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lavoro pubblicato giovedì 12 ottobre 2017
ultima lettura mercoledì 18 ottobre 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Lilith - Capitolo Due

di victorianalien. Letto 88 volte. Dallo scaffale Horror

Un antico demone. Una maledizione ritornata per riscuotere il proprio debito. Amanda lotterà con tutte le forze per difendere se stessa e il suo amore...

Capitolo Due

Avevano tutti ragione ad agitarsi, a bearsi nell'acqua cristallina di un futuro prossimo e prospero.
Era un gran bel colpo, quello.
Durante le prime ore del mattino, proprio mentre Amanda cercava di ricordare il suo sogno, qualcuno di molto importante aveva telefonato in ufficio. Qualcuno dal nome pomposo, altisonante.
L'ordine per il servizio di catering era stato scritto di fretta dalla Donna Platino, l'indirizzo era stato evidenziato più volte con una calligrafia disordinata e tondeggiante, eppure Amanda - in mezzo a quell'accozzaglia di inchiostro ed eccitazione - riusciva a leggere distintamente le parole Greyson Manor.
Non ne aveva mai sentito parlare, era piuttosto estranea ai pettegolezzi di qualsiasi natura, ma tutti lì in ufficio ne erano positivamente sconvolti e contenti.
Frasi come "March ha fatto il botto" e "spero che lo spilorcio adesso mi aumenti lo stipendio", fluttuavano in aria come granelli di polvere. Frasi inafferrabili ma presenti riempivano le stanze, un brusio continuo di speranze e timori.
Il viso appeso di March riusciva comunque a rovinare l'atmosfera di giubilo generale. Era compito di Amanda fare breccia nella sua paura imperitura nei confronti delle grosse novità.
Voleva andarci, a Greyson Manor. A tutti i costi.
«Faremo tanti di quei quattrini, zio!»
Amanda si gettò di peso sulla sedia girevole dietro la scrivania di March. Incrociò le braccia al petto, sperando che almeno su quel frangente lo zio fosse identico al papà. Quando la piccola Am brontolava, spocchiosa e viziata, di solito otteneva tutto quel che voleva da Colin.
«Potremmo fare una figuraccia e non essere all'altezza!» la voce dell'uomo tremava.
«Non accadrà» ribatté lei, «sento che non sarà così.»
Vai, si disse Amanda. Stai scalfendo la sua corazza. Piano. Devi fare piano.
Zio March puntò le mani sui fianchi asciutti. Si passò la lingua sulle labbra screpolate, gli occhi scuri ridotti a due fessure. Sembrava stesse cercando la risposta ai suoi problemi sui muri dall'intonaco scrostato e ingiallito dal fumo. Ci furono alcuni istanti di pausa. La lingua di Amanda schioccava rumorosamente contro il palato.
«Potrebbe essere davvero una grande occasione!» disse, più a se stesso che alla sua interlocutrice. Un sorriso blando.
Un accenno di vita su un viso privo di linfa!
«Mi chiedo come abbiano fatto a trovare i nostri recapiti!» si meravigliò dopo, indice rigorosamente piazzato sul mento.
«Elenco telefonico? Google?» squittì Amanda, incredula. A volte, lo zio peccava di un'ingenuità aberrante. «Cosa importa? Quando ti ricapiterà?»
L'espressione di March si contrasse in una smorfia indecifrabile. Spostò il peso da un piede all'altro, virando ogni sua attenzione su Amanda. Gli occhi spiritati.
«Ti blocco lo stipendio per un anno se dovesse andare di merda!»
Wow. La seconda parolaccia della tua vita, zio: merda!
«Non andrà di merda. Perché dovrebbe?» gli sorrise. «In venti anni di attività, mai nessun reclamo!»
A parte forse quella volta dell'anello. Era così che Amanda la ricordava, la volta dell'anello. Non aveva mai avuto il coraggio di confessarlo a March, ma era stata sua la colpa - e l'intenzione - di far trovare un anello dentro la cheesecake di una signora completamente fuori di testa.
Non era stato un incidente.
Zio March scosse impercettibilmente la testa. «No, hai ragione!» fece, non senza una punta di orgoglio. «Certo che» riprese subito dopo, «cinque giorni per una fottuta inaugurazione mi sembrano troppi!»
La terza parolaccia. Sono stupita e sconcertata. Ma non hai tutti i torti.
Si trattava di una grande riapertura. Dopo venti anni di inattività, le porte del maniero più prestigioso e blasonato di Elgin si spalancavano al pubblico. La parola d'ordine era esagerazione. Amanda aveva il sentore che quei ricconi - lo stesso tipo di persone con cui aveva avuto a che fare prima - avrebbero esagerato in tutto, mettendo a dura a prova i nervi dei dipendenti. E forse anche i suoi. Ma non voleva e non poteva farlo presente a March: quell'uomo era già troppo spaventato dalla vita per sopportarlo.
«Possiamo farcela» sussurrò lui.
Amanda gli lesse in faccia l'incredulità e lo sgomento. «Lo credo fermamente, zio!»
Fuori dall'ufficio, il vociare dei dipendenti era aumentato. Erano impazienti.
«Domani incontrerai il proprietario del maniero, il signor Wilbur» sentenziò March. «Dì pure agli altri che siamo in ballo. Mi aspetto il massimo!»
Amanda scattò in piedi, spinta dall'invisibile molla dell'eccitazione. «Zio, non ti deluderò! Vado subito!»
«E per l'amor del cielo, Am, non presentarti a lui con quegli scarponi!»
Amanda, un po' delusa, alzò un piede in aria. «Sono Dr. Martens!»


Tornata a casa, la testa ancora ridondante di mille parole, buttò la tracolla in un angolo del suo monolocale. A piedi nudi, si diresse verso il frigo. Fissò lo sportello aperto per due minuti buoni, prima di decidere di ordinare dal cinese. Aspettò la consegna davanti al televisore, acceso su un programma dalla dubbia sobrietà e di cui non le importava poi molto.
Stropicciandosi gli occhi, ripensò alla giornata assurda che - grazie a Dio! - era appena finita. A cominciare dal risveglio accanto al tipo androgino, dal nome sconosciuto, per poi passare da un misterioso maniero all'assurda richiesta di Miss Biondo Platino.
Vorrei chiederti un consiglio, tuo zio è libero? Sentimentalmente, intendo.
Senti, io non credo neppure che mio zio abbia un pene!

Ancora rideva al pensiero di quella battuta, ma era vero. Le dispiaceva deludere le aspettative di Milly - questo il nome della segretaria - ma non credeva di aver mai visto in vita sua lo zio March accompagnato da qualcuno. Secondo Amanda, quell'uomo era privo di qualsiasi pulsione.
A poco a poco, cullata dal confortante riverbero azzurro del televisore, scivolò verso un sonno superficiale.
Sognò Greyson Manor. Quella che credeva fosse Greyson Manor. Era imponente, massiccia, sovrastata da merlature scure scagliate contro un cielo ancora più scuro.
Di nuovo il fiume di sangue ai suoi piedi, solo che questa volta riusciva a vederlo distintamente. Ne increspò la superficie con la punta delle dita. Lo assaporò. Ne diventò parte e si fece guidare da esso.
Camminò fino a raggiungere il castello davanti a sé, lì dove il fiume scarlatto cominciava. Ne vedeva il flusso uscire abbondantemente da sotto gli enormi portoni.
Teste di leone dorate come battenti.
Con i polpastrelli insanguinati, ne disegnò i contorni.
I visitatori, comparsi alle sue spalle, la cinsero per la vita. Le soffiavano sul collo antiche profezie in una lingua altrettanto arcaica.
Non capì.
Si voltò. Adesso il sangue le arrivava fin sopra il ginocchio. Ancora una volta, immerse le mani, le tirò fuori e le osservò curiosa.
Il sangue risultò sorprendentemente viscido, scuro e aveva un odore ferroso, primordiale, selvaggio.
Si passò le mani sulla bocca e sul collo, più e più volte. Sulle clavicole sporgenti, fin sopra l'ombelico. Striature rosse percorrevano le curve del suo corpo, fino al punto in cui il suo piacere si apriva.
Ansimò.
Lussuria.
Si risvegliò bruscamente: qualcuno aveva suonato alla porta. Il fattorino. Confusa e stordita, si concesse qualche secondo prima di rispondere.
In lei si fece largo uno strano presentimento. Un richiamo, proveniente dalle profonde viscere del suo subconscio, urlava a gran voce per riemergere.


Per un giorno soltanto, scese a patti con la fatina del buon costume, ignorando i propositi da donna goth per fare spazio a un sobrio maglioncino color anni-che-passano e a un paio di jeans scoloriti da centinaia di lavatrici fatte male.
Salì sul treno per Elgin delle 8.15, con una fame da lupi e il catalogo dell'azienda come unico compagno di viaggio.
Le sensazioni che provava erano discordanti e molteplici. La paura primeggiava su tutto. Una paura tossica, implacabile.
Ma paura per cosa? Non certo di fallire. Non puoi fallire, Am!
C'era la voglia di mistero, di vedere Greyson Manor con i propri occhi.
Aveva fatto alcune ricerche, la sera prima, e tutte accennavano a un collegamento tra la sparizione di cinque ragazzini, durante una notte di Halloween di vent'anni prima, e il maniero. Nei numerosi articoli, si parlava anche di una certa Vika, l'unica sopravvissuta e - con grande stupore di Amanda: era solo una bambina! - sospettata principale dell'omicidio dei suoi amici e del suo fratellino.
Molti giornali parlavano di una misteriosa leggenda secondo cui il maniero fosse infestato da un antico demone, ma Amanda cercò di non badarci troppo. Quella merda pseudo-horror non faceva proprio per lei.
Il treno partì, con qualche minuto di ritardo, e i pensieri di Amanda iniziarono a viaggiare con esso. Il paesaggio alla sua destra, fuori dal finestrino, mutava e variava dal colore grigio-marrone delle nude montagne, al verde pallido e intirizzito del fogliame nei boschi. Scorse qualche fattoria. Le timide chiazze rosso ciliegia di case isolate, forse anche abbandonate. Gli animali al pascolo, con i loro occhietti grandi e curiosi, smaniosi di capire cosa fosse quel tubo metallico che sfrecciava davanti ai loro occhi.
Viaggiava con la fantasia, Am, e si sorprese a pensare a tutte le cose fantastiche che sarebbero successe al maniero. Ne era sicura. Si aspettava il meglio da quell'esperienza.
Si strinse nel cappotto cammello da segretaria illibata, così lo descrisse, e aspettò.
Aspetto. Sto tornando a casa.



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