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lavoro pubblicato lunedì 16 ottobre 2017
ultima lettura venerdì 24 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Bianco e Nero - Quarto Episodio

di Maucar. Letto 269 volte. Dallo scaffale Fantasia

La storia di un soldato costretto a fare i conti con una realtà che non prevede solo buoni e cattivi, ma tante sfumature dello stesso dipinto.....

-Giorno: ignoto Inverno

Credo che tenere un diario possa rivelarsi utile.

Saranno passati appena sei mesi da quando sono stato fatto prigioniero, eppure a me sembrano anni…

Ho ricordi confusi di quel giorno: rammento che me ne stavo in ginocchio accanto al cadavere del piccolo elfo sgozzato, il suo sangue sulle mie mani. Attorno a me luci, ombre e nebbia vorticavano selvaggiamente, ululanti. Ma io rimanevo lì, immobile e stravolto, incapace di riscuotermi e aiutare i miei compagni d’arme a fronteggiare l’ennesima minaccia incombente, che sciamava giù per il fianco della vallata. Ho visto morire Duny davanti ai miei occhi, trafitto da innumerevoli dardi, e non ho mosso un dito. Non potevo, o non volevo.

Ho visto i miei commilitoni cadere uno dopo l’altro, a decine, mentre mi gridavano: “Yorugai! Yorugai! Alzati, Yorugai!”… diamine, nemmeno quando mio padre Mayfred, svenuto, venne portato via di peso da quei pochi superstiti che forse sono riusciti a fuggire ho fatto qualcosa. Spero con tutto il cuore che siano vivi.

Così rimasi da solo. Abbandonato a me stesso, fra i cadaveri di vittime e carnefici. La cosa che mi faceva impazzire è che non ero più capace di distinguere gli uni dagli altri. Fino ad allora, era stato tutto così facile… fu in quel momento che persi il controllo: sentivo troppo, e non volevo più sentire niente.

Impugnai la spada e come una bestia braccata, scatenai la mia rabbia contro quella Brigata che aveva annichilito la potente compagnia del Capitano Mayfred: mulinavo l’arma come un dannato, urlavo, fuori di me, sperando di sentire prima o poi il freddo metallo trapassare il mio corpo da parte a parte, mentre i miei avversari si disponevano in cerchio e, con cautela, cercavano di neutralizzarmi. Ne avrò fatti fuori almeno tre o quattro, prima che le ferite, che mano a mano andarono accumulandosi, fiaccassero la mia furia. E quando non ebbi più la forza nemmeno per digrignare i denti, non mi restò altro che accasciarmi a terra, crivellato da tagli sanguinanti. La vergogna che provai quando delle lacrime bollenti cominciarono a sgorgare e rigare il mio volto non la scorderò mai.

“Forza, maledetti! Finite il lavoro! Vigliacchi!”

Indubbiamente lo avrebbero fatto senza battere ciglio, se una voce, un sottile accordo di violino, non fosse intervenuta: “Non mi faccio dare della vigliacca da gente come voi”

Quando alzai lo sguardo, due figure troneggiavano su di me: un enorme centauro irsuto, e un’elfa. La donna più bella che avessi mai visto, con delle cascate di rame e ciliegio che le ricadevano sulle spalle, ad incorniciare uno sguardo color bosco di fine estate. Ma sentitemi, fare il poeta e sperticarmi in lodi per la mia carceriera… Vianna.

Ricordo che ci fu un battibecco tra lei ed Ephialtes, il centauro, sul come ed il perché farmi prigioniero o togliermi la vita lì e subito. Vianna sosteneva che avere un ostaggio avrebbe potuto rivelarsi utile: lei era il capo, come scoprii in seguito, e pertanto il suo braccio destro dovette arrendersi, suo malgrado.

Non credetti nemmeno un secondo alla scusa che aveva addotto: sapeva benissimo che i generali della Mano non avrebbero mai rischiato una spedizione sulle montagne nei territori liberi a nord, tantomeno sarebbero scesi a patti con i terroristi. Per un singolo soldato, tra l’altro. Nemmeno la parola di mio padre, semmai fosse ancora vivo, sarebbe stata abbastanza potente per smuovere le acque. Oltretutto, tutti mi avrebbero dato per morto, no? Quindi, non riuscivo a capire cosa la spingesse a lasciarmi in vita. Nonostante ciò, fui legato, bendato, e caricato sul dorso di Ephialtes. Persi i sensi ben prima di arrivare a destinazione.

Non so cosa mi sia successo quel giorno. So solo che dentro di me qualcosa si è spezzato, e non riesco a trovare pace.

I primi tempi furono terribili: ero moribondo, solo, circondato da coloro che mi avevano rovinato la vita e che non avevo fatto altro che massacrare da quel giorno maledetto, traendone gioia. Quelle stesse persone stavano cercando con tutte le loro forze di tenermi in vita, di curare le ferite che loro stesse mi avevano inflitto. Non ero sufficientemente lucido per pormi delle domande od opporre un accenno di resistenza; mi limitavo a sopravvivere, disteso sul pagliericcio in una capanna di legno. Ogni giorno ricevevo cure scrupolose, accompagnate da una visita di Vianna.

Ricordo che provava a parlarmi, mi diceva cose che registravo come suoni indistinti e privi di significato, eppure quotidianamente si recava al mio capezzale, accompagnata da Ephialtes che mi squadrava corrucciato dall’uscio. L’unica memoria nitida che ho di quel periodo era il suo profumo: lillà.

Poi, cominciai a guarire. Ebbi la possibilità di camminare, respirare aria fresca di montagna, “scortato” immancabilmente da un distinto orco con la barba bianca intrecciata di nome Kunz.

Si comportava in modo garbato, seppur con comprensibile distacco, e mentre mi mostrava il villaggio, circondato da altissime vette innevate, mi usava la cortesia di distrarmi affinché non notassi le madri che, al mio passaggio, tiravano dietro di sé i propri figli, che mi fissavano a metà fra l’incuriosito e il terrorizzato. Ma di Vianna neanche l’ombra. E quando provavo a chiedere a Kunz dove fosse, lui si limitava a stringere le labbra e a scrollare la testa: ovviamente, ero l’ultima persona alla quale avrebbe riferito i movimenti del comandante della sua Brigata.

Io, di contro, cadevo ogni giorno di più in un baratro di cui non intravedevo il fondo.

Prigioniero, senza la minima idea di dove mi trovassi, confuso e lacerato dai sensi di colpa per tutte le cose che erano successe; e per quanto abbiano potuto trattarmi bene, ovunque mi voltassi gli sguardi che incrociavo erano sguardi ostili. Come il mio, d’altronde. Eppure, erano diversi rispetto a quelli dei nemici sul campo di battaglia: questi erano ricolmi di paura, non di fanatismo né furia omicida.

Finché un giorno Vianna e i suoi uomini non tornarono al villaggio.

Quando mi vide, si avvicinò, abbastanza da riempirmi le narici di lillà, e mi disse: “Andiamo, voglio parlarti”, impedendo ad Ephialtes e Kunz di seguirci.

Ci avviammo così verso la prima di una lunghissima serie di passeggiate a cavallo per i monti. All’inizio eravamo entrambi freddi e scostanti, eravamo nemici, ostaggio e rapitore; tuttavia, lei desiderava parlare. Desiderava mostrarmi la sua vita e la vita delle persone che proteggeva. Mi condusse su e giù lungo i fianchi delle montagne, nei villaggi, nelle taverne, e io vidi contadini e pastori con le orecchie a punta, ma senza lame fra i denti. Mi spiegò che la sua Brigata, come molte altre, si asteneva dal compiere attentati, la loro causa era quella di tenere al sicuro il loro popolo da noi umani, e che non avevano alcun desiderio di mietere vittime innocenti. Le risi in faccia, sprezzante. Ventisei anni di odio non si cancellano in un mese, dopotutto.

Ma come ho già detto, qualcosa in me si era spezzato, e non avevo più le stesse certezze di una volta: ricordo bene la fitta allo stomaco quando mi rispose, gelida: “Tu e la tua compagnia, cosa pensate di aver compiuto in quel villaggio? Un’impresa eroica?”. Poi parve voler tendermi un ramo d’ulivo: volle sapere la mia storia.

Per lunghe, innumerevoli giornate, Vianna non mi diede tregua, insistendo affinché le parlassi di me, e io mi limitavo a guardare torvo la criniera del mio cavallo al trotto. Non mi capacitavo del fatto che avesse trovato la forza di non decapitarmi per tutto quel tempo: dopotutto, dozzine, centinaia di membri del suo popolo erano caduti per mano mia. Avevo massacrato un intero villaggio che si trovava sotto la sua protezione. Eppure, potrei giurare di averla vista sorridermi per un attimo. Forse fu proprio quel sorriso fugace, o quegli occhi profondi, a convincermi, pian piano, ad aprirmi con lei. Col contagocce prima, come un fiume in piena poi, le raccontai la mia vita: dei miei genitori, dell’attentato in piazza, del capitano Mayfred, dell’esercito, la guerra, la gloria, e dell’ultima missione. Le raccontai del mio odio, e della bestia che aveva dormito nel mio petto, fino a quel momento. Quando parlavo, lei si limitava a fissarmi con uno sguardo indecifrabile. Arrabbiato? Perplesso? Compassionevole? Non lo saprò mai, probabilmente. E più parlavo, più mi concedevo attimi più lunghi a fissarla e dissetarmi della sua bellezza…

Per sei mesi ho vissuto, mangiato, cacciato, bevuto con un popolo che ritenevo crudele. Mi sono confidato con il loro capo più di quanto abbia mai fatto anche con me stesso. Eppure sono ancora vivo: questo mi confonde e mi tormenta. Il ghiaccio nei valichi si sta sciogliendo, e io ho bisogno di risposte. Oggi cavalcherò con Vianna, e lei dovrà fornirmele.-

Yorugai ripose la piuma nel calamaio e, delicatamente, chiuse il quaderno ingiallito che Kunz gli aveva regalato. Era stata una sua idea, quel diario: dovette ammettere che, ancora una volta, quel vecchio orco aveva avuto una bella pensata. Scrivere le proprie sensazioni, le proprie idee era un ottimo modo per schiarirsele.

Uscì fuori e si diresse verso la stalla. Vicino ai destrieri vide Vianna che discuteva sommessamente con Ephialtes, i lunghi capelli ramati raccolti in una coda.

“…calmati, Ephialtes.”

“Non dirmi di calmarmi. Te lo avevo detto che non era una buona idea. Avremmo dovuto…”

“Silenzio” sibilò Vianna quando Yorugai fu vicino.

“C’è qualche problema?”

“Come se tu non lo sapessi” gli abbaiò contro il centauro, prima di andarsene ringhiando.

“Non gli piaccio, eh?” chiese Yorugai all’elfa.

“Lo biasimi?”

“No” rispose, dopo un attimo di riflessione “Ma cosa è successo?”

“Ti spiegherò tutto. Ma prima, avevi detto di avere delle domande per me” disse, mentre saliva in groppa al suo cavallo bianco.

“Vero” si avviarono al piccolo trotto lungo il sentiero, percorso ormai dozzine di volte, che conduceva fuori dal villaggio e si avventurava nella selva.

“Vianna… che cosa ci faccio qui?”

Lei lo guardò con un sopracciglio sollevato: “Non ti piacciono più le nostre passeggiate?”

“Sai cosa voglio dire. Sono più di sei mesi che mi tieni prigioniero. Perché è questo quello che sono, non dimentichiamolo” puntualizzò Yorugai, rivolto più a se stesso che a Vianna. Lei non rispose.

“Voglio sapere qual è il mio futuro. Vuoi tenermi qui per sempre? Vuoi uccidermi? Cosa ne farai di me?!”

Vedendo come Vianna si rifiutasse di rispondere, Yorugai incalzò: “Allora ti faccio una domanda diversa, una domanda che avrei dovuto farti tanto tempo fa. Perché mi hai risparmiato?”

Questa volta l’elfa si voltò verso Yorugai, aggredendolo con quei due smeraldi che aveva imparato ad amare.

“Perché piangevi. Perché, fra tutti i cadaveri dei tuoi compagni, tu giacevi vicino a quello di un bambino di una razza diversa. Vedi, Yorugai, non esistono né bianco né nero. Volevo scoprire a quale sfumatura di grigio appartenessi.”

Questa volta toccò a Yorugai tacere.

“I tuoi compatrioti ci hanno trovati. Era questo il motivo della discussione con Ephialtes, e della sua rabbia nei tuoi confronti. Crede che sia stato tu a condurli qui”

Silenzio. I due smontarono da cavallo e si sedettero sulla riva di un fiumiciattolo che correva giocoso tra le rocce montane.

“Tu cosa credi?” domandò lui infine.

“Non so cosa credere. Ma mi fido di Kunz, e Kunz dice che non avresti potuto senza che lui lo notasse”

“Già, poco ma sicuro” commentò lui, riuscendo così a strappare una piccola risata alla donna. Yorugai sapeva di dover essere contento. I suoi compagni erano lì intorno, sulle sue tracce per liberarlo. Chissà come, ma erano riusciti ad organizzare una spedizione. Sapeva di dover essere contento, ma guardava Vianna e non ci riusciva.

Così chiuse gli occhi e si distese sul terreno spruzzato di neve. Era proprio una bella mattinata: il sole troneggiava in cielo emanando luce bianca, ma erano rimaste ancora tracce dell’inverno che se ne stava andando, rendendo così l’aria frizzante e fresca. Prese una profonda boccata d’aria e con sua sorpresa, Yorugai si accorse di stare bene, dopo tantissimo tempo.

Quando riaprì gli occhi, incontrò quelli dell’elfa che lo arpionavano, e il suo cuore accelerò leggermente.

“Chiederai un riscatto?” chiese, con voce tremante.

“No” il suo tono, invece, era fermo. “Sei libero, Yorugai. Non sei più un prigioniero della mia Brigata. Farai la tua scelta.”

“Vianna…” cominciò lui, sgomento “Non puoi aspettarti che io mi schieri con…”

“Non mi aspetto nulla. Ho detto che sarai padrone del tuo destino”. Mentre pronunciava le ultime parole, anche la sua voce tremò per un istante.



Commenti

pubblicato il lunedì 16 ottobre 2017
Alealex, ha scritto: Bravo Maucar! Mi piace il tuo racconto. È ben scritto, ha un buon equilibrio tra narrazione e azione, ha un andamento in crescendo con un evidente punto di svolta della storia, i personaggi hanno una loro caratterizzazione, non solo il protagonista. Se posso mettere in evidenza qualcosa da migliorare, ho trovato un po' troppo simile il linguaggio usato da Yorugai nel diario confronto al linguaggio del narratore, io gli darei un tratto più distintivo. Ma non è un difetto, ne, la mia, una critica. È una sensazione da non addetta hai lavori. Io commento solo le cose che mi piacciono, le storie che non portano da nessuna parte, i puri esercizi di stile o, ancor peggio, quelle con errori di grammatica no. Perché so che tutti ci mettono le loro migliori intenzioni e sono sicura che io sarei molto peggio! ;-) Continua così! Spero di leggere presto il seguito.
pubblicato il lunedì 16 ottobre 2017
Maucar, ha scritto: Ti ringrazio moltissimo per i complimenti! È sempre una grande soddisfazione sapere che il proprio lavoro viene apprezzato. Per quanto riguarda il diario, sono d'accordo con te, ma è stato uno stratagemma improvvisato per sintetizzare in poco spazio un salto temporale fondamentale per la storia. Grazie ancora, soprattutto per il consiglio.

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