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lavoro pubblicato venerdì 27 ottobre 2017
ultima lettura mercoledì 2 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

MIA CARA BELLA TERRA

di Rosnikant. Letto 257 volte. Dallo scaffale Generico

- Scetete uagliò! Scetete!Mille spilli conficcati nelle giunture, qualcuno si diverte a manipolare il mio fantoccio, mi hanno incastra...

- Scetete uagliò! Scetete!

Mille spilli conficcati nelle giunture, qualcuno si diverte a manipolare il mio fantoccio, mi hanno incastrato, vogliono farmi la festa. Il gallo piumato dai riflessi corvini arringa in circolo sulla spianata, si ferma su una zampa con l’altra stirata tra le code, sembra aver subodorato che il rito esige il suo sangue. Le tre donnacce nere lo cacciano nel mezzo mostrandogli i seni. Si alza la polvere al battito ritmico dei piedi sull’aia, frusciano le ampie gonne all’addensarsi degli aromi di tabasco che impestano dalla padella sfrigolante. Ed ecco avanzare il turpe capitano, avanza gongolandosi nel cappello dei fazendeiros, protende il coltello a lama curva verso il fuoco e fa mostra di denti troppo candidi sull’incarnato marrone che colano saliva ai lati del cubano. Avanza, procede il maledetto e pungola il fantoccio con la lama dalla punta arroventata mentre le femmine si contorcono e gridano, matalo, matalo, matalo.

- E jamme… scetete Nicò che a Napule è juorne!

La pelle del sedile è squamosa, mi s’è incollata addosso, per uscire dalla muta di serpente oso uno strappo, uno solo ma doloroso, finalmente libero di stiracchiare le gambe. Il rotore della motrice fa da tappo acustico, capisco che stiamo andando mentre i fari sparano sulla carreggiata deserta. È notte fonda. Il led intermittente sul cruscotto segna le due e quarantatré, le lucette laterali illuminano il profilo rasato di mio fratello, il setto nasale leggermente spostato, lo strass sul lobo e quel mezzo sorriso da deficiente che inebetisce le ragazze. La radio bassa grida in faccia al cristallo la sua noia mortale.

- Finalmente ti sei deciso, uagliò... russavi ma niente male. E muovete! Mi devi dare il cambio almeno pe’ ddoie ore… aggia durmì nu poche! Tanto a chest’ora ‘ncopp’a via nun‘ce sta nisciune!

Con gli occhi ancora appesi al filo del sonno provo a suggerirgli un minuto di pietosa fratellanza e mi rigiro sul fianco. Maronna! Sotto il cappellaccio il capitano tende il filo della lama sulla gola del pennuto, affonda e schizza: l’abbagliante di un tir incrocia il nostro. Meglio cedere al risveglio. Gli spilli sembrano penetrare fino ai tendini attraverso i muscoli laddove il dolore si fa devastante. Mi domando come faccia Gennarino a non provare freddo.

- Uagliò n’è cosa… muovete, mettiti al volante! Ce sta tutta la notte ‘ncopp’ a sta via futtuta!

Tiro su la lampo del chiodo che s’incaglia a livello dello sterno lasciandomi lo scollo della maglietta aperto alle sferzate del freddo. Una bestemmia mentale s’adatta alla situazione per lasciar posto alla misericordia divina, tanto non ci sarebbe alternativa. Pregare non risolve ma aiuta, ripeteva sempre mia madre girandosi il rosario tra le mani. Il cambio guida evolve in un mezzo guazzabuglio all’interno della cabina. Il mal riuscito aggancio mette a dura prova i nostri corpi che spasimano per la torsione. Alla fine, facendo presa sulle leve delle manigliere, riusciamo a scambiarci di posto.

- Azzo Nicò ma vuò sta attento, a momenti finiamo contro il guardrail!

Ora sì che siamo in balia del mostro, da quando ci ha ingoiati non riesce proprio a deglutirci e prova a dargli torto: minimo gli rivoltiamo le budella, puzzolenti come animali. E’riuscito a farsi capace di tutto ma di noi no, noi esseri di niente, sprezzanti delle sue esigenze, non gli abbiamo fatto neanche i freni prima di partire, pensiamo solo ai fatti nostri noi, lo carichiamo a sputi e monnezza ma quella non gli fa schifo, quella no… noi si, per questo ci divora, vorrebbe vomitarci ma ci lascia annaspare nella sua gola. Gennarino se ne strafotte, già dorme di lato, io ho preso il volante, è duro come un maglio ma so come domarlo. Il mostro sbanda e invade prima la corsia opposta poi la corsia d’emergenza. Ora l’addrizzo io! Procediamo a velocità di crociera, potrei fargli fare altri cento, duecento metri in autonomia senza controllo, senza nemmeno mettere le mani sul volante. Di lato poche utilitarie notturne, sembrano zanzare indisposte, pronte a farsi schiacciare, micragnosi mostriciattoli dalla vita effimera che si tengono a debita distanza e scompaiono come lucciole di maggio. Siamo partiti ieri sera dopo quella pizza in un cesso di buco che a chiamarla pizza sarebbe un’offesa indegna alla pizza napoletana. Meno male che la birra era di quelle bionde che solo nel profondo nord riescono a farle fermentare così, quasi quasi rinunceresti ad una scopata per tracannarne una zero quattro sette punto cinque. Mi pare fossero le dieci e mezza, Gennaro non l’avevo mai visto tanto orgoglioso che gli avessero affidato la colonna, troppo onore da quelli della fabbrica che si sono scappellati, smanicati, smutandati prima di salutarci… tanto di cappello a voi figli del sud che vi stimiamo, che avete le palle per queste cose, che avete il fegato e pure i coglioni di restare… noi,invece, gente di terra senza colore, a noi solo il lavoro tocca, quello vero che voi del sud non lo immaginate nemmeno, pirla d’un terrun. E intanto i muletti caricavano i fusti, addossandoli con cautela uno sull’altro col rumore delle assi traballanti del bilico, non trascurando il minimo centimetro per stiparne la massima quantità. Neri come cilindri d’ebano parevano tipi lustrati a nozze, belli da far paura. Gennarino, con un cenno del capo, m’intimò di recarmi al box per ritirare la bolla. Una graziosa moretta con gli occhiali smanettava dietro lo schermo piatto del pc. Sotto la scrivania a vista le cosce scosciate frusciavano di calze profumate. La stampante produsse sibilando la copia vettore e la moretta mi strizzò l’occhio mentre mi chinavo per apporre la firma. La descrizione della merce era magistrale, netta, incomprensibile: Compost in fusti stagni.

- Ma tu la patente ce l’hai? Sei capace mica di guidare quella belva là? Diciott’anni ce l’hai biondino?

E tu perché non ti fai dai tre quarti a mezzo chilo di cazzi tuoi, invece? Sei capace mica di prenderlo a quel posto, carina? Un bel culetto ce l’hai di certo!” mi venne da pensare, mentre rispondevo contratto diciotto e mezzo, sapendo di mentire spudoratamente. Presi la bolla, incassai il sorrisetto ed infilai entrambi nella tasca posteriore del jeans voltandogli le spalle. Gennarino stava ultimando la chiusura delle paratie laterali, mentre i due tir fratelli gemelli erano già ansiosi di mordere l’asfalto. Ci accodammo in marcia guidati dal ginepraio di insegne che avrebbero dovuto aiutarci a uscire dalla zona industriale. Finalmente il casello e via sull’autostrada. Milano si fece distante, tirai un sospiro di sollievo. Adesso che la città appariva malferma mi sentivo meglio: la vecchia nave da crociera con le sue lucette tremule, i suoi intrighi di lussi e miseria, prendeva il largo, lentamente, scomparendo in un mare di nebbia incontenibile.



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