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lavoro pubblicato giovedì 5 ottobre 2017
ultima lettura martedì 17 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Bianco e Nero - Secondo Episodio

di Maucar. Letto 405 volte. Dallo scaffale Fantasia

La storia di un soldato costretto a fare i conti con una realtà che non prevede solo buoni e cattivi, ma tante sfumature dello stesso dipinto...

"Sei sicuro che sia una buona idea, Kassius? La situazione non è delle più tranquille, in città... forse dovremmo... forse dovremmo far passare un paio di mesi, prima di tornarci... aspettare che si calmino le acque, no?"

"Mh... e dimmi, Elena, come sfameremo il nostro Yorugai, senza i proventi del mercato di Dol Verheena?"

"Magari potremmo provare a commerciare con altri villaggi in zona... sono sicura che non rimarremmo senza clienti!"
"Ah, ti riferisci a quelli che usano il cuoio degli stivali per lo stufato? O a quelli che portano i propri figli alla "pista dei dolci" nel bosco perchè non hanno il danaro necessario per sfamarli? Quei clienti? Oppure stai pensando a..." Kassius s'interruppe, perchè aveva incrociato gli occhi grigi della moglie e aveva capito che era meglio smettere di fare lo spiritoso.
"Scusa, scusa... è solo che, Elena, noi siamo dei privilegiati. Abbiamo la fortuna di abitare a due ore a cavallo dalla città... ci siamo fatti in quattro per ottenere i permessi necessari a vendere al mercato... siamo l'unica cosa che separa l'intero villaggio dalla fame. Non possiamo tirarci indietro, sarebbe l'apocalisse." sbuffò, mentre caricava un sacco di granaglie sul carretto.
"Lo so, hai ragione... però ho paura." aggiunse la donna, con un filo di voce.
L'irsuto uomo sfoderò il sorriso più comprensivo e rassicurante di cui fosse capace: "Ti capisco, ma non ce n'è bisogno. Stai tranquilla, i terroristi non oserebbero mai attaccare la piazza del mercato. Sarebbe un suicidio: la Mano Armata ha intensificato i controlli in tutta la zona, figuriamoci durante il giorno del mercato... quei ragazzi, ah, il Padre li benedica, ci terranno al sicuro"
Elena non sembrò del tutto rassicurata, ma smise di controbattere e di buona lena si dedicò ad aiutare il marito nel caricare le merci.
"Ah, dove diavolo è finito... Yoru! Yoru, dannazione, vieni qui a darci una mano, scansafatiche che non sei altro!"
"Almeno lui, lascialo qui! Che senso ha portarlo in città proprio adesso?"
Yorugai, che nel mentre della discussione giocava a rincorrere un cagnolino spelacchiato, li raggiunse di malavoglia, piuttosto contrariato per l'interruzione.
"Su, non mettere il broncio, figliolo... E' fuori discussione, Elena. Ci serve tutto l'aiuto possibile: i clienti aumentano ogni mese, e poi ormai ha otto primavere, deve cominciare ad imparare il mestiere. Tranquilla, si tratta solo di mezza giornata... oltretutto, ho il sospetto che se lo lasciassimo al villaggio, lo troveremmo raso al suolo al nostro ritorno! La vecchia Dana non gli sta più dietro!" ridacchiò, assestando una vigorosa pacca sulla schiena del piccolo, che per poco non fu scaraventato a terra: "Ahia!" esclamò, per poi ridersela di gusto col padre. Persino Elena si concesse un sorriso.
Una volta sistemate le ultime casse, e ricevuta la benedizione del capovillaggio, il terzetto si mise in marcia. Yorugai si posizionò disteso sul carretto trainato dal mulo, tra due sacchi di frutta secca, mentre i genitori gli camminavano a fianco. Era emozionatissimo: non si era mai allontanato così tanto dal villaggio, e finalmente avrebbe visitato la grande città! Avrebbe potuto ammirare le strade eleganti, le alte torri affusolate, i palazzi regali... e quanta gente! Chissà se sarebbe stato tanto fortunato da vedere qualche orecchie-a-punta... lo avevano sempre incuriosito, nonostante tutte le brutte cose che si dicessero sul loro conto.
L'anziano capovillaggio gli aveva insegnato che un tempo a Dol Verheena a comandare c'erano proprio loro... poi gli uomini dell'Onti avevano conquistato il territorio e la città in nome dell'Araldo e del Padre Sommo, rinchiudendo gli infedeli orecchie-a-punta e tutti i loro simili negli enclave (qualunque cosa volesse dire... parlava in modo proprio strano, a volte, quel vecchio). Ecco perchè negli ultimi anni i non-umani avevano cominciato a scappare e riunirsi sulle montagne a nord, nelle ormai famigerate Brigate Miste.
Tutti dicevano che erano brutte persone, uccidevano gli innocenti, rapinavano i mercanti per le strade, bruciavano le case nelle città e nei villaggi. In particolare, era un po' di tempo che in città c'erano dei tumulti, tafferugli tra guardie e non umani: piccoli attentati alle ville dei nobili, scontri per le strade, addirittura qualche sgombero. A Yoru venne in mente quando, in cappella, il monaco teneva dei sermoni; gridava, infuocato dalla passione, di stare alla larga da loro, di non entrare mai negli enclave, e che il demonio se li sarebbe portati tutti sotto terra, uno alla volta.
Yoru non sapeva cosa lo spaventasse di più, quei racconti orribili o il monaco che sputava e strabuzzava gli occhi e diventava viola, mentre le vene del collo si gonfiavano per lo sforzo di urlare.
"Mamma... gli orecchie-a-punta ci faranno del male?" chiese il bambino a bruciapelo.
Dopo un attimo di esitazione dovuta alla domanda improvvisa, Elena nascose la preoccupazione con un dolce sorriso, e cercando di credere alle parole che stava per pronunciare, rispose: "Non preoccuparti, tesoro, non succederà nulla..."
"E se mai dovessero trovare gli attributi per provarci, io e i soldati difenderemo te e la mamma, stanne certo." aggiunse il padre con finto tono burbero, scompigliandogli la zazzera scura. Yoru, ridacchiando, guardò i suoi genitori camminare al suo fianco, mentre arrancavano sul sentiero che tagliava le pianure verso il cancello orientale della città, e si sentì al sicuro. Intoccabile. Nel frattempo, mentre Yoru se ne stava a fantasticare, avevano raggiunto la città. Elettrizzato, balzò giù dal carretto e, attraversando l'enorme cancello e le mura di pietra, si diede un'occhiata in giro: rimase di stucco. Non c’era niente e nessuno, davanti a lui si districavano vicoli bui e sporchi, il terreno era umido di pioggia e probabilmente i palazzi di pietra, in condizioni tutt’altro che regali, non ricevevano manutenzione da una dozzina d’anni. Tuttavia, in quel luogo Yoru percepì radici antichissime, uno splendore deturpato dal tempo e dalla violenza, seppellito sotto cumuli di indifferenza. Kassius interpretò correttamente lo sguardo perplesso e deluso del figlio, pertanto si affrettò a chiarire: “Questa è solo la Zona Vecchia, Yoru. Qui non vuole abitarci nessuno perché si trova vicino all’enclave. Non senti la musica? Viene dalla piazza!”

Ed effettivamente, drizzando le orecchie, al piccolo Yorugai fu possibile percepire della musica e delle voci gioviali. Il suo volto si illuminò e fremente di eccitazione, intimò ai genitori: “Forza! Forza, sbrigatevi! Andiamo!”

Trascinando quasi di forza madre, padre, mulo e carretto, Yoru si immerse nella selva di viuzze, che man mano che si avvicinavano alla piazza del mercato e ai quartieri più abbienti si allargavano e diventavano più pulite e curate. Qua e là incrociarono piccoli gruppi di soldati vestiti in bianco e rosso che facevano le ronde, finchè, svoltato un angolo, davanti agli occhi di Yoru si aprì un tripudio di giochi e colori, una folla di persone che urlava e rideva per lui assolutamente inconcepibile, avendo sempre vissuto all’interno del recinto del suo villaggio.
“Diavolo, siamo in ritardo” borbottò contrariato Kassius. “Forza, cerchiamoci un angolino e montiamo la bancarella.”
Yoru non riusciva a smettere di riempirsi gli occhi di tutto quel caos allegro, il baccano era tale da non riuscire a sentire una parola dei suoi, tant’è che ci volle un buffetto della madre per riscuoterlo: “Chiudi la bocca e rimboccati le maniche, ometto. C’è da lavorare!”
Fu una giornata sfiancante per Yoru. Stette tutto il tempo a caricare e scaricare merci, spostare casse, lanciare un occhio affinché nessuno provasse a rubare. “Venite! Venite, gente! Merci fresche, appena colte dall’orto! Pesce essiccato! Piccoli totem in legno portafortuna! Avvicinatevi!” gridava senza sosta suo padre, e senza sosta l’andirivieni di clienti teneva impegnata sua madre, col suo dolce sorriso sempre vivo sulle labbra. Guardò i suoi genitori ridere, arrabbiarsi, scherzare, litigare con una quantità indescrivibile di persone diverse. Yoru non si era mai divertito così tanto. Ad un tratto sua madre, senza farsi notare dal marito, sgraffignò una bella mela scarlatta dal sacco e, voltandosi verso il figlio, gliela porse di nascosto, ridacchiando: “Tieni, ometto. Te la sei proprio guadagnata. Prenditi una pausa, fatti un giro. Ma resta in piazza e non allontanarti troppo!” si raccomandò con una carezza.
Il piccolo la ringrazio con una bacio, e filò via, gustandosi il suo premio. Girovagò senza meta per un po’ di tempo, diede un’occhiata a tante bancarelle diverse: chi vendeva pellicce, chi carne, chi vino, chi gioielli. Si stava godendo la sua libertà.
Si sedette, infine, su un gradino di pietra, leggermente defilato rispetto alla piazza ma dal quale era possibile osservare tutto. Inspirò profondamente, catturando i più vari profumi che aleggiavano, e si lasciò cullare dalla musica che i bardi non si stancavano di produrre. Nemmeno si era reso conto di aver chiuso gli occhi… quando lì riaprì, incontrarono quelli della madre che lo guardava felice. Yoru agitò la mano e lei, richiamando anche l’attenzione del marito, rispose al saluto, sorridendo immancabilmente.
Poi, il mondo impazzì.
“Morte agli umani!” fu il grido che si levò dal centro della piazza. I bardi smisero di suonare, le voci smisero di schiamazzare, ed Elena smise di sorridere.
Fu un attimo, un attimo al quale il piccolo Yorugai assistette impotente, pietrificato dalla paura; e prima che chiunque potesse muovere un muscolo, prima ancora che il panico potesse conquistare la piazza, una pioggia di fuoco si abbatté sulle bancarelle. Tante piccole, letali esplosioni fecero scempio dei presenti, che cominciarono a gridare di paura, di dolore, di sconcerto. Grida che sarebbero rimaste marchiate a fuoco nella memoria di Yorugai, come le ferite delle persone che davanti a lui rimanevano mutilate e ustionate. Schizzò in piedi, cercando di incontrare il volto rassicurante del padre o quello dolce della madre: non li trovò. Trovò invece un volto stravolto dalla rabbia, dal ribrezzo e dalla furia; un volto dai lineamenti sottili, quasi taglienti. Un volto che aveva le orecchie a punta. I loro sguardi si incontrarono, e Yoru non fece in tempo a muovere un passo, che l’elfo gli lanciò contro un involucro rudimentale il quale, atterrato a pochi passi da lui, esplose. Yoru fu scaraventato all’indietro, e la testa andò a sbattere contro il muro di pietra dove prima era appoggiato. Il fiato gli si mozzò in petto, e fu tutto nero.
Quando si svegliò, non volle aprire gli occhi. Credeva di essere all’inferno: udiva pianti, lamenti, ordini gridati da soldati senza volto. Nel momento in cui li aprì, ne fu certo. Era all’inferno. Sebbene la maggior parte delle fiamme fosse stata domata, lo spettacolo che gli si presentò gli fece desiderare di non essersi mai svegliato: c’erano cadaveri ovunque, le persone che erano sopravvissute vagavano con sguardo vacuo tra i detriti o venivano medicate dai soldati e portate via.
A Yorugai doleva la testa e tutto il corpo… doveva trovare i suoi genitori e scappare via da lì. Iniziò a correre verso i resti della sua bancarella.
“Ehi, ragazzino!”
Yoru correva, doveva trovare i suoi genitori.
“Ragazzino! Dico a te! Fermati!”
Yoru correva. Perché stava piangendo? Doveva semplicemente trovare mamma e papà e andarsene alla svelta.
“Non andare lì!”
Yoru si fermò. Era arrivato a ciò che restava della bancarella, ma i suoi genitori non c’erano. C’erano solo due pupazzi, tutti sporchi di sangue e fuligine, che se ne stavano sdraiati per terra, immobili. Assomigliavano tantissimo a mamma e papà. Ma non potevano essere loro. Mamma sorrideva sempre, papà non stava mai fermo. Come potevano essere loro?
“Ragazzino…”
Il soldato con la divisa rossa e bianca lo raggiunse. Era alto e aveva una bella barba curata. Yorugai cadde in ginocchio; un’unica, solitaria lacrima scendeva sulla sua guancia, mentre guardava i corpi dei suoi genitori.
“Mi dispiace, ragazzino. Come ti chiami?”
“Y…Yorugai” balbettò il bambino.
“Gran bel nome. Io mi chiamo Mayfred. Che ne dici, ti va di venire a casa con me? Ti faccio conoscere mia moglie.”

Yoru si abbandonò al suo abbraccio, concedendosi un lungo, disperato pianto. Mentre il soldato Mayfred lo stringeva, balenò nella sua mente la faccia demoniaca dell’ orecchie-a-punta. Un calore marcio e corrosivo si diffuse nel petto del bambino. Per la prima volta nella sua vita, Yorugai odiò.



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