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lavoro pubblicato mercoledì 27 settembre 2017
ultima lettura venerdì 22 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Al di qua dell'arcobaleno

di Caterina. Letto 302 volte. Dallo scaffale Fiabe

C'era una volta una fanciulla. La vita le aveva concesso un eccezionale privilegio: vivere oltre l'arcobaleno, distante solo una manciata di pa...


C'era una volta una fanciulla. La vita le aveva concesso un eccezionale privilegio: vivere oltre l'arcobaleno, distante solo una manciata di passi dalla pentola dell'oro. Viveva al di là di quei mille colori e tanto le bastava, rinviando di giorno in giorno il momento in cui avrebbe oltrepassato il sospirato e tanto temuto confine. Viveva circondata dal velluto, cullata dalle nuvole, vestita di trine candide. Amata.

Un brutto giorno, però, per qualche astruso sortilegio, quell'arcobaleno così nitido e scintillante all'improvviso venne a frantumarsi. Le schegge di cristallo colpirono dritte al cuore della fanciulla che, dolorante, finì vittima di un malefico incantesimo: ritrovarsi sola, bambina con la consapevolezza della donna, senza un chiaro ricordo del suo passato del quale, però, aveva intensa nostalgia.

Mossa da una tristezza sfiancante, in cerca di qualcosa che vagheggiava indefinita nei suoi pensieri, fuggì di notte dalla soffice nuvola che la cullava per rincorrere i frantumi dell'arcobaleno evaporati nell'aria. Accanto a lei, soltanto la speranza. La speranza di rimettere insieme quei cocci e ritrovarne la luce.

Cammina cammina, senza una meta, affamata, stanca e sdrucita, la fanciulla scorse un lumicino in lontananza. Era una bella casa bianca, con un grande prato verde ed enormi alberi di eucalipto.

Timorosa, bussò, ma non ottenne risposta. Col filo di voce che le era rimasto bisbigliò: «C'è nessuno?».

Come per magia, le pesanti inferriate che proteggevano l'ingresso si aprirono e una voce ruvida brontolò: «Vieni dentro!».

Fece un ultimo passo e subito le inferriate si richiusero fragorose alle sue spalle mentre enormi cani la puntavano abbaiando. La fanciulla tremò: era finita nella tana del lupo, e forse anche nella casa dell'orco.

Un uomo si fece avanti, incurante dei suoi occhi terrorizzati. Lei non fiatò. I cani smisero di abbaiare e non sembrarono più così enormi.

L'Uomo Rude la fece entrare in casa e la mise a sedere accanto al fuoco. Illuminato dalla vivida fiamma del camino, forse faceva meno paura. Anche se aveva la barba come quella di Belzebù e mani grandi come quelle del lupo di Cappuccetto Rosso, in fondo agli occhi brillava una luce calda e limpida. E la fanciulla, un po' rincuorata, raccontò brevemente la sua storia. L'Uomo Rude non sembrava avere molta voglia di ascoltare, ciò nonostante esclamò: «E sia! Rimarrai qui con me, almeno fin quando non ritroverai la strada di casa!».

La fanciulla non poteva calmare la paura, ma almeno aveva smesso di tremare, confortata dal fuoco scoppiettante e dal fiato caldo dei cani che sembrava quasi protettivo e accolse con gratitudine la tazza di latte caldo che l'Uomo Rude le porse, senza nemmeno abbozzare un sorriso.

Avrebbe lavorato. Si sarebbe data da fare. L'Uomo Rude le offriva in cambio il suo rifugio.

La mattina successiva si svegliò in un letto morbido, il sole filtrava dalle tende, gli uccellini cantavano, i cani enormi si prodigavano, con la lingua umida e tiepida, a lenire le ferite. Una voce roca e il nitrito di un cavallo tirarono la fanciulla giù dal giaciglio. Seguendo le tracce della curiosità, si trovò di fronte a un cavallo gigante e grigio. Fu questo il primo incontro tra la fanciulla e Camilla.

L'Uomo Rude tuonava alle sue spalle: «Da oggi sarà lei la tua nuova amica. Te ne prenderai cura e la cavalcherai. Avanti, in sella!». La fanciulla fu di nuovo pervasa da un tremore convulso: come avrebbe potuto lei, fragile e ferita, governare quella cavalla bella e fiera, imponente e regale, possente e veloce?

Con una delicatezza inattesa, l'uomo la sollevò da terra e la poggiò piano sul dorso di Camilla. Poi, senza mai lasciarla, la aiutò a muovere i primi passi insieme. Quando il respiro della fanciulla si fu calmato, l'Uomo Rude le tese una mano forte e sicura e la riportò di nuovo, con dolcezza, coi piedi per terra. Poi si spazientì: «Adesso ho da fare. Se davvero vuoi rimanere qui, cerca di cavartela da sola!».

Piangeva di solitudine la fanciulla. I singhiozzi le scuotevano il petto e calde lacrime le rigavano le guance. Gli occhi erano pezzi di brace. La paura, la rabbia, il dolore, le delusioni... Emozioni scorrevano lungo il collo e bagnavano l'erba come la rugiada nei mattini di primavera, quando tutto si riapre alla vita. Camilla non si mosse. Fu l'illusione di un attimo, ma la fanciulla credette di scorgere delle lacrime girare anche in quegli occhioni che la fissavano.

La fanciulla continuava a piangere, singhiozzi sommessi ora, e Camilla rimaneva lì, immobile, fin quando non allungò il collo e lo poggiò sulla sua spalla. Guancia a guancia, cominciò a muoversi lentamente, su e giù, come se intonasse una nenia. Mentre la morbida criniera bianca asciugava gli ultimi rivoli di tristezza, Camilla faceva la cosa più giusta, più semplice e più gratuita al mondo: una carezza. Una carezza per calmare un cuore in tumulto. Una carezza per lenire le ferite. Quella carezza si chiama amore. Amore incondizionato. Quell'amore spezzò l'incantesimo e la fanciulla ricordò ciò che era stato. Col nuovo ricordo, arrivò anche la consapevolezza: ella aveva solo creduto di essere stata felice un tempo, una felicità labile e ingannevole quanto l'arcobaleno e che, proprio come i cristalli dell'astro, era bastato un battito d'ali per andare in frantumi. Ma come era stato possibile tanto inganno? Si tormentava la fanciulla.

Intanto i mesi passavano. Camilla era diventata una sorta di alter ego. Non sapeva parlare, ma aveva il dono di farsi capire e, soprattutto, sapeva ascoltare. Insieme galoppavano nei prati. Attraversavano fiumi, campi di girasole e, a volte, si fermavano all'ombra degli ulivi.

La fanciulla chiacchierava spesso, raccontava a Camilla quanto era forte l'emozione quando insieme correvano lungo la spiaggia: il profumo della salsedine può essere intenso a volte, le onde che si infrangono suonano come musica e fanno venire voglia di cantare. Infatti a volte cantava. Intonava un motivo di cui non ricordava le parole. Camilla ormai lo sapeva e, al suono della sua voce, correva ancora più veloce. L'acqua bolliva sotto il suo passo fermo. Delicate gocce di mare sulla pelle sudata della fanciulla, mentre respiravano la libertà per poi rotolarsi nella sabbia ridendo fino alle lacrime la fanciulla, nitrendo di contentezza Camilla. Tornavano a casa stanche e polverose. La fanciulla non aveva più i suoi abitini leziosi, indossava dei pantaloni troppo larghi, arrotolati al polpaccio tenuti su da bretelle usurate. Nascondeva i suoi riccioli biondi, un po' increspati, sotto un cappello dell'Uomo Rude, ma gli occhi scintillavano e le guance avevano un bel colorino rosato. Sembrava amata dal sole, che ora baciava ogni giorno le sue labbra, regalandole un tocco della sua luce. Sembrava un fiore anch'essa quando, una volta a casa, si sciacquava le braccia alla fonte e lo sguardo tornava malinconico, ma non poteva darsi pensiero: aveva ancora tanto da fare. Le stalle da pulire, gli animali da rigovernare, la cena da preparare. La cosa che amava di più era di nuovo l'acqua, quella fresca e limpida del fiume quando, in compagnia dei cani scodinzolanti, attraversava di nuovo il sentiero, carica di biancheria da lavare. E mentre le lenzuola scivolavano dai rami seguendo il vento, la fanciulla ballava girando su se stessa, pesticciando il placido torrente.

Poi fu una calda giornata di primavera. Nessuno sa dire perché e per come, ma cadde il velo che per anni aveva adombrato gli occhi della fanciulla e finalmente tutto si fece chiaro: l'infelicità è di coloro che tradiscono se stessi per assecondare chi fa dell'amore una merce di scambio. A Camilla non importava l'aspetto della fanciulla né le importava della sua esile fragilità. A Camilla importava solo il cuore buono, il tempo trascorso insieme, il calore che si scambiavano. Tanto le bastava. E pertanto la amava senza «se» e senza «ma». La fanciulla, invece, aveva sempre vissuto assecondando le aspettative altrui, negando la sua vera essenza per sentirsi degna di un amore che bramava, senza mai raggiungerlo, e tutto ciò che aveva ottenuto era stato smarrimento.

Tornò piano al suo rifugio quella sera. Era il tramonto. Camilla trotterellava. I colori apparivano di nuovo nitidi, i profumi sapevano di buono. Davanti alle stalle, l'Uomo Rude giocava con tre piccoli falchi. Sedeva su un tronco: le stava aspettando. La fanciulla lo guardò e per la prima volta lo vide davvero: non uomo rude, ma cavaliere buono e gentile, un Mago mandato dal Fato affinché l'aiutasse a non perdersi. Le sorrise con occhi profondi. In fondo al cuore, la certezza che la fanciulla avesse compreso che la vita vera si vive al di qua dell'arcobaleno, nella perfezione dell'imperfetto, ma fedele a se stessa, ancora attenta a cogliere le mille sfumature ma, questa volta, dell'anima.

Sì, la sua fanciulla era pronta a riprendere il cammino adesso. Camilla si strinse al suo fianco. Insieme, s'incamminarono verso il mare.



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