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lavoro pubblicato martedì 24 ottobre 2017
ultima lettura martedì 21 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Bianco e Nero - Quinto episodio

di Maucar. Letto 308 volte. Dallo scaffale Fantasia

La storia di un soldato costretto a fare i conti con una realtà che non prevede solo buoni e cattivi, ma tante sfumature dello stesso dipinto...

Mentre tormentava le briglie del suo cavallo che stava conducendo lungo il sentiero, attraverso i boschi bagnati dalla luce dell’aurora, Yorugai ripensò alle parole di Kunz della sera prima attorno al fuoco

*****************

“Sarai padrone del tuo destino. Ha detto così?”

“Già”

“Mh” aveva mormorato mentre si carezzava la barba candida “Cosa pensi che volesse dirti?”

Yorugai lo aveva guardato perplesso: “Non ti seguo”

“Pensaci un attimo. Sei qui, vicino al fuoco mentre condividi una bottiglia di vino con un orco e un centauro” Ephialtes aveva grugnito con disappunto “Ci avresti mai creduto, meno di un anno fa, se qualcuno te lo avesse detto?”

Yorugai non aveva risposto: probabilmente avrebbe tagliato la gola a chiunque fosse stato abbastanza pazzo da ipotizzare una cosa del genere. Quell’orco sapeva sempre cosa dire.

“Sei libero, giovanotto, e più che mai padrone del tuo destino. Non si tratta più di scegliere in nome di quale fazione sporcarsi le mani di sangue, la tua vita deve andare necessariamente oltre questo. Vianna ti ha reso un uomo migliore.”

Quelle parole lo avevano spaventato: per l’ennesima volta si ritrovò a pensare che sarebbe stato molto più facile se tutto quello non fosse mai accaduto… perché quel villaggio era stato così accogliente? Perché Kunz era così saggio? Perché Vianna così maledettamente bella?

“Un uomo migliore, col cazzo!” aveva sbraitato il centauro, rosso in viso per la frustrazione e il vino: “Kunz, sappiamo entrambi che è stato lui a portare qui gli umani. Che cosa ci facciamo qui a chiacchierare? Mi sono unito alla brigata per uccidere gente come lui! Per quanto ne sappiamo, potrebbe essere stata la sua spada ad infilzare mio fratello, o tuo figlio! Dobbiamo fare qualcosa prima che sia troppo tar..” le parole gli erano morte in gola, perché l’orco, alzatosi ed emanando una presenza estremamente autoritaria e intimidatoria, aveva sibilato serafico: “Se ti sei unito a questa brigata per uccidere, Ephialtes, puoi anche recarti da quei pazzi suicidi a sud. Ora va’ a dormire, prima di dire altre sciocchezze”

Ephialtes non aveva osato ribattere, e, dopo aver sputato in terra, si era avviato verso la sua capanna.

“Perdonalo, è ubriaco e non sa quello che dice…”

“No, Kunz. Ha ragione.” aveva commentato Yorugai, mortificato “Posso comprendere fin troppo bene il suo dolore. Siamo nati sotto due stendardi troppo diversi; il mio posto… non sarà mai qui.” Yorugai si era alzato, e aveva stretto la mano di Kunz con più calore di quanto avrebbe mai ammesso. L’orco aveva assunto un’espressione triste, ma aveva taciuto.

“Spero di non incontrarti mai sul campo di battaglia” tali parole Yorugai si era ritrovato, sorpreso, a pronunciare.

“Anch’io, ragazzo. Abbi cura di te”

“Addio, Kunz. E…grazie.” Con un groppo alla gola, i due avevano sciolto la stretta e si erano incamminati in direzioni opposte.

Yorugai voleva lasciare quanto prima quel luogo, e mentre si dirigeva verso la stalla per sellare il cavallo, era passato davanti alla casupola di Vianna. Complici i fumi dell’alcol, era stato colto da un fremente desiderio di entrarvi, ma prima di poter muovere un passo, come evocata l’elfa si era materializzata a pochi passi dietro di lui.

“Te ne stai andando?”

“Accidenti Vianna, mi hai spaventato, pensavo stessi dormendo”

“Te ne stai andando?” aveva incalzato lei, ignorandolo.

Dopo un attimo di silenzio, Yorugai aveva annuito.

“Capisco”aveva sussurrato. Poi, gli si era avvicinata, quasi fluttuando avvolta nel suo mantello nero, i verdi occhi felini che brillavano al buio notturno; il cuore di Yorugai aveva saltato un battito mentre lei gli prendeva la mano fra la sue, lisce e affusolate, e, con delicatezza, vi riponeva un piccolo biglietto.

“Qui è segnata la posizione dei tuoi compagni. Se parti ora, potresti arrivare all’alba.”

“Perché fai tutto questo per me?” avrebbe voluto chiedere Yorugai, mentre non smetteva di guardarla e lei non smetteva di tenergli la mano, ma nessuna parola era fuoriuscita dalle sue labbra.

“Spero davvero che tu possa trovare la pace che cerchi. Davvero.” Il tono di Vianna era sincero e genuino, decorato da una vena di malinconia che aveva palesemente cercato di velare. Continuando ad arderlo con lo sguardo, aveva fatto due passi indietro, poi si era voltata e, senza aggiungere altro, era sparita nella notte.

Yorugai era rimasto lì, muto, con il foglietto in mano che ancora profumava di lillà. E dopo, mentre si preparava alla partenza, aveva provato a ricordare il momento esatto in cui Vianna lo aveva fatto innamorare.

*****************

Yorugai si fermò. Aveva raggiunto il luogo indicato sulla piccola mappa: una radura circondata dagli alberi, incontaminata e silenziosa. E vuota. Non v’era traccia di anima viva, nemmeno i resti di un focolare che avrebbero potuto tradire il passaggio di qualcuno. I suoi compagni non erano mai stati lì.

Non riusciva a capire… si erano sbagliati? I soldati della Mano avevano lasciato trapelare una falsa traccia e le sentinelle di Vianna ci erano cascati? Improbabile… quella terra la conoscevano come le loro tasche.

Si chinò con movimenti impercettibili per raccogliere un bastone che giaceva lì accanto, mentre un terribile sospetto si insinuava tra i suoi pensieri…

Il sospetto di una minaccia che prese forma fisica quando due frecce saettarono inesorabili verso di lui: con un riflesso sovrumano, Yorugai riuscì a deviarne una con il bastone che aveva appena impugnato, ma nulla poté per evitare che la seconda gli trafiggesse la spalla sinistra. Scaraventato al suolo, digrignò i denti e si costrinse a rimanere vigile e a rimettersi in piedi senza perdere tempo.

Usando il pezzo di legno a mo’ di spada si mise in posizione di guardia per fronteggiare i nemici che avevano abbandonato l’ombra della selva e ora lo circondavano: erano in quattro, due elfi, un nano e un orco.

Ba-dump. Ba-dump. Ba-dump. Eccola di nuovo, quella sensazione. Il petto che brucia, la scarica di adrenalina.

La bestia era tornata a ruggire a quasi un anno di distanza; ma in modo diverso, come un vecchio amico che rivedi dopo un lungo viaggio, ed entrambi siete gli stessi ma al contempo persone nuove. Yorugai non vedeva più non-umani da eliminare, solo quattro nemici che gli puntavano contro un’arma. Non fece caso alla forma delle loro orecchie.

Il primo a cadere fu il nano. Ruppe la formazione e lo caricò con foga, mulinando l’ascia bipenne e ululando come un pazzo. Era lento, goffo; a Yorugai fu sufficiente schivare l’attacco con un movimento fluido e schiantare un colpo secco sulla sua nuca per far sì che perdesse i sensi e si accasciasse a terra.

Non ebbe tempo per riflettere sulla mossa successiva, dal momento che anche gli altri tre gli si gettarono contro, incatenandolo in una morsa perpetua di fendenti e affondi. Yorugai stava tenendo a bada tre avversari contemporaneamente, armato di un ramo che roteava con precisione chirurgica e ad una velocità fulminante, nonostante la ferita alla spalla gridasse pietà ad ogni movimento, ad ogni balzo, ad ogni colpo. Per quanta perizia egli possedesse, tuttavia, il metallo avversario ridusse in poco tempo la sua arma a brandelli inutilizzabili.

Fu in quel momento che Yorugai si abbandonò completamente al flusso energico della lotta e lasciò che il suo corpo prendesse il sopravvento: rotolò per schivare una sciabolata micidiale scagliata dall’alto, afferrò un pugno di terra con la mano destra e, rialzandosi, la gettò agli occhi del suo aggressore più prossimo. Senza interrompere lo slancio, con la mano sinistra afferrò l’elsa della spada dell’elfo accecato e gliela sfilò, sferrandogli un possente calcio al ginocchio, che si fracassò come legno marcio.

Ignorando il suo grido di dolore mentre cadeva a terra, si diresse senza battere ciglio contro i due guerrieri rimasti: davanti a tale dimostrazione di abilità e tenacia entrambi indietreggiarono. Fu il loro ultimo errore. Atterriti, lasciarono l’iniziativa a Yorugai che, colta l’occasione per ribaltare definitivamente le sorti di quello scontro, neutralizzati senza difficoltà i loro attacchi scoordinati, piroettando prima decapitò l’orco, e poi trafisse l’elfo, il quale aveva inutilmente provato ad opporre un accenno di resistenza, fallendo miseramente.

Yorugai prese un respiro profondo. Era un lago di sudore, gli doleva la ferita e anche le ossa per la fatica, in più il suo corpo era ormai un mosaico di lividi e tagli. Ma era vivo. Ancora una volta era vivo.

Nella sua mente si susseguirono le immagini della battaglia appena conclusa e vide, limpido come lo specchio dell’acqua, il momento in cui si era lasciato alle spalle un nemico che ancora respirava. Si voltò, e trovò il secondo elfo, pallido come un cencio per il dolore, che si teneva la gamba rotta steso al suolo. Yorugai aveva delle domande.

Si avvicinò fino a sentire il suo respiro affannoso e irregolare colpirlo in volto, dopodiché latrò: “Spiegati!”

L’elfo si limitò a fulminarlo con lo sguardo, e a tacere.

“Chi sei tu? Perché mi stavate aspettando? Chi vi ha ordinato di uccidermi?”

Notando che l’altro si ostinava a rimanere chiuso nel suo truce mutismo, Yorugai decise di ricorrere a misure drastiche. Poggiò il piede sul suo ginocchio rotto, e spinse. Un urlo straziante proruppe dalla bocca fino ad allora serrata dell’elfo, lasciandolo senza fiato e, se possibile, ancora più pallido e sudato.

“Ora, per cortesia, rispondi alle domande.” decretò Yorugai, impassibile.

“M-mi chiamo Fil. Faccio parte di una Brigata”

“Ma davvero... chissà perché, ma fin qui c’ero arrivato. Perché la tua brigata mi vuole morto?”

“Sei merce di scambio” fu la risposta criptica. Che turbò Yorugai.

“Spiegati meglio”

“Un centauro di una Brigata vicina è venuto da noi, e ci ha offerto…”

“Questo centauro” lo interruppe Yorugai, che cercava disperatamente di allontanare un pensiero tanto pressante quanto doloroso “Questo centauro… vi ha detto il suo nome?”

“Si chiamava… ah, che siano dannati i centauri e i loro nomi assurdi… Leonidas… Temistocles…no! Ephialtes! Ha detto di chiamarsi Ephialtes!”

Yorugai tacque per un secondo. La consapevolezza di essere stato tradito da coloro dei quali aveva imparato a fidarsi lo colpì, impietosa. Gli occhi verdi di Vianna gli balenarono dinnanzi per una frazione di secondo, e con sgomento sentì un familiare calore ribollirgli in petto.

“Va’ avanti”

“Come ti dicevo, questo Ephialtes, se ti avessimo eliminato, in cambio ci avrebbe fornito una dozzina di uomini, armi, pellicce, vettovaglie…”

“Una dozzina di uomini, dici?” eppure la brigata di Vianna ne contava più di cinquanta… qualcosa non quadrava. Ora, qualsiasi persona sana di mente sarebbe montata a cavallo per poi sfrecciare verso la città, lontano da quelle terre ostili.

Eppure, Yorugai sentiva di dover tornare indietro. Sentiva di non poter lasciare le cose così come stavano, doveva capire chi e perché lo aveva tradito: se fosse stata un’iniziativa di Ephialtes, le vite di Vianna, di Kunz e di tutto il villaggio erano in pericolo… In caso contrario, sarebbe morto con la spada in pugno, ma avrebbe venduto cara la pelle.

“Ti ringrazio, che i tuoi dei siano con te” fu il saluto di Yorugai, che era in procinto di andarsene di gran carriera.

“Aspetta. Non lasciarmi qui…” sussurrò a denti stretti l’elfo: “Non fraintendermi, non ti sto chiedendo di caricarmi in groppa al tuo cavallo. Io sono un uomo morto. Se mi lasci qui, così, finirò per essere il pranzo dei lupi o di qualche orso, e se anche dovessi riuscire a raggiungere il mio villaggio per miracolo, il capo-brigata non mi risparmierebbe per aver fallito la missione: è così che funziona. Ti chiedo di farmi morire con la spada in pugno.”

Yorugai rimase in silenzio, riflettendo. Guardò Fil negli occhi e vi vide una pennellata di determinazione che scalciava per non affogare nella paura. D’altronde, dopo mesi di convivenza con i non-umani era venuto a contatto con una vasta gamma di usi e costumi a lui ignoti, e aveva imparato a non giudicarli o interferire con essi. Decise di rispettare le sue ultime volontà.

Con un cenno del capo diede il suo assenso e attese che si alzasse da solo, con fatica, dolore e dignità. Gli passò una lama, dopodiché si mise in guardia e attese.

Nonostante la ferita alla spalla gli facesse ancora male, deviò con estrema facilità la debole, quasi simbolica offensiva di Fil, e quando fece affondare la spada nel suo petto, si assicurò di centrare in pieno il cuore, e di rendere il tutto quanto più veloce possibile. Con un rantolo, la vita scappò via dalle membra dell’elfo.

Yorugai si premurò di porre l’elsa della spada nuovamente tra le sue dita ormai esanimi, dopodiché montò a cavallo e sfrecciò via, lasciandosi dietro l’usuale scia di sangue, diretto ancora una volta al villaggio di Vianna.


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