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lavoro pubblicato giovedì 5 ottobre 2017
ultima lettura venerdì 20 ottobre 2017

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bellezza e distruzione

di ainisvir. Letto 183 volte. Dallo scaffale Poesia

Era una bella giornata. Una di quelle giornate ventose e soleggiate di fine autunno. Il vento pulito e freddo le graffiava il viso e lasciava volare...

Era una bella giornata. Una di quelle giornate ventose e soleggiate di fine autunno. Il vento pulito e freddo le graffiava il viso e lasciava volare le foglie. Anaïs aveva lo zaino in spalla e con tutta la pesantezza dell’adolescenza camminava imperterrita controvento. I passi decisi marcavano il cemento e tutta la sua forza si scaricava sulle strada. Doveva tenersi in equilibrio, Anaïs , perché così minuta di statura e debole di corporatura doveva combattere per riuscire a camminare. I cappelli dei passanti si gonfiavano d’aria e scappavano ai proprietari, che affannosamente li riconcorrevano. Le possenti fuste degli alberi ondeggiavano e lasciavano morire qualche foglia lor frutto, perché ormai lor vita era terminata e una nuova stagione arrivata. Sentivano un’esigenza nuova e il vento aiutava il ciclo naturale delle cose. Scorreva tra le foglie e ne sovvertiva le sorti. Così Anaïs, coi suoi passi decisi e pragmatici, determinata nella lotta cieca contro la corrente perturbatrice, si fermò d’improvviso. Sola nel mezzo della piazza, ebbe il coraggio di alzare lo sguardo. E mentre la forza del vento la sommergeva riuscì a guardare il cielo. Quanto tempo che non lo vedeva così impregnato di azzurro e serenità, con la luce che riverberava tra le particelle dell’aria. Negli ultimi tempi più guardava in alto e più sentiva la tristezza e la disillusione piombarle addosso. Le nuvole e la coltre limitavano la vista, lei spostava la testa, cercava uno spiraglio di celeste nel grigio marcio di quel cielo, e trovandovi solo un sole opaco e non definito, offuscato dalla nebbia, tornava a osservare i piedi compiere il loro tragitto verso casa. Ebbene quel giorno fu diverso. Quel giorno decise di alzare la testa, di uscire dal guscio e osservare la realtà che la circondava, oggi ne valeva la pena. Un brivido di entusiasmo le scivolò sulle spalle ed esse si aprirono, libere, negando lo stato di minorità e reclusione che da tempo le avevano caratterizzate. Anaïs s’inebriava dello scorrere veloce dell’aria fredda e da essa si lasciava ferire. Era una sofferenza necessaria e alla quale non voleva rinunciare: nonostante tutto per la prima volta vedeva qualcosa che differiva dai suoi piedi e da quelle mattonelle che aveva calpestato ogni giorno alla stessa ora. Sentiva che era un vento beneficatore. Dalle narici le penetrava direttamente nell’organismo, puliva e depurava e poi usciva, sporco, liberandola dalla corruzione. Le sembrava di inquinare l’aria, di diffondere al mondo la sua malattia; o era il mondo che l’aveva infettata? In ogni caso non era importante, lei adesso era lì, e godeva della luce calda del sole che la baciava mentre il vento la schiaffeggiava. Non aveva più voglia di guardare in basso, era così monotono il colore delle mattonelle e così scontato l’assemblamento. Voleva vedere, oggi, veramente. Voleva rilassare il corpo e le spalle, lasciarsi purgare da una luce diversa. Mentre camminava decise di essere felice: era giovane, determinata e intelligente. Voleva cambiare e s’impose di non guardare più in basso, almeno fino a casa, almeno per oggi. Osservava i palazzi che si affacciavano sulla piazza, illuminati da una luce più forte e più vera. I colori squillanti di un mondo nuovo la travolsero. Le percezioni si lanciavano una addosso all’altra e Anaïs, stordita da una felicità inaspettata, vide la piazza chiara e luminosa, gli alberi accesi da un’arancione sgargiante, le foglie dondolarsi dolcemente in aria, per poi assopirsi lente sulla terra. Vedeva oltre a quelle grigie mattonelle di stesso stampo, oltre alla punta annerita delle sua scarpe bianche, e la visione le dette speranza, la scaldò e la rassicurò. Il vento non la ostacolava, le metteva le ali e le permetteva di innalzarsi, di raggiungere con l’immaginazione ciò che il corpo non poteva darle. Così, camminando distratta, si avvicinava verso casa. Si era promessa che non avrebbe più abbassato il volto, ma sentì il piede destro affondare in uno scivoloso materiale che quasi non perse l’equilibrio, tanto era assorta dagli alberi e dalle foglie, dal cielo e dalle nuvole. Fu costretta a riportare lo sguardo sul piede. Girò la scarpa e vide escrementi di cane incastrati tra le fessure della suola. Fu disgustata, come qualsiasi ragazza con un briciolo di senso delle cose e in silenzio tornò indietro, alla ricerca di un lembo di terra dove poter pulire la sua scarpa infetta. Lo trovò, laggiù sotto il tiglio che per primo aveva attirato la sua attenzione, e concitata strusciò a ripetizione il piede sull’erba. L’angoscia l’aveva sopraffatta: “com’è possibile? Com’è possibile?! Mi distraggo per due minuti ed ecco ciò che mi succede!” ripeteva la voce nel suo cervello. Era stato un ritorno troppo repentino e traumatico nella realtà, una caduta troppo forte. A causa del sogno e dell’immaginazione aveva dimenticato di concentrarsi sulla strada che la chiamava e la tratteneva coi piedi per terra. Insisteva per la sua attenzione e alla fine ce l’aveva fatta. L’avevano catturata, questi mattoni radioattivi. Si arrese e ritornò a osservare ciò che aveva sempre visto, le punte delle sue scarpe non erano cambiate, le pietre allineate sempre allo stesso modo, solo qualche affossamento si faceva più marcato ed evidente giorno dopo giorno. Tornò a accorgersi degli escrementi e non fece cadere il piede in nessuno di essi. Rientrò a casa con la suola destra pulita ma puzzolente, lasciò le scarpe all’ingresso e si appoggiò sul divano, stanca e afflitta. Chi sa se sarebbe mai riuscita a osservare la bellezza schivando la distruzione.



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