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lavoro pubblicato sabato 28 ottobre 2017
ultima lettura sabato 23 marzo 2019

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PASSAGGIO IN INDIA

di ClaudioLoreto. Letto 373 volte. Dallo scaffale Viaggi

«Welcome, Madam; welcome, Sir» - è l'ossequioso saluto con tanto di inchino di Anil: livrea rossa e turbante color arancio, baffetti ottocenteschi che di colpo ripiegano all'insù verso due occhi scuri e vispi come solo quelli degli indiani sanno essere.....

Parte Prima[1]

Sul treno dei Maharaja

«Welcome, Madam; welcome, Sir» - è l'ossequioso saluto con tanto di inchino di Anil: livrea rossa e turbante color arancio, baffetti ottocenteschi che di colpo ripiegano all'insù verso due occhi scuri e vispi come solo quelli degli indiani sanno essere, il giovane inserviente dalle cortesi maniere degne del più stereotipato maggiordomo inglese ci aiuta a salire sulla carrozza n. 17 dell'Orient Express indiano, il “Palace on Wheels”, detto anche “Treno dei Maharaja”.

Composto dalle vetture un tempo appartenute ai ricchi maharaja, il treno - oggi di proprietà statale - lascerà tra poco la buia e periferica stazione di Delhi-Cantonment alla volta del Rajasthan, mitica regione nord-occidentale di quest’India così piena di contrasti, tentando di far rivivere ai suoi ospiti l’atmosfera di un'epoca, quella dei “Grandi-Re” appunto (“Maha”: grande; “Raja”: re), ormai tramontata per sempre. E nella nostra carrozza, costruita nel 1913 (il vagone più antico risale invece al 1898, il più recente al 1937) ed appartenuta agli ultimi Principi di Jaipur, respiriamo quell'atmosfera.

Le quattro piccole cabine, con due cuccette sovrapposte ciascuna (taluni vagoni ospitano poi anche scompartimenti da quattro cuccette, per complessivi centodue posti-letto) e la saletta-ritrovo in cui al mattino verrà servita la colazione sono in puro legno di tek; melodie indiane cantilenate da piccoli altoparlanti e luci soffuse conducono il cuore a delicate emozioni. Due piccoli, semplici bagni e uno stanzino di servizio riservato ad Anil e al suo sott’ordine, Azif, completano il vagone. Ovunque, appesi al soffitto, i ventilatori ingaggiano poi la loro ardua lotta contro l'afoso caldo indiano.

Il criterio con cui vennero varate all’epoca tali carrozze salta presto all'occhio: preceduti da un altro convoglio zeppo di bauli, servitù, consorti e cortigiani, i Raja usavano viaggiare senza troppi impicci; perciò i vagoni, sebbene parzialmente ristrutturati, sono davvero avari di spazio per i bagagli dei loro passeggeri. Inoltre non sono intercomunicanti e quindi per cambiare carrozza o usufruire dei servizi offerti dalle vetture-ristorante o da quella con bar, libreria e sala panoramica bisogna attendere che il treno compia una sosta per approvvigionarsi di acqua e carbone.

Le due locomotive, anch'esse ornate di fregi e decorazioni, sono invece del secondo dopoguerra; ma il fatto che non possano in pratica mai venire spente (per tornare in pressione occorrerebbero infatti due giorni) le ha “consumate” a tal punto che, in quanto a vetustà, non sfigurano affatto al fianco dei folcloristici vagoni, oggi tutti ridipinti color avorio.

Dopo aver dato tempo ai suoi ospiti di apprezzare la cucina di bordo sulle due suggestive carrozze-ristorante, il treno con un lungo fischio spezza il profondo silenzio della sera indiana annunciando la propria partenza per Jaipur, capitale del Rajasthan, terra aspra e romantica in cui si incarnano il mistero ed il fascino dell’India.

Dopo averla attraversata tre anni or sono ci siamo convinti che, se esiste un inferno, quello è senz’altro Calcutta; è doloroso, però, dover poi constatare quanto il resto dell’India le somigli: anche Jaipur non sfugge alla triste regola. Essa è una delle poche città del Paese che concentri in sé più di un milione di anime (il settantacinque per cento degli oltre ottocento milioni di indiani, infatti, vive ancora nelle campagne) e, come altrove in India, la vita dei suoi abitanti si svolge nelle strade, tramutate così in bolge dantesche.

Sul marciapiede lo sterminato esercito dei senza-tetto dorme, si lava, si nutre mendicando, tra le immondizie, il fango, gli escrementi propri e delle bestie con cui condivide serenamente un fazzoletto di selciato, del tutto incurante della giungla di gambe che sopra vortica frenetica ed indifferente; lambito ovunque da una stagnante fogna a cielo aperto, il marciapiede è anche il luogo in cui schiere di calzolai, lustrascarpe, barbieri, riparatori di biciclette e friggitori di ogni sorta di cosa possa venire cotta improvvisano la propria bottega e tentano disperatamente di sbarcare il lunario quotidiano.

Anche i “veri” negozi si spalancano completamente sulla strada, ingoiati e rovistati dalla fiumana umana riversata per le vie e nella quale è praticamente impossibile farsi strada, assaliti da torme di questuanti, lebbrosi, storpi che neanche la fantasia più torbida sarebbe capace di partorire, e sempre inseguiti da quel caratteristico, orientale odore di fritto e di spezie che avvolge ed impregna ogni cosa di sé.

Su questo fervere di attività minute, su un tale sconfinato e tragico mare di povertà operosa fanno ad un tratto capolino le grandiose meraviglie del passato, verso le quali il raccapriccio circostante consuma sé stesso del tutto indifferente. Imponendosi però di lasciare da parte la prima, terribile ma non del tutto corretta impressione che dell’India si riceve per tentare di afferrare la vera essenza di questo Paese ripercorrendone a ritroso nel tempo la Storia, non ci si può allora non abbandonare alla estasiata contemplazione di ciò che di meraviglioso questo popolo è stato capace di realizzare.

La cittadella della “Citta Rosa” (così Jaipur viene chiamata per via dell’arenaria rosa con la quale fu edificata e della tinta del medesimo colore con cui venne rinnovata nel 1883 in occasione della visita del principe Alberto, consorte della regina Vittoria) è un autentico gioiello di architettura: un delicato intreccio di colonne, archi, balconi traforati, piccole torri, cupole, tutto magistralmente riassunto nel palazzo-simbolo di questa città, l’Hawa-Mahal (Palazzo dei Venti): un alveare di strane finestre alto cinque piani, dal quale regine e dame di corte potevano spiare la vita delle strade senza pericolo di essere viste, e attraverso le cui fenditure il vento sibila stranamente.

Ammirato stupore si prova poi nell’aggirarsi all’interno del Jantar-Mantar, un insieme di curiose costruzioni dalle più disparate forme geometriche e di strette scale che si allungano misteriosamente verso il cielo, apparentemente distribuite senza alcuna logica: si tratta in realtà di un avanzatissimo osservatorio astronomico edificato dal re-astronomo Sawai Jai Singh II, fondatore nel 1728 della stessa Jaipur e politicamente tanto abile da rendersi indipendente dall’imperatore moghùl di Delhi (i leggendari Moghùl, mongoli convertitisi all’islamismo, si impadronirono dell’India nel XVI secolo e per oltre trecento anni - fino cioè alla sottomissione inglese - la guidarono nello sviluppo di una straordinaria civiltà).

Su una torre, lontano, è innalzata ancora la variopinta bandiera di un potente regno ormai seppellito dalla Storia; sventola con orgoglio sull’ala della cittadella (“City Palace”) che la locale ex famiglia reale è riuscita a preservare dai democratici marosi della nuova Unione Indiana (sorta nel 1947 dall’indipendenza dal colonizzatore britannico), la quale ha progressivamente spogliato dei loro poteri politici e privilegi finanziari gli antichi Signori “rajput” che successivamente all’invasione degli Ariani (di cui costituivano la classe guerriera) avevano frantumato la regione in una miriade di principati sprezzanti del potere centrale e spesso in lotta fra loro. Così molte dinastie, non avendo più la possibilità di “mantenere” le proprie enormi proprietà e chiamate infine a pagare anche forti tasse di successione in seguito all’abolizione del diritto di primogenitura, si sono viste costrette a cedere ogni cosa allo Stato e a dissolversi di colpo nel nulla dopo secoli di orgoglio e gloria; solo i Raja più potenti e intraprendenti, tramutando le loro sontuose regge in hotel di lusso o riciclandosi come politici in qualche partito della nuova India democratica, sono riusciti in qualche modo a non farsi gettare, per così dire, sulla strada.

La leggendaria età d’oro dei maharaja è dunque tramontata per sempre ed appartiene ormai solo alla Storia. Celebri più per le loro ricchezze e stravaganze che per gli atti di ottimo governo di cui pure tanti fra essi si resero protagonisti, i maharaja discendevano, come si è detto, dall’antica casta guerriera indù dei “rajput” (“Figli di Re”). Similmente ai nostri cavalieri medioevali, i rajput obbedivano ad un ferreo codice d’onore: sentimento di giustizia, coraggio, fedeltà e generosità erano gli attributi di ogni nobiluomo; viltà e tradimento della parola data comportavano invece eterno disonore. Amavano i lussi e le galanterie. Si trastullavano nei tornei. Ma all’umiliazione della sconfitta preferivano la morte sul campo di battaglia.

Echi di tali tempi lontani riecheggiano tra le rovine della leggendaria città di Chittorgarh, posta lungo la strada che da Jaipur conduce ad Udaipur. Simbolo della resistenza degli indù contro l’invasore islamico, la sua storia è stata scritta col sangue e narra tra l’altro della regina Padmini, bellissima, il cui volto riflesso nello stagno dagli specchi di una torre (sacrilegio era scorgerla direttamente!) radunava barche di spasimanti.

Di lei si invaghì anche l’imperatore di Delhi, il mussulmano Alau’d-Din Khalji, che, respinto, la pretese con la forza delle armi. Quando la città fu sul punto di cadere le donne, tra cui Padmini, si immolarono sul rogo: gli uomini, re in testa, indossarono allora sopra le armature la veste nuziale color zafferano e si scagliarono sul nemico senza accettare la resa. Correva l’anno 1303. Due secoli più tardi, sotto l’urto di un nuovo irresistibile assalto islamico, furono ben tredicimila - secondo la tradizione - le donne che si fecero “sati” gettandosi nel fuoco; e trentaduemila i soldati che preferirono essere sterminati...

Proseguendo verso Udaipur la terra si fa più secca; la polvere sollevata dallo sferragliare assordante del treno ci precipita addosso e invade l’interno dei vagoni attraverso i finestrini aperti dai quali, imbiancati e tossicchianti, cerchiamo di godere dello spettacolo che ci scivola veloce sotto gli occhi. Qua e là, sull’uniforme verde sbiadito che si allunga senza orizzonte, improvvise fiammate di colore; scopriamo così che non è mera leggenda ciò per cui il Rajasthan va famoso: abbagliano realmente i colori, misteriosamente fosforescenti, dei “sari” che avvolgono le contadine chine sulle zolle o ciondolanti appresso alle mandrie al pascolo, tutte ingioiellate da capo a piedi come principesse a dispetto della umile fatica. Il fischio ossessivo delle locomotive le distoglie per un momento dal loro compito mentre gli uomini, col capo protetto dal sole cocente da bianchi turbanti, ci salutano con un cenno ed i bimbi schizzano in piedi correndo festanti verso il treno. Le bambine, poi, si muovono delicatamente fra i campi nelle loro vesti variopinte, già piene di grazia femminile, anche loro ornate d’argento ai polsi e alle caviglie e con il puntino rosso della "saggezza" dipinto tra le nere sopracciglia.

A tratti quella avara campagna viene ricoperta da una erbetta soffice che trasforma allora la secca distesa in un elegantissimo prato all’inglese in cui, sparse, strane piante spinose fuoriescono come da aiuole, tracciando i confini dei campi.

Udaipur, fondata nel 1599 da Udai Singh, è a ragione celebrata come la città più romantica di tutta l’India: meno povera, si distende dolcemente sulle sponde di alcuni laghi di un colore blu splendente incorniciati tra verdi colline, resa fresca da rigogliosi ed esotici giardini densi di pace, attraversando i quali si intuisce il sentimento che ha legato all’India tanti britannici dell’epoca coloniale.

E, come in un sogno, dalle acque del lago Pichola ecco emergere e galleggiare leggero un marmoreo, bianco palazzo da favola: il Jag Niwas Palace (fino all’anno 1963 residenza estiva dei reali di Udaipur e oggi sfarzoso hotel-giardino) è di una bellezza che le parole non possono minimamente raffigurare. Infatua letteralmente quando lo si ammira dall’alto del City Palace, la reggia posta sulla terraferma a picco sul Pichola, oggi in parte museo e in parte albergo con suite da “mille e una notte” (qui fu fra l’altro girato il film di 007 “Octopussy”): mezzo milione di lire - cifra astronomica non soltanto per l’India - è il costo di una notte da “Maharana” (tale titolo, superiore a quello di maharaja, fu conferito dai principi tutti del Rajasthan ai regnanti di Udaipur in virtù del particolare valore dimostrato nella lunga e comune lotta di resistenza all’Islam).

Ma forse eccita ancora di più la fantasia il sortilegio che pare aver colpito Jaisalmer, incredibile città smarrita nel deserto del Thar. Per conquistarla bisogna dapprima valicare la catena degli Aravalli (benefico argine di contenimento all’avanzata verso sud-est del deserto, che occupa buona metà del territorio del Rajasthan), dopodiché spingersi dentro quelle sabbie per oltre dieci ore in direzione del turbolento confine con il Pakistan.

Parte Seconda [2]

La città fatata sperduta nel deserto

Pare impossibile che i dolci rilievi dei monti Aravalli, coi loro minuscoli stagni presso le cui sponde la vegetazione si arricchisce rievocando in noi le immagini suscitate dalle letture di Kipling, siano la porta della torrida desolazione senza fine che segue. Qui infatti pulsa la vita, i colori e gli ornamenti si fanno ancora più vivaci e le genti più belle, con il sorriso sempre dipinto su visi bruno scuro. Nei campi, ordinatissimi, la vita degli uomini e degli armenti sembra essersi arrestata a secoli or sono, come ignorata dalle vicende moderne; e qui, lontano dalle città ormai snaturate, la gente sembra ancora genuina, spontanea: tutto ciò che i bambini chiedono al viaggiatore straniero è una penna, un “bon-bon”, o più semplicemente il suo nome, udendo il quale scoppiano a ridere: «Che buffo, che buffo!».

I piccoli sono davvero tanti: salta subito all’occhio la differenza con i nostri Paesi “vecchi”, dove i bimbi ed il chiasso infantile sono spettacoli sempre più radi…

Ci portiamo al di là di questa incantevole barriera naturale (la più antica del mondo dal punto di vista geologico) nel corso di un’altra notte trascorsa nell’insonnia: gli ammortizzatori, infatti, erano sconosciuti all’epoca dei maharaja, la linea ferrata è inoltre alquanto sconnessa e così in cuccetta sembra di essere su un setaccio: tutto salta per aria e la piccola cabina, al termine di ogni notte, appare un campo di battaglia.

Quando, rassegnati e con occhi gonfi, liberiamo dai loro fermi le persianine in legno del nostro scompartimento, assistiamo ad uno spettacolo fantastico: una gigantesca ellisse infuocata si alza pigramente sul lontano orizzonte, dando a poco a poco contorni più definiti ad una sconfinata e uniforme distesa sabbiosa; con stupore riconosciamo ora sagome di buoi e capre raccolte intorno ai radi ciuffi d’erba ed ai secchi arbusti trasudati dalla sabbia, casolari di pastori, animali selvatici che sgambettano veloci tra le rare e basse dune, e cammelli che stancamente trascinano piccole cisterne d’acqua lungo piste invisibili. Un fervore di vita inimmaginabile per una simile ora del giorno (ma forse perché è la più fresca!), ma soprattutto per un luogo non a caso chiamato Marusthal, “Luogo della Morte”.

Allorché il “Palace on Wheels” fa sosta a Pokaran per dare la precedenza ad un altro treno (fin da Delhi il binario è unico), balzo giù dal mio vagone - l’ultimo, ovviamente! - e mi lancio di corsa verso la testa del lungo convoglio, il quale però, quando mi trovo ancora a poco più di metà, riprende lentamente a muoversi; accelero incitato a gran voce dai tre divertiti addetti alla prima locomotiva che hanno intuito le mie intenzioni e scompaio infine tra i potenti vapori della motrice, mentre robuste braccia mi sollevano di peso a bordo.

Qui mi ritrovo al centro di un autentico terremoto: tutto traballa, stride, sembra doversi sfaldare od esplodere in mille pezzi da un istante all’altro; per non andare a gambe all’aria devo tenermi avvinghiato ad una tubatura, mentre il continuo fischio di avviso agli abitatori del deserto di tenersi alla larga dalla strada ferrata perfora il cervello: un’ora più tardi scenderò alla stazioncina di Jatha-Chandan del tutto rintronato e annerito dal fumo e dal carbone, io che - ingenuamente - ero salito su tutto vestito di bianco!

Dalla locomotiva sono comunque spettatore privilegiato di un paesaggio unico. Via via che il treno, arrancando, si spinge al suo interno, il deserto si fa sempre più sabbioso e disabitato. Ormai sembrano tenerci compagnia solo i pali in legno della corrente elettrica e una stretta rotabile asfaltata che corrono paralleli al binario; la strada, però, ad intervalli scompare sotto la sabbia, per riaffiorare poi qualche centinaio di metri più avanti. Solo qualche dromedario al pascolo, di tanto in tanto, denuncia una debole presenza umana occultatasi accuratamente dal sole.

Talvolta, in effetti, le sabbie sono disseminate di strane palle gialle: l’anziano capo-locomotiva, sempre proteso a scrutare il pericolo all’orizzonte e a prevenirlo suonando all’impazzata mentre i suoi due compagni sono impegnati l’uno a frantumare il carbone, l’altro a darlo senza posa in pasto ad una vorace caldaia che emana folate di calore infernale, mi spiega che si tratta in realtà di frutti sparsi dai pastori per le loro bestie, altrimenti qui prive di ogni sostentamento.

Sono ormai le dieci infuocate quando su di un anomalo costone roccioso, a inutile sentinella della sconfinata distesa di dune in cui si trova sperduta, ecco di colpo ergersi possente una fortezza color sabbia. A prima vista si crederebbe ad un miraggio, o ad un incantesimo; ma la realtà supera ogni fantasia: allorché, lasciato il treno, superiamo la porta dell’incredibile cittadella, per un istante crediamo davvero di aver volato a ritroso nel tempo e di ritrovarci sbalzati di colpo in pieno Medioevo.

A differenza degli altri centri, dove la raffinata architettura è appannaggio dei soli palazzi reali, qui ogni abitazione è un autentico merletto lavorato nell’arenaria gialla; l’intera città è cesellata in ogni suo angolo più recondito ed aggirarsi per il dedalo degli angusti vicoletti in cui si scompone è come vagare in una dimensione irreale. Ad ogni cantone degli Haveli (così venivano chiamati i bellis-simi palazzi dei mercanti) cantastorie, musici (che usano tra l’altro lo “scacciapensieri”) e danzatrici (talvolta bimbe di soli pochi anni!) inscenano per il turista una folcloristica atmosfera da Età di Mezzo, in cui anche i lebbrosi ed i topi di cui questo luogo è infestato a prima vista sembrano (ma purtroppo non sono) appropriate comparse.

In effetti è stato proprio il “boom” turistico dei recenti anni ad aver strappato Jaisalmer alla sorte di città-fantasma cui pareva condannata. Fondata nel XII secolo da Rawal Jaisal (un capo rajput che amava proclamarsi discendente della Luna), essa divenne rapidamente un centro fiorentissimo: punto di passaggio obbligato per le carovane che univano l’India alla Persia, all’Arabia e al Mediterraneo, la città vide affluire in sé merci, conoscenze e idee tra le più differenti, il che rese possibile (qui come del resto altrove nel Rajasthan, regione di transito) lo sviluppo di un’elevata civiltà nonostante una natura tanto ostile.

Tramontata l’epoca delle carovane, Jaisalmer si è di colpo ritrovata dimenticata da tutti, sola nel deserto con la sua terribile sete (il monsone si degna di spingersi fin quaggiù ogni quattro-cinque anni!). La città è stata così progressivamente abbandonata; i continui scontri a fuoco lungo la nuova, ravvicinata frontiera con il Pakistan hanno infine accelerato l’esodo. Poi la caccia all’ “esotico” disposta dal turismo occidentale e la scoperta negli anni ’70 di alcune pozze d’acqua nei pressi hanno persuaso i “superstiti” a restare: Jaisalmer ha così intrapreso la difficile strada del recupero sotto la nuova forma di città-museo.

La ricordiamo con rimpianto quando, dopo altre dieci ore di sobbalzi notturni, sbarchiamo nella torrida ed un tempo bianca Jodhpur, oggi ridipinta di indaco per via della credenza popolare che tale colore tenga lontano gli insetti; ma non certo la fame, che scava i volti dei disperati in violenta zuffa tra loro per accaparrarsi poche rupie d’elemosina all’uscita della stazione.

Qui la stessa residenza del maharaja di Marwar (“Porta della Morte”, altro nome con cui Jodhpur veniva chiamata dai carovanieri per il fatto di essere l’ultima stazione di sosta prima del deserto) disturba: malriuscita emulazione dello stile vittoriano del padre-padrone britannico, per conto del quale gli ultimi raja governarono, l’Ummaid Bhawan Palace somiglia piuttosto ad un gigantesco ministero nazista, trasformato oggi in un tetro hotel.

Riconcilia invece coi freschi ricordi il possente forte Mehrangarh, saldamente poggiato sopra un colle roccioso dal cui splendido isolamento si domina la convulsa città sottostante. Residenza reale più antica della precedente, affascina con i suoi principeschi arredi e gli aneddoti legati ai Signori che la abitarono; ed il vicino “crematorio reale” la dice lunga sull’influenza che - a dispetto della Storia - i maharaja ancora oggi esercitano su tanta parte della popolazione, la quale si ostina a reputarli di origine divina, delusa fors’anche com’è dal nuovo, lontano ed impersonale governo centrale.

Lo splendido edificio che sorge sul luogo in cui i membri della famiglia reale bruciano le proprie spoglie mortali è curato da un custode che ogni giorno si premura di offrire i pasti alle fotografie dei re defunti ivi esposte; con il sopraggiungere della notte, poi, vengono chiusi tutti gli usci, affinché i sovrani possano “riposare”. E prima di intraprendere un viaggio, contrarre un affare o un matrimonio, gli abitanti della città salgono fin quassù per chiedere il loro favore, legando fiocchi colorati alla lunga catena che li separa dagli “immortali”…

All’alba successiva ad un’altra notte movimentata il treno ci consegna a uno sgangherato bus in attesa a Bharatpur. Dopo una fugace occhiata all’oasi ornitologica di Keoladeo (ex riserva di caccia del locale raja e ora asilo sicuro per oltre trecento specie di volatili) e un doveroso omaggio alla deserta Fatehpur Sikri (effimera città imperiale spopolata dalla sete) abbandoniamo il Rajasthan e ci avventuriamo tra le campagne lungo una sconnessa statale che ripropone lo sballottolamento del treno, alla volta della mitica Agra, capitale dello Stato dell’Uttar Pradesh.

La vita nei campi che attraversiamo denuncia un’antica durezza, nonostante le campagne appaiano ben coltivate e floride: una capanna di frasche per dimora, mattonelle di sterco di vacca essiccate al sole come combustibile per cuocere e lo stagno come “wc” comune all’intero vicinato, nelle cui putride acque si lavano però anche i panni e insieme alle mandrie si cerca refrigerio nei giorni di maggior calura…

Di tanto in tanto lungo la strada, là ove sono sorti piccoli punti di ristoro per viaggiatori, si creano ingorghi degni delle nostre più caotiche metropoli: i camionisti abbandonano infatti con noncuranza i loro mezzi al centro della carreggiata per aggirarsi senza fretta alcuna tra le piccole palafitte da cui fuoriesce un eterno, antico fumo di fritto.

Agra, forse la più maleodorante delle città fin qui visitate, rafforza col suo caos e con i suoi raccapricci la nostra sensazione di ingovernabilità di questo enorme, bellissimo ed infelice Paese: tale è infatti l’entità dei problemi che lo affliggono che anche il governo più attivo ed onesto non potrebbe alla fine non rassegnarsi e lasciare questi orrori liberi di seguire il loro corso naturale.

Eppure, proprio qui ad Agra, famosa per i lavori in marmo dei suoi abilissimi artigiani, riposa sulla riva destra del fiume Yamuna un’autentica meraviglia: il Taj Mahal.

Circondato da dolci giardini, delicato e leggero nonostante la sua imponente mole di marmo incastonato di pietre preziose, il bianco mausoleo in cui l’affranto imperatore moghùl Shah Jahan volle custodire la sua amatissima Mumtaz Mahal, morta all’atto di donargli un figlio, suscita una commozione di origine ignota, quasi che quell’addolorato amore palpitasse ancora, carezzasse ancora malinconico il sepolcro, colpendo il cuore di chi qui sosta affascinato.

Per erigerlo occorsero ventimila uomini e ventidue anni di lavoro. Altrettanti a Shah Jahan ne sarebbero serviti per mettere in atto il suo progetto di una propria tomba in tutto simile a quella di Mumtaz, ma di colore nero, da innalzare dalla parte opposta dello Yamuna. Il tradimento del figlio usurpatore lo consumò invece in una cella del grande forte della città, da cui contemplò infelice, sino alla morte, il sepolcro della sua adorata; il quale, ammirato proprio dai bastioni dell’Agra-Fort, sembra galleggiare, per magia come sospeso, nella nebbiolina che salendo dal fiume lo avvolge. Shah Jahan fu infine seppellito là, accanto alla sua Mumtaz…

Fuori dalle mura del sogno ci attende di nuovo l’inferno. Allorché l’oscurità della notte avviluppa e confonde in sé ogni cosa, nascondendo alla vista quanto non si vorrebbe mai vedere e si spera di aver fin qui solo sognato in un incubo, ci avviamo infine verso il nostro treno, il quale ha intanto raggiunto Agra, da dove ricondurrà i suoi ospiti a Delhi dopo una settimana di viaggio.

L’ultima notte sulla carrozza color avorio è piuttosto mesta. Ed il mattino successivo, all’atto del commiato, sinceramente dispiaciuti appaiono anche Anil e Azif, che con noi hanno legato forse più che con altri passeggeri; le due locomotive, infine, si staccano dal convoglio e salutano i loro ospiti con quel fischio divenuto ormai familiare: faranno ritorno in stazione, sbuffando allegramente, quella sera stessa, per guidare nuovi curiosi attraverso la magica “Terra dei Re”.

Da parte nostra ci allontaniamo con il solito tassista imbroglione addentro le viscere di Delhi, alla volta di una nuova avventura in questo Paese così tanto diverso dal nostro e che si può forse anche discutere, ma non si può certo non amare.

CLAUDIO LORETO

[1] Pubblicata martedì 2 gennaio 1990 sul “Corriere Mercantile”, storico quotidiano genovese.

[2] Pubblicata mercoledì 3 gennaio 1990, sempre sul quotidiano “Corriere Mercantile”.



Commenti

pubblicato il sabato 21 aprile 2018
DDG84, ha scritto: Sono stato in India e mi è sembrato nel tuo racconto di aver rivissuto quello stesso tipo di esperienze e percezioni. Ho apprezzato molto le atmosfere e le descrizioni, Agra sopratutto.

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