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lavoro pubblicato mercoledì 4 ottobre 2017
ultima lettura lunedì 24 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Bianco e Nero - Primo Episodio

di Maucar. Letto 380 volte. Dallo scaffale Fantasia

La storia di un soldato costretto a fare i conti con una realtà che non prevede solo buoni e cattivi, ma tante sfumature dello stesso dipinto.....

Era un inverno freddo, quello. Una folata di vento particolarmente gelida costrinse il vagabondo a raggomitolarsi più stretto nel suo vecchio cappotto di pelle e a scrollarsi di dosso un brivido, mentre il suo nero cavallo trottava piano dopo una lunga, estenuante giornata di viaggio.

Odiava quella zona dell'Onti, soprattutto di notte. Non c'era altro che pianure su pianure di una monotonia disarmante, interrotte solo da qualche sporadica collina e dai cespugli di bacche velenose... e dalla sagoma imperiosa di Dol Verheena, naturalmente. La ricordava bene: la sua città natale, in un certo senso. Non sapeva nemmeno perchè fosse tornato lì. Ad onor del vero, in quel momento probabilmente per lui era il posto più pericoloso sulla faccia della terra. Ma aveva sempre saputo che prima o poi sarebbe dovuto tornare. Da anni non si spingeva tanto all'interno, si limitava a gravitare sul confine che divideva l'Onti da uno degli ultimi regni di non-umani che ancora resisteva al suo impeto espansionistico, Aefiloor.

Eppure, eccolo lì, diretto verso dei focherelli in lontananza, sperando di trovare un pasto caldo e un tetto sopra la testa; e di passare inosservato il più a lungo possibile. La schiena gli doleva, e le cosce dovevano ormai essere ricoperte di lividi per le lunghe ore passate a cavalcare...

Quando fu più vicino alle luci che lui aveva interpretato come la presenza di un villaggio, si lasciò sfuggire un rantolo di delusione, rendendosi conto di essere incappato in un campo profughi. Poteva scordarsi rifugio e pasto caldo. Scese da cavallo, e tenendolo per le briglie si incamminò fra le tende, arroccate ai piedi una collina per ripararsi dal vento, sgranchendosi le gambe e dando un'occhiata in giro: i volti che si affacciavano alla luce dei falò erano tutti segnati dalla fatica e dalle lacrime, ed erano inequivcabilmente non-umani. Elfi, nani, persino qualche orco. Si stringevano gli uni agli altri, sostenendosi a vicenda in quel momento tragico. Il vagabondo scoccò uno sguardo verso Dol Verheena, scorgendo delle fiaccole sulle torri di guardia. "Un altro sgombero", pensò, mesto.

Prima di poter fare qualsivoglia domanda a chicchessia, notò, ben lontano dai caldi falò, la presenza di una tenda che definire rudimentale sarebbe stato eufemistico: tre bastoni conficcati sul terreno e una logora coperta adagiata su di essi. "Strano...".

Si avvicinò incuriosito, e ciò che vi trovò sotto non potè sorprenderlo di più: rannicchiata in un mantello pieno di buchi, infreddolita, emaciata per la fame, vi era una ragazzina dagli scurissimi capelli. Una mezzelfa. "Ora si spiega perchè non si prendono cura di lei... razza sfortunata, i mezzelfi", tant'è che girandosi verso il campo notò che alcuni dei profughi lo guardavano con sospetto e disapprovazione, quasi disgusto. "Tieni" sussurrò, coprendola delicatamente col suo cappotto; lei ebbe un sussulto e spaventata si scosse dal suo tormentato dormiveglia, guardandosi intorno freneticamente."Chi... Cosa...?"

"Tranquilla, non sono qui per farti del male"

"Chi sei? Cosa vuoi da me?"

"Mi chiamo Yorugai" rispose il vagabondo, cercando di suonare quanto più rassicurante possibile "e ripeto, tranquilla. Cosa potrei mai volere da qualcuno che dorme sotto una coperta che puzza di carogna? Come ti chiami, ragazzina" chiese infine.

Dopo un attimo di esitazione, la giovane balbettò "I...Imàl", mentre lo osservava accendere un fuoco con una pietra focaia.

"Gran bel nome. Come mai non sei al campo?" Yorugai sapeva già la risposta.

Imàl lo guardò con aria perplessa, e disse "Sono una mezzelfa, non vedi?", come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Yorugai sospirò, ravvivando il fuoco "Già, già, lo vedo... avrai fame immagino. Dovrei avere ancora della carne secca e qualche galletta nella bisaccia. Sarei felice di condividerla con te, se vuoi."

Il volto della ragazzina si dipinse di disperazione "Ti prego non farmi male"... il cuore di Yorugai si gonfiò di tristezza: chissà quante ne aveva passate. Con un sorriso che giudicò poco credibile le domandò "Perchè mai dovrei?" "Nessuno è mai gentile con i mezzelfi. Men che meno gli umani.". Non poteva darle torto: "Ti credo. Tuttavia ribadisco che non ho intenzione di farti male; lo avrei già fatto se avessi voluto. E poi, ho il sospetto che siamo più simili di quanto immagini..." aggiunse ridacchiando. Imàl sembrò tranquillizzarsi un minimo, senza però abbassare ancora la guardia. "Ne dubito", rispose lapidaria.

"Mh. Ti va di raccontarmi cosa è successo? Quelli lì non sembrano in vena di chiacchiere" facendo cenno con il capo verso i falò.

"Quello che succede sempre. Un bel giorno l'enclave in cui vivevamo viene rastrellato dai soldati della Mano Armata, in nome di sua maestà il Sommo Araldo del Sommo Padre" Recitò con aria disgustata. "Hanno massacrato centinaia di persone, e quelle che non hanno ucciso, le hanno sbattute fuori dai cancelli, con solo i vestiti che avevamo indosso. Gli altri mi hanno permesso di aggregarmi a loro, perchè mi tenga in disparte. Più o meno come prima"

"Che gentili." commentò sarcastico Yorugai, mentre osservava torvo le fiamme. Niente di tutto ciò che stava ascoltando gli era nuovo, purtroppo.

"Già, ma mai come voi umani. Venerate un Dio che vi ordina di trucidare chi si rifiuta di credere in lui. A dir poco capriccioso, per essere un Dio". Il vagabondo non potè fare a meno di lasciarsi andare ad una risata amara; gli piaceva quella ragazzina. Passandosi una mano tra la barba spruzzata di grigio, cercò di spiegarle che "Non è sempre stato così. C'è stato un tempo, agli albori del Culto del Sommo Padre, in cui gli Araldi erano brave persone. Saggi al servizio del popolo. Filantropi. E soprattutto, si tenevano alla larga dalla politica; il loro compito era diffondere e proteggere principi di solidarietà e tolleranza. Ma col tempo, il Culto si fece più influente, e la corruzione va a braccetto col potere. Fu così che il Quinto Araldo Egberth attuò il famoso colpo di stato, instaurando la monarchia teocratica che vige ancora ora, dopo quasi un secolo. Con la scusa di diffondere il Culto, l'Onti invase i territori dei vostri popoli, riducendovi a profughi e perseguitati."

Yorugai non si era accorto del fatto che la mezzelfa lo guardava con aria stralunata, a dir poco confusa: "La metà delle cose che hai detto non le ho capite, l'altra metà non mi interessano. So solo che sono stanca e affamata. Penso che accetterò quelle gallette" disse, abbozzando un sorriso. Si era fidata di lui, lo aveva capito. Rispondendo al sorriso, l'uomo le porse la bisaccia con i viveri e la osservò mangiare di gusto.

Più guardava Imàl, più si convinceva di aver trovato il motivo del suo ritorno. Si convinceva del fatto che i loro destini fossero incrociati, in qualche modo. Si convinceva di potere, attraverso lei, espiare.

"Dovremmo metterci a dormire, Imàl, tutti e due" La ragazza era già crollata nelle braccia di un sonno tranquillo e profondo. Yorugai sorrise, e si distese un po' più distante, appoggiato ad un albero.

Fu svegliato di soprassalto poche ore dopo, da grida disperate. Scattò in piedi, e fulmineo sfoderò lo stiletto che teneva nascosto nello stivale. Si guardò intorno e la prima cosa che vide fu Imàl avvinghiata al suo cappotto, che guardava con occhi terrorizzati verso il campo. Seguendo il suo sguardo, capì quale fosse la fonte del baccano. Una pattuglia di sei o sette soldati della Mano, con i loro inequivocabili stemmi rossi e bianchi ritraenti il palmo di una mano aperta, avevano pensato bene di farsi un giro al campo per ostentare la loro forza su quei poveri disgraziati.

"Zitta, terrorista! Mi infastidiscono i tuoi grugniti. Siamo qui per terminare il lavoro cominciato la settimana scorsa. Nessuno di voi infami assassini merita pietà"

"Imàl, ascoltami bene. Sella il mio cavallo senza farti notare, e appena puoi galoppa via a tutta velocità, non importa dove. Io ti troverò, conosco queste terre come le mie tasche. Hai capito tutto?". La ragazza annuì, ancora più pallida della sera prima. "Devi assolutamente evitare di farti notare, se quelli ti puntano sono guai" sussurrò ancora Yorugai, maledicendo il bell'aspetto della mezzelfa. Detto questo si avviò verso i soldati, preparandosi a fare l'unica cosa che suo malgrado era sempre riuscito a fare bene: uccidere.

"Questa gente non ha nulla a che vedere con gli attentati delle Brigate Miste, soldati. Lasciateli in pace" Tutti, umani e non, si voltarono verso di lui nello stupore più assoluto. L'ultima cosa che chiunque si sarebbe aspettato era un umano in difesa dei "terroristi"

"E tu chi sei?" "Qualcuno con un po' di sale in zucca. Capisco la vostra rabbia, ma..."

fu interrotto dalle grida invasate di uno di loro " Cosa sai tu? Cosa?! Niente! Per questo li difendi! Sei come loro, anzi sei peggio di loro se stai dalla loro parte! Mi ripugni!" e terminò la frase con un sonoro sputo nella sua direzione. "So più di quanto immagini..." disse Yorugai, con voce sommessa " e stai attento, non vorrei che ti strozzassi con tutta la merda che stai vomitando".

Il giovane soldato si fece paonazzo per l'affronto, e proprio mentre entrambi stavano mettendo mano alle armi, un altro della compagnia esclamò: "Qualcuno sta scappando a cavallo!", indicando proprio dove aveva lasciato Imàl. Senza pensarci due volte, Yorugai lanciò lo stiletto dritto alla gola di quello che stava tenendo i cavalli, che, spaventati dall'urlo gorgogliante e dallo spruzzo improvviso di sangue, imbizzarriti scapparono via. Nel giro di una frazione di secondo, Yorugai balzò verso il soldato ormai esanime, estrasse lo stiletto dalla sua gola e fece appena in tempo a deviare un affondo, piroettare e portarsi alle spalle del suo secondo avversario, che non ebbe i riflessi abbastanza pronti per evitare che il pugnale si conficcasse al centro esatto della sua schiena. Yorugai, ormai in preda ad una familiare furia omicida, si voltò per affrontare i rimanenti della pattuglia: i profughi scappavano in tutte le direzioni, mentre lui squadrava famelico i cinque soldati. Non erano degli incompetenti; mentre lui si sbarazzava degli altri due, loro si erano disposti diligentemente a circondare la minaccia. Aveva cinque lame puntate su di lui provenienti da tutte le direzioni, ed era armato solo di uno stiletto. Successe tutto in un attimo: i due che aveva di fronte si lanciarono in un attacco furibondo sperando di spingerlo verso le spade che aveva alla schiena, ma Yorugai riuscì a schivarli, e proprio mentre sentiva che anche gli altri tre calavano i propri fendenti, conficcò lo stiletto nel ginocchio del giovane invasato, sgusciò alle sue spalle e lasciò che prendesse al suo posto i colpi dei suoi compagni. Sfruttò la sorpresa dei soldati gettandogli contro il cadavere, non prima di avergli rubato la spada, e si esibì in una danza mortale in cui schivava, parava e affondava con grazia e maestria.

Infine, rimasero in piedi lui e un baffuto ufficiale: Yorugai era stanco, molto stanco. Sapeva di dover terminare al più presto lo scontro, altrimenti a soccombere sarebbe stato lui. E come spesso gli era successo in queste situazioni, il tempo sembrò rallentare e vide con chiarezza ciò che stava per accadere: il fendente che era in procinto di raggiungerlo era troppo veloce e ben assestato per poterlo evitare, avrebbe dovuto incassarlo e limitare i danni, per quanto possibile. Così piroettò nuovamente roteando la spada, e mentre la lama nemica affondava nel suo fianco sinistro, lui recideva di netto il collo dell'ufficiale, lanciando un grido belluino.

Ci fu un lungo e silenzioso secondo subito dopo, carico di lutto, durante il quale Yorugai potè assaporare nuovamente il disgustoso sapore dell'omicidio, e biasimarsi ancora una volta per le scelte di vita che lo avevano portato a quel momento. Poi il dolore al fianco fece prepotentemente capolino e dovette concentrarsi per risolvere la situazione: Si fasciò alla peggio con stralci della coperta che Imàl aveva lasciato sui bastoni e, stringendo i denti, si mise a seguire le tracce che il suo cavallo aveva lasciato pochi minuti prima.

Fu arduo per lui percorrere quelle poche decine di metri tra gli alberi del bosco che separavano il campo da un capannone apparentemente abbandonato davanti al quale trovò la sua cavalcatura: "Poco saggio", si disse.

Si trascinò, lasciando scie di sangue, verso l'uscio della porta e, con le ultime forze rimastegli, bussò.

"Imàl, sono io. Yorugai. Per favore, aprimi" la ragazzina si precipitò alla porta per accoglierlo, e quando le crollò in braccio, inorridì.

"Che diavolo... come hai... ma perchè lo hai fatto... sono fuggita, perdonami... sei ferito!... oddio cosa facciamo..."

"Imàl, calmati." disse Yorugai con tutta la confidenza possibile, mentre si distendeva sul pavimento.

"Ora ti dico cosa faremo: innanzitutto, devi mandare via il cavallo, e cercare di nascondere le nostre tracce nel raggio di una qualche dozzina di metri. Stai attenta, tieni gli occhi aperti. Una volta che sarai tornata ti dirò il resto"

"D'accordo,sì... v...vado"

Nel giro di una decina di minuti, la mezzelfa tornò, affannata, alla capanna.

"Ottimo. Ora apri la botola e prendi del vino"

"Quale botola...?"

"Quella , sotto il pagliericcio"

"Come facevi a..."

"E' la capanna di un cacciatore o di un pastore. C'è sempre un ripostiglio dove tenere provviste in caso di lunghe soste. Il vino, Imàl, per favore."

"Sì, certo, subito" Imàl torno con una polverosa bottiglia di vino rosso, che Yorugai stappò con i denti e si scolò per metà, senza mai staccare le labbra.

"Ora, strappami dei pezzi di tessuto dalla camicia per fare delle bende, togli queste inzuppate di sangue e cerca di non impressionarti troppo"

Imàl eseguì con mani tremanti le istruzioni del veterano, e lo osservò mentre si versava l'altra metà del vino sull'orrenda ferita. Yorugai digrignava i denti e faceva smorfie di dolore, ma non si permise di urlare. Finita l'operazione, con un filo di voce, l'uomo le chiese "Credi che potresti aiutarmi a fasciare la ferita?"

"Certo, eccomi"

"Grazie". Mentre svolgeva l'operazione, l'occhio di Imàl non potè non cadere sul petto di lui, sul quale scorse un tatuaggio non più coperto dalla camicia. Il tatuaggio di una mano. Il palmo di una mano aperta.

I loro sguardi si incrociarono, ed orrore e panico pervasero Imàl.

"Tu... cosa... perchè... chi sei tu? Sei uno di loro! Tutto questo non ha alcun senso! Cosa vuoi da me?"

"Imàl, ti prego calmati, non è come credi... è una lunga storia"

"Io me ne vado! Vado a cercare gli altri!"

"Te lo sconsiglio. Putroppo prima o poi si insospettiranno non vedendo tornare la pattuglia e manderanno qualcuno a cercarla. Se dovessi andartene adesso, in una zona pianeggiante e senza nascondigli come questa ti troveranno, e potrebbero farti chissà cosa. Credo che l'opzione migliore sia aspettare qui che si calmino le acque. Se dovessero arrivare anche qui, ci penserò io a loro"

"Ma tu sei uno di loro! Hai il loro simbolo marchiato sulla pelle! Non capisco..."

"Imàl, per favore, non avere paura di me. Non ce n'è motivo. Come ti ho detto, è una lunga storia..."

Imàl era sconvolta, Yorugai morente. LA vita di entrambi, in quella catapecchia, era appesa ad un filo. La mezzelfa lo guardava spavenata e incredula. Aveva bisogno di una spiegazione.

Yorugai ridacchiò, tossendo sangue. "D'accordo, Imàl. Ti racconterò la mia storia".



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