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lavoro pubblicato martedì 24 ottobre 2017
ultima lettura mercoledì 11 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'arcipelago senza luna

di salci. Letto 423 volte. Dallo scaffale Storia

  Sentiva che non le restava ancora molto tempo. Si stava spegnendo lentamente, senza far rumore. Aprì gli occhi con uno sforzo immenso e posò lo sguardo sulla parete bianca che le stava di fronte. Poi, come se proiettate su uno...

Sentiva che non le restava ancora molto tempo. Si stava spegnendo lentamente, senza far rumore. Aprì gli occhi con uno sforzo immenso e posò lo sguardo sulla parete bianca che le stava di fronte. Poi, come se proiettate su uno schermo, vide passare immagini che credeva sepolte per sempre nel cassetto più segreto della sua memoria. Com’è terribile vivere sotto un cielo senza sole dove tutto è grigio e freddo mentre la belva attacca e scava sotto la pelle divorando con ferocia ogni lembo di carne sino a giungere all’anima, per strapparla via senza pietà! I

Ines lo sapeva bene.

Una fitta di dolore la fece sussultare. Strinse le labbra e trattenne il lamento , non voleva che qualcuno la sentisse. Doveva resistere ancora un po’, sino all’arrivo di Simon. Era partito da Linz il giorno prima, adesso era solo questione di poche ore e sarebbe arrivato. A lui avrebbe affidato quello scialle ed anche se erano passati ormai tanti anni, era certa che ne avrebbe fatto l’uso migliore. Ora aveva soltanto voglia di dormire. Appoggiò il viso sul cuscino e rivide i colori della campagna, così vivaci e brillanti da sembrare appena dipinti. Poi la tavolozza si riempì dei toni dell’orrore. Solo sfumature di grigio e di sangue raggrumato. Un senso di nausea la fece sussultare. Sentiva ancora l’odore acidulo degli escrementi. Stipate come dei conigli in una gabbia, in un vagone sudicio e maleodorante, avevano viaggiato per quasi due giorni sino a quel campo maledetto. Senza cibo e senza acqua.

In quella baracca a Ravensbrück c’erano trenta giacigli imbottiti di paglia e più di settanta ragazze che dovevano dividerli. La maggior parte ancora delle bambine. Ines decise in un attimo che le avrebbe protette in tutti i modi.

Sarebbe stata il loro angelo custode e nessuno avrebbe fatto mai loro del male. Nessuno ! Se lo ripeteva continuamente come se volesse convincersi che fosse possibile. Che fosse vero !

Andana aveva tredici anni. Lunghi capelli raccolti in una treccia ed occhi color della notte. Era bella, di quella bellezza che affascina e trafigge il cuore. Veniva dalla Romania. Da un villaggio della provincia di Timisoara. Apparteneva ad una famiglia Rom. Nella sua terra viveva in una kampina collocata accanto a quelle dei numerosi parenti e della sua adorata baba.

Come tutta la sua gente aveva un rapporto totale con ogni cosa che la circondava. Chiamava per nome il vento e la pioggia e parlava ai cavalli. Intrecciava corone di fiori e le adagiava sull’acqua del fiume perché giungessero, in dono, al mare. La luce del suo sguardo abbagliava. Era come se tutte le stelle del cielo fossero nei suoi occhi. Persino in quell’inferno si muoveva con l’eleganza di una regina, fluttuando sulle assi sconnesse del pavimento come una foglia cadente. Ines le sussurrava nenie senza tempo e lei ballava con la leggerezza di una farfalla. Poi cercava la mano dell’amica e la stringeva forte ringraziandola senza parole. Quando scendeva la sera e strette l’una alle altre le ragazze si addormentavano, Ines accendeva un mozzicone di candela e le guardava accarezzandole con gli occhi.

Le sembravano tante piccole meravigliose isole. Un arcipelago senza luna.

Se solo avesse potuto avrebbe acceso il cielo e chiesto al sole di splendere anche di notte. Lei non aveva paura del buio. Almeno non di quello che precede il sorgere di una nuova alba. Temeva il buio in cui affonda la coscienza quando si spegne l’ultima scintilla ed ogni residuo di umanità annega nel delirio della follia. Temeva Franz Muller, il caporale tedesco dalle mani viscide e dall’alito rancido di cipolla che le palpava ogni giorno con crescente lascivia. E temeva la cinica cattiveria della sovraintendente delle guardie, Hermine Braunsteiner.

Ines percepiva il mortale pericolo.

La selezione della razza pura non le prevedeva. Loro erano dei corpi estranei . Andavano eliminate, estirpate come si fa con l’erba infestante. Questo pensiero le martellava nella testa. Non le dava pace.

Nevicava e Andana incurante del freddo gelido stava fuori seduta sullo scalino di legno. Aveva poggiato delle molliche di pane accanto a sè e suonava la sua piccola armonica, dondolando la testa. Era un invito al sole il suo. Un invito a mangiare quel pane. La sua baba, nelle fredde sere d’inverno, le raccontava di una bimba che diede da mangiare del pane al sole e questi per ringraziarla spezzò il gelo e fece nascere fiori dai mille colori che danzavano con l’erba. Come le sarebbe piaciuto che il sole sciogliesse quel gelo e la riportasse a casa per correre ancora sui prati ! Nessuno toccò le molliche che si trasformarono in piccoli cristalli di ghiaccio. Con il cielo coperto da un manto di nuvole il sole non potè notarle. E non potè neanche scaldare il corpo della piccola gitana che appena due giorni dopo moriva. Senza il profumo dei suoi fiori, il cuore di Andana aveva cessato di battere.

Ines strappò dal petto dell’amica il winkel , un triangolo di stoffa nera che le avevano imposto come un marchio infamante, poi strappò pure il suo , di colore giallo, come per tutti gli ebrei e con due ferri di fortuna cominciò a intrecciare lo scialle. Giorno dopo giorno, filo dopo filo, compose i nomi di tutte le sue compagne di sventura e dei loro aguzzini.

Quando alla fine di Aprile del quarantacinque arrivarono i russi e liberarono il campo in quella baracca trovarono solo sette ragazze ed uno scialle dai tanti colori.



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