giunto il momento di abbandonare quel luogo e, senza neppure degnare di un ultimo sguardo quel corpo ormai trasformato in cadavere, l’assassino si diresse verso l’uscita.

Marcela era rimasta a spiare il demonio Exù mentre toglieva la vita al suo padrone Joaquim, il padrone insieme al quale aveva condiviso la quasi totalità degli anni vissuti, fin da quando, ancora adolescente, era stata assunta dalla sua famiglia in qualità di serva presso la loro residenza di Recife, sulla costa orientale del Brasile. In seguito al gravissimo incidente che lo aveva paralizzato e al ritorno in Portogallo era rimasta da sola a provvedere ai bisogni di un uomo abbandonato da tutti. L’immenso patrimonio di cui era stato detentore per diritto acquisito e accumulato nei secoli dai suoi antenati con il sangue e la sopraffazione della schiavitù era stato quasi del tutto dilapidato da parenti e ruffiani e sua moglie era fuggita insieme all’amico più intimo di Joaquim, l’avvocato Miguel Ferreira, unendo così il danno alla beffa.

Ora le cose cambiavano di nuovo ma in modo definitivo. Con la morte di Joaquim, del quale era stata anche amante oltreché devota assistente, il suo futuro diveniva improvvisamente fosco e denso di incognite. Scomparso de Santos ella ritornava a diventare una meticcia di paternità incerta, era stata concepita nel corso delle cerimonie Woodoo durante le quali le sacerdotesse si concedono senza riserve agli uomini che assistono al rito, anche troppo avanti con l’età per provare a vendere il proprio corpo. In pratica non le restava nulla e quando anche quella casa sarebbe stata ceduta ai nuovi proprietari lei si sarebbe ritrovata senza nemmeno un tetto sotto il quale trovare riparo. Prese quindi la sola decisione che le restava da prendere, afferrò l’affilato pugnale che il padrone adoperava come tagliacarte e si nascose dietro una tenda.

L’assassino spalancò la portafinestra ed entrò senza neppure porsi il problema di dove fosse finita la donna, fece qualche passo per raggiungere la parte opposta della grande cucina ma venne subito fermato da un impedimento inaspettato, Marcela, la serva meticcia, gli aveva piantato il coltello in mezzo alle scapole forandogli il polmone sinistro. Una fitta dolorosa gli fece piegare le gambe, la pugnalata lo aveva ferito ma non ucciso com’era nell’intento della sua assalitrice e subito si rese conto di dover reagire con prontezza per contrastare ulteriori colpi che potessero finirlo. Sapeva di non potersi permettere di perdere il sangue freddo perché l’esperienza gli aveva insegnato a considerare sempre qualsiasi eventualità, compresa quella di venire pugnalato a tradimento. Così si voltò con uno scatto repentino e si trovò davanti la figura gracile e tremante di una donna minuta che forse ricordava di avere già incontrato, la serva che gli aveva aperto la porta e lo aveva poi accompagnato alla presenza della fu Joaquim de Santos.

“Troia,” masticò furioso. “Come osi?”

La afferrò per il collo con la mano ancora utile e cominciò a stringere con forza incredibile troncandole il fiato in gola. Marcela provò a reagire, non era affatto intenzionata a fare la fine del suo padrone e con un impulso raccolto dai recessi di una rabbia atavica nei confronti degli uomini e della loro volgarità piantò il pugnale che ancora stringeva in mano sul viso dell’assassino. Lo ferì ad un occhio e quello lanciò un urlo terrificante mollando subito la presa, ma la donna non gli concesse tregua e continuò a vibrare colpi furiosi alla cieca senza tuttavia riuscire ad abbattere l’uomo che pervicacemente cercava di agguantarla in un estremo tentativo di difesa. L’assassino le strappò la veste scoprendo una nudità arida e si avvinghiò al suo seno graffiandole la pelle color miele. Le urla e i respiri erano divenuti frenetici, il sangue zampillava inondando ogni cosa si trovasse nel raggio di azione della lotta. L’assassino scuoteva il corpo magro di Marcela e lei, cosciente di stare sul punto di soccombere, sollevò il pugnale stringendolo con entrambe le mani e lo calò con una traiettoria arcuata dall’alto in basso. La lama penetrò nella bocca dell’assassino trafiggendo la lingua e la mandibola per proseguire la sua discesa nella carotide che squarciò di netto aprendosi un varco in direzione della giugulare. Un fiotto rosso scaturì dalla nuova ferita e l’uomo capì a quel punto di avere il destino segnato. Cercò, senza trovarlo, un appiglio per sorreggersi, quindi stramazzò a terra con le mani avvinghiate istintivamente al collo per frenare la fuoriuscita del sangue. Un minuto più tardi aveva smesso di dibattersi.

Marcela inspirò dalla bocca per compensare la carenza di ossigeno dei polmoni e si addossò alla parete lasciando cadere l’arma sul pavimento con una eco metallica. Era nuda e graffiata in numerosi punti ma viva, vittoriosa nel confronto con l’assassino del suo padrone che aveva voluto in qualche modo vendicare, un bastardo che l’aveva privata dell’unica certezza sulla quale basare un futuro ancorché incerto. Lei, una miserabile serva appartenente alla schiera degli esclusi della Terra, aveva battuto il diavolo Exù rispedendolo negli inferi dai quali era stato generato.

Ora però doveva sbrigarsi, agire in fretta e con determinazione. In bagno si ripulì e curò alla meglio le ferite, poi si rivestì e ritornò in cucina. Una larga chiazza scura si era allargata sotto il corpo dell’assassino ma questo non le impedì di afferrarlo per i polsi e trascinarlo in giardino a prezzo di notevoli sforzi. Il maledetto pesava come un macigno e le sue deboli forze non le consentivano di fare di più. Le occorse un buon quarto d’ora solo per coprire la breve distanza che la separava dalla fontana con la statua della ninfa, Joaquim, il suo padrone, teneva la bocca spalancata e gli occhi sbarrati in un’espressione di orrore. La morte non è come la immagina neanche se è cercata, la morte è dolore, tradimento della vita. Marcela superò il corpo immoto e continuò a trascinare il cadavere fin sotto il muro di cinta per arrivare in un tratto di terreno sgombro e incolto compreso fra una delle piante di limoni e una mimosa che già esisteva prima della costruzione della casa. Si recò poi nel piccolo capanno dove erano riposti gli attrezzi da lavoro evitando di guardare il padrone mentre gli passava accanto. A lui avrebbe pensato più tardi, povero Joaquim, amato e perduto per suo stesso volere, ormai incapace di sopportare ulteriormente la propria inutilità. Prese una pala e una vanga e ritornò dove aveva lasciato il corpo dell’assassino.

Nell’uscire dalla casa Marcela chiuse il portone con uno scatto secco e si avviò sotto il sole cocente verso rua Silva Carvalho tenendo la testa bassa. In strada incrociò alcuni giovani che procedevano ridendo nella direzione contraria alla sua senza badargli minimamente. In una mano stringeva la valigetta contenente i due milioni di euro e nessun altro bagaglio, con tanti soldi poteva permettersi di comprare ciò che le occorreva in qualunque posto si fosse recata. Non aveva ancora deciso dove, al momento ciò che le interessava maggiormente era allontanarsi il più velocemente possibile dall’orrore del quale era stata testimone e diretta protagonista. Dimenticare. Non sarebbe stato facile, ma ci avrebbe provato con tutte le forze. Seppellire in una coltre di oblio la gran parte della sua esistenza trascorsa vicino a Joaquim de Santos, suo padrone e amante per così tanto tempo da non ricordare nessun avvenimento che non lo vedesse direttamente coinvolto, allo stesso modo di come aveva seppellito il corpo inanime del sicario che lo stesso Joaquim aveva assoldato per stroncare brutalmente la sua esistenza. Due milioni di euro per commettere un omicidio dietro commissione, tanto valeva la vita di un uomo ridotto per la quasi totalità a vegetale. Che coraggio e determinazione. E che follia. Come si poteva programmare in modo tanto cinico la propria morte?

Era stata attenta a cancellare perfettamente ogni traccia, aveva battuto con cura la terra smossa e mimetizzato con foglie secche e rami caduti in modo da non far sorgere dubbi a chiunque fosse andato a curiosare da quelle parti. Dubitava che sarebbe successo, a chi poteva interessare di rimuovere lo scavo che aveva otturato per cercare il corpo di uno sconosciuto privo di identità? Nessuno sapeva del suo arrivo e nessuno lo avrebbe mai cercato in quella casa. Aveva sciacquato ripetutamente il pavimento con la candeggina fino a che non si era convinta che neppure il più accanito degli investigatori avrebbe sospettato che in quella cucina fosse stato ucciso un uomo. Poi aveva provveduto a sistemare il padrone. Gli aveva liberato la testa dalla busta di plastica e gli aveva chiuso gli occhi e la bocca conferendogli l’espressione di un uomo deceduto a causa delle sue precarie condizioni di salute. Il cuore si era fermato, quel cuore devastato dall’immobilità forzata di un corpo inerte da troppo tempo. Gli aveva stirato le labbra in un sorriso, come a dire che abbandonare questo mondo era stata più una liberazione che una sofferenza. Qualcuno avrebbe provveduto a dargli degna sepoltura.

C’era un taxi in attesa nel piccolo slargo fra rua Da Arrabida e rua Silva Carvalho, una Mercedes A 200 con il conducente che fumava tenendo il braccio fuori dal finestrino. Marcela si avvicinò all’automezzo.

“E’ libero?” chiese timidamente all’autista.

L’uomo si voltò a guardarla.

“Dove deve andare?”

“Alla Gare de Oriente.”

“Una corsa lunga, le costerà dei soldi.”

“Ho quello che occorre, per chi mi ha preso?”

Il conducente fece un sospiro rassegnato e buttò via la sigaretta consumata a metà. Squadrò la donna dal basso in alto poi si decise a scendere dalla vettura per aprire la portiera.

“Beh, sa com’è. Di questi tempi…” commentò mentre osservava la valigetta come se fosse un oggetto conosciuto. E forse lo era, sembrava uguale in tutto e per tutto a quella che aveva in mano il tizio con gli occhiali da sole, quello con quell’aria inquietante. Un caprone che si divertiva a spaventare il prossimo con un tono di voce minaccioso, ecco cos’era invece. A ripensarci non capiva com’era stato possibile che si fosse lasciato impressionare da un idiota che parlava il portoghese con un accento che non era di nessun quartiere della città. Brasiliano. Ecco sì, doveva essere un brasiliano venuto a Lisbona con l’intento di mostrare quanto fosse macho. Altrimenti che ragione avrebbe avuto a comportarsi così da stronzo? O forse nella merdosa fogna dalla quale proveniva tutti si comportavano allo stesso modo, per fare colpo sulle ragazze o per difendere il territorio come fanno le bestie. Comunque non poteva essere la stessa valigetta anche se le somigliava moltissimo, un bastardo figlio di puttana come quello non avrebbe mai permesso a nessuno di portargliela via, meno che meno ad una donna che dava l’impressione di non avere nemmeno le forze per reggersi in piedi.

Mise in moto il taxi e si immise nel traffico di rua Dom Joao V per ripercorrere all’inverso la strada già percorsa un paio di ore prima. Dopo che il tizio con gli occhiali da sole aveva pagato e se ne era andato a farsi fottere lui aveva spento il ricevitore delle chiamate e si era concesso una pausa. Aveva preso posto ad uno dei tavolini di una trattoria lì vicino e si era fatto servire del cozido con patate, carote e cavolo bollito. Cinquanta euro non erano una gran cifra, ma erano bastati per rimpinzarsi la pancia alla faccia dello stronzo. E ora questa creola dall’aspetto discinto, una che sembrava non avere neppure i soldi per piangere. Ma lei gli aveva assicurato che avrebbe pagato la corsa e magari era una che se ne andava in giro come una sguattera soltanto per mantenere un aspetto anonimo. Per non farsi riconoscere insomma.

La osservò dallo specchietto retrovisore, non aveva l’aspetto di una persona famosa però aveva un bel sorriso che le illuminava il viso.



Commenti

pubblicato il giovedì 2 novembre 2017
Ellebi, ha scritto: Scritto con attenzione e perizia, indubbiamente. Tiene desto l'interesse del lettore fino alla fine e pure questo è un merito sicuro. Una perplessità ce l'ho invece sul fatto che non è del tutto verosimile che qualcuno sborsi 2 milioni di euro senza concordare con il proprio assassino che tipo di morte avrà, e tramite soffocamento non è certo una bella morte. Ci potrebbe essere una ragione per ciò: infatti la serva profitta della situazione e l'economia del racconto ne risulta lineare, ma le ragioni della vittima restano misteriose, e avrebbero dovuto invece avere un minimo di spiegazione. Ciò detto confermo, a mio parere, la validità narrativa di questo racconto. Un saluto
pubblicato il venerdì 19 gennaio 2018
silviapettinicchio, ha scritto: Mi piace la circolarità, anche estetica, del racconto, che inizia e termina con lo scambio di battute tra tassista e cliente. Lo stile è scorrevole e mantiene alta l'attenzione del lettore. Un racconto che si legge con gran piacere.

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