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Scaffali


lavoro pubblicato lunedì 2 ottobre 2017
ultima lettura sabato 16 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Nato per essere Mosca

di deguro. Letto 319 volte. Dallo scaffale Fiabe

L'insetto stava per appoggiarsi sul tavolo. La cosa più bella non era tanto l'idea di tralasciare i compiti, o addirittura il fatto che i suoi genitori non fossero in casa, ma il fatto di divertirsi con gli insetti che gli gironzolavano nella st...

L'insetto stava per appoggiarsi sul tavolo. La cosa più bella non era tanto l'idea di tralasciare i compiti, o addirittura il fatto che i suoi genitori non fossero in casa, ma il fatto di divertirsi con gli insetti che gli gironzolavano nella stanza, e non era tanto per il divertimento di ucciderli, ma per il gusto che provava nell'infastidirli, prima di ucciderli.

Ed ecco una mosca che si avvicina alla sua scrivania, arriva in picchiata, poi si alza, fa un giro e scende planando, infine si appoggia sulla calotta della lampada, il nero del suo corpo sul nero lucido del metallo.

Dan si avvicinò con la testa, e si fermò a pochi centimetri dall'insetto. Aumentò il suo respiro cosicché la mosca ne sentisse il flusso d'aria. Mosse le ali, si strofinò la faccia, le zampette, e si mise a fissarlo, ignara del fatto che potesse costituire una minaccia.

Dan aveva già un piano per catturarla, e aveva il solito kit di tortura per gli insetti pronta, nella cassettiera.

Piano piano aprì il primo cassetto, senza smettere di fissare la mosca, lanciandole occhiatacce.

Inserì la mano e rovistò tra penne, matite e altra cancelleria varia. Prese lo straccio che avvolgeva alcune matite e lo sistemò come se fosse un frustino, tirandolo forte dagli angoli.

Di scatto colpì in direzione della mosca, ribaltando la lampada, che si spense subito. A quel punto la stanza era al buio. La mosca aveva provato a volare via, ma era stata colpita ed era caduta sul tavolo. Dan ci mise qualche attimo a riconoscerla nella poca luce. A quel punto si alzò e andò ad accendere la lampada grande della stanza, così che la vedesse bene. Tornò al tavolo e trovò che la mosca non c'era più. Smarrito si guardò attorno, a terra, sul tavolo, in aria, forse si era rimessa a volare. Ma non la vide. A quel punto la sentì, perché c'era silenzio.

Stava ronzando, sbatteva le ali cercando di volare, aveva camminato per tutto il tavolo fino ad un angolo e probabilmente lo voleva usare come punto di decollo, ma mentre ci stava ancora provando Dan prese lo straccio sul tavolo, con estrema calma per non farla scappare, e con uno scatto intrappolò la mosca. La chiuse dentro allo strofinaccio, e con l'altra mano la prese.

Ora finalmente l'aveva in mano, e aveva tutto il potere per divertirsi.

<< Non puoi scappare vero?>> disse all'insetto cercando di scorgerne gli occhi, ma erano davvero strani.

Non aveva mai pensato a quanto fossero diversi esseri umani e insetti, forse erano proprio quelle diversità a renderlo così crudele nei loro confronti.

Dan ritagliò con una sola mano un pezzettino di carta e prese la colla stick dall'astuccio nel cassetto. Lo incollò a fatica da un lato, con una sola mano, strato di colla sopra a strato, almeno quattro passate. Quindi ci appoggiò sopra la mosca, premendo leggermente cosicché la colla facesse presa. E quando era convinto che era ben appiccicata levò il dito. La mosca era ancora viva, con le zampe e il minuscolo addome appiccicato al foglietto. Cercava di spostarsi, di dimenarsi, di liberarsi, ma presto avrebbe perso le speranze.

Dan era troppo crudele, un bambino sadico.

Sua sorella era vittima dei suoi scherzi, quando lui uccideva lucertole o cavallette cercando di mantenerle intatte per poi infilargliele sotto le coperte. Che salti che faceva! Ma Dan credeva che la sorella fosse troppo impressionabile, oltre che antipatica, e così anche i suoi genitori, che lo mettevano sempre in castigo. Ma che goduria!

E ora non c'erano per impedirgli di spassarsela!

Quello che voleva fare gli interessava molto di più che fare i compiti, noiosissimi compiti, mai la maestra avrebbe capito quale goduria traeva dai suoi giochi!

Prese dal cassetto l'accendino che aveva preso a suo padre, che era fumatore. Provò ad accenderlo, poi prese il foglietto con la mosca appiccicata e lo mise davanti alla fiamma. Ma non era quello il momento di porre fine alla sua piccola, sporca e inutile vita. Voleva solo fargli vedere che tipo di armamenti usava, e percepiva nella mosca un aumento di battiti al minuto, ma per la sua ignoranza non era sicuro che le mosche avessero un cuore.

La mosca sbatteva le ali, cercando di volare via da quella terribile minaccia. Quello era un piromane, pensava probabilmente l'insetto.

A Dan piaceva tantissimo immedesimarsi negli animali che uccideva, era uno spasso provare paura senza avere qualcosa per cui essere impauriti, perché era la mosca che stava per morire, non lui, che invece era totalmente al sicuro, in camera sua.

Accese la radio che aveva in stanza per riprodurre una cassetta di musica rock. Trovava che ci stava bene, che era adatta a quel momento. E si mise a fissare l'insetto, poi chiuse gli occhi e provò a immaginare di essere una mosca. Lui, Dan Teenay, era nato per essere mosca!

D'un tratto si sentiva così minuscolo, così indifeso e allo stesso tempo così attaccato. Si sentiva offeso, ora che era mosca. Poi tornò di nuovo in sè e si sentiva forte, audace, infinitamente perfido. Ed era questa sua spavalderia che dava più disagio all'insetto, che rispetto a lui era minuscolo e debolissimo, era questo a fargli agitare le ali.

E la voce del gigantesco essere tuonava tanto da fargli vibrare i microscopici timpani!

Dan prese l'accendino in mano, girò al massimo la manopola del gas, sfilò il muso di metallo, ruppe la levetta girandola fuori dal suo campo di giro e continuò a girare, e girare, e girare. A quel punto l'accendino avrebbe dovuto fare una fiamma enorme, a rischio di esplosione, e lo testò subito. Prese un fermaglio dal cassetto del tavolino, che serviva ai preliminari tortuosi. Storse il metallo rendendolo un filo metallico completamente dritto, poi accese l'accendino, gustando il rumore della pietrina che faceva la scintilla. Da acceso sembrava la bocca di un lanciafiamme, e faceva una gran luce. Agli occhi dell'insetto doveva sembrare un incendio.

Infilò l'estremità del fermaglio nella fiamma e aspettò che si fondesse. Divenne arancione, poi viola. A quel punto mollò l'accendino che era diventato rovente, e guardò famelico il piccolo essere sul tavolo. Chiuse gli occhi in accenno di preghiera e infine appoggiò il fermaglio fuso sul dorso dell'insetto. Doveva patire una sofferenza atroce! Infatti pareva agitarsi con maggiore intensità. E forse, sentiva il ragazzo, aveva paura di morire.

Quanto soffriva! E quanto era divertente vederla dimenarsi. Dan sapeva però che non doveva tenere il metallo troppo a contatto con l'insetto, altrimenti sarebbe morta per ferita da taglio, e fine dei giochi. Infatti metteva e levava di continuo il fermaglio dal suo corpo.

<< È caldo, vero?>>

<< Lo so che non ti piace.>>

La mosca ronzava.

A quel punto arrivò un altro insetto, un'altra mosca, che cominciò a girare intorno alla mosca attaccata al foglietto. Probabilmente, aveva pensato Dan, quelli erano i rinforzi. E sarebbe stato ancora più emozionante bruciare la seconda mosca assieme alla prima.

Volava tutto attorno senza mai appoggiarsi da nessuna parte, e sembrava allarmata, per la velocità che aveva e gli angoli di volo stretti che eseguiva. Dan ormai riconosceva gli indicatori della tensione nelle mosche.

Dopo un po' di giri la seconda mosca si posò sul tavolo, a pochi centimetri dalla sua compagna, e Dan preparò lo straccio.

Senza che riuscisse a fuggire via la colpì e la prese in mano, prima che volasse via di nuovo.

In quel momento Dan ebbe un'idea emozionante. Doveva trovare da dove entravano in casa le mosche, e aspettarle lì per intrappolarle. Avrebbe dovuto elaborare un ottimo piano, e più tardi lo avrebbe fatto. Per concludere avrebbe potuto uccidere un paio di cavallette e alcune formiche, per poi infilare la macedonia di insetti nelle coperte della sorella.

Che spasso!

La mosca in mano cercava di liberarsi, inutilmente, proprio come aveva fatto la prima. Dan la tenne ferma dentro le mani rinchiusa come in una gabbia, e lui sentiva il solletico nei palmi.

La intrappolò sul foglietto di carta di fronte all'altra, in modo che si guardassero. A quel punto aveva un'idea fantasmagorica.

Andò di sotto correndo all'impazzata, corse in cucina e prese un bicchiere da birra di papà, poi vide sulla mensola un barattolo di vetro con delle caramelle, ne prese al volo una e stando attento a non far cadere il bicchiere tornò di sopra e corse in bagno. Da un cassetto dello scaffale vicino al lavandino prese l'alcool, a quel punto tornò in camera.

Dal cassetto sotto al letto a castello prese la pista smontabile delle sue macchinine, e la montò in gran fretta. Quando ebbe finito si accorse che c'era la musica accesa, che non stava più nemmeno notando, e questo lo spaesò, molto leggermente.

Sentiva una strana sensazione inginocchiato lì, sul tappeto in mezzo alla stanza. La stessa sensazione che avrebbe avuto un bambino sorpreso a rubare nella borsa della mamma, e quello era estremamente familiare a Dan.

Non se ne preoccupò troppo e si alzò di scatto.

Prese l'accendino sul tavolo e lo mise in tasca. A quel punto posizionò il foglietto con le due mosche in cima alla pista, nel blocchetto di partenza.

Ronzavano entrambi, cercavano di volare via, ma la carta e la colla pesavano più di loro, per cui non riuscivano a volare; tuttavia riuscirono a spostarsi, e cadendo percorsero tutta la pista fino a cadere sul tappeto.

Dan intanto stava buttando dell'alcool nel bicchiere, solo alcune gocce. poi corse di nuovo al tavolo, dal cassetto prese un foglio e lo accartocciò. Lo buttò nel bicchiere, lasciandone fuori dal bordo un'estremità, e inondò anche quello di alcool. A quel punto si girò, ma dal blocchetto di partenza non c'erano più le due mosche. Accidenti! Dove razza erano finite? Quelle furono le parole che percorsero tonanti la mente di Dan.

Freneticamente guardò dappertutto, sul tappeto, nascoste sotto la pista, tra i tornanti sopraelevati o nelle giunture, ma degli insetti nemmeno l'ombra. Sempre in ginocchio guardò su tutto il tappeto, ma ancora prima che finisse di guardarlo tutto le trovò. Si erano spiaccicate sotto il suo ginocchio, senza accorgersene le aveva conciate a frittata. Dannazione di nuovo!

Questa proprio non ci voleva! Aveva progettato tutto appunto per divertirsi, e avendo già assaggiato il sapore della loro morte, questa improvvisa perdita gli aveva lasciato un retrogusto amaro.

Colpì la pista ed essa si smontò. Dan la prese a pugni più intensamente, proprio per sfogarsi, ed essa si rovinò tanto da non essere più utilizzabile, alcuni pezzi si spezzarono, ma a Dan in quel momento non importava affatto la pista. Smise quando le mani gli facevano troppo male per continuare, e cominciò a dire parolacce. Se i suoi genitori l'avessero sentito si sarebbero infuriati.

Con ripicca prese le due mosche spiaccicate sopra al foglietto, strappandole dal foglio, e le strinse nella mano. Accese la punta di carta che fuoriusciva dal bicchiere e a quel punto prese fuoco tutto ciò che era contenuto nel bicchiere, con una grande luminosità e un improvviso calore. Fece per mettere le mosche nel bicchiere ma con un ginocchio lo colpì, e il bicchiere si rovesciò sul tappeto lasciando uscire la carta infuocata. Il tappeto prese fuoco all'istante, per via dell'alcool. Dan balzò subito all'indietro, ma poi la paura lo spinse a mettere le mani sulle fiamme per spegnere l'incendio.

Colpendo in continuazione con le mani, con una furia cieca, il fuoco si estinse, ma ora gli scottavano tremendamente i palmi e le dita. Si sfregò le mani sui pantaloni, ma ciò non placava il bruciore. Si alzò di scatto e corse in bagno più veloce che poteva, e provò a buttarci sopra una cascata d'acqua gelida. L'acqua subito lo faceva sentire meglio ma il bruciare continuava anche dopo aver levato le dita da sotto il getto.

Si guardò allo specchio e all'improvviso provava un grande odio anche per sé stesso. Si fece una smorfia, concentrandoci dentro tutto il suo dolore, e pensò a quanto fosse impressionante il suo sguardo da arrabbiato.

Dopo un po' uscì dal bagno deciso a mettere a posto la pista.

Pensò che quello che gli era accaduto era davvero una sfortuna, stava per dare addirittura fuoco alla casa!

Adesso doveva trovare un metodo per nascondere la macchia di bruciato dal tappeto, ma pensò che sarebbe stato sufficiente buttare via il tappeto, tanto i suoi non se ne sarebbero mai accorti. E se proprio se lo ricordavano bastava guardarli in faccia con il suo spaventoso sguardo arrabbiato.

Prese il tappeto da terra arrotolandolo e uscì, scese le scale correndo e appena arrivato di sotto si fermò. Aveva sentito un rumore. Sperava tanto che non fossero i suoi genitori, che ritornati in anticipo credevano di fargli una brutta sorpresa.

Aspettò un attimo, e dato che non era entrato nessuno si incamminò fuori.

Lasciò la porta aperta, controllava che non si chiudesse e controllava che nessuno lo stesse guardando. Buttò nel grande recipiente verde il tappeto arrotolato, poi, sempre svelto ritornò dentro, e tornò in camera sua a rimettere a posto tutto quanto.

Dopo un po' la sua camera era perfettamente ordinata, si era fermato al centro della stanza a guardarsi tutto intorno. Il fatto era che si notava la mancanza del tappeto, e forse l'avrebbero notata anche i suoi genitori. Ma non era così importante.

Si guardò intorno, doveva trovare qualcosa da fare, qualcosa che non avrebbe causato altri danni. Uccidere le formiche e altri animali nel giardino, come voleva fare prima, non gli sembrava una grande idea, ora. Andò in bagno, chiuse la porta con due giri di chiave, poi si sedette sul gabinetto. Non aveva niente da fare in bagno, ma stare seduti rilassati era l'unica cosa che voleva fare adesso, e chiuse con due giri di chiave. Nemmeno ci fossero intrusi armati fino ai denti!

Prese dalla tasca dei pantaloni una caramella, la scartò e se la mise in bocca, poi buttò la cartina nel gabinetto.

Ad un punto quando aveva cominciato ad osservare il silenzio, la noia, Dan si alzò, senza nemmeno lavarsi le mani tirò l'acqua e uscì dal bagno. La casa sembrava improvvisamente così buia e deserta, come lui fosse l'ultimo del mondo, l'unico rimasto della sua specie, ma questo effetto era forse dovuto alla sua immaginazione contorta, che non finiva di elaborare trucchi e torture per infliggere dolore agli animali. Andò in camera, stranamente volenteroso di fare i compiti. Aprì la cartella ed estrasse i quaderni, li buttò sul tavolo, e notò quanto fosse semplice sedersi sulla sedia, prendere una matita, e scrivere, in tutto quell'ordine che aveva fatto! E all'improvviso era bello anche fare i compiti.

Chi lo avrebbe mai detto?

Iniziò a scrivere, e a scrivere, senza mai badare o nemmeno pensare al tempo, si perdeva tra le pagine del suo quaderno di matematica, a risolvere i problemi che le aveva dato la maestra, poi faceva grammatica, e si fermò, pensò quanto fosse una lingua incredibile, la sua. E ad un certo punto fu sorpreso da un rumore, si girò di scatto. Era sua madre, che era tornata a casa ed era salita per venire a vedere come stava, e sicuramente anche per sapere cosa era successo durante la sua assenza. Ma lui non avrebbe parlato. Quello che era successo quel giorno doveva saperlo solo lui.

<< Ma che bravo. Hai messo a posto la tua camera.>> disse con sguardo sorpreso.

Dan non disse una parola.

<< Cosa stai facendo?>> e si avvicinò a lui, guardando bene nella stanza. Notò che mancava il tappeto a terra.

<< Dove è finito?>> disse indicando il pavimento.

<< L'ho buttato.>> rispose lui, spingendo con fatica le parole fuori dalla bocca. Si aspettava una sgridata, invece sua madre si limitò a guardarlo storto, poi si ricompose e disse ciò che lui non si sarebbe mai aspettato. << Hai fatto bene. I colori non ci stavano bene con l'arredamento di questa casa.>>

Dan non credeva a quelle parole, ma poi si ricordò che appunto quel tappeto lo aveva chiesto lui, e questo spiegava perché sua madre lo aveva guardato storto e spiegava perché non era combinato con l'arredamento. Poteva dire che i suoi gusti erano leggermente diversi da quelli dei suoi genitori, loro scelsero il mobilio e il look di casa, e lui il tappeto della propria camera.

La madre si avvicinò ancora di più e accarezzò la testa del figlio, che stava inerme seduto al tavolo, tenendo saldamente la matita in mano.

<< Stai facendo i compiti.>> disse incredula, ma al contempo con un tono che faceva capire che fosse la cosa migliore che lui potesse fare.

Ricapitolando lei era sorpresa perché stava facendo i compiti, e in effetti era una cosa strana, ma per lui quel giorno era una cosa da fare, e lei era altrettanto sorpresa perché la sua camera era in ordine. Avrebbe potuto credere che si trattasse di un piano per ottenere qualcosa da lei, oppure avrebbe potuto pensare che si trattasse del preparativo per uno scherzo, con la sua mente da bambino fin troppo fantasiosa! Ma la madre uscì dalla camera in silenzio. Voltando le spalle provò a guardare se Dan si era voltato a guardarla, invece era sempre impassibile. Scese le scale e se ne andò di sotto, mentre Dan ascoltava i suoi passi nel silenzio della casa, tenendo ferma la testa davanti i compiti. Non doveva voltare le spalle ai compiti! Erano nemici! Lui doveva sconfiggerli altrimenti loro lo avrebbero fatto fuori. Questo era quello che gli passava per la testa, e così rimase tutto il pomeriggio a fare i compiti finendo il quaderno. E fece anche i compiti per tutta la settimana successiva. Aveva preso un altro libro e aveva finito tutta la prima parte che comprendeva trenta pagine folte di esercizi che di solito gli sembravano noiosi e che non portava mai a termine.

Ormai era sera, poco prima di cena perché aveva un certo senso per quel tipo di cose. Il suo stomaco non brontolava, ma come ogni tanto succedeva gli sembrava di non avere nemmeno le budella da quanto era vuoto, e avrebbe addentato la porta. Uscì dalla camera e scese le scale, intento a raggiungere la madre. Non voleva dirle quanti compiti aveva fatto, nemmeno per quanto tempo era stato lì fermo sulla sedia. Se lo avesse fatto lei avrebbe detto un sacco di cose riguardo a quanto era strano, e si sarebbe fatta tante di quelle paranoie!

Incontrò la madre a metà strada.

<< Ah, sei qui. Stavo venendo proprio a chiamarti. È pronto in tavola.>>

<< Ma papà quando arriva?>> chiese lui incamminandosi.

<< Oh, papà. Lui ha avuto un contrattempo, e arriva stasera più tardi.>> disse molto gentilmente, quasi con riguardo.

<< Che genere di contrattempo?>>

<< Se avrà voglia, cosa che credo possibile, te lo dirà lui.>>

Dan si lavò le mani al lavandino della cucina e si sedette a tavola, concentrato a pensare dove potesse essere suo padre. Era davvero curioso. E non capiva perché mai doveva restare a pensare a quel mistero troppo a lungo.

Dan mangiò mezzo piatto di pastasciutta completamente in silenzio, poi cominciò a fare domande.

<< E Lisa? Non è tornata?>>

<< Oh, anche lei ha avuto un contrattempo.>> rispose quando aveva finito di masticare il boccone.

<< Questa cosa non mi torna. Lei arriva sempre prima di cena. E papà è con lei? Cosa è successo? Dimmelo.>>

<< Lo diranno loro.>>

<< Perché non me lo dici?>> chiese diventando imbronciato. << Sono per caso andati a divertirsi da qualche parte?>>

<< Puoi smetterla di fare domande? Siamo a tavola! È una regola fare silenzio a tavola, hai dimenticato?>>

<< Sì, ho capito, ma->>

La madre si era tanto infastidita da quella replica che prese qualcosa da una mensola, Dan immaginava che volesse picchiarlo, e in effetti non aveva tutti i torti. La madre cercò di colpirlo con l'acchiappamosche, ovvero la prima cosa che le era capitata in mano. Lui cercò di alzarsi, ma subito ebbe le vertigini, e sembrava stesse per cadere a terra, invece rimase sollevato. Vedeva tutto come prima, tranne che per i colori che si stavano scurendo, e tutta la visuale era diventata scura o bianca, con qualche sfumatura di grigio e giallo.

Mentre pensava, e mentre si chiedeva cosa gli stava succedendo lui stava sorvolando la cucina, ed era arrivato tanto in alto che la madre con l'acchiappamosche sembrava lontanissima.

Provò a parlare, ma non sentiva le parole nell'aria, in effetti solo un ronzio. Proprio come le mosche.

Era una sensazione stranissima, volare. Sentiva che stava per rigurgitare tutta la pastasciutta che aveva mangiato, ma poi si ricordò che ora aveva un corpo tutto nuovo, senza stomaco per la pastasciutta, e guidarlo era portentoso.

Ronzare attorno alla mamma era un po' pericoloso, con quell'acchiappamosche, ma lui non aveva paura, si staccò dalla superficie del lampadario, a fatica, perché ora le sue mani erano come delle ventose. Appena staccò le zampe, che sembravano giganti e pelose, cominciò subito a volare, senza che nemmeno lo volesse. Era come le montagne russe, sotto certi aspetti, loro andavano da sole, proprio come le ali della mosca.

Ma poteva essere anche un insetto diverso, non per forza una mosca. Non si era ancora visto. Anche se era consapevole, in effetti, di essere una mosca.

Decise di andare a guardarsi allo specchio, scese in picchiata dal soffitto verso la madre. Schivò automaticamente il colpo che aveva tirato e volò in salotto. Poteva immaginarsi la madre corrergli dietro con l'acchiappamosche e le mani sollevate. Volava molto veloce, e sicuramente si mimetizzava con tutte le cose scure che c'erano in salotto. La madre lo cercava frenetico con la testa, agitando la sua arma, senza mai colpirlo. Quanto era ridicola!

Poi pensò a quanto era strano tutto questo. Stava facendo i compiti, prima aveva bruciato delle mosche, aveva perso tempo in bagno, ma quando mai si era addormentato? Si chiese. Non era un sogno? Si appoggiò su una colonna portante a pensare. Stare così era bellissimo, potevi andare dove volevi, e l'idea di essere tanto piccoli da poter andare da tutte le parti era un sogno che si avverava per lui, ma appunto "sogno" era la parola. Quella era la realtà, e questo per lui provava che le storie alla televisione potevano essere vere. O forse si era solo perso nei sogni a tavola? Beh, non sarebbe stata la prima volta, in ogni caso si poteva solo divertire, a guidare un corpo da mosca. Era comunque in tensione perché un sogno tanto realistico non lo aveva mai fatto. E si stropicciò la faccia, poi si staccò di nuovo. Volò via, e sentì le parole di sua madre, tanto forti da fargli vibrare le orecchie.

<< Dove vai? Vieni qui! Che ti schiaccio!>>

Dan scappò via, arrivò davanti al bagno sul pianerottolo delle scale e girò per salire, ma il suo corpicino, che di solito andava diritto da solo, prese un'altra strada di quella in cui voleva andare lui. Entrò in bagno, e salì sulla tazza del gabinetto, e cominciò a zampettare. Davvero non riusciva a dire al suo corpo di risollevarsi e scappare, sua madre lo stava seguendo, e se mai l'avesse visto entrare lì sarebbe rimasto in trappola.

Fortunatamente la madre non arrivò mai, ma il suo corpo rimaneva appoggiato sulla tazza. L'odore che di solito sentiva entrando lì da umano era un odore nauseabondo, soprattutto dopo che Carter, suo padre, era stato in bagno. Ma adesso era un odore delizioso, che lo attraeva almeno quanto un piatto di pizza. E si chiese se mai più avrebbe mangiato pizza nella sua vita.

Adesso che era solo pensò a quanto fosse buffo tutto quanto. Certo era divertente volare, e anche fare gli scherzi alla mamma, ma come funzionava? E soprattutto come e per cosa era avvenuta la sua trasformazione? Come poteva tornare normale? Dopo un po' il suo corpo si alzò di nuovo e lui fu in grado nuovamente di controllarlo. Poteva andare dove voleva, quindi si avvicinò allo specchio. Vedeva solo grigio, non vedeva alcuna immagine. Ciò era stranissimo ma pensò che forse era per via dei suoi occhi strani che non vedeva i riflessi, e non perché lo specchio era stato rimosso, e a quel punto scelse di andare in camera sua. In fondo non era un gran problema se non si vedeva allo specchio.

Al buio vedeva bene, cosa che normalmente non gli riusciva, ma comunque il buio colorato di giallo nel corridoio gli faceva soggezione.

In camera sua il suo quaderno e i suoi libri stavano sul tavolo, rivedere le stesse cose con occhi diversi aveva un certo effetto su di lui, e cominciava a sentirsi preoccupato. Ora non poteva più fare gli stessi giochi di prima, non poteva più muovere le macchinine. E cosa avrebbe mangiato? Volò parecchie volte intorno pensando e pensando.

Chi gli avrebbe fatto da mangiare, e soprattutto lui cosa mangiava? Con chi avrebbe passato tutto il suo tempo lo preoccupava molto, quasi quanto la perdita dei regali di compleanno e Natale. Provava a dirsi che non sarebbe stato così per molto, ma sapeva che quello non era un sogno, e in qualche modo ciò era contraddittorio.

A quel punto l'entusiasmo di potersene andare dappertutto senza seccature venne sostituito da una sana preoccupazione per il futuro, e dalla paura di non saper sopravvivere.

Sentì dei rumori di sotto, certo aveva un ottimo udito, bastava solo che volesse ascoltare, altrimenti sentiva solo un silenzio tombale, o il ronzio delle sue ali. I rumori dovevano essere quelli di una porta che si apriva, poi delle voci umane, che nonostante avesse un corpo da insetto riusciva sempre a distinguere e a comprendere, proprio come prima sua madre; ma quelle voci che sentiva ora si ripetevano e ripetevano, sempre le stesse, e diventavano sempre più stridule ogni volta che le risentiva. Decise di ignorare il fatto, prendendolo come un semplice difetto dell'apparato uditivo da insetto.

Aveva preso quel corpo da alcuni minuti, non aveva capito ancora come funzionava, e già pensava a riprendersi quello umano. Molto più maneggevole, comunica meglio con gli altri, e mangia pizza e tanti dolci.

Sentiva le voci avvicinarsi.

<< Dove è finita la mosca?>>

<< È andata di sopra!>>

<< Dammi l'acchiappamosche, vado a prenderla..>>

Per la prima volta Dan si chiese perché mai gli esseri umani ce l'avessero così a morte con le mosche, adesso gli umani volevano ucciderlo, lui non aveva fatto nulla di male. Avrebbe voluto scappare, ma questo avrebbe voluto dire scappare da casa per sempre, lasciare la propria dimora per andare chissà dove là fuori. Oppure poteva starsene lì dentro nascosto da qualche parte.

Dan cercò di alzarsi in volo, non ci riuscì, forse perché stando fermo troppo tempo il suo corpo si era addormentato. Precipitò, cadde, schiacciandosi le ali. Non si era fatto troppo male. Ma adesso era in grado di volare? Camminare di sicuro. Ma tutta questa sfortuna! E tornò alla domanda di prima. Come aveva fatto a trasformarsi in un insetto?

Cercava di correre con le sue zampette, ma con tutte quelle gambe era molto complicato non inciampare. Camminare?Forse, ci era riuscito prima al bagno. E così cominciò a scappare camminando.

<< Mosca? Moschino? Sto venendo a prenderti.>> Questa tonalità era quella del padre. Stava salendo le scale.

<< Ti conviene farti vedere, altrimenti quando ti scoviamo ti facciamo del male seriamente.>>

Del male? Si chiese Dan. Con un acchiappamosche lo avrebbero addirittura ucciso. Ma in un istante lo bloccò un presagio. lui uccideva le mosche per divertimento, non sarà mica che vogliano fare la stessa cosa con lui?

Per un secondo provò una tale vergogna che prese il volo, era riuscito a sbattere le ali, finalmente, e girò in tondo per un po'.

Sentiva sulle scale avvicinarsi qualcuno, stavano arrivando. Si nascose in un posto che credeva fosse il migliore, dentro una boccetta su una mensola, di cui il tappo era mezzo spostato. Per così dire quello era il primo posto che aveva visto, e con istinto si era precipitato.

Sentì le voci nella camera.

<< Sappiamo che sei qui.>> dissero in coro. Dalla boccetta il suono era ovattato.

<< Quando ti prenderemo ne passerai di brutte.>>

Dan doveva stare assolutamente immobile, con il minimo ronzio si sarebbero accorti di lui.

Sentì un rumore meccanico, forse lo scattare di una serratura.

I passi che erano arrivati nella stanza si muovevano, si avvicinarono molto al suo nascondiglio, e quelli erano momenti di tensione, ma fortunatamente poi si allontanavano. Forse ce l'avrebbe anche fatta, a scamparla.

Sentiva che stavano cercando in giro, nella stanza, e lui doveva fare assoluto silenzio. Quando se ne sarebbero andati lui avrebbe dovuto lasciare la casa, era la cosa migliore da fare, anche se gli dispiaceva lasciare le cose in quel modo. E solo quel Signore di cui tutti parlano, il signore che sta in cielo, avrebbe poi scelto il suo destino, e avrebbe scelto se doveva rimanere così ancora per tanto. Al massimo avrebbe potuto volare da lui.

I passi si avvicinarono, e le voci si zittirono, Dan cercò di stare in assoluto silenzio. Credeva che il suo nascondiglio fosse sicuro, ma sentiva il barattolo muoversi, si stava sollevando.

Il coperchio del barattolo venne spostato, e apparse il volto di suo padre, Carter. Dan sobbalzò, e volò via da lì dentro alla massima velocità, quella più folle. Quando era ormai sul soffitto, Carter che aveva i riflessi un po' lenti, lasciò cadere il barattolo a terra, e con l'acchiappamosche colpì nell'aria segnando a vuoto. Avevano chiuso la porta della stanza, quindi era in trappola. Questo complicava le cose.

L'acchiappamosche non lo colpiva mai, ma sentiva lo spostamento d'aria che lo spingeva qua e là. Diventava una corsa frenetica contro il nemico, per sopravvivere, ma senza una via di fuga la prospettiva di salvarsi diventava irreale, le energie si sarebbero presto esaurite.

Doveva partorire un'idea in fretta. Un colpo lo spinse contro la porta, riuscì a non schiantarsi per fortuna, con un gran sforzo d'ali, che ora gli dolevano.

Aveva guardato bene, la porta era chiusa.

Si stava stancando, e ancora non aveva trovato una via di fuga. Stava però imparando a controllare bene il nuovo corpo. Si alzò e passò vicino alla faccia del nemico, suo padre, esso smise di colpire e agitò l'aria vicino a lui per spingerlo via.

<< Allontanati!>> urlò.

Le onde sonore quasi gli spaccarono i timpani. Dan era più stordito che mai.

Ti prego Signore salvami! Ti prego Signore salvami.

Volava al massimo della velocità, intorno alla testa del padre, che infatti si stava infastidendo parecchio.

Dan si accorse che faceva angoli stretti durante il volo, da quanto era agitato, e per questo non voleva rischiare che suo padre, colpendo alla cieca, lo prendesse, per quanto era prevedibile la sua traiettoria, quindi cambiò strada al sesto giro e volò verso la porta. Pensava di poter passare attraverso le porte, di essere una mosca magica, e ad un tratto si ritrovò nel corridoio, e volando intorno sentiva i colpi del padre da dietro la porta della camera. Si era chiuso dentro e aveva nascosto la chiave, e lui era uscito dalla serratura. Un gran colpo di fortuna.

Fuori lo attendeva la madre con un altro acchiappamosche, lo muoveva casualmente, con rabbia, e l'aria lo spingeva ancora una volta qua e là. Finì addosso a un muro e finì a terra. Soffriva per il dolore, e sembrava che ad un tratto le sue ali non volessero più volare. Non riusciva neanche più a muoversi, poi realizzò che si era capovolto, quindi agitò le zampette e si mise diritto, e a quel punto il dolore era addirittura maggiore. In nessun sogno sarebbe riuscito a provare quel dolore senza svegliarsi.

Stette solo un istante fermo, dicendosi che poi sarebbe ripartito in fuga, ma quando provò a volare ancora era nelle mani della madre, che lo teneva rinchiuso. Era successo tutto così in fretta, adesso mancava l'aria, e sembrava che nella sua breve vita di mosca, lunga come un cortometraggio, fosse stato tagliato via un pezzo di nastro. Vedeva solo buio, e non è che i suoi occhi avessero una vasta gamma di colori per scorgere tutte le tonalità e tutte le sfumature di nero. Non c'era nemmeno un punto giallo in quell'oscurità.

Cercò di volare nella mano, ma sbatteva in continuazione, e dopo un po' gli venne un'idea.

A Lei che ormai lo aveva in pugno, e che poteva finalmente fargli fare la brutta fine che si meritava per essere stato un cattivo figlio, venne l'idea di come torturarlo. Voleva ucciderlo con dolore, nel modo più ingegnoso possibile.

In cucina c'erano degli stuzzicadenti, che poteva usare per immobilizzare la mosca. Le bastava conficcarglieli qua e là nel corpo, senza troppo penetrare per non rischiare di ucciderlo subito. Poi avrebbe giocato con lui assieme al fuoco, anche con del ghiaccio, e magari avrebbe potuto provare a immaginare il dolore che avrebbe provato. Per un solo istante essere una mosca, e sapere come percepiva il dolore. Davvero un bel passatempo.

Arrivò in cucina. C'era la figlia seduta al tavolo che mangiava i cereali da una tazza a forma di mucca. Ingoiava anelli al miele spalancando la bocca come un leone apre le fauci all'ora di cena.

<< Cosa tieni in mano, mamma?>> chiese con la bocca piena, masticando tra una parola e l'altra.

<< È Dan, tuo fratello.>>

La sorella si alzò in un istante, con il cucchiaio ancora in mano la raggiunse.

<< Fa vedere.>>

<< No, non posso. Ci ho messo un sacco a catturarlo.>>

<< Papà?>>

<< Oh papà sta nella camera di tuo fratello. Sai, lui mi ha aiutato a catturarlo.>> disse orgogliosa del suo operato.

Lisa la guardò storto.

Dan da dentro la mano morse un dito, con la sua piccola bocca fatta di artigli poi morse un altro dito, e dopo ancora il palmo.

<< Ahi.>> disse la madre, lasciando subito la presa. Così la mosca aveva finalmente la via libera per volare via, e così fece, velocemente verso l'alto. E sia la sorella che la madre stettero a guardare la mosca scappare. La madre era piena di rabbia, la sorella invece sembrava che stesse osservando una farfalla colorata, e guardando dall'alto a Dan non sembrava che fosse così ostile nei suoi confronti.

<< Dan, sei proprio tu?>> chiese Lisa.

Quanto avrebbe voluto rispondere. Lei era un'amica, si atteggiava allo stesso modo. Lei aveva capito quanto era strano tutto ciò, e questo lui lo vedeva dal suo sguardo.

<< Mamma. Ma ti senti bene?>> chiese la sorella.

Entrambe si guardarono.

<< Quella è solo una stupida mosca. Lasciala stare. Dan sarà uscito a giocare, tu non ti sarai nemmeno accorta, magari ti sei addormentata. Svegliati, questo è solo un sogno.>>

Dan era allibito, e restava appeso al soffitto a guardare, come un ragno.

Non aveva capito molto bene, ma aveva capito che lei non era proprio tanto amichevole, aveva detto che era stupido, ma nonostante ciò non era rivale.

Da quello che ricordava la sorella odiava gli insetti, gli facevano tanto ribrezzo che non osava toccarli.

La madre stava riflettendo alle parole che le aveva detto la figlia. Solo un sogno. Le bastava ricordare dove si era addormentata, per risvegliarsi. in effetti cosa era successo molto tempo prima non se lo ricordava. Era assolutamente un sogno! Era lei che stava sognando tutto. Cosa aveva fatto prima di addormentarsi? Era a tavola, ma prima? Prima che sgridasse Dan per tutte le sue domande...

Dan uscì dalla stanza, approfittando della calma per non farsi vedere. Arrivò in salotto, salì le scale e andò a rifugiarsi al bagno di sopra, quello in cui era andato prima. Si appoggiò sulla tazza del water, guardò il bagno intorno. La luce era accesa, qualcuno era andato in bagno e aveva lasciato la porta aperta, aveva dimenticato la luce accesa e si era dimenticato di tirare l'acqua. C'era dello sporco all'interno del gabinetto. Entrò all'interno e si appoggiò sopra allo sporco. Non c'era nessuno a guardarlo, pertanto appoggiò la faccia sulla macchia, e fu sorpreso di non riuscire a resistere alla tentazione.

Il sapore era anche delizioso, sapeva di menta, ed era estremamente dolce.

Ad un tratto sentì dei rumori, qualcuno era entrato in bagno, ne sentiva i passi, ma lui non riusciva più a staccarsi da lì, da quanto era attratto.

Quel qualcuno che era entrato in bagno era la sorella, guardava la mosca nel gabinetto, e lui la vedeva dal basso. Lei gli sorrise.

<< Ciao ciao fratellino.>> disse. Poi allungò una mano verso lo sciacquone e tirò l'acqua.

Dan non fu nemmeno in grado di pensare a nulla che aveva già l'acqua addosso, e tra il rumore e tutta la confusione vedeva anche lo spazzolone avvicinarsi a lui.

Ormai era finita la sua vita di mosca.

E se gli uomini buoni finiscono in Paradiso, lui dove sarebbe finito?

Si svegliò di colpo. Era tanto impaurito che cadde dal gabinetto.

Gli si erano informicoliate tutte le gambe, e gli faceva male la nuca.

Lo sciacquone intanto stava scaricando l'acqua.

Ora si trovava a terra, e come effetto del sogno sputò ciò che aveva in bocca che sapeva di menta, con un brutto presentimento. Tutta insalivata cadde la caramella verde che aveva messo in bocca prima di addormentarsi. E realizzò che gli faceva male la nuca perché nel sonno doveva aver colpito il pulsante dello sciacquone.

Cercò di tranquillizzarsi, di riprendere fiato e di smettere di tremare. Durante il sogno aveva sudato, e adesso aveva l'impressione di aver davvero vissuto come una mosca, per quei cinque minuti, o quello che erano.

Si alzò in piedi, prese della carta igienica e pulì il pavimento dalla sua saliva, poi si sollevò i pantaloni, quindi rimase immobile per un po'. Doveva riprendersi.

Era stato solo un sogno. Solo un terribile sogno!

Esultò perché era libero da quella trappola, avrebbe potuto finalmente abbracciare mamma e papà, e pensando bene anche la sorella. Ma l'unica cosa che gli dava un sapore amaro in bocca era che in realtà non aveva fatto nessun compito, e adesso gli toccava farli tutti.

Uscì dal bagno senza nemmeno lavarsi le mani, e si accorse che in casa non c'era nessuno oltre a lui. Beh, aveva tutto il tempo per fare i compiti.

Da questa avventura, questo sogno, aveva tratto una morale. E si sentiva più felice. E sperava che non gli avrebbero detto nulla riguardo al tappeto.

Intanto sospirava, pensando che aveva vissuto davvero un brutto incubo.

Il giorno dopo, Dan andò a scuola con i compiti fatti, deliziato dai complimenti che gli avevano fatto i suoi genitori.

Passò tutte le lezioni felice come una pasqua, sperando che le maestre gli richiedessero i lavori fatti a casa.

Alcuni ragazzi che di solito lo prendevano in giro, quel giorno non gli facevano alcun effetto, lui semplicemente li ignorava, e andava avanti con la sua vita. Ma nessuna maestra gli aveva chiesto di vedere i suoi lavori, e questo lo fece sentire a disagio.

Ma come poteva essere che quando lui non faceva mai i compiti tutte le insegnanti gli richiedevano i lavori e proprio oggi...

Ma chissà.

Andando verso casa, nel solito bus, sentì delle osservazioni su di lui molto carine, dicevano che era cambiato, ma il commento preferito fu quello di una bambina che gli era sempre piaciuta, ma con cui non aveva mai parlato. Diceva che era carino, ma che prima d'ora non aveva mai avuto quell'aspetto, e nemmeno quel portamento tanto disinvolto.

Avrebbe dovuto portarle un fiore.

La sua vita era veramente cambiata, grazie a quella esperienza. Quindi si incamminò con la nuova amica mosca tra le mani. L'aveva nutrita con delle briciole, in classe, e lei ora si era affezionata.

Questo dimostra che anche le mosche hanno un cuore.



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