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lavoro pubblicato venerdì 6 ottobre 2017
ultima lettura domenica 18 ottobre 2020

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A destinazione

di Ryoku. Letto 457 volte. Dallo scaffale Generico

Nella lugubre e fatiscente stazione della metropolitana, Jack attendeva l’ultima corsa del treno, illuminato da una lampada ad alto consumo che brillava con spietata intermittenza. Il figuro sedeva rannicchiato su una panchina di marmo, impregnat.....

Nella lugubre e fatiscente stazione della metropolitana, Jack attendeva l’ultima corsa del treno, illuminato da una lampada ad alto consumo che brillava con spietata intermittenza. Il figuro sedeva rannicchiato su una panchina di marmo, impregnata da indicibile sporcizia; concentrato sulla pagina diciotto del corriere sportivo, bestemmiava per il ritardo del mezzo di trasporto. L’odore di urine si intensificava col trascorrere dei minuti. Sollevò le pesanti natiche, brandendo la voluminosa ventiquattrore in pelle profumata. La luce concentrata sopra di lui, come se fosse stato il presentatore di uno spettacolo teatrale, aveva alimentato ulteriormente il suo nervosismo. L’ingresso improvviso del flusso d’aria preannunciò l’arrivo del rugginoso locomotore; la sofferenza era giunta alla conclusione, seppur una decina di fermate avrebbero intrattenuto per almeno trenta minuti l’anonimo omuncolo, tutto lavoro e zero famiglia. I freni, con apparente difficoltà, avevano bloccato la fila di vagoni che da lì avrebbero ospitato l’unico passeggero. Era nuovo di quella zona; la trasferta lavorativa l’aveva costretto ad intraprendere per la prima volta quei binari. Le porte automatizzate gli si chiusero dietro, rendendolo momentaneamente prigioniero di un mondo di solitudine. Non vi era altro essere umano, regnava il vuoto totale. Preda dell’inquietudine, prese posto vicino l’uscita.

Il treno si era fermato inutilmente nella terza stazione; Jack rimaneva l’unico passeggero. Nella mente iniziavano a materializzarsi gli scenari più drammatici. Era chiaro che se un eventuale viaggiatore avesse voluto fargli del male, avrebbe avuto tutto il tempo e lo spazio per arrecargli danno; ma Jack non aveva scelta, non c’erano alternative. Avrebbe potuto tirare un respiro di sollievo solo una volta giunto nella decima stazione. Nel frattempo il locomotore decelerava, occupando lentamente parte della fermata successiva. Un massiccio uomo di colore fece il suo ingresso e, ironia della sorte, si chiamava Jack.

I due Jack erano seduti l’uno di fronte all’altro. A turno, si scrutavano nel tentativo di non incrociare i relativi sguardi. White Jack non era convinto di black Jack e il sentimento, a quanto sembrava, era reciproco. L’uomo bianco era posseduto dall’angoscia, ossessionato dall’idea che una potenziale aggressione da parte del nero si facesse sempre più remota. “E se applicassi io la prima mossa?” pensava lo sbiadito. “Potrei stordirlo con un colpo di valigetta, prima che sia lui ad attaccarmi”. Mentre architettava il progetto offensivo, l’altro si era alzato di scatto; quest’ultimo iniziò a ravanare nelle tasche, come se fosse in cerca di qualcosa. “Ecco, lo sapevo, vuol tirare fuori un coltello. Ora o mai più”.

La ventiquattrore aveva colpito black Jack sulla tempia, facendolo gravare all’indietro sul sediolino. L’uomo bianco era sopra di lui, subendo ulteriori colpi con indicibile violenza. Fu il turno del nero che con un pugno fece sputare un canino all’altro. Nonostante la differenza fisica, l’uno gracilino e l’altro scolpito dagli sforzi della palestra, lo scontro si consumava con discreta parità. Lattine, bottiglie lesionate e luridi pezzi di carta facevano da spettatori.

La nona fermata coincise con la tregua dell’improvvisato incontro di boxe. I vagoni continuarono ad essere vuoti, ad esclusione dei due, accasciati sui relativi posti, ormai stremati dal lungo scontro. Cazzotti e craniate avevano dato spettacolo per una decina di minuti. Dal vagone adiacente entrò un poliziotto, la cui presenza scaldò il cuore dell’uomo bianco, quasi commosso da quell’inaspettato ingresso. Con l’autorità era subentrata anche la certezza che avrebbe raggiunto vivo la sua destinazione. Il poliziotto rispose con un sorriso alla visione dei due; spostò la mano verso il fodero della pistola, estraendo quest’ultima con una certa velocità. “Datemi tutto quello che avete, compresi vestiti e scarpe”. L’entità in divisa aveva messo in atto una rapina in piena regola.

La decima fermata, la più attesa, risultò essere la meta finale anche per black Jack. I due, unici passeggeri dell’intero itinerario, avevano raggiunto vivi la destinazione, ma in mutande.



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