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lavoro pubblicato martedì 10 ottobre 2017
ultima lettura sabato 16 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Bianco e Nero - Terzo Episodio

di Maucar. Letto 236 volte. Dallo scaffale Fantasia

La storia di un soldato costretto a fare i conti con una realtà che non prevede solo buoni e cattivi, ma tante sfumature dello stesso dipinto...

La carovana avanzava piano lungo il sentiero, attraverso i boschi. Regnava un silenzio quasi irreale, rotto solo dal cinguettare sporadico dei merli e dal fruscìo delle fronde degli alberi sollecitate dalla brezza primaverile. Tutto sembrava tranquillo.

Il cocchiere del carro in testa si copriva il volto assonnato con un cappello di paglia, attraverso il quale di tanto in tanto scoccava occhiate indagatrici ai dintorni e, in particolare, ai soldati della Mano che lo scortavano: le loro espressioni erano contorte dalla tensione, dall’angoscia e dalla paura per il fantasma di un attacco imminente.

Tutti, tranne lui.

Il giovane Yorugai se ne stava in groppa al suo destriero con lo sguardo fisso davanti a sé, la mano fremente appoggiata sull’elsa della spada che non aspettava altro che essere sguainata. Bramava sangue, e con tutta probabilità sarebbe stata accontentata fin troppo presto: in quel periodo gli scontri tra la Mano e le Brigate Miste erano ai massimi storici.

Ecco perché la compagnia di Yorugai di stanza a Dol Verheena era stata incaricata di scortare la carovana, dal momento che il tracciato in questione, da sempre una trafficata rotta commerciale, si snodava pericolosamente vicino alle montagne settentrionali, dove la maggior parte dei non-umani dissidenti si nascondeva. Tant’è che da qualche tempo era teatro di frequenti imboscate da parte delle Brigate… e le Brigate raramente mostravano pietà verso le loro prede.

“Un fiorino per i tuoi pensieri.”

Gli si avvicinò un giovane soldato, un ragazzo scuro insieme al quale aveva affrontato tutte le trafile dell’Accademia prima di entrare a far parte ufficialmente dell’esercito, e ricevere il tatuaggio. Non riusciva mai a ricordarsi il suo nome.

“Oh, sei tu… ehm…”

“Aegnor” concluse l’altro col sorriso tremolante stampato in faccia. Aveva sempre trovato quella sua caratteristica inspiegabilmente irritante.

“Già, Aegnor, scusa…”

“Diavolo, ci conosciamo da quasi dieci anni, ci si aspetterebbe che tu almeno ricordassi il mio nome!”

“Già, scusa…” ripeté Yorugai, non prestando la minima attenzione al suo interlocutore, i sensi tesi a captare eventuali segnali di pericolo. Oltretutto, aveva come la sensazione di aver già avuto diverse conversazioni simili con lui…

“Ah, tranquillo, non importa” ridacchiò, scrollando le spalle. Anche questa sua tendenza al perdono facile irritava inspiegabilmente Yorugai.

“Senti un po’, Yoru” continuò lui, con un filo di voce: “Ma tu, esattamente, di cosa sei fatto?”

“Eh?”

“Sai com’è, hai la stessa espressione di una statua. Sembra che tu non abbia paura… anzi, sembra… diavolo, sembra che tu non veda l’ora che ci attacchino.”

“E’ così. Mi sono arruolato per questo, dopotutto. Per tenere al sicuro le persone da quei mostri.”

“Già, ma se non ci attaccano, da cosa dovresti difenderle?”

Yorugai non rispose. Osservava, intorno a sé.

“Amico, io me la sto facendo sotto. Mi sono arruolato per il tuo stesso motivo, ovviamente, eppure al solo pensiero di dover affrontare di nuovo quei pazzi furiosi mi tremano le gambe. Sai, mi sogno ancora gli occhi che si svuotano del primo orecchie-a-punta che ho ucciso.”

“Mph” fu il commento sprezzante di Yorugai.

“Ah, come vorrei che tutto questo finisse… ho solo venticinque anni, ma mi sento le ossa vecchie. Stanche. Sono stanco del rumore di metallo contro metallo, stanco di dovermi guardare sempre le spalle, di dover strisciare nel fango, delle marce, della fame. Ma soprattutto, sono stanco di vedere solo morte tutt’intorn…”

“Silenzio” lo interruppe Yorugai.

I merli avevano cominciato a cantare con voce stridula e frenetica, e i cespugli nella selva mormoravano in modo sinistro.

“Sono qui” si disse Yorugai. E il suo viso si illuminò in un ghigno malefico.

Fece appena in tempo a levare lo scudo rosso e bianco, che una gragnuola di dardi piovve sulla carovana, seguita immediatamente dal terrificante urlo di guerra degli attentatori che si riversarono in strada armati fino ai denti e con gli occhi spiritati.

Senza indugiare, Yorugai speronò la sua cavalcatura esortandola a gettarsi furiosamente contro i nemici, i quali ormai avevano circondato la carovana; nemmeno fece caso ad Aegnor che con un’espressione perplessa dipinta in volto si accasciava al suolo, trafitto al petto da due frecce.

Intanto, il cocchiere era balzato in piedi facendo cadere il cappello, rivelando così una bella barba curata. Con la spada in pugno gridò: “Ora!”, e dai carri, coperti da teli candidi, sciamarono fuori dozzine di soldati urlanti della Mano, pronti alla battaglia. Nonostante i non-umani si fossero trovati all’improvviso in netta inferiorità numerica, nessuno di loro ebbe la minima tentazione di fuggire e disertare. D’altronde, il loro scopo primario era sempre stato quello di portarsi via quanti più umani possibile…

Rinvigoriti dalla forza della disperazione, si gettarono a capofitto verso la loro sorte infame.

Nel frattempo Yorugai era stato disarcionato da un granitico nano, con il quale aveva dato inizio ad una lotta animalesca. Attorno a lui il caos impazzava, le lame cozzavano, grida di dolore gli giungevano da ogni dove, e ovunque voltasse lo sguardo c’era sangue, sangue, sangue. Il suo ghigno malefico non faceva che allargarsi. Ormai completamente abbandonato ad un istinto omicida che, col tempo, aveva imparato a cullare e coltivare, Yorugai si concentrò per fronteggiare il suo avversario: non gli diede tregua.

Continuò ad incalzarlo mulinando la spada con una catena di colpi poderosi, uno dietro l’altro, e ad un ognuno di essi imprimeva la forza nata da un odio viscerale e mai guarito, nascosto nel cuore del giovane come lava in un vulcano. Nonostante qualche non- umano cercasse di venire in soccorso del compagno, Yorugai, senza interrompere la sua fluida danza di guerra, se ne sbarazzava facilmente, con qualche fendente ben piazzato.

Presto fu chiaro ad entrambe le fazioni che i terroristi, abituati ad operazioni di guerriglia rapide e sfuggenti, nulla potevano in una battaglia vera e propria contro un plotone ben addestrato. Fu un massacro quasi a senso unico.

Yorugai sfilò la lama dalla gola del nano, ormai esanime e in un lago di sangue, la levò in aria e accompagnò il gesto con un ruggito di vittoria, al quale fecero eco tutti i suoi commilitoni. Il cuore gli batteva all’impazzata mentre sentiva l’adrenalina della lotta scivolare via, lasciando spazio al sapore agrodolce della vittoria, mentre faceva indugiare lo sguardo sui cadaveri sparsi per terra. Fece un respiro profondo. Per il momento, la sua sete di sangue era stata saziata.

“Soldati a rapporto!” fu il richiamo del cocchiere, sporco di sangue e con la camicia di lino strappata in più punti. In men che non si dica una cinquantina di soldati si schierò davanti al capitano camuffato.

“Ottimo lavoro ragazzi. Lo stratagemma ha funzionato alla perfezione, siamo riusciti a debellare una delle Brigate più pericolose in circolazione. Ci penseranno due volte adesso prima di attaccare di nuovo questa strada. Ora occupiamoci dei caduti e torniamocene a casa. Gloria al Padre!”

“Gloria al Padre! Gloria al Capitano Mayfred!” intonarono euforici i soldati.

Una volta sciolta la formazione, Mayfred si avvicinò a Yorugai e, senza farsi notare, gli sussurrò “Sono fiero di te, figliolo”. Il giovane sorrise e di rimando rispose “Grazie, padre.”

La carovana fece dietrofront, direzione Dol Verheena.

Yorugai cavalcava in fondo, dietro l’ultimo carro adibito a trasporto per i cadaveri. Scorse la sagoma di Aegnor… non poteva certo affermare di essere stato suo amico, tuttavia lo conosceva abbastanza bene per sostenere che non meritasse di morire, e se ne dispiacque. Non si erano mai intesi, erano due persone totalmente diverse: combattevano sotto lo stesso stendardo, ma quando Yorugai lo guardava negli occhi non scorgeva la stessa fiamma che era sicuro fosse chiara divampare nei suoi.

Non provava livore né rancore per i non-umani, e questo per lui era inconcepibile. Da dove aveva trovato la forza per andare avanti? Come aveva affrontato gli ultimi anni di guerra senza attingere a quella bollente fonte di energia che Yorugai si sentiva gorgogliare in petto ogni qual volta fronteggiasse un terrorista? A cosa si era aggrappato per tutto quel tempo?

I suoi infausti pensieri furono interrotti dagli schiamazzi gioiosi di una folla festante che attendeva il ritorno degli eroi al cancello principale della città.

“Eccoli! Sono tornati!”

“I nostri guerrieri!”

“Gloria al Padre!”

Tra la fiumana di gente, Yorugai notò una donna di mezza età che cercava ansiosamente con lo sguardo, indugiando sui volti di ognuno dei soldati.

Quando incontrò il suo, disse: “Giovanotto… ti prego, dimmi… dov’è mio figlio? Dov’è Aegnor?”

Una fitta colse Yorugai allo stomaco; sperava di non doverlo fare. Tuttavia, si costrinse a rispondere:

“Mi dispiace, mia signora. Suo figlio è caduto. Ma gli verranno resi tutti gli onori che si addicono ad un eroe di guerra. Addio”.

Non poté fare altro, e si lasciò dietro una madre distrutta e in preda ai singhiozzi.

“Yorugai, accidenti a te!” con una fragorosa risata gli si fece incontro Duny, un altro suo commilitone, coraggioso in taverna quanto codardo sul campo di battaglia. Tant’è che neanche stavolta volle smentirsi: “Andiamocene al Pavone a bere come dannati. Festeggiamo la vittoria, ragazzi!”

Yorugai trattenne a stento una smorfia di disgusto: Duny aveva passato tutto il tempo della battaglia a nascondersi dietro ad un carro, aspettando che qualche ignaro nemico gli passasse accanto, per poi pugnalarlo alle spalle. Di certo quella vittoria non era sua… non che Yorugai provasse qualche sorta di rispetto per i terroristi, ma non era stato un comportamento degno di un soldato della Mano Armata del Padre Sommo.

Nonostante la protesta iniziale, Yorugai fu trascinato di forza dal gruppo di compagni d’arme, e quando varcarono le soglie della taverna furono accolti come conquistatori.

La gente brindava alla loro salute, i bardi improvvisavano ballate sul Capitano Mayfred e la sua valorosa compagnia, le ragazze facevano le fusa, e la birra scorreva a fiumi.

“Questa è vita ragazzi! Alla salute!”

“Ce la siamo proprio meritati! Donna! Porta altra birra!”

E giù di canzoni, risate e bagordi.

“Devo dirtelo Yoru, saranno cinque o sei anni che combattiamo nella stessa divisione, ma ogni volta che ti vedo fare a pezzi gli orecchie-a-punta mi vengono i brividi. Sei un animale… li odi proprio, eh?”

Yorugai si stava scolando l’ennesima pinta di birra, e cercò di biascicare una risposta.

“Già… già… coscia vuoi che ti dica, loro mi attaccano, io li ammascio.”

“Non fa una piega! Ah ah ah!”

I fumi dell’alcool cominciarono ad annebbiare la mente di Yorugai, a scombussolarne la memoria, facendo riaffiorare immagini che per quasi vent’anni aveva provato a seppellire… capì che era arrivato il momento di tornare a casa.

Scrollò il capo e si congedò tra le lamentele degli altri, che avevano solo cominciato a divertirsi. Barcollando, si avviò verso la sua dimora, nella Zona Nuova della città, vicino alla cattedrale. Sulla soglia ad aspettarlo, trovò Fringilla, moglie di Mayfred.

“Buonasera madre!” salutò, tentando di risultare quanto più sobrio possibile e fallendo miseramente.

“Buonasera un corno! Accidenti a te, sai che colpo m’è venuto vedendo tornare solo tuo padre oggi a casa?! Ti costava tanto farmi sapere che eri sopravvissuto, prima di andarti ad ubriacare?” sbraitò, mentre gli si gettava al collo per ricoprirlo di carezze.

“Non sia mai fosse rimasta sola con me…” aggiunse ridacchiando Mayfred, che nel frattempo li aveva raggiunti.

“Madre, mi disp-hic-iace…”

“Coraggio Fringilla, lascialo respirare… non lo vedi com’è ridotto?” commentò divertito il capitano. Quando la donna diede ad entrambi la buonanotte, Mayfred strinse il giovane in un abbraccio vigoroso.

“Ben fatto oggi, Yoru. Combatti come un eroe delle ballate”

“Padre, state esagerando” si schermì imbarazzato Yorugai.

“Sarà la storia a dirlo. Te l’ho già detto, ma sono orgoglioso di te. E’ da quando ti sei arruolato che immancabilmente ti schieri in prima linea a difesa di coloro che ami. Sei destinato a compiere grandi cose, per la gloria del nostro Paese e del Padre… e quando succederà, spero di essere lì a godermi la luce che emanerai.” Sorrise; Yorugai notò con sgomento che aveva gli occhi umidi.

“Grazie davvero, padre…”

“Prima che tu vada a letto, devo dirti una cosa. Domani andrò a far rapporto al Generale Gargante. Dicono che abbia anche un altro incarico di estrema urgenza per la nostra compagnia. Voglio che tu venga con me, che ne dici?”

Yorugai strabuzzò gli occhi, sbalordito: “Sarebbe un onore”

“A domani, allora. Dormi bene.” e si congedò, con un’ultima pacca sulla spalla del ragazzo.

Yorugai salì in camera sua e si accasciò sul letto. Prima di addormentarsi, ripensò agli elogi che il suo padre adottivo gli aveva tessuto; sentiva una vocina nella testa che gli diceva di non meritarseli. Intimamente, non poté che essere d’accordo.

L’indomani mattina si ritrovarono entrambi in armatura cerimoniale, sull’attenti nell’ufficio del Generale Gargante, che nel frattempo passeggiava su e giù per la stanza.

“Dunque, tu sei il giovane Yorugai. I tuoi colleghi non lesinano complimenti nei tuoi confronti, specialmente per quanto riguarda la tua condotta sul campo di battaglia. Impavido e devastante, così dicono. Confido che tu possa regalarci altre numerose soddisfazioni, soldato.”

“Signorsì, Generale. E’ il mio unico scopo nella vita”

“Bene, bene. Magari potreste cominciare fin da subito. Capitano Mayfred, avrai saputo di un nuovo incarico per la tua compagnia”

“Signorsì” scattò il capitano. Gargante lanciò sul tavolo un sacco, dal quale rotolò fuori la testa di un elfo.

“Una sentinella. A quanto pare, è stato trovato uno degli ultimi villaggi dei non-umani nel territorio dell’Onti. Dovrete cavalcare di nuovo a nord, praticamente ai piedi delle montagne, ed occuparvi dei paesani.”

“Signorsì. A quale Brigata appartengono?”

“Nessuna Brigata.” Mayfred si irrigidì.

“Signore, i raid nei villaggi indifes…”

“Non possiamo rischiare.” lo interruppe il generale, che aggiunse stizzito: “Come le ho già detto, il villaggio si trova esattamente ai piedi delle montagne, troppo vicino al territorio libero delle Brigate Miste. E’ solo una questione di tempo prima che vadano a rimpolpare le fila dei nostri nemici. E’ questo quello che vuole?”

Mayfred teneva le mascelle serrate, Yorugai faceva muovere lo sguardo tra i due, confuso. Non gli piaceva la piega che stava prendendo la situazione.

“No, signore. Non lo voglio.” si costrinse a rispondere Mayfred.

“Bene. Sulla mia scrivania troverà una mappa con l’ubicazione precisa dell’obiettivo. Buon viaggio.” La conversazione era finita.

“Padre…” provò a dire Yorugai mentre uscivano dall’ufficio, cercando di manifestare il proprio disagio.

“Lo so. Ma gli ordini sono ordini. D’altronde, il Generale ha ragione, non possiamo rischiare” disse con tono greve, lo sguardo corrucciato. Yorugai sapeva che neanche lui era convinto della spiegazione; tuttavia, come il padre, se la fece bastare.

Cavalcarono per tre giorni, prima fra i campi, poi immersi nella selva, e infine arrancando lungo i fianchi ripidi dei monti. Più si avvicinavano all’obiettivo, più Yorugai si sentiva strano: per la prima volta nella sua carriera militare, non aveva la prospettiva tanto temibile quanto rinvigorente di incrociare la sua lama contro un terrorista.

A dire il vero, non si era mai figurato i non-umani al di fuori dei panni del “nemico”. Persino quelle volte in cui faceva le ronde negli enclave, la loro condizione di estrema povertà e degrado non lo tangeva, la vedeva come la giusta punizione per un popolo crudele. Allora perché questa volta avrebbe dovuto essere diverso? Yorugai, in fondo, sapeva la risposta. Semplicemente rifiutava di accettarla perché lo spaventava; dopo quello che aveva passato per colpa loro, quei mostri non avevano il diritto di essere innocui.

Tale era il mantra che si ripeteva mentre si agitava in sella, a disagio.

Curiosamente, i restanti membri della truppa sembravano tranquilli e fiduciosi, in particolare Duny, che cercava continuamente di coinvolgerlo in chiacchiere futili. Yorugai si ritrovò a desiderare di scambiare due parole con Aegnor.

“Ah, finalmente siamo arrivati, gente!” esclamò gioviale Duny, e aveva ragione.

Erano giunti al luogo segnato sulla mappa: davanti a loro si presentava una piccola vallata lussureggiante, al centro della quale erano raccolte quattro capanne in croce con piccoli orti sparsi qua e là.

“D’accordo soldati,” esordì Mayfred “ avete due ore per riposarvi e prepararvi alla… battaglia” disse con voce sommessa. Alcuni soldati ridacchiarono; Yorugai taceva.

Il capitano continuò: “Dopo il tramonto, vi voglio in sella e in formazione, pronti alla carica. Rompete le righe”.

Yorugai guardò verso il villaggio alla luce del crepuscolo. Intravide contadini zappare la terra, donne andare al pozzo e bambini correre in tondo… da quella distanza, la forma delle loro orecchie era indistinguibile.

Con una fitta in petto, lì dove di solito prima di una battaglia sentiva rimbombare le fiamme dell’odio, si diresse a grandi passi verso il padre.

“Padre”

“Qui sono il tuo capitano” disse, severo.

“Signorsì. Capitano, vorrei parlarle”

“Parla, dunque”

“Non ho intravisto nessuno che possa essere considerato una minaccia, al villaggio. Forse potremmo continuare a tenere la zona sotto controllo nei prossimi mesi, monitorando al contempo le attività delle Brigate, prima di…”

“Silenzio” fu l’ordine perentorio del capitano. “Siamo qui proprio per impedire che diventino una minaccia. Tu più di tutti, dovresti ricordare bene di cosa sono capaci. Metti di nuovo in discussione gli ordini e ti faccio frustare per diserzione” concluse, fulminandolo con lo sguardo, sempre più corrucciato. Era pallidissimo.

Yorugai tacque per un momento, poi: “Agli ordini” , si voltò e si dileguò. Si sentiva sempre peggio. Ma cosa gli stava succedendo? Aveva tolto la vita ad innumerevoli elfi, nani, orchi, persino ad un paio di centauri. Una decina in più o in meno non avrebbe fatto differenza. “Sono comunque potenziali terroristi”. Perché si stava comportando così?

Il sole scomparve presto dietro i monti.

La compagnia schierata a cavallo era pronta a lanciare la carica verso il villaggio che, sotto di loro, sonnecchiava ignaro. Yorugai sperava solo che finisse presto.

“Gloria al Padre!” riecheggiò l’urlo di guerra del Capitano Mayfred, guidando la truppa galoppante lungo il fianco della vallata. Gli impavidi cavalieri ruggivano e facevano a gara per arrivare primi e rendere degnamente gloria al loro Dio, mentre nel villaggio cominciavano ad apparire le luci delle torce accese.

I primi terroristi ad incontrare il filo della lama di Yorugai furono una coppia di giovani elfi, fuori per una passeggiata al chiaro di luna. Una volta sfondate le rudimentali recinzioni del villaggio, il drappello si riversò come olio bollente tra le viuzze del villaggio, appiccando il fuoco alle casupole, massacrando i pochi che cercarono di organizzare un accenno di difesa. Fecero scempio di chiunque gli si parasse di fronte.

Yorugai si sorprese di come il mondo attorno a lui fosse di colpo divenuto ovattato: non udiva le grida disperate di chi moriva sotto i suoi colpi, né lo sfrigolare del fuoco. Si limitava a guardare il suo braccio muoversi da solo e mietere vittime una dietro l’altra, per quanto il sangue sul suo volto glielo permettesse.

Quando tutto fu finito, si fermò. Scese da cavallo, e camminò fra i resti del villaggio: non sentiva adrenalina, né il sapore della vittoria. Evitava deliberatamente di posare lo sguardo sui cadaveri, finché si imbatté in un bimbo inginocchiato per terra, accanto ai corpi dei suoi genitori. Si voltò verso di lui, e nei suoi occhi, danzanti fra le lacrime, scorse le fiamme. Capì finalmente cosa intendesse Aegnor quando gli parlava di occhi che si svuotavano, mentre assisteva pietrificato alla scena di Duny che tagliava la gola al pargolo elfo. Buffo rendersene conto solo allora.

“Che cosa abbiamo fatto, oggi?” si chiese sospirando Yorugai, atterrito.

Nemmeno il corno di guerra nemico che risuonò fra le montagne lo riscosse dall’orrore che grondava dalle sue mani.



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