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Scaffali


lavoro pubblicato martedì 26 settembre 2017
ultima lettura venerdì 15 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL PAESE SENZA NOMI - 2^parte

di Frediana. Letto 285 volte. Dallo scaffale Fiabe

...Percorsi la via, sulla quale si affacciavano due ali di portici a piano terra, finestre variopinte ai piani superiori, edicole ed affreschi decorativi alle pareti esterne; sotto ai portici freschi ed in penombra innumerevoli porte, molte delle quali...

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Percorsi la via, sulla quale si affacciavano due ali di portici a piano terra, finestre variopinte ai piani superiori, edicole ed affreschi decorativi alle pareti esterne; sotto ai portici freschi ed in penombra innumerevoli porte, molte delle quali, aperte, lasciavano intravedere intimità di cortili, ingressi di abitazioni, ambienti ammobiliati, botteghe artigiane e negozietti. Sbucai nella piazza. Una fontana di marmo, ornata da raffigurazioni floreali, una piccola chiesa con portale in bronzo, un palazzo con bandiere e la scritta "Municipio", un secondo palazzotto più alto e stretto, indubbiamente a pianta esagonale. Un gruppo di vecchietti mi guardava dalle panchine.

"Buongiorno, sto cercando il professore" chiesi alzando un po' la voce, pensando inconsciamente che fossero tutti sordi. "Benvenuto, cosa posso fare per lei?" Si mosse un bassetto con bastone, occhialini e barba bianca, venendo verso di me e squadrandomi da capo a piedi. "Mi scusi, mi chiamo Giorgio Conti, sono di Roma e sto trascorrendo le vacanze girando per campagne." "Sono lieto che sia venuto. Cosa posso fare per lei?" "A dire la verità, sono arrivato per caso. Non ci sono cartelli, nessuna indicazione e nessuno vuole dirmi come si chiama questo luogo." Ero ormai convinto che fosse una farsa, costruita per divertire i visitatori e conferire un'atmosfera misteriosa e fiabesca a quel sito.

"Saliamo nel mio studio. Le illustrerò la nostra storia e le nostre tradizioni". Aperto un pesante portone, mi fece strada per uno scalone di legno cigolante, che portava all'ultimo piano della torre. Lo studio sapeva di antico, elegante, caoticamente ordinato. Scaffali zeppi di libri ed oggetti. Fotografie di persone e cortili, cartine, quadri. In un angolo un divanetto con tanti cuscini, un tavolo rotondo con le stoviglie usate del pranzo e un computer portatile. "Un p.c.?!" esclamai meravigliato. "Certo. Anche se sono vecchio, cerco di stare al passo con la tecnologia" "Ma lei che lavoro fa?" "Leggo, studio, scrivo; in questi giorni mi sto occupando della traduzione di un testo in greco antico. Molto stimolante" "Collabora con un'università?" "Solo interesse personale" "Per favore, mi dica seriamente, perché questo borgo non ha un nome?" "Noi amiamo queste pietre, queste colline, ogni sasso, ogni zampillo d'acqua, ogni filo d'erba; ci rispettiamo a vicenda e viviamo in pace" "Siete isolati dal mondo" "Nessuno di noi si sente isolato. Abbiamo tutto ciò che ci serve" "Gli abitanti però avranno un'identità anagrafica. Lei, per esempio, mi vuole dire almeno il suo nome di battesimo? Le prometto che non lo dirò a nessuno" "Se lo avessi lo avrei già detto. Non abbiamo niente di segreto".

Il vecchio parlava e si muoveva con fare pacato e sereno, eppure mi saliva il sangue in gola "E' assurdo, assurdo! Quando nasce un bambino, per prima cosa che si fa? gli si da un nome." Il professore si accarezzava la barba. "Vede le fotografie alle pareti? Questi sono mio padre e mia madre, questi i miei nonni, questi miei fratelli e sorelle; ognuno ha vissuto il suo transito terreno, dall'infanzia alla santa morte. Come tutti". "Ci sono, ho capito! Rimanete nell'anonimato, così ve ne state lontano da leggi, burocrazia e fisco!" "No No Non è come dice".

A questo punto ne avevo abbastanza. "Mi sono stancato di questo gioco. Tolgo il disturbo" corsi giù per lo scalone. Il professore mi seguì a rilento, un gradino alla volta, appoggiandosi al bastone. "Vuole fermarsi per cena? Ho altro da mostrarle". Cercai di ricompormi "La ringrazio, ma è tardi. Stasera devo ripartire." "Le auguro buon viaggio. Stia bene. Quando vorrà tornare sarà sempre il benvenuto".

...

Dicembre. Verso sera, un uomo sale l'erto colle, spruzzato di neve, tenendosi il bavero del cappotto con una mano ed il cappello con l'altra. Oltrepassando l'arco di pietra che delimita il borgo, il cappello si solleva appena per accennare un saluto in direzione dell'oste, il quale, con le braccia occupate da un carico di legna da ardere, risponde "Bonsera!" Il viandante si ferma di fronte ad una vetrina e spinge la porta del negozio; risuona un campanello ed in pochi secondi compare la commessa, seguita da un cagnolino fulvo. "Buonasera, signorina, si ricorda di me?". L'uomo si toglie il cappello. "Che sorpresa! Signor... Giorgio ... giusto? Anche a Roma fa freddo?" "Possiamo pure darci del tu" "Certamente! Gradisci una buona cioccolata calda?" "Volentieri, grazie!" La ragazza mette il catenaccio alla porta, spegne la luce del negozio e fa strada per l'appartamento al piano superiore. "Cosa ti spinge qui alla vigilia di Natale?" chiede lei mentre prepara la cioccolata. Giorgio, accomodatosi al tavolo della cucina, esita, poi risponde "In questi ultimi mesi mi è girata nella testa l'idea di trasferirmi qui. Vorrei vedere se ci sono case libere, da prendere in affitto" La sartina versa la bevanda fumante nella tazza sul tavolo "So che ce ne sono alcune ... puoi chiedere al professore. E' in contatto con i proprietari." Lui chiude gli occhi mentre il primo sorso va giu.
"Ti prometto che non chiederò come ti chiami, però devi promettermi una cosa anche tu" Lei seduta di fronte si china curiosa in avanti "Che cosa?" "Che quando mi sarò sistemato, tutti i giorni potrò venire a bere la tua cioccolata...".



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